La tempesta si addensa.
Bambina restò sotto le armi tutta la giornata seguente; il barone di
Sanza non comparve.
Don Diego uscì di buon'ora volendo evitare una spiegazione con sua
sorella, e non rientrò che la sera. Egli vide Don Domenico Taffa, lo
ringraziò dell'onore che gli aveva compartito, chiedendogli la mano di
Bambina; accettò la proposta condizionatamente; dimandò una settimana
di tempo per presentarlo a sua sorella, quel tempo essendogli
necessario per sciogliere la sua parola col conte di Craco che
destinava la giovinetta al barone di Sanza; disse che costui non gli
sembrava punto tenero della sua fidanzata: promise che Bambina non
andrebbe più a confessarsi.... breve, mischiando vero e falso,
accomodò le cose in modo che gli si accordarono di buona grazia alcuni
giorni per riflettere. Don Diego voleva penetrare i disegni altrui,
dissipare il caos della sua anima e della situazione, scandagliare
Bambina, pesare la sua risoluzione.
La serata fu triste e silenziosa. Don Diego trangugiò prestamente la
pietanza che, preparate pel desinare, servì di cena. Bambina succhiò
qualche ciliegia. Il tempo della miseria rassegnata e lieta della
provincia era passato. Essi subivano al presente la miseria
preoccupata ed ambiziosa, avvelenata da tentazioni colpevoli e da
brame disoneste. Non dissero una parola sul pensiero che li
preoccupava, non fecero un'allusione alla lettera della sera
precedente: il pensiero del fratello e della sorella nonpertanto non
volgeva che su quella. Il filo che metteva in comunicazione questi due
esseri era spezzato. E' si ripiegavano in sè stessi, adesso: ciascuno
aveva il suo mondo di visioni a contemplare.
Oppressa da quel silenzio. Bambina andò a coricarsi di buon'ora. Don
Diego ronzò pel suo alloggio fino ad un'ora del mattino. Che pensava
egli? Egli giudicava la società, in mezzo alla quale e' viveva, come
Regolo nella sua cassa guarnita di punte di ferro.
Alle sette del mattino, udì picchiare. Era una serva con una lettera
del canonico Pappasugna, che lo pregava di passare da casa sua, prima
delle undici, essendogli stato raccomandato dal padre Piombino.
Bambina non era ancora alzata. Don Diego si vestì ed uscì senza
vederla. Bambina aspettò il barone di Sanza fino a mezzodì. Poi, ruppe
in lagrime e, senza riflettere a ciò che facesse, un'ora dopo si trovò
inginocchiata innanzi al confessionale del padre Piombini. La chiesa
immensa del Gesù Nuovo era deserta.
--Io vi aspettava, disse il gesuita.
Questa parola dette a Bambina la coscienza di sè stessa. Un nuovo
accesso di lagrime la prese, il singhiozzo la soffocò. Il gesuita
provò di consolarla e, parola per parola, frase per frase, le carpì il
racconto della lettera di Don Domenico Taffa, del commento del barone
Sanza, della sclamazione desolata e terribile di suo fratello, del
ritrovo domandato e non ottenuto del giovane conterraneo a cui essa
desiderava indirizzarsi per un consiglio.
Il gesuita intravvide un innamorato nel barone di Sanza, e quindi un
terribile ostacolo a demolire.
Il colloquio fu tempestoso, quantunque Bambina distratta ed affannata
non rispondesse che per monosillabi. Il padre Piombini, esaltandosi
per gradi, obbliandosi, cieco, inconsciente quasi, fece in fine
esplosione:
--Io ti amo! disse egli con voce strangolata. Sei tu contenta adesso
che mi hai strappata questa terribile parola? Perchè sei tu ritornata?
Io godeva della pace da parecchi anni. Io credeva che il mio cuore
fosse disseccato. Tu vi hai messo tutte le fiamme dell'inferno. Io non
sono stato sempre gesuita. Io era il conte Bonvisi. Io fui marito di
una donna amata. Io fui alla corte di Vienna ambasciatore del duca di
Modena. Io era ricco di un milione.... Io aveva gittato tutto ciò in
una tomba. Tutto ciò può risuscitare. Vuoi tu essere mia? Vuoi tu
avere pietà di me?
Bambina si alzò e si slanciò fuori la chiesa come una colomba
morsicata da un serpente. Era stata ella colpita?
Il barone di Sanza che si presentò da lei verso le cinque, la trovò
ancora tutta sconvolta. Ella si guardò bene dal dirgliene la ragione,
e, cosa più grave ancora, ella tacque altresì a suo fratello questa
visita fatta al gesuita. La devastazione si operava nella sua anima.
Ella aveva tanto desiderato l'abboccamento col suo compagno d'infanzia
di Lauria, ella aveva provato un'ansietà malaticcia pel ritardo di
lui, ed ora che colui era quivi per ascoltarla ella ne sembrava
contrariata. Ahimè! Bambina aveva cessato di essere fanciulla e la sua
coscienza non era più vergine. Il confessore aveva violata
quell'innocenza come un calabrone profana la corolla della rosa. Ah!
se le madri avessero il pudore dell'incredulità e dell'empietà, quante
più fanciulle entrerebbero nella stanza nuziale col candore
dell'infanzia!
--Scusatemi se ieri non mi sono recato al vostro appello, disse il
barone di Sanza. Io sospettai perchè avevate desiderato parlarmi e
voleva avere qualche cosa a rispondervi.
Questo tuono cerimonioso e solenne mise il colmo al turbamento di
Bambina. Ella, che l'anno scorso ancora chiamava il barone corto corto
Tiberio, ed egli che le dava del tu! Quale accidente si era dunque
rizzato tra loro e li aveva cangiati così? Bambina portò gli occhi sul
giovane onde assicurarsi se era proprio lo stesso, che l'anno scorso,
alle vacanze, a Lauria, le aveva susurrate di così dolci parole e che
aveva aperta alla sua fantasia la porta dei sogni d'oro.
Sì, mia povera figliuola, gli è bene lo stesso individuo, ma non è più
la medesima maschera, non è più la medesima scena, non sono più le
medesime circostanze. Lo studente in via di divenir diplomatico, che
dalla capitale cade in provincia e che incontra nella casa di suo
padre questa perla di bellezza e di purità, si sarebbe creduto
disonorato se non le avesse spippolato qualche madrigale,--sopra tutto
dopo aver passato i begli anni dell'infanzia insieme a cercar nidi, a
giuocare a mosca cieca e dar la caccia alle farfalle il giorno ed alle
lucciole la sera. Ma a Napoli, ma essendo uno dei _lions_ della moda,
ma penetrato di già nel tempio di Iside della carriera diplomatica, ma
in faccia alla poveretta affagottata in un astuccio di monachetta,
lui, il barone di Sanza, tu la figlia del sarto.... ah! povera
figliuola, di', di' dunque, è questi il medesimo uomo? Se il barone di
Sanza non fosse stato un giovane d'onore, egli avrebbe, tutto al più,
divisato di far di Bambina un tastullo d'amore. Ma egli rispettava ciò
che suo padre stimava: il carattere del fratello, l'innocenza della
sorella.
Tiberio aveva ventitrè anni, ma sembrava più attempato. Portava tutta
la barba,--quel primo getto della giovinezza, soffice e vellutato, che
s'imbeve di sole e corrusca di quel color d'oro tanto caro a Tiziano
cui ammiriamo nel ritratto di Carlo V. Aveva occhi verdi, ma vivi, ciò
che ne faceva scomparire la fredda ferocia; la pelle bianca
lenticchiata, ciò che toglieva alla sua costituzione i sintomi della
debolezza. I suoi lineamenti erano belli, somiglianti a quelli di
Cesare Borgia. Era alto e ben proporzionato, ciò che aumentava
l'eleganza del suo portamento e delle sue maniere. La sua solennità
affettata mascherava la lentezza della sua intelligenza, la quale
aveva bisogno di riflettere per comprendere. Il suo cuore, anch'esso,
si commoveva con calma. La natura lo aveva dotato di un'organizzazione
linfatica; ma il barone di Sanza aveva avuto la scaltrezza di farsi un
merito di questa opacità e di far passare questa indigenza di vitalità
per l'opera della volontà.
La sua istruzione non era estesa, ma era solida. Aveva il giudizio
dritto, il sentimento della giustizia, l'amore della libertà, benchè
non ripugnasse alla monarchia. I suoi costumi si modellavano su quelli
dell'aristocrazia inglese o piuttosto quella parte dell'aristocrazia
inglese che si dà alle pubbliche funzioni. Ascoltava bene, conservava
il segreto con fedeltà, aveva il coraggio dell'uomo che si stima e che
ha la coscienza di fare il suo dovere in tutto ciò che fa. Aveva avuto
due duelli con due ufficiali svizzeri, cui aveva feriti. Il mondo lo
ricercava. Le giovanette ne almanaccavano come di un buon partito,
benchè il barone fosse relativamente povero.
Per isventura, egli non sentiva il bello,--al di là della forma
essenzialmente plastica. Avrebbe avuto un'eccellente stoffa di
magistrato. Ma gli mancava la penetrazione subita, necessaria, anzi
indispensabile al diplomatico. Dava le traveggole però in modo
rimarchevole, per la composizione attenta del suo viso ed il riserbo
delle sue parole.
Bambina non conosceva questa faccia del suo amico d'infanzia, il quale
avrebbe creduto, essendo giovanotto, di derogare se non fosse stato
galante. Tanto peggio se Bambina aveva capito altrimenti. Ella si
trovava adesso in presenza della disillusione. Ma che importa? lo
stupore è l'ostinazione dell'anima.
--Signor barone, disse ella biascicando le parole, vi domando scusa di
avervi incomodato. I provinciali hanno una facilità deplorevole ad
ingannarsi sulla natura delle convenienze sociali. Io aveva confuso il
barone di Sanza di Napoli col Tiberio di Lauria.
Bambina aveva nell'accento un'amarezza che non isfuggì al barone. E'
rispose:
--Confondeteli sempre quando l'uno o l'altro possono rendervi qualche
servizio. Io sono venuto per questo.
--Grazie. Io non ho più bisogno di nulla. Voi diceste un motto l'altra
sera che gettò il terrore nel mio spirito. Volevo dimandarvi qualche
spiegazione per guidarmi nella mia decisione. Adesso ho riflettuto ed
ho preso un partito da me sola. Non sono forse ben sola?
--Ne ho paura, replicò il barone. Vostro fratello insorge contro il
destino e contro l'ordine naturale delle cose. Egli ha delle ambizioni
forse precoci. Egli bazzica con persone spregevoli. Egli vi espone a
delle dimande in matrimonio che sono un marchio d'infamia per una
giovinetta come voi. Bambina. Egli patteggia col male. Don Lelio
Franco ha diffidato forse dei suoi principii e l'ha eliminato
pulitamente dal suo ufficio. La polizia non insiste più per rinviarlo
da Napoli. Egli....
--Basta, gridò Bambina con alterezza, alzandosi. L'è noto: la sventura
e la miseria sono criminose. Se questo disperato si strascina sulle
mani e su i piedi per salvarsi dall'oltraggio dell'ingiustizia, egli
ha torto: si sospettano le sue vedute, si crivellano le sue parole, si
anatomizza la sua anima come un cadavere per osservarvi la causa della
morte. Che bisognava fare? Egli si annega. Ha desso il diritto di
trovar sporca la mano che si sporge per salvarlo, quando le mani
bianche e guantate si ritirano per paura di sporcarsi toccando dei
cenci? Povero fratello!
E ruppe in lagrime. Il barone volle prenderle la mano. Ella la ritirò.
--Io non voleva affliggervi, disse il barone dopo un istante di
silenzio, ma rischiararvi e spiegarvi il mio riserbo e la mia
esplosione poco misurata dell'altra sera. Non mi fate l'ingiustizia di
credermi indifferente al vostro destino.
--Il mio destino è nelle mani di Dio. E' non mi resta che lui. Un
giorno io ebbi forse l'ingenuità di sognare che un altro se ne sarebbe
incaricato. Ho abbandonato quel delirio. Noi lottiamo tutti per nostro
proprio conto.
--Se è un rimprovero che m'indirizzate, signorina, io temo forte
ch'esso non sia ingiusto. Tra i sentimenti che noi proviamo, veri,
profondi, santi, ed il soddisfacimento che possiamo dar loro, si
frappone il mondo con le sue esigenze, le sue regole e le sue
convenienze. Tiberio esiste sempre, ma egli è subordinato al barone di
Sanza ed alla società che lo attornia. Ve lo confesso in tutta
sincerità: io non ho trovato sul mio cammino della vita alcuna
giovinetta più bella, più pura di voi. Nessuna delle fanciulle che ho
strette sul mio cuore al ballo, a cui ho indirizzato una parola in
società, non m'ha tocco più di voi. Io non amerò forse giammai una
donna, poichè non ne incontro alcuna che vi rassomigli. Ma io sarò
forse obbligato di rinunziare alla felicità che ha incantati tanti
giorni della mia vita.
--Voi mi renderete giustizia, almeno, sclamò Bambina, che io non ho
nulla fatto nè per darvi nè per togliervi codesta felicità.
--Io vi rendo questa giustizia. Voi non siete nè civetta nè ambiziosa.
La fantasia può esaltarvi; ma voi ignorate il calcolo. Voi non avete
dunque nulla a rimproverarvi, e voi non mi rimprovererete nulla,
voglio lusingarmi con questa speranza, quando saprete la situazione
precaria in cui vivo, in cui parecchi fra noi vivono. Io sono
impegnato in una mischia terribile, nella quale giuoco tutto, fortuna,
avvenire, vita e felicità. Io non mi appartengo più. Che io esiti
solamente e sono disonorato. Qualunque distrazione è un tradimento.
Posso io, di' Bambina, Bambina dei giorni raggianti della nostra
infanzia, posso io caricarmi dei destini di una donna, nel cratere di
questo vulcano? Io non aggiungo altro. Ho forse il torto di averne già
troppo detto. Ciò che succederà all'indomani del trionfo o
all'indomani della dirotta, Dio solo lo sa. Ma dirotta o trionfo che
la sorte ci appresti, un abisso ci separa. Tu non puoi essere nè la
moglie di un forzato, nè quella d'un ambasciatore.
--Perchè no, la moglie di un forzato? replicò Bambina.
--Perchè ti offrirebbero la vita, la libertà dì tuo marito in cambio
del tuo onore, e che tu l'ameresti troppo per non trovarne il cambio
esorbitante.
Seguì un momento di silenzio. Bambina intravide un altro aspetto della
vita. Ella non osò quindi domandare: Perchè no la moglie di un
ambasciadore, poichè ambasciadore vi è? Rispose invece in tuono umile:
--Io mi rassegno; e non è un merito, avendo mai sempre sperato sì
poco. Solamente, ve ne scongiuro, non mi lasciate nel vago. Voi avete
accusato mio fratello e l'uomo che domanda sposarmi. Formulate le
vostre accuse. Io debbo pigliare un partito.
--Ebbene, non precipitate nulla. Gli avvenimenti incalzano ed essi vi
rischiareranno. Quel Don Domenico Taffa è un miserabile senza dubbio.
Ma egli vi ha vista; perchè non si sarebbe egli violentemente acceso
di voi poichè altri lo furono?
--Infatti! sclamò Bambina sorridendo con amarezza.
--Se il suo amore è vero, egli persisterà, continuò Tiberio, deciso a
non comprendere le illusioni di Bambina. D'altronde io lo farò
sorvegliare.
--Che tristo mestiere! proruppe Bambina. I birri ci sorvegliano per
salvare la società; son dessi meno orridi per ciò?
--Allora, io mi asterrò. Quanto a vostro fratello....
--Ah! fate attenzione....
--Quanto a vostro fratello, si diffida di lui. Il suo pensiero è
malato: le sue tendenze non sono buone. Ma alcun atto, fin qui, non è
stato allegato contro di lui. Io lo difendo ancora. Il suo carattere
fosco, la sua aria incerta, il suo approccio poco simpatico, la sua
timidezza, giustificatissima del resto, possono occasionare qualche
equivoco. Ciò è di già troppo al suo posto. Tutto ciò, preso insieme,
gli nuoce, vi nuoce, m'impone una grande circospezione. Voi vedete
allora. Bambina, perchè....
--M'avendo detto l'anno scorso: io ti amo! interruppe Bambina, voi mi
dite quest'anno: tu non puoi essere la moglie nè di un forzato nè di
un ambasciatore! Il cuore non ha nulla a vedere lì dentro, non è vero?
Perchè codesto monello si mette desso ad amare senza consultare
l'almanacco di Gotha ed il termometro politico? Correre il rischio di
amare la sorella di una spia? orrore! Ebbene, signor barone, davvero,
quando voi sarete ministro, bisognerà stabilire un lazzaretto per i
cuori nella situazione... del mio. Vi si vedrà chiaro almeno, dopo
aver purgata la contumacia. Ma non parliamo più di ciò. La questione è
esaurita. Io sono libera.
--Della calma, Bambina, della calma, disse Tiberio alzandosi. Non si
gettano gli amici dalla finestra con tanta leggerezza, per un dispetto
inopportuno. Mia madre e mio padre vi amano; io vi ho sempre cara più
che sorella. Malgrado il vostro risentimento io m'interesserò dunque a
voi. In tutte le peripezie della vita, voi non avete che a dire una
parola per vedermi presso di voi. Non ci diciamo addio dunque.
D'altronde io ho il convincimento che i sospetti che sorgono contro
vostro fratello, si dissiperanno.
--Non una parola di più su mio fratello, ve ne supplico. Torturatemi
tanto che vi piace, ma non sporcate, neppure col pensiero, questo
sventurato che lotta in mezzo al naufragio. Voi non eravate crudele un
tempo. Parlategli, spiegatevi con lui, dimandategli ragione della sua
vita, della sua anima, scandagliate quel cuore che è un abisso di
dolore. Ei non vi nasconderà nulla.
--No, figliuola mia, ciò non si può. Io non sono il suo giudice
d'istruzione. Io vi ho riferite, come un fratello a sua sorella, le
terribili insinuazioni che corrono sul suo conto. L'avvenire lo
giudicherà, ne son certo. Ma io non posso dimandargli ch'ei si
difenda. Dovrei cominciare per significargli i suoi accusatori ed i
suoi giudici,--ciò che io non posso. Nel nostro partito, noi
giudichiamo gli atti. Ebbene, ch'egli cessi di frequentare Don
Domenico Taffa e di mandarvi a prostituire l'anima al confessionale di
un gesuita.
Quest'ultima parola cadde come il fulmine sul capo di Bambina. Ella
divenne cadavericamente pallida, ed articolò appena le parole:
--Addio, Tiberio.
--No, cara piccola sorella, a rivederci. Mia madre piangerebbe dei
vostri guai come dei miei.
--Oh! ditele, ditele pure, gridò Bambina piangendo, che io l'abbraccio
dal fondo del cuore.
--Io le manderò questo bacio, rispose Tiberio, baciandole castamente
la fronte.
Ed uscì. Bambina sentì come qualche cosa che si spezzava in lei. Il
cielo radioso della sua infanzia e della sua adolescenza si tinse di
nero. Più nulla indietro di lei; innanzi a lei, il fantasma mostruoso
dell'infinito. Ella restò parecchie ore in quello stato di
ammutolimento, senza pensare, ma provando mille dolori invisibili ed
incogniti, come se avesse galleggiato in un'atmosfera in cui ogni
molecola è una punta d'ago. Il grido disperato del gesuita e l'addio
di Tiberio si precipitarono sopra di lei come due flutti spaventevoli
che la faceano roteare a guisa di un granello di sabbia preso in una
tromba nel deserto. Ella avrebbe pregato, se glielo avessero
insegnato.
Povera fanciulla, il turbine scherza con un bricciolo di lolla!
Don Diego entrò.