Vi sono dei giudici in galera.
Concettella aveva lasciato Napoli la vigilia.
Don Diego, uscendo dalla prigione in uno stato di convalescenza poco
avanzata, aveva ricevuto da Concettella quelle cure intelligenti e
devote cui due categorie di donne sanno dare solamente: la madre e
l'amante quando ama.
Nella devozione della donna maritata e della sorella, comunque
angelica essa sia, si sente il dovere; nella devozione della madre e
dell'amica domina l'abnegazione.
In quel frattempo, il conte di Craco gli aveva mandato i pieni poteri
di delegato delle due Provincie presso il comitato centrale.
Il conte di Craco, più serio, migliore conoscitore degli uomini che
suo figlio Tiberio, non aveva ritirata la sua stima a Don Diego. Egli
non lo aveva giudicato sulle apparenze o l'irritamento delle passioni
di un momento; non aveva punto diminuito la sua credenza nell'alta
nobiltà d'animo di quel prete. Egli aveva quindi scritto a suo figlio
di mettere maggior gravità nel giudicare gli uomini.
Quando il marchese di Sora raccontò al colonnello Colini l'ammirabile
contegno di Don Diego nei tormenti, l'ammirazione aveva ceduto il
posto al dubbio ingiurioso, e Don Diego aveva raddoppiato quel
sentimento di rispetto e di fede con la sua modestia, non menando
parata di martirio, non esigendo riguardi di sorta, e non ambizionando
altra parte che quella cui volevano assegnargli. Egli aveva
ricominciato il suo lavoro pel canonico Pappasugna all'Ospedale, e lo
conduceva innanzi alacremente. La prova della muda e dell'aculeo
l'aveva purificato. I disegni infami che aveva formati sulla sua
sorella, in un momento di eccitamento cerebrale, gli rodevano il
cuore, annegato nel rimorso. Non carezzava dunque che una speranza,
ritrovarla, rassicurarla, restituirla alla sua casa.
Ma qui una nuvola nera si sollevava sovra i suoi sogni color di rosa.
Poteva egli far convivere sotto lo stesso tetto Bambina e Concettella,
il petalo bianco dell'innocenza e la camelia rossa gualcita?
Egli amava di già Concettella come amano gli ascetici,--i quali,
all'età di quarant'anni, incarnano in una donna venticinque anni di
visioni edenitiche, dei desideri incomprensibili, delle voluttà
divine, una rabbia inscandagliabile dei sensi. I sensi, il cuore, il
cervello, il cervelletto, l'anima, la midolla spinale, il giudizio, la
immaginazione, tutti gli organi del pensiero e della vita sono presi
ad un tempo in questo amore-Sahara: l'incantesimo divino del godimento
s'innesta alla malia infernale del delitto. Un amor simile per un
prete è un anatema. Come mai si sarebbe egli dunque separato da
Concettella? Ma vi era altra cosa ancora.
Concettella era stata amata, aveva amato, aveva patito moltissimo, ma
era caduta pura nelle braccia del prete. Ella aveva rotolato a traverso
tante avventure, malori, sofferenze, ma il suo candore muliebre non si
era incespato all'onta. La sua immaginazione più che il suo cuore si era
esaltata nella brama di sposare Filippo, nel suo giuramento di fede
eterna a Gabriele. Ella diligeva costui come un fratello violentemente
ammirato, ma non come un amante irresistibilmente desiderato. Questa
circostanza aumentava la passione di Don Diego. Egli aveva scandagliato
il cuore della giovane e vi aveva letto, non ancora l'amore per lui, ma
quel turbamento immenso che precede la passione tempestosa,
quell'insurrezione della vita che rompe tutte le dighe, invade tutto,
trascina tutto colle sue forze oceaniche. Egli spiava ed attendeva lo
scoppio.
Ora, ecco che una sera, la sera più solenne della sua esistenza, egli
ritrova quella sorella fuggita dal nido, incontra Bambina quasi
svenuta sul banco del padiglione di lady Keith. Gettarsi su lei,
serrarsela fra le braccia, coprirla di baci frenetici, sovvenirsi in
un lampo di tutto il loro passato, di tutti i suoi torti, di tanto
affetto, indirizzarle mille domande di una sola parola, colmarla di
carezze, slacciarle il busto per darle aria, esprimere mille
terrori... fu l'affare di qualche secondo. Vedendola là, e' comprese
tutto. Una parola, che il marchese di Sora disse all'orecchio del
colonnello Colini, e cui costui ripetè a Don Diego ed agli altri
congiurati lo fece tremare. Egli prese sua sorella fra le sue braccia,
la trasportò fuori la villa, la portò fin dove potè trovare una
carrozza e più non parlò. Aveva paura al presente.
Il re alla villa di lady Keith? tutti arrestati stanotte? Bambina in
mezzo a questo diavoleto? ella, che probabilmente aveva introdotto il
re, dar poscia l'allarme? che dramma! quali tenebre gittate di nuovo
sulla sua condotta! qual delitto compiuto o quale nuova sciagura
toccata! Egli rinculava, spaventato, innanzi alle spiegazioni. Ma le
spiegazioni non dovevano farsi aspettare.
Bambina comprese il silenzio e l'ansietà, di suo fratello. Il delitto
è un'equazione di cui non si afferrano i termini che quando essa è
risolta. Allora si scorgono tutti quegli anelli, fin là distaccati,
formare catena, di cui si consideravano con terrore il peso, la
lunghezza, la solidità. Le membra divengono corpo.
Bambina ebbe un'intuizione completa dell'opera cui aveva compiuta.
Ella sentì l'onore di suo fratello compromesso, il proprio perduto.
Ella vide la croce episcopale al collo di suo fratello come un anello
della gogna; il proprio viso cauterizzato dai baci sacrileghi del
gesuita; un abisso! E la scandagliò tutta questa visione infernale,
durante il subito silenzio ch'era succeduto allo slancio affettuoso di
Don Diego, nel tragitto dal Vomero all'angiporto della via Campanile.
Bisogna dirlo? Ella non si spaventò. Una voce intima le susurrava
dolcemente, solennemente: tu hai fatto il tuo dovere! l'infamia che ne
spruzza ricade sopra coloro che ti han messa in questa necessità,
prima, e che ne profittano, dopo. Laonde, quando ella si trovò ancora
una volta assisa nel piccolo salone del suo alloggio, in faccia di suo
fratello che la squadrava con aria severa, rischiarata appena da una
smilza candela, quando la ebbe rimandata fuori con un segno altero
della sua testa Concettella tremante, ella disse con voce calma e
sorda:
--Diego, tu sei libero e tu sei vescovo!
Don Diego balzò sulla sua sedia come trafitto da mille serpenti, si
rizzò di tutta la sua altezza e gridò:
--Vescovo! vescovo! vescovo!
Bambina squadrò a sua volta suo fratello con occhio freddo.
L'irradiamento subìto da quell'uomo l'umiliava. Ella comparava la sua
grandezza morale a quella di suo fratello, e lo disistimava. Si vide
più grande di cento cubiti che quell'uomo cui aveva sempre considerato
come un gigante. Un istante ancora, e le lagrime stavano per inondare
il suo viso. Bambina si alzò e, senza aggiunger sillaba fuggì nella
sua camera e vi si chiuse.
Don Diego non la trattenne. Un tremuoto aveva scosso la sua natura di
bronzo. Egli ebbe uno di quei colpi di metempsicosi violenta, che nei
conclavi dei papi si chiama Spirito Santo, e che trasforma un porcaro
come Sisto V, un lanzichenecco come Odescalchi, un barcarolo come
Giulio II, in vicario di Cristo, un frate in re! Una tempesta
equatoriale si scatenava in quello spirito: vi furono flutti furiosi,
vertigini, scosse spaventevoli, fosforescenze terrificanti, abissi
mostruosi, sollevamenti all'altezza delle Andes, distruzioni,
creazioni... Don Diego non si potè risolvere ad andarsi a coricare, e
restava assiso, a chiamare Bambina o Concettella per rompere la malia
del delirio. Passeggiò nella camera tutta la notte, dopo avere spenta
la candela per non vedersi, ed aperte le finestre per dare più aria ai
suoi polmoni dilatati.
Dal palpitar delle stelle si sarebbe detto che la notte avesse
ambascia come lui!
L'indomani, Bambina gli raccontò tutto.
Egli aveva bisogno di parlare liberamente a sua sorella, di rimuginare
in tutti i dettagli di questo affare annerito da tante orride
peripezie. Vedeva Bambina in disagio. Leggeva nello sguardo della
giovinetta, portandosi da Concettella a lui, un rimprovero pieno di
dolore. La sentiva offesa, vituperata. Dette a Concettella due giorni
di congedo, le parlò basso nella cucina e la mandò a Procida.
Concettella si sentì colpita. Ella si credeva sì ben penetrata in
quella famiglia, così identificata a quell'uomo, e la si trovava tutto
ad un tratto essere un'intrusa, una straniera! Ruppe in lagrime. Don
Diego la consolò. L'amore è comunicativo e leniente. Ella si lamentò.
Il prete la calmò. Al suo ritorno, all'indomani, la situazione sarebbe
chiarita, regolata, giustificata; Concettella sarebbe ammessa ed
accettata, o Bambina sarebbe stata collocata altrove.
Bambina non era più la stessa: ella si era atteggiata a giovane
indipendente.
Ahimè! Don Diego non aveva compreso ciò che aveva di grande e di
eroico quella nuova attitudine di sua sorella!
Bambina che doveva tenere la sua promessa al gesuita, Bambina che
vedeva l'amore di suo fratello per Concettella, non voleva impedire il
libero esaltamento di quella passione e non voleva contaminare suo
fratello, caricandolo della responsabilità della sua condotta verso il
P. Piombini. Lo rendeva felice e lo purificava, riserbando per sè sola
tutte quelle macchie che mordevano come ferite, tutti i sacrifizi,
tutti i rimorsi e tutti i dolori.
Rassicurata, consolata, Concettella partì per Procida sulla barca a
vela che faceva il tragitto giornaliero tra l'isola e Napoli. Ella
vedeva ciò non ostante tutto confuso nel suo avvenire. L'amore per Don
Diego aveva fatto esplosione in quella crisi; Bambina l'attirava;
sentiva una pietà fraterna per Gabriele.... Come accordare tutto ciò?
ecco il problema. Ella riflettè a codesto lungo il viaggio, malgrado
il mal di mare, la notte nell'albergo di Procida, ove arrivò tardi la
sera ed ove il sonno rifiutò visitarla. Ella vedeva nondimeno due
speranze brillare in quell'oscurità: Bambina si mariterà, pensò ella;
Gabriele non saprà nulla. E quando poscia egli uscirà dal bagno, noi
saremo morti o saremo così vecchi, così vecchi.... L'alba la
rinfrancò. Concettella si addormì.
Risvegliandosi alle undici, tutta spaventata ancora dei sogni
insanguinati che aveva traversati, Concettella mangiò una bocconata e
corse all'ergastolo. Il suo cuore batteva a tutto vapore. Un
presentimento confuso l'avviluppava di un'atmosfera di terrore e di
ansietà. Gli avvenimenti hanno le loro scariche elettriche come gli
uragani. Concettella accelerò il passo per uscire il più presto
possibile da quel vago incognito e pungente. I secondini la
conoscevano: ella aveva inspirata tanta compassione e simpatia a
tutti! Il permesso di vedere Gabriele le fu concesso immediatamente.
Ed eccola al cancello.
Alla vista della faccia scompigliata di Gabriele, dell'aspetto
satanico di Filippo, del contegno di tutti quei forzati presenti, in
modo insolito, al suo convegno col fidanzato, Concettella fa presa da
tremore. Cosa significava codesto? che si voleva da lei? che aveva
dessa? Arrossì, impallidì sotto il suo velo abbassato; un vapore
ghiacciato le saliva dai piedi alla testa. Avrebbe voluto parlare per
mostrare sicurezza di sè, avendo pur dei rimorsi; ma la sua lingua era
paralizzata, i suoi denti fortemente serrati, il suo cervello inerte.
Ella guardava con degli occhi enormemente devaricati e provava di
comprendere.
Gabriele anch'egli tacevasi.
Infine Concettella fece uno sforzo, allungò la mano e porse un
inviluppo.
Gabriele non si mosse, non lo prese. Concettella lasciollo cadere. Poi
si appoggiò al cancello, cascò sur un banco ed i singhiozzi si
precipitarono. Gabriele s'intenerì, afferrò il fardellino, lo baciò,
stese la mano e gridò:
--No, non è vero. M'inganno io, Concettella? Si porta contro di te una
terribile accusa. Quel Filippo lì ha dichiarato innanzi a tutti
costoro che tu mi tradisci, che tu hai un damo, che tu sei la
concubina di un prete, che chiamasi Don Diego Spani, che tu hai fatto
questo, che tu hai fatto quello, e patatì e patatà. No, non è così,
Concettella? No, ciò non è vero, hanno mentito, ed io vado a scannare
quel Filippo lì che ti ha calunniata.
Concettella non rispose. Il suo singhiozzo raddoppiò.
--Ma parla dunque, riprese Gabriele; getta dunque, in faccia di
quell'uomo la tua giustifica. Non si serba il silenzio innanzi ad
un'accusa simile, non si sprezzano quelle contaminazioni lì! Tu devi
comprendere alla fin fine che tutto codesto mi mette il cuore a brani.
Non torturarmi dunque così. Perchè ne ameresti tu un altro? Il mio
amore non è forse grande come il mondo? Esso non ti era bastato fin
qui; perchè non ti basterebbe ancora? Cos'è dunque codesto prete che
ti ammalierebbe adesso? Un prete? bah! codesto prega, ma non ama.
D'altronde, non ho io la tua promessa? No, tu non l'hai violata.
Quando si ha sofferto ciò che tu hai sofferto; quando si è passato per
le prove che tu hai traversate.... non ci è modo di più separarsi: noi
siamo incatenati dalla sventura. Di' dunque cotesto a quei signori che
aspettano la tua risposta. Hai tu paura di parlare? Non temer nulla:
non ti chiameranno una sfrontata; tu ti difendi, tu racconti come le
cose sono avvenute. La Santa Vergine anch'ella si difese, quando San
Giuseppe l'accusò. Del resto, io non ho bisogno che di una parola sola
da te. Non voglio la tua giustifica; io ti credo sur un semplice no
che tu pronunzi. Di' dunque, Concettella amatissima mia, di' alla
presenza di questi signori che ti hanno calunniata.
Concettella continuò a tacere ed a singhiozzare. Gabriele la guardava
istupidito e turbato. Aveva freddo, si dimenava, si afferrava al
cancello.
--Ma insomma, ma insomma, riprese lo sventurato, una parola è dunque
così difficile a dire? Tu non ti rendi dunque conto che quel silenzio
sarà interpretato come una confessione? Una confessione! sangue della
madonna del Carmine! una confessione? Ma ancora uno si difende. Vi
sono delle circostanze attenuanti; vi sono delle ragioni, delle scuse,
delle menzogne, che so io? Si dice a tutto andare una qualche cosa. Tu
piangi. Piangi? tu ti penti dunque? tu hai dunque dei rimorsi? Dei
rimorsi di che? Ma parla, parla. Tu lo vedi, questo doppio cancello
che ci separa: di che temi tu? Esso ti protegge, questo cancello; io
non ti ucciderò; io non ho neppure un'arma. Oh! abbi pietà di me! non
lasciarmi soffrire così. Uno ragiona seco stesso; quando ha ricevuto
il colpo, si rassegna, si uccide, discute, disputa, dice addio o si
raccomoda.... che so io? si fa qualche cosa infine, si prende un
partito. Ma davanti al dubbio? ma in presenza di quel silenzio?... non
vi è che a sbranarsi il cuore, ecco tutto. Vuoi tu parlare, alla fine?
vuoi tu spiegarti? Tu finirai col farmi mettere in collera. Tu lo
vedi, io sono calmo. Non ho nulla contro di te. Gli è Filippo, che ti
ha calunniata, che pagherà tutto. Non ti ha desso calunniata?
--Ebbene, sì, gli è vero, gridò Concettella, cadendo a ginocchio
innanzi al cancello e sollevando le sue mani congiunte per implorar
misericordia.
Gabriele aggrappò quelle mani ne' suoi artigli a traverso i ferri.
--Gli è vero? tu dici? gli è vero? urlò desso. Comprendi tu dunque ciò
che vuoi dire? Gli è vero? tu mi hai dunque tradito? Quel prete è il
tuo ganzo? Tu non sei più l'innocente giovane che mi disse nella
prigione della Vicaria: a te per tutta la vita! Gli è vero? che
irrisione! Si potrebbe ciò? Non vi è dunque più onore, più fede, più
virtù nel mondo? Ed un prete ancora! No, no. Tu non hai giammai avuto
molta mente; tu non afferri l'importanza di quel: «gli è vero!» Ma
insomma come è ciò avvenuto? Io perdo la testa. Tu non mi ami dunque
più? Si cangia dunque di cuore così? No, io non posso trovarmi nel
medesimo cuore con quel prete, lo mangerei colla mia sola presenza. Se
tu sei sua, tu l'ami allora? Ma come hai fatto tu per amarlo? Ma
spiegatemi almeno codesto, voi altri. Non vedete che quella donna è
idiota?
Egli lasciò le mani di Concettella cui aveva agglomerate, peste,
insanguinate.
--Ebbene, ripeti allora che Filippo non ti ha calunniata. Perchè,
infine, io ho oltraggiato a torto quell'uomo e bisogna ch'egli mi
uccida. È il cuore che ti ha spinta? è la solitudine? è la miseria? è
la fame?
--Tutto codesto, balbettò Concettella.
--Tu menti. Gli è don Gabriele del teatro di donna Peppa che ha
inventate codeste scuse. Quando si ama, si muore di fame, non si
prostituisce. Non ho avuto forse fame, io? non ho io fame, non ho fame
ogni giorno, perennemente? Ah! io comprendo le infamie del cuore; ma
non crederò giammai alle infamie dello stomaco. Dio mio! chi dunque ti
ha corrotta così? Tu credevi nella Vergine Maria pertanto! Perchè quel
prete sarebbe egli andato a cercarti, poichè vi sono tante cantoniere
a Napoli? Non vi è più dunque carità nel mondo, un pezzo di pane costa
sì caro che se ne dimanda per prezzo l'onore di una fanciulla? Perchè
dimori tu con lui, insomma!
--Perchè io non aveva tetto ed aveva freddo le notti d'inverno, e
perchè i passanti m'insultavano la state, quando mi trovavano
accovacciata all'angolo di un muro, rispose Concettella asciugandosi
gli occhi. Perchè io ero nuda sotto i miei cenci, e le persone non mi
davano più lavoro. Perchè io aveva orrore di mendicare e di udire dei
propositi infami. Perchè....
--Tutto codesto non è una ragione, interruppe Gabriele. Tu servi
quell'uomo che ti ha offerto un ricovero, il pane, un abito....:
perchè gli hai dato tu il tuo onore per soprassello? Una donna non si
dà ad un uomo che in due circostanze: quando l'ama, o quando ne
subisce la violenza materiale o la violenza morale. Spiegati dunque:
l'ami tu?
--Io non lo amava.
--Allora quale violenza ha esso esercitata sopra di te?
--Era sventurato come me, sclamò Concettella: ebbi pietà di lui.
--Ed io dunque? sono io felice, io?
--Il tuo destino è fisso, riprese Concettella: la polizia non può fare
più nulla contro di te. Per degli anni e degli anni tu hai del pane,
tu hai un tetto, tu hai un qualche cosa che ti copre la persona. Il
birro non ti può angariare. Tu non sarai più soldato. La polizia non
ti strapperà una sorella od una moglie che ti farà poi trovare
vituperata ed infame. Non ti metteranno in prigione e ti daranno i
tormenti. Che cosa ancora? Conosco io forse fin dove si estende il
terrore della polizia? Si dice che il re egli stesso ne ha paura. Tu
sei più del re, allora. Ma egli, quel povero disperato! la polizia gli
ha rapita la sorella e gliel'ha restituita spia. La polizia gli ha
strappato dalla bocca la bricciola di pane che vi portava ogni
qualvolta si provò guadagnarsela. La polizia lo ha sepolto a S. Maria
Apparente per delle settimane, nei pozzi della cloaca, e l'ha
torturato quanto tutti i martiri del calendario. La polizia l'ha
rivomitato infine quando non era più che un mucchio di ossa frante e
di piaghe imputridite. Quando mi è ritornato in quello stato...
--Tu l'ami, Concettella, tu l'ami, gridò Gabriele. Io sono perduto; tu
sei perduta per me. Ah! sciagurata!
--Non obbligarmi ad interrogare il mio cuore, Gabriele, ripigliò
Concettella: io non lo voglio. Che posso io farci? Non si è padroni di
dire al proprio cuore: non intenerirti? E poi vi sono tante altre
ragioni ancora. Un giorno, io non mi sono più trovata la stessa. Si è
operato in me qualche cosa d'incomprensibile e di sorprendente: io ho
conosciuto un amore tutt'altro che quello cui avevo provato fino
allora, se tuttavia gli è amore quella immenso divampamento che io ho
sentito. Non mi scuso, vedi! ho fallito; condannami. Non sono io che
l'ho cercato. Non sono io che l'ho voluto. Ciò arrivò come una febbre
in piena salute. Io non ho civettato. Mi sono anzi ingiuriata, ho
pianto prima di soccombere: ho provato di sostenermi colla ragione.
Nulla mi è valso: non ho resistito.
--Oh! sì, il mio male è irreparabile, sclamò Gabriele. Ebbene, io non
mi rassegno. Io so che di qui non posso far nulla: ma il cuore vuole
una soddisfazione qualunque, oggi di speranza, domani di sangue. Io
veggo chiaro in questa situazione: tu sei stata il ferro, colui la
calamita; tu hai scivolato, egli ti ha tirata. Tu hai subito la
violazione della pietà avanti la violazione dell'amore. È colpa tua se
non sei stata più forte? La tua forza era l'amore; tu non mi amavi
più. Ecco la tua parte in questa catastrofe. Ora bisogna regolare i
conti: tanto per te, tanto per lui.
--Nulla per lui, osservò Concettella. Sono io che ho mancato ad un
impegno; sono io che sono stata debole. Io non invoco più alcuna
scusa, poichè tu vuoi giudicarmi e non compatirmi. Se tu mi avessi
amata per me e non per te, tu avresti pianto sulla mia caduta e mi
avresti aiutata a rialzarmi. Poichè la pietà, i riguardi, le
considerazioni giuste e generose sulla mia posizione sono messe fuori
discussione, resta pure severo ed intero e non occuparti della parte
degli altri. Tu non hai a fare che con me. Non ho io ragione, signori?
dimandò Concettella alzandosi e rivolgendosi al giurì dei galeotti che
li ascoltava.
--Sia, signori, sclamò Gabriele, volgendosi alla sua volta ai suoi
compagni di bagno. Poichè essa v'invoca come giudici, giudicate il
caso.
Un sordo bisbiglio circolò nel gruppo dei forzati.
Quegli uomini, cui la giustizia aveva colpiti come felloni contro la
società, erano incaricati di pronunziarsi sur un fatto che implicava
la vita o la morte di quattro individui: Don Diego, Concettella,
Filippo e Gabriele. Essi sembravano respingere il mandato.
--In nome della misericordia di Dio, signori, sclamò Gabriele, voi
sopratutto che non siete qui nè per omicidio nè per depredazione,
signori, siate giudici del nostro fato. Voi sapete di quale grave
bisogna e' si tratta; e voi non ignorate cosa debba inevitabilmente
seguirne. Mettiamo solamente i termini del fatto nel suo pieno giorno.
Quella donna era mia fidanzata; ella si è data ad un altro. Le
ragioni, o piuttosto le fatalità che l'hanno trascinata, ha ella
detto, sono state: la miseria, la pietà. La miseria e la pietà sono
state, ne convengo, i complici; ma chi è il colpevole responsabile in
questo delitto?--ella che non aveva il diritto di soccombere, lui,
quel prete infame, che non ha respinta la tentazione ed ha abusato
della debolezza di quella sciagurata?
Mettere la questione così, dallo stesso interessato, gli era un
assolvere anzi tratto Concettella. Forse gli è questo appunto che
Gabriele desiderava. E' vi fu un bisbiglio generale nel gruppo dei
galeotti. Tutti si favellavano a voce sommessa, l'un l'altro. Gabriele
erasi lasciato cadere in un angolo come affranto, aspettando il
verdetto paventato. Concettella, afferrata alle barre del graticcio,
guardava Gabriele con ansietà. Infine Filippo gridò pel primo, con
voce alta e ferma:
--No, non è la donna che è colpevole.
--Sì, gli è il prete che è colpevole, gridarono tutti di una voce
sola.
Gabriele si alzò e passeggiò un istante dietro al cancello. Poi disse
in tuono solenne:
--Riflettetevi bene, signori; perocchè la è una sentenza di morte che
voi pronunziate a quest'ora. Io non so quando, come, da chi, questa
sentenza sarà messa in atto; ma certo è che il prete morrà. Filippo,
voi tutti, vi siete interessati; senza che, il bagno sarebbe la tomba.
Ciò che mi succede, può succedervi. Noi siamo solidali della vendetta,
onde significare al mondo che il galeotto è ancora un essere vivo di
cui è mestieri inquietarsi.
Un momento di silenzio seguì il secondo appello. Poi tutti replicarono
ad una voce:
--Si, noi lo attestiamo innanzi a Dio: gli è il prete che fu
colpevole.
Gabriele si concentrò per un momento, poscia volgendosi ai suoi
camerati, disse:
--Grazie. Io credo che il vostro giudizio è secondo giustizia....
secondo il cuore.
Rivolgendosi quindi a Concettella, soggiunse:
--Donna, io ti rendo il tuo giuramento: noi non siamo più nulla. Non
ritornare più qui; io non ti riceverei altrimenti. Noi siamo oggimai
stranieri. Ti perdono il male che mi hai fatto. Rubare al prigioniero
il suo raggio di speranza, gli era come un rubare al prete l'ostia
consacrata sull'altare: ma t'hanno assolta. Tagliare il filo che
attaccava questo sciagurato al mondo; avvelenare il soffio che gli
arrivava ancora dalla società; rituffarlo nell'ergastolo
dell'ergastolo, gli era un infliggergli la solitudine nelle tenebre;
ma ciò ha trovato grazia nella considerazione di questi signori. Io mi
associo a loro; io ti assolvo e ti scaccio. Sii felice, se lo puoi. Io
te l'auguro. Esci adesso, va via subito, non torcere il capo, non
guardare più da questa banda.... e' sarebbe un insultare la sventura.
Concettella scoppiò in un impeto di singhiozzi, e senza osare
profferir verbo, fuggì. Gabriele si mise a ginocchio davanti a
Filippo, e sclamò:
--Fratello, io ti ho insultato, io ti ho offeso: Vendicati!
Filippo cavò il coltello dalla tasca e guardò intorno--i galeotti dopo
Gabriele. I politici si copersero il viso delle mani e picchiarono
alla porta per sottrarsi alla vista di quell'assassinio. Gli altri
forzati indietreggiarono, lasciando uno spazio libero tra loro ed il
galeotto inginocchiato e quello che teneva il coltello levato sul capo
della vittima. Filippo sostò un istante, arrossì della sua ferocia.
Egli ebbe forse orrore dell'atto cui la collera dello schiaffo
ricevuto gl'inspirava. E' piegò dunque il _mollettone_, lo nascose di
nuovo, e rispose:
--Vivi. Io ti perdono, Gabriele. Noi abbiamo adesso una vendetta a
pigliare insieme.
Un bravo! prolungato, seguì queste parole. Gabriele si alzò con
impeto, e stringendo Filippo fra le sue braccia, gridò:
--A te, per la vita e per la morte: tu sei mio fratello.
In quel momento, il carceriere in capo comparve e disse a Filippo che
il direttore lo chiamava. E' lo condusse seco.
Era il conte di Altamura che lo chiamava. Innanzi al conte, Filippo
divenne umile come il soldo innanzi al milione.
--Filippo, disse il conte, fra qualche giorni io avrò bisogno di te e
di un altro individuo determinato ed energico, cui si possa
all'occorrenza condannare alla ghigliottina. Occorre pescarmi ciò in
qualche sito.
--Ho il vostro uomo.
--Fuori?
--Qui stesso. Ma egli è condannato.
--Lo si farà evadere. Tu hai sempre la tua grazia.
--A che opera dobbiam noi lavorare?
--Affinchè la sorpresa non paralizzi il vostro braccio quando il
momento sarà giunto, io te l'annunzio fin d'ora. Trattasi di
sbarazzarmi d'un... di un qualche cosa come un vescovo. Un colpo solo,
secco, netto, subito come il fulmine, al cuore, alla nuca.... e
dileguarvi come un soffio di vento. Assuefatevi a codesta idea. Non
sorpresa nè scrupoli. Un vescovo che spiace al re, che cospira contro
lo Stato, è meno che un uomo, gli è un cane arrabbiato. Se la polizia
vi acchiappa, tanto peggio per voi. Io non posso proteggervi.
--Sarà fatto secondo il desiderio di V. E., signore. Ma voi ci
proteggerete, spero, come premio del servizio che vi renderemo, e del
pericolo a cui ci esporremo, in un altro colpetto che ci riguarda
personalmente, il mio collega e me.
--Un furto.
--Non mica, un omicidio: un prete da spedire a Dio.... per servir di
diacono al vescovo di V. E.
--Un prete non è un uomo, sclamò il conte di Altamura.... egli è....
un prete! Siate quindi pronti al primo appello.... e silenzio.
Capisci? silenzio.
Il conte volse le spalle ed uscì. Poi tornò su i suoi passi e
soggiunse al galeotto ancora curvo nel suo rispettoso saluto:
--L'essere venuto io stesso qui t'indica di che importanza è la
commissione che ti do. Fedeltà, silenzio.... o un cappio spicciativo.