L'esplosione.
--Tu vai a spiegarti, non è vero? gridò Bambina gittandosi al collo di
suo fratello. Tu mi proverai che ciò è falso, non è vero?
Don Diego si trovava nella situazione di spirito la più dolorosa e la
più contrastata. Aveva subìti nuovi affronti e nuovi disinganni.
Dopo aver lavorato tutto un giorno ed aver messo a luce un capolavoro
sotto le strette della disperazione, un balordo gli aveva dichiarato
che la sua elucubrazione era un'assurdità. Il canonico Pappasugna, a
cui il gesuita l'aveva raccomandato, gli aveva dimandato un panegirico
sull'Ascensione. La cosa urgeva. Don Diego si era rinchiuso nel
gabinetto del canonico ed aveva composto un magnifico pezzo di
eloquenza pieno d'imagini nuove e poetiche. Egli aveva seguito di
pianeta in pianeta, di stella in stella, d'empireo in empireo, il
Cristo ancor uomo che si eleva nei cieli sur uno strano veicolo, perde
a poco a poco la vista del suolo, percorre gli spazi infiniti seminati
d'astri e scorge infine Dio,--l'immensa armonia,--come il centro di
queste armonie... Ma non uno dei luoghi comuni stupidi, consacrato
dalla rettorica dei vecchi predicatori, non una parola di teologia,
nessuna trivialità.
Il canonico non aveva gustato la novità, riserbandosi nondimeno di
apprendere e di recitare il panegirico e di giudicarlo in ultimo
appello dall'effetto che produrrebbe sull'uditorio, il 21 maggio
prossimo. Ei non aveva pagato il prete di cui si appropriava il
lavoro. Ne aveva criticato l'ortodossìa, la lingua, lo stile, le
imagini scientifiche e laiche, le ali dell'ode che aveva date al
discorso. Vivamente contrariato, Don Diego aveva lasciato il canonico
senza salutarlo, ridendogli sul muso con sprezzo e dichiarandogli
ch'egli non lavorerebbe mai più per lui, ad alcun prezzo. Nella
strada, egli era stato urtato da un birro, che lo aveva poscia
inseguito ed apostrofato coprendolo di villanie. Al canto del vicolo
una giovane donna in cenci, dimandandogli l'elemosina con ansietà
febbrile, gli aveva detto:
--Voi siete felice, soccorrete la miseria!
Tutto ciò aveva portato l'esasperazione di Don Diego al diapason della
rabbia. La bordata con cui Bambina l'accolse arrivava male a
proposito. Ad ogni modo, non la comprese, poichè dimandò:
--Spiegare che cosa? provare che cosa?
--Ma, bontà di Dio? essi dicono che tu sei un traditore, una spia, che
so ancora? e che tu mi vendi.
La misura traboccava. Don Diego si fermò di un tratto, prese sua
sorella dalle due spalle, l'inchiodò sul luogo, fissò su di lei due
occhi elettrici iniettati di sangue ed urlò:
--Chi? chi dice ciò?
Bambina non aveva giammai visto suo fratello in uno stato simile
d'eccitamento. Ella tremò e balbuziò, non volendo tradire il segreto
della visita di Tiberio, come gli nascondeva pure la sua visita al
gesuita.
--Lo si dice... la città ne parla... una lettera anonima che ho
gettata al fuoco... qualcuno che mi ha avvicinata in istrada...,
infine, l'è così: ti sospettano.
--Sciocca! tu hai visto il barone di Sanza, rispose Don Diego,
lasciando sua sorella che piegava sotto la sua pressura. Non mentire:
tu l'hai visto. Ebbene, sia.
--È dunque vero?
--Non lo è ancora, ma lo sarà.
--Oh fratello, fratello! gridò Bambina singhiozzando.
--Silenzio, bimba. Non son io che l'ho voluto; non sei tu che l'hai
provocato: l'abisso invoca l'abisso; ebbene cadiamoci.
--Tu mi riempi di terrore.
--Stolidezze! Noi siamo in questa città una eccezione balorda, e vi
facciamo scandalo. Ecco perchè, non potendoci accusare, ci sospettano.
Che ci accusino allora, e tocchiamo almeno il prezzo dell'infamia,
poichè ce ne affusolano la livrea. Ah! io tradisco? ah! io ti vendo?
Dio e fulmini! sia. Io tradirò e ti venderò.
--Tu deliri, dunque, Diego?
--No. Io ho delirato fin qui, quando ho creduto che l'onore e la virtù
avessero un prezzo presso gli uomini, quando ho pensato che la miseria
poteva essere una sventura e non il bersaglio agli oltraggi. Io
comincio a ragionare alla fine. Io frango il mio guscio di provincia.
Io sputo sulle mie idee barocche di probità e di fedeltà. Io mi burlo
del vecchio guazzabuglio della distinzione del bene e del male, che io
aveva appreso dai filosofi, nella storia e nella vita. Voi lo volete?
ebbene, io sarò come voi: a briganti, brigante e mezzo.
--Ah! Diego, se nostro padre e nostra madre sorgessero dalla fossa e
ti udissero!
--E' comprenderebbero perchè sono crepati, l'uno sarto tisico, l'altra
tessitrice alla giornata, per rammollimento della midolla spinale. Io,
io morrò vescovo; tu, tu morrai grande e ricca dama.
--Ma chi dunque ti ha pervertito così in qualche ore?
--Essi, essi! per Dio! Io non avrei dimandato nulla di meglio che di
restar tranquillo e miserabile nel fondo della mia provincia, nella
nostra povera casa, vivendo nel mondo ideale dei libri, reprimendo
l'ambizione, i desiderii, i bisogni, facendomi oscuro e piccolo,
sorvegliando il tuo candore e non sperando null'altro in vita mia che
vederti maritata ad un artigiano laborioso come i nostri parenti. Chi
è che mi ha sbarbato da quella terra madrigna, da quella casa
crollante, dal suo onesto focolaio? Chi è che ci ha trasportati qui?
Un vescovo, il quale, col medesimo colpo, mi strappa il pane dalla
bocca, l'onore, la pace, il presente per me, l'avvenire per te.
--Ah! gli è pur vero! balbettò Bambina.
--Qui, io avrei ben voluto vivere del mio lavoro, del mio mestiere,
fare il mio dovere nell'oscurità, darti il pane, il ricovero, la
prosperità, la gioia del cuore, la pace per il momento... Chi è che si
è gittato a traverso del mio cammino? La polizia. Tu non dirai la
messa; tu non insegnerai; tu resterai perpetuamente sotto i nostri
artigli; tu denunzierai; tu prostituirai tua sorella; tu farai getto
della tua anima; tu propagherai la corruzione nel popolo; tu spierai i
guaiti dell'infortunio e ne formulerai un rapporto per il ministro
della polizia... ecco! Voglio io resistere? mi si tende una trappola
ove noi cadiamo senza onore, feriti, gualciti, infamati anzi tratto,
dileggiati, soli, sotto i piedi di accusatori infami. Voglio io
lottare? non ho armi.
--Mio Dio, mio Dio! che abbiam dunque noi fatto a Dio, che ci tratta
così?
--Lasciamo Dio e pensiamo agli uomini. Son dessi che fanno il male, ed
è ad essi che occorre renderlo.
--No, no: restiamo vittime, sclamò Bambina. Sovvienti, Diego, delle
parole di nostra madre, accanto al nostro povero fuoco, quand'ella non
poteva più lavorare: Coraggio, figli miei, diceva la povera donna, Dio
non paga il sabato.
--Nè la domenica, nè il lunedì, nè alcun giorno della settimana.... Io
attendo il mio salario da quarant'anni. Giammai. Il dado è gettato. Io
voglio esser vescovo. Io l'ho promesso a mons. Laudisio. Io me lo son
giurato. Mi domandano seimila ducati. Non li ho, non li avrò mai a
meno che non vada ad arruolarmi come brigante nella banda di Talarico.
Se io avessi un segreto di Stato a mettere a partito,--uno di quei
segreti che fanno marciare i complici, che s'impongono al re, di cui
si traffica come d'un diamante, quando il coltello od il veleno non
saldano la reale riconoscenza...--Ah! se io avessi un segreto di
questa natura... io forzerei il pastorale a venirsi a collocare fra le
mie mani. Ma non vi sono che i ministri ed i grandi confessori che
posseggono di cotesti segreti, ed essi ne usano per loro proprio
conto. Che mi rimane allora? Te, Bambina, te mia pura, bella, fragile
e santa creatura.
--Me! e come? sarebbe dunque possibile? sarebbe dunque vero?
--Ascoltami bene, figlia mia. Io ho capito infine il gioco di quel Don
Domenico Taffa che ti domanda in matrimonio. Il barone di Sanza aveva
ragione. Egli è un uomo infame, un ambizioso abbietto, e che vuol
essere segretario generale o consigliere di Stato e che trafficherebbe
di te per il suo unico profitto. Ed io! io resterei gocciolone come
prima.
--Avevan dunque ragione?
--Avevan ragione, ma s'ingannavano su questo: poichè bisogna
assolutamente che tu sii il prezzo dell'ambizione di qualcuno, tu lo
sarai della mia.
--Diego! no, non sei mica tu che parli così.
--Son io, proprio io. Io sono deciso e tu mi salverai, Bambina. Io non
so troppo ancora ciò che farò. Io mi aggiro come un cieco in mezzo di
quest'orrido mondo, mi smarrisco. Io non conosco ancora la via
dell'infamia dorata, vado a tastoni, scandaglio... Ma, sii tranquilla;
finirò per orientarmi. Solo, non posso nulla. Poi, un uomo che cade,
cade per sempre; la sua perdita è irreparabile; il tempo lo sprofonda
sempre più, nulla nè alcuno non lo rilevano. La macchia dell'uomo è
incancellabile: la porpora di re o di cardinale, i ciondoli di
diamanti, la mozzetta di papa, la livrea di ministro, l'uniforme di
generale... nulla vale! l'infame resta infame. Se i contemporanei
taccionsi, la posterità grida con tanta più veemenza. Io mi perderei
con un profitto minimo e lo spettro del mio delitto m'avvilupperebbe
del suo eterno riflesso. Gli stolidi! E' paventano ch'io li tradisca?
Ho troppo spirito per non precipitare sì a fondo, per non darmi a
mercè per così poco. Io penso, al contrario, impormi loro e
soppannarne la mia fortuna.
--Tu mi sollevi di un gran peso, Diego, sclamò Bambina. Rinunzia però
al resto.
--No, Bambina, tu non mi abbandonerai nel mio naufragio. Tu sola, tu
puoi salvarmi, salvarci. La caduta di una donna non lascia tracce
indelebili. Si ha pietà di lei. Si obblia, si perdona, si compatisce,
si spiega l'infortunio, lo si circonda di tutte le circostanze
attenuanti... Poi, un marito si presenta e tutto s'ingoia in quel
baratro che assorbe la donna, che ne cancella perfino il nome. Questa
tavola di marmo, allogata sur una cloaca, la cangia in altare.
--E la coscienza?
--Non parlare di ciò che tu ignori, fanciulla. La coscienza non è il
pentimento, ma il rimpianto. Ora, tu non hai nulla a rimpiangere. Tu
soccombi, tu ti sacrifichi, tu mi salvi..., il tuo cuore, i tuoi
sensi, la tua volontà, la tua scelta, il tuo piacimento..., e' non vi
sarà nulla del tuo. Che rimpiangeresti tu dunque? Ma una vita nuova ti
sorriderebbe. Io lavorerei per te, per costituirti una dote. Io
risparmierei. Brillerei. Avrei dello zelo.... Sorella di un vescovo!
dotata della tua bellezza! all'età tua! sotto un altro cielo! Bambina,
il tuo cuore si aprirà. Tu amerai. Tu potrai pretendere a tutto. Un
giorno di lutto e di sacrifizio sarà presto obbliato: il sole
dell'avvenire l'assorbirà. La colpa... l'è poi una colpa? si perderà
nel silenzio.
--Cessa Diego: tu mi fai orrore! urlò Bambina coprendosi la faccia
delle mani.
--Bambina, te ne scongiuro a ginocchio, non lasciarmi solo a
portar questa croce. Non sono io che vi ho pensato il primo. Non
sono io che ti forzerei se fossi sicuro che potremmo sottrarci a
questo destino. E' son tutti congiurati contro noi, contro te. Il
tuo barone di Sanza v'intingerebbe il dito. La polizia ci spinge,
il vescovo ci spiana la via, Don Domenico Taffa c'invita, il tuo
gesuita ti attira e ti prepara alla caduta... fino a monsignor
Cocle sarebbe della partita, per quanto mi è sembrato comprendere
dal discorso del capo di ripartimento. Possiamo noi sottrarci a
questa marea di fango che ci assedia da tutti i lati, che c'inonda
e che ci coprirà infallibilmente? Colpevoli e balordi ad un tempo!
Ah! no, no, giammai. Io voglio cader nella fogna, ma su i miei
piedi, non esservi precipitato la testa in giù.
--Oh madre mia, madre mia, gridò Bambina, non udire tuo figlio a
quest'ora di demenza: e' non sa ciò che dice.
--Ahimè! e' non lo sa che troppo. E se tu potessi leggere nel mio
cuore, io non ti farei orrore, ma pietà. Come? io ti avrei sorvegliata
piccina, ti avrei guardata giovinetta, sarei stato per tanti anni
fiero della tua bellezza, della tua innocenza, sarei stato geloso
della brezza che folleggiava nei tuoi capegli, avrei fremuto contro il
vento che scomponeva le pieghe della tua gonna, avrei spiato il tuo
sonno, avrei letto nella tua anima, avrei ascoltato i battiti del tuo
cuore per sorprendervi lo sveglio della donna, per circondarti delle
mie cure, e tu puoi pensare che io ti consegnerei delle mie proprie
mani, senza sentirmi schiacciare sotto il peso del cielo e della
terra? Come? tu che mi hai visto impallidire leggendo la istoria del
padre di Ifigenia, tu credi che io non morrei di dolore sapendo che
tal giorno, alla tale ora.... Bambina, cara figliuola, cara sorella,
avvelenami. Io sono un mostro.
--No, fratello: è una terribile ubbriachezza che tu traversi in questo
momento. Ritorna in te; calmati. Se tu sapessi quanto io t'amo! se tu
sapessi quanto ti compiango....!
--Ma non comprendi tu dunque che ciò ch'io ti domando è inevitabile?
Che io mi astenga, e altri commetteranno il delitto egualmente ed a
loro profitto esclusivo. Tu non comprendi che l'è decisa? Io mi
contorco da due giorni a pensare come sfuggire la rete: e mi trovo
impossente. Io mi aspetto ad ogni minuto esser ciuffato dalla polizia,
e te... alla loro mercè! Dovunque, l'uomo si appartiene più o meno;
qui, in questo infame paese, sotto questo governo, negazione di Dio,
l'uomo appartiene alla polizia. Che voglio io insomma? prevenirli. Ah!
se potessimo fuggire all'estero! Io mi sento abbattuto, atterrito...
--Mio Dio, mio Dio! ma infine che vuoi tu! dimandò Bambina gittandosi
alle ginocchia di suo fratello.
--Io l'ignoro ancora, io stesso, te l'ho detto. Ma vi è una cosa a cui
io sono deciso: esser carnefice piuttosto che vittima, avere un prezzo
dell'infamia, poichè non posso evitarla. Vescovo! io voglio esser
vescovo: bisogna che io mi vendichi.--M'hai tu capito?
Bambina se ne fuggì nella sua camera e vi si chiuse a chiave. Ella
pianse e pregò tutta la notte, mentre che suo fratello, spossato dalla
sua tensione di spirito sì violenta, sì continua e diversa, cadeva
sopra il canapè come un ebbro fradicio e vi si addormiva. Ei passò la
notte così.
Quando il giorno imbianchì i vetri del salone, ei si svegliò, e dopo
alcuni minuti di stupore, si risovvenne della strana conversazione che
aveva avuto la sera con sua sorella. Arrossì e levò gli occhi
indegnati contro il cielo. Chi malediceva egli? Era ancora tutto
vestito. Tuffò il capo in un secchio di acqua per rinfrescarlo, perchè
la sua fronte bruciava di febbre e provò di coordinare le sue idee. La
rivelazione era fatta: il più difficile. Egli aveva gettato la goccia
d'olio che ora andava a spandersi ed allargarsi da solo. Che bisogno
aveva egli d'insistere fino al momento della catastrofe? Ma, altresì,
come subire lo sguardo ancora puro della vittima cui aveva colpito a
morte la vigilia appena, senza temperamenti, senza ambiguità, senza
pietà, leccando di una lingua avvelenata il sangue cui vedeva
spuntare? Don Diego si affrettò ad uscire di casa, prima che sua
sorella si fosse alzata, onde non arrossire innanzi di lei, non
attenuar la portata dei suoi propositi nè tornarvi su.
Bambina l'udì uscire. Erano le otto del mattino, Ella non aveva
dormito un sol minuto in tutta la notte. Aveva pianto molto;
virilmente riflettuto. La sua risoluzione era presa. La situazione,
d'altronde, non ammetteva ritardi. Non aveva nulla a sperare. Se
avesse avuto un carattere meno ben temprato, l'era perduta.
Imperciocchè, a traverso i soprassalti del lungo perorare di suo
fratello ella aveva scorto la persistenza nel suo disegno. Bambina si
alzò dunque subitamente ed uscì.
Se il P. Piombini non l'avesse, il dì innanzi, spaventata colla sua
dichiarazione disperata, ella sarebbe andata a cadere ai suoi piedi e
dimandargli soccorso. Adesso, ritornare a lui, e' sarebbe stato come
un gittarsi nelle sue braccia, alla mercè di lui. Chi le restava?
Il barone di Sanza aveva lacerata malabilmente la tela incantata dei
suoi sogni delle notti d'inverno, ma egli rimaneva ancora onesto,
anche nel suo ridicolo. Poi, Bambina non conosceva alcun altro. Poi,
Tiberio, quantunque sì bruscamente estirpato dal suo cuore, vi
lasciava ancora le impronte di un passato che mai non si cancella,--la
confidente famigliarità dell'infanzia. Bambina si recò da lui, non
preoccupandosi neppure se ciò fosse o no convenevole.
Il barone di Sanza occupava un elegante piccolo appartamento nella
salita Santo Spirito. Un vecchio cameriere piemontese, per nome Carlo,
lo serviva da parecchi anni. Tiberio pranzava al caffè. Carlo
conosceva Bambina, avendo accompagnato il suo padrone a Lauria, ed era
lui che aveva scoperto il famoso appartamento cui Don Diego occupava
in questo momento. Egli annunziò Bambina al suo padrone, che faceva
colazione, con un certo mistero e non senza stupore. Tiberio fece
entrare Bambina nel salone e corse a lei, dubitandosi che una
disgrazia, una grandissima disgrazia, fosse già occorsa.
--Salvatemi! gridò Bambina, vedendolo e correndo al suo incontro senza
preoccuparsi della presenza del domestico.
--Salvarvi di che? di chi? sclamò Tiberio.
--Non m'interrogate, ve ne supplico, continuò la giovinetta. Io non
posso darvi alcuna spiegazione. Solamente, fate in guisa che qualunque
traccia di me sia perduta per qualche tempo.
Tiberio stette qualche minuto a riflettere, poi disse:
--Comprendo tutto. Io aveva ben ragione di temere. Ebbene, siate
calma, signorina, e rassicuratevi. Io conosco il ricovero che
conviene. Sono sicuro che non vi sarà rifiutato. Solo, e' conviene che
io vada a prevenire quella dama del servizio che le domando, o
piuttosto che le dimandiamo, perchè io vado all'istante dal marchese
di Tregle per condurlo meco.
--Io mi getto nelle vostre braccia come in quelle di mia madre: Dio ve
lo renderà.
--Aspettatemi qui, disse il barone, infrattanto Carlo vi servirà da
asciolvere. Verremo a prendervi.
--No, rispose Bambina. Bisogna che io ritorni in casa per l'ultima
volta, poichè siete sicuro di procurarmi un ricovero. Ho della
biancheria da prendere; ho una lettera da scrivere. Poi, ritornerò.
Bambina partì. Il barone uscì, guardando Carlo in certo modo e
mettendo l'indice della sua mano a traverso le labbra per significare:
Silenzio!
Bambina rientrò. Suo fratello non vi era. Ella fece un piccolo fagotto
di biancheria, poi scrisse le linee seguenti:
«Caro fratello, non essere inquieto della mia sorte, nè fare delle
ricerche per trovarmi. Io ritornerò quando la bufera sarà calma. Io
non ho collera contro di te. Perdonami. Che nostra madre sorvegli
dall'alto dei cieli i nostri passi in questo deserto; ch'ella
addolcisca i tuoi cordogli e secchi le tue lagrime. Addio... no, a
rivederci presto, caro, caro fratello. Perdonami, se per la prima
volta in mia vita io ho dubitato di te. Tu sei malato. La vertigine ti
porta negli spazi del male. A rivederci;... a bentosto... Bambina.»
Bambina suggellò la lettera e la collocò bene in vista sulla tavola.
Ella poggiò le sue labbra sul suggello e la carta sul cuore. Le sue
mani tremavano. Le sue gambe barcollavano. I suoi occhi erano ripieni
di grosse lagrime che si gonfiavano, si spandevano e non colavano.
Ella entrò nella camera di suo fratello ed abbracciò gli origlieri del
suo letto confidenti di tante ansietà, di tante agonie. E la accomodò
il letto, i mobili, riempì la brocca, preparò le pantofole, la vecchia
giubba che gli serviva di veste da camera, cucì un bottone ad una
camicia. Poi fece il giro dell'appartamento. Il suo cuore se ne volava
fibra a fibra. Per la seconda volta ella abbandonava quella sacra cosa
che chiamasi il focolare domestico. Quell'orribile luogo le sembrava
quasi una residenza reale. Tutto le ricordava la presenza di suo
fratello, il quale, per lei, era tutto. Al di là di quella soglia
l'incognito, la solitudine! Diciotto anni di vita si sbarbicavano dal
suo cuore, svellendosi da quella casa. Che diventerà egli, il povero
uomo abbandonato! Che diventerà anch'ella, questa povera foglia svelta
dalla sua quercia natia? Questa cucina senza fuoco! questa dispensa,
vuota! Questo fosco eterno! Questo spazio senza eco! Egli non vivrà
più che di pan secco. La polvere lo soffocherà. Nessuno che attenda al
suo ritorno e medichi le sue ferite. Che vuoto immenso! Che silenzio
solitario ed interminabile!
Ella chiuse la porta della camera da letto per non più guardarvi
dentro. Eccola nell'anticamera. Ancora uno sguardo Una lagrima ancora.
E la mise al suo posto una sedia, che poteva urtarlo, se rientrava al
buio. La sua mano era al lucchetto. Un passo indietro. Un momento
d'esitazione suprema. Uno sforzo sublime. La porta si apre. La porta è
chiusa. Ella è fuori. Più nulla! Nulla più! Sola! Dove va dessa? Ella
si ferma. Rientriamo, sì rientriamo. No. Uno sforzo disperato. Ella
discende precipitosamente le scale ed eccola nelle strade.
Un'ora dopo, assisa nell'elegante carrozza del marchese di Tregle,
questi a lato di lei, il barone di Sanza in faccia, i cristalli della
carrozza chiusi, traversarono la strada di Toledo, il largo
Mercatello, la salita degli Studi, l'Infrascata, Tarsia, e si
diressero al Vomero alla villa Belvedere.
Che cosa divina il cielo azzurro di quel paese! Che primavera
radiante! Che epopea canta la natura sotto i baci dell'amore! Che
ville, che fiori, uccelli, insetti iridati, brezze imbalsamate, mare
di cobalto! quante memorie solcano quel golfo!.... E l'uomo?
Continuiamo.