XXV.

L'appuntamento della mezzanotte.

Il P. Piombini sentiva qualche cosa di fatale pesare sul suo capo.

L'atteggiamento dei suoi superiori e dei suoi confratelli non era

punto cangiato in apparenza. Non gli avevano fatto alcun rimprovero.

Gli profferivano gli stessi riguardi. Gli si lasciava la stessa

libertà. Esercitava le medesime funzioni. Solamente il rettore lo

aveva avvertito che la sua condotta era stata segnalata a Roma ed

aveva provocato dei reclami. Bisognava quindi circondarsi delle più

grandi precauzioni, ritenersi un cotal poco.

Il P. Piombini aveva accolto l'avvertimento con umiltà; aveva risposto

che la sua coscienza non provava alcun rimorso, ed aveva formulato la

dimanda di uscire dall'ordine, poichè aveva perduto la confidenza e la

stima dei suoi superiori.

La calma si ristabilì; ma l'emanazione magnetica delle anime che lo

circondavano agiva su di lui e lo penetrava. Un nugoleto nero si

abbassava poco a poco, si addensava, si restringeva e lo rinchiudeva

in qualche cosa di cieco e senza uscita che gli tagliava il respiro.

Egli conosceva la storia segreta della Società. Egli ne conosceva le

regole, la procedura, il codice, i mezzi di profferire e di eseguire

le sentenze. Egli sapeva che la sua posizione si aggravava a causa

della grossa fortuna portata in dote alla compagnia, per ordine del

duca di Modena.

Egli sospettava dunque tutto, spiava e studiava tutti gli sguardi,

ascoltava tutte le parole bisbigliate, osservava tutti i passi e tutto

ciò che lo circondava, dormiva poco, si svegliava a sobbalzo al minimo

rumore, mangiava e beveva tremando, parlava di raro, fuggiva il

consorzio dei suoi confratelli ed accelerava la sua messa in

libertà--la secolarizzazione.

Questo stato di spirito, questa situazione minaccevole, la malattia di

Bambina, avevano prodotto una certa diversione al compimento delle

gioie del Padre Piombini, ma tutto ciò non aveva di guisa alcuna

diminuito il suo amore. Al contrario, questo amore ingrandiva in

ragion diretta dello sforzo, del pericolo, delle difficoltà, dei

ritegni, dell'aggiornamento, ed avendo cominciato da un semplice

appetito dei sensi aveva finito con l'estasi dell'anima.

Il ritorno alla salute di Bambina, la risposta del P. Rothaan che la

secolarizzazione sarebbe accordata se il socio persisteva a dimandarla

dopo più matura riflessione, avevano precipitata la crisi. Il P.

Piombini aveva reiterata la dimanda di lasciar la Compagnia di Gesù,

senza fare la minima allusione alla sua fortuna, onde scartare gli

ostacoli e le lungaggini, ed era uscito due volte per andare a vedere

Bambina.

Quest'ultima circostanza era stata comunicata per corriere espresso a

Roma, ed il P. Rothaan aveva consultato il consiglio dell'ordine, se

bisognasse per sopire lo scandalo, prevenire il male, evitare un danno

alla Società, e, _ad majorem Dei gloriam_ e per l'onore della chiesa,

lanciare il fulmine sul capo della maliarda.

La maggioranza del Consiglio aveva opinato, con aggiustatezza, che la

morte della giovinetta aumenterebbe ed aggraverebbe il parossismo; che

l'amore non muore che di pletora e di sazietà; che, Bambina morta, il

P. Piombini odierebbe la Società la quale l'aveva uccisa e cercherebbe

farle il massimo male; che il delitto poteva essere provato....

insomma, prevalse l'avviso che bisognava lasciare in vita la ragazza

ed il P. Piombini libero, onde guarisse il suo amore con l'amore,

salvo a....

Quel _salvo a_, restato in bianco nella decisione del Consiglio, era

la fatalità di due vite.

La partenza di Don Diego, il dolore di Concettella,--divenuta tetra e

funebre, sapendo qual sorte si librasse sul capo del suo

amante,--immersero Bambina nella solitudine. Le visite del P. Piombini

non l'avevano sollevata. Il gesuita aveva svegliato in lei la donna,

egli le aveva fatto intravedere dei pianeti incogniti nell'infinito

dell'amore, ma non l'aveva sedotta. Bambina sarebbe stata felice di

averlo per amico; come amante, lo abborriva.

All'età di Bambina, nello stato verginale del suo corpo,

nell'ignoranza dei misteri del piacere, l'amore è ancora un fiore ed

un incanto dell'immaginazione. Gli è più tardi ch'esso sconvolge il

cuore ed i sensi. Bambina non poteva dunque concepire l'amore sotto la

forma, sotto le vesti di un gesuita. D'altronde non aveva essa

carezzato il fantasima, sotto l'immagine del barone di Sanza, bello ed

elegante giovanotto? Il gesuita non possedeva la lingua immaginosa

della passione falsa o superficiale. Il suo amore profondo e vero lo

rendeva laconico. Un uomo che ama sinceramente, potentemente, non

trova altra cosa a dire che: Io ti amo! Un amore gassoso si spande in

frasi, tropi, immagini, eccessi, si inebbria non potendo

identificarsi.

Ma il P. Piombini portava in lui una significazione terribile: era una

scadenza! La sua presenza ricordava a Bambina il motto spaventevole

che aveva pronunziato: La vostra anima per il mio onore! Il gesuita le

aveva abbandonato l'anima. Bambina non ignorava ch'egli aveva

compromesso ancora più: la sua vita, la sua considerazione, il suo

dovere, e che correva formidabili pericoli. Ed ella? aveva ella tenuto

la sua promessa? Il delitto, il male, hanno anch'essi il loro onore.

Ella mancava all'onore ingannando quell'uomo, che avrebbe potuto

esigere un pagamento anticipato,--ed ella avrebbe pagato,--e se n'era

rimesso alla lealtà di lei. Abusarne non era dunque infame? Ella aveva

presentato la sua mano all'addentellato, la macchina l'aveva

acciuffata; era mestieri passarci tutta intera.

Ecco ciò che ruminava Bambina nella sua scura cameretta e sul suo

letto della febbre, non osando confidarsi ad alcuno per alleviare il

suo cervello oppresso ed irritato, non mangiando, non dormendo che con

l'aiuto di una pillola di morfina, cui Concettella andava a cercarle

ogni sera. Giammai creatura umana non sospirò tanto la morte per

affrancarsi. La morte era una soluzione.

La sua innocenza le celava la gravità della profanazione materiale

della sua persona. Ella non scorgeva nel pagamento del suo debito che

un'idea vaga, indefinita, incommensurabile pertanto: la deflorazione

morale dell'anima! Ciò aggravava la sua catastrofe e la spingeva alla

disperazione.

Bambina infine era guarita. Si era alzata. Lo si crederebbe? La prima

volta che uscì andò ad inginocchiarsi al confessionale del P.

Piombini.

Ella non trovò nulla a dirgli; e non fu anzi che ascoltando la voce

profondamente commossa del gesuita, il quale le domandava conto di sua

salute, ch'ella si avvide ove fosse. Tremò e pianse. Il P. Piombini

non le fece la minima allusione al suo amore. Bambina si limitò a

ringraziarlo. Di che? Perchè? Eccoli alla quistione. Il gesuita

ringuainò la sua logica e le disse per addio:

--Figliuola mia, attendo oggi o domani il risultato di una pratica

gravissima che ho fatto. Domani sera, a mezzanotte, verrò a

parteciparvelo. Ciò _ci_ riguarda.

--A mezzanotte! sclamò Bambina. Ma Concettella è là.

--Che importa? rispose il gesuita. Quando si spianano delle

montagne,--ed è questo ch'io sto facendo,--non si guardano i piccoli

mucchi di terra che le talpe innalzano in un giardino.

--Ma che avete voi a dirmi!

--Nulla, in questo momento; perocchè io non sono sicuro di nulla.

Forse una notizia inebbriante domani a sera. Verrò.

E senza aspettare altra risposta dalla giovinetta, il P. Piombini

chiuse lo sportellino del graticcio ove era Bambina ed aprì quello del

graticcio opposto per udire un'altra confessione.

Le ore che seguirono, fino alla mezzanotte del dì seguente, furono

spasmodiche per la giovinetta e pel gesuita,--per la giovinetta sopra

tutto. Ella si credeva intimato il pagamento del suo debito. Il

momento di confidarsi a Concettella era arrivato.

Bambina raccontò tutto alla concubina di suo fratello, piangendo,

desolandosi. Concettella pianse con lei e provò di consolarla. Che

poteva ella? indorò il malanno e, per pietà, glielo presentò sotto un

aspetto cui Bambina non aveva neppure sospettato. Concettella non

riuscì ad ammaliare lo spavento di Bambina, ma ne scongiurò gli

spettri fantastici.

--Tutte le donne passano per codeste prove, disse Concettella. Fra

mille, non vi è forse che una sola giovinetta che si dia; le altre

tutte subiscono la violenza della sorte sotto il nome di marito punto

amato o di amante che le circostanze c'impongono. Lo scioglimento del

dramma o dell'idillio dell'amore si fa sempre nelle lagrime che colano

o che si bevono, raramente sboccia nella gioia. Poi segue la

rassegnazione, celando il male, e si spera la liberazione,

l'amore-amato, l'amore-amante.

--Giammai, gridò Bambina.

--Che volete che io vi dica, allora? sclamò Concettella. Io vi

racconto la mia storia e quella di qualche persona che ho conosciuto.

Io sono una ignorante. Vi sono forse delle scappatoie più accettabili

e più gradevoli. Non lo ricevete dunque.

--Lo posso io? gridò Bambina con accento lacerante. Non sono io

impegnata?

--Allora, ascoltate le sue proposizioni e aggiornate, aggiornate....

chi sa? Bisogna credere ai miracoli poichè la nostra santa madre, la

Chiesa, ci crede. Volete voi che io gli parli, a questo innamorato

frettoloso?

--No. Non inganni ignobili. Gli parlerò io. Io sarò sola con lui. Io

non posso sperare qualche cosa che dalla sua generosità. Se

naufrago.... ebbene, io so, dal primo giorno in cui mi promisi, come

affrancarmi con una forza maggiore da una forza maggiore. E' mi vuole?

egli m'avrà.... se l'osa.

--Ah! se vostro fratello fosse qui....

--Mio fratello? egli è vescovo. È meglio poi che egli sia a Roma che

qui. Io vorrei pertanto vederlo ancora una volta!....

Ella ruppe in un dirotto pianto ed andò a rinchiudersi nella sua

cameretta.

Bambina non era pia, tuttavia ella pregò, ella sperò.

La notte venne. L'orologio della chiesa vicina cominciò a snocciolare

le ore. Ogni colpo di martello batteva al cuore della povera creatura

e lo piagava. Infine, mezzanotte suonò pure. Al punto stesso,

l'appartamento risuonò di un tocco discreto del campanello.

--Eccolo! gridò Bambina, balzando dal seggiolone, come se fosse stata

toccata da un ferro rovente.

--Eccolo! ripetè Concettella. Che bisogna dunque fare?

Bambina riflettè un istante, poi ordinò a Concettella:

--Entra nella mia camera e tienti svegliata. Se grido, accorri.

Concettella si rinchiuse nella stanza di Bambina e questa andò ad

aprire.

Era infatti il padre Piombini vestito da laico.

Se egli non avesse detto con una voce penetrantissima: Grazie! oh

grazie! Bambina non lo avrebbe riconosciuto. Sembrava bello e giovane.

Egli prese la mano madida della giovinetta e la sentì tremare. Egli

appoggiò le sue labbra sulla fronte di lei, e la sentì fremere.

Bambina lo condusse nel salotto cui aveva illuminato meglio del

solito. Il lume raddoppiava il prestigio meraviglioso della sua

bellezza. Ella fece sedere il gesuita sul canapè e restò in piedi. Si

guardavano entrambi stupefatti. Bambina vedendo il conte Bonvisi, ed

il padre Piombini vedendo la donna sotto il riflesso magico che le dà

quasi dell'ideale, la luce delle fiaccole. Infine, il gesuita gridò

con tuono precipitato, quasi avesse avuto fretta di annunziare le sue

belle nuove:

--Figliuola cara, io sono felice. I miei negoziati sono riesciti. Un

naviglio da guerra americano è giunto in rada stamane. Uno dei miei

penitenti mi aveva di già ottenuto dal ministro americano un ordine

d'imbarco. La pratica è stata condotta col più grande segreto, al

confessionale, per istornare l'osservazione de' miei confratelli. Il

ministro americano mi aspetta in casa sua.... che dico? ci aspetta,

dimani sera.... nella notte di domani. La sua carrozza sarà nella

strada S. Sebastiano, alla mia porta, ai miei ordini. La sua vettura è

inviolabile ed il segretario dell'ambasciata vi si terrà dentro.

Costui è pure ai miei ordini. Io uscirò dal Gesù Nuovo alle undici e

verrò qui alla porta. Io voglio essere qualche ora con te, essere

tutto a te, averti tutta a me.... Poi ti presenterò al ministro

americano come mia moglie. Io abiuro. Io mi fo protestante. Ci

mariteremo innanzi al console americano. Partiremo per l'America sul

naviglio da guerra che è nel porto. Rinnovelleremo il nostro

matrimonio solennemente a New York. Ecco ciò che ho potuto fare.

Vostro fratello è istrutto delle mie pratiche. Io non ho che questo a

dirvi.

Vi era nell'accento del padre Piombini qualche cosa di così

penetrante, di così toccante, che Bambina non trovò nulla a

rispondere. Ella vedeva quell'uomo sotto una luce nuova, al fisico

come al morale. Il gesuita non esisteva più che quasi come una memoria

benefattrice. L'ammirazione, il rispetto, la riconoscenza, un fascio

di sentimenti femminini nuovi, qualche cosa di incognito e

d'indefinito che circolava nelle sue vene ed ossidava il suo sangue,

un'aureola iridata e vagabonda che solcava il suo guardo interiore,

paralizzavano la sua lingua, precipitandovi motti incoerenti e

tumultuosi. Il gesuita interpretò quel silenzio in cattiva parte.

Credette comprendere che ciò che aveva fatto non bastasse per la

giovinetta e soggiunse:

--Nel mondo, io era un giorno il conte Bonvisi. Se ciò vi sorride

meglio che il pastor protestante, noi possiamo fermarci in

Inghilterra. Io reclamerò la mia fortuna. Lasciando la Società, la mia

fortuna considerevolissima mi ritorna, io farei qualche sacrificio per

evitare un litigio. Il padre Rothaan è savio. Egli preferirà

conservare alla Società cinque o seicentomila franchi e restituirmi il

resto, facendomi passare come partito per la missione della Cina o del

Giappone,--là donde non si ritorna mai o si ritorna carcame di

martire. Egli sa che può fidarsi di me. È uomo da comprendere una

passione. Nondimeno, se l'avidità lo accieca.... ebbene, tanto peggio;

lo scandalo ricada sulla Società. Al postutto, io ho ragione.

Bambina taceva sempre ed ascoltava. Il Padre Piombini continuò:

--Voi trovate forse che io non ho fatto abbastanza per voi. Piaccia a

Dio non troviate un giorno che ho troppo fatto.

--Come ciò? sclamò Bambina provando come una scossa al cuore.

--Ebbene, sì, che m'importa alla fine quantunque ei si facciano,

purchè io mi abbia una settimana, un giorno, un'ora di amore, che io

mi sia felice ancora una volta nella vita mia, che io vi lasci felice

e ricca? Io vi porterò domani una donazione di tutti i miei beni per

assicurare, ad ogni evento, il vostro avvenire. Io li conosco. E' non

mi lasceranno godere di ciò che essi addimandano il mio tradimento. I

miei giorni sono contati. Ma io non me ne curo. Dovunque noi andremo,

ci scopriranno e ci acciufferanno. Io non ho paura che per te.

Consentiranno essi che tu viva, sapendoti mia erede? In America, in

Inghilterra, in Francia, ai poli, nel fondo delle miniere

dell'Altoi.... essi saranno dietro a noi. Il loro braccio è lungo,

essi raggiungono tutti, dovunque, infallibilmente. Non sono stato io

loro istrumento nell'affare del marchese Mascara? cinque persone di

una medesima famiglia sterminate in meno di sei settimane per

appropriarsene l'eredità, e la giustizia restò immobile e cieca! Ma io

sono rassegnato anzi tratto. Io ti amo. Averti a me, non fosse che per

un giorno, e poi morire guardandoti, stringendoti sul mio cuore,

santificato dall'alito tuo che sarà come l'aura delle ali degli

angeli. Dio mio! se io potessi ascoltar la tua voce che mi dicesse: io

ti amo! se io potessi sentir le tue labbra sorbire l'anima mia con

l'ultimo mio sospiro!

--E voi avete affrontati simili pericoli per amor mio? mormorò

Bambina, quasi parlasse a sè stessa, con voce sommessa e lenta. Voi

correte di codesti rischi per amarmi? Ed io che mi credeva eroica!

--Bambina, non farmi soggiungere parole che all'età mia, nella mia

persona, nella bocca di un uomo non amato sembrerebbero vaneggiamenti,

e che turberebbero la tua anima, se tu mi amassi. Ordina ciò che debbo

fare per piacerti. Esprimimi il desiderio più esorbitante cui un altro

uomo potesse soddisfare,--fosse anche il re, fosse, più ancora, il

generale dei gesuiti.... sarà esaudito: e deduci da ciò la grandezza,

e l'immensità dell'amor mio. Il sacrifizio della mia vita non è il

sacrificio più grande ch'io ti fo. Tu mi hai dimandata la mia anima?

io te l'ho prostrata sotto i piedi. Non sono io apostata? vale a dire,

non ho io mancato alla mia parola di prete, al mio onore di

gentiluomo! Io non metto in conto la religione cattolica: io ne ho

un'altra. Mi forzarono ad entrare nell'ordine, ed io mi ebbi la

vigliaccheria di preferire la vita ad una menzogna. Ma la mia lealtà

di uomo, la mia parola di gentiluomo sono ora maculate. Io ho tradito

la loro confidenza. Ebbene, credi tu, figliuola mia, che il sacrifizio

del tuo onore, quando anche me lo avessi tu fatto, sarebbe stato più

grande del mio?

--Oh! no, no, gridò Bambina esaltata. Prendimi: eccomi a te.

--Che? sclamò il gesuita, levandosi di soprassalto poi ricadendo. Oh!

no: non slanci di entusiasmo. Io non mi vanto di quello che ho potuto

fare. La sola gioia della mia vita è di avere avuto qualche sacrifizio

a metterti ai piedi. Come ho io riposato tranquillo di poi! come mi

sono sentito alleviato! come mi sono trovato autorizzato a dimandarti

qualche cosa,--un tesoro, un mondo! l'amore. L'amore? io ne conosco il

prezzo. Tu saprai un giorno ciò ch'esso mi ha costato in giovinezza,

quando io era uomo del mondo. Fregare il mio zamberluccaccio di frate

alla veste serafica della tua verginità.... oh Bambina! io sono il

niente.

--Io vi attendo domani sera, susurrò Bambina: voi mi troverete alla

vostra altezza.

--Diletta figliuola, diletta figliuola, gridò il gesuita cadendo ai

ginocchi della giovinetta e baciandole le mani, le vesti, i piedi: non

mi dare il delirio. Che? tu mi amerai un giorno? Che? la mia lugubre

sottana non ti ripugna e spaventa? Che? tu consenti a dividere la mia

esistenza, la mia gioia, i miei pericoli, le mie speranze? Che! tu

vuoi identificarti con me? essere a me tutta intera, senza riserbi,

senza apprensioni, senza ritardo, spontanea, del tuo cuore? Oh, mio

Dio! grazia. Lasciami vivere un giorno solo nelle sue braccia, e poi

disponi del mio corpo e dell'anima mia!

Bambina lo rialzò. Egli l'attirò sulle sue ginocchia e la coperse di

baci, diventando fanciullo, sciogliendone le treccie, esaminando le

mani di lei, e gli occhi, volgendo il di lei viso per lambirne

l'espressione varia secondo i riflessi della luce, chiudendone la vita

fra le sue quattro dita, palpando la finitezza dei capelli, sorbendo

la soavità dell'alito, l'armonia del profilo, l'attonita, profonda,

immensa, limpida espressione dello sguardo, e sclamando ancora:

--Bella, bella, divinamente bella!... E tutti quei tesori sono miei,

non è vero, Bambina? a me, a me solo, a me il primo? Il tuo cuore mi

ha dunque compreso? esso ti ha dunque parlato? tu non ami più quel

meschinello di barone che ti squadrava dall'alto del suo empireo del

quarto piano? Domani sera.... no, io verrò alle undici, se posso.

Passeranno desse queste ore di agonia? Come sei bella! diletta

figliuola; oh! come io ti amo, ti amo, ti amo a morirne. Non lo senti

tu che io ti amo? Ma tutti, tutti hanno ciò letto sulla mia fronte,

negli occhi miei: è una corona di fiamme.

--Ditemi che non correte alcun periglio; ho bisogno di averne la

certezza. Sarei dunque io che vi ucciderei, se coloro vi

assassinassero, sarei io? sarebbe a causa di me.... di'?

--Non pensare più a ciò, fanciulla diletta. Io l'ho obliato. Ove tu

sei. Dio è, ed io non veggo neppure la mano della morte. Che m'importa

di essi oggimai? Che mi pugnalino, che mi avvelenino, che mi

strangolino.... cosa è codesto? che mi fa ciò, se io ti ho sentito

nelle mie braccia come ti sento ora, se io ho baciato i tuoi occhi, le

tue guance, le tue labbra? Morirei mio Dio! ma e' sarà la gioia che mi

ucciderà, non coloro.

--Ma insomma, insistè Bambina, preoccupata, non accorgendosi neppure

che il suo amante la divorava di baci,--ma insomma, senza me, senza

questo amore, voi non correreste alcun rischio? Me sparita, vi

lasceranno essi vivere?

--Diletta, diletta figliuola, non pensare più a codesto. Non te l'ho

io detto? Essi sono impotenti a colpirmi al cuore se io ti avrò avuta

un sol giorno, uno solo, che io avrei passato tenendoti sul mio petto.

Ebbene, sì. E' mi assassineranno per conservare la mia fortuna. Ma se

io la lascio loro? Saranno forse soddisfatti. Ma che mi uccidano pure:

io ti amo, e morrò vicino a te. Io avrò goduto le feste divine del

cielo. Il paradiso è amore.

Bambina appoggiò il suo capo sulla spalla del conte Bonvisi e gli

bisbigliò all'orecchio:

--Ti aspetto domani.

Il padre Piombini se la strinse sul cuore e sentì le labbra di Bambina

palpitar sotto le sue. E' si levò subitamente: la vertigine lo

guadagnava.

Un quarto d'ora dopo e' partiva, e Bambina restò immersa nei sogni.

Poi, tutto a un tratto, ella si alzò e corse nella sua camera ove

Concettella si era addormentata. Bambina la mandò a coricarsi e frugò

nei tiratoi del suo stipo donde cavò fuori una scatoletta cui aprì. La

scatoletta conteneva una quindicina di pillole di morfina, cui ella

aveva fatto comprare per darsi ogni sera un poco di sonno e cui aveva

conservate. La scatoletta scomparve nella sua tasca.

Bambina si coricò e dormì.

Ella aveva preso una risoluzione.

Bambina passò la mattina del dì seguente a scrivere a lady Keith, al

principe di Schwartzemberg ed a suo fratello. Era quel giorno appunto

che la diligenza di Roma arrivava a Napoli ed in cui Don Diego sarebbe

giunto se non si fosse fermato a S. Germano per visitare il famoso

monastero di Monte Cassino. La lettera a suo fratello era la più

corta. Essa spiegava in una parola la crisi che si era operata nel

cuore della fanciulla e la di lei grandezza d'animo.

«Caro fratello, diceva quella lettera, Concettella ti dirà tutto ciò

che è occorso. Io ho amato, in un secondo; io ho amato per qualche

ora. Mi sono data a lui con estasi. Ho voluto renderlo beato;

conoscere io stessa l'amore. Ma come, me vivente, i gesuiti lo

avrebbero ucciso, io ho cessato di vivere, affinchè lo lascino vivere

e gli perdonino. Io non potevo fare meno per lui che per te: a te

l'onore, a lui la vita. A dio! in dio!»

La giornata scorse nella massima calma. Bambina mangiò, rise, scherzò,

confessò il suo amore pel gesuita a Concettella, parlò di lui, fu

sfrontata di curiosità femminile da far arrossire Concettella. Ella

voleva piacere, dare in due ore tutto ciò che l'amore può dare in

dieci anni, godere, ubbriacare, inebbriarsi ella stessa di

quell'incognita che addimandisi voluttà, morire nella febbre, nel

delirio nella follia.

La notte giunse. Bambina sollecitava le ore coll'ansietà.

Dalle dieci, si mise alla finestra per vedere arrivare la vettura che

lo conduceva a lei. Tutto l'appartamento era vivamente illuminato,

ornato di guastade di fiori. Ella si era vestita il meglio che aveva

potuto e saputo, quasi che il fiore splendidissimo ed effimero del

_cactus grandifloris_ avesse avuto bisogno dei cenci di una cucitrice.

Si scollacciò senza modestia, si profumò. Voleva tutto offrire, tutto

mostrare, tutto dare, senza riserbo. Non si apparteneva più. E non

sapeva tenersi cheta.

Alle undici, come il conte Bonvisi aveva detto che sarebbe forse

giunto a quell'ora, Bambina si pose alla finestra, ed una fiamma le

salì dai piedi alla testa, le scese dalla testa ai piedi. Il desiderio

dell'infinito illuminava la sua serafica bellezza. Alle undici e mezzo

il vico era deserto, il silenzio dovunque, i passanti rarissimi nella

strada di Forcella, all'estremo dell'angiporto. I dodici colpi di

mezzanotte vibrarono. Allora Bambina rientrò e chiuse la finestra.

Ella mandò Concettella a coricarsi e ritornò nel salone. Un rumore

lontano, una vettura che passava nella strada di Forcella, arrivò a

lei. Bambina saltò in piedi, cavò fuori la scatola della sua tasca ed

inghiottì una dopo l'altra le quindici o sedici pillole di morfina che

conteneva. Ella respirò alla fine.

--Ho quattro o cinque ore di vita a dargli, mormorò essa--poco esperta

in tossicologia--tutto a lui, tutto, tutto, tutto. Dio, mio Signore,

non turbare la mia gioia con le torture della morte.

Ella si assise, tese l'orecchio ed.... aspettò.

Il Padre Piombini non venne.

Il Re prega: Romanzo · 第 34 / 39 题