VII.

Come il P. Piombini confessava le giovinette.

Il Padre Piombini era stato nel mondo il conte Alberico Bonvisi.

La sua famiglia era di una buona nobiltà: aveva avuto dei cardinali,

dei grandi uffiziali al servizio della Spagna, parecchi vescovi. Suo

padre aveva servito nell'esercito del principe Eugenio, vicerè

d'Italia, e lui, Alberico, aveva rappresentato il duca di Modena

presso la Corte di Vienna. Una catastrofe aveva provocato la sua

ritirata forzata dal mondo e la sua vocazione obbligata di entrare

nella Compagnia di Gesù.

Giovanissimo, aveva sposato una damigella più attempata di lui, ma di

una bellezza meravigliosa. La madre della giovinetta era una camerista

tedesca della duchessa di Modena, ed il padre era, susurravasi, una

società anonima di cui Francesco IV passava per gerente responsabile.

La fidanzata portò in dote il brevetto che nominava il conte Bonvisi

ministro del duca a Vienna.

La civetteria è la compagna indivisibile della bellezza. L'onestà si

guizza talvolta nel corteggio di questa regina per diritto divino, ma

vi occupa di rado il primo posto. La contessa Bonvisi, partendo per

l'Austria, obbliò di farla imbaulare, codesta onestà, nei suoi

bagagli. Ond'è che ella ebbe alla Corte e nella città buon numero di

avventure, e fece scandalo, anche accosto dell'arciduchessa Sofia.

Per isventura, il conte Alberico amava sua moglie, ed era geloso.

Provò di correggerla e di non più amarla. Non riescì.

I successi inebriarono la contessa e la resero audace. Ella disputò

all'arciduchessa il duca di Reichstadt ed il barone Jellachich.

L'arciduchessa s'irritò e ottenne di non più fare invitare il ministro

del duca di Modena al _burg_. Il cordoglio del Conte Alberico non ebbe

più limiti. Cadde ammalato.

Il suo medico era un amico, un olandese, a cui il conte Alberico non

celava le sue miserie. Ebbero anzi parecchi colloqui su questo

soggetto, non senza profitto. Il conte raddoppiò di poi il suo affetto

per la moglie. Egli fu indulgente; ella cessò di cacciare nelle

riserve arciducali. L'accordo si stabilì sur un equilibrio di

gherminelle permesse al marito e di gherminelle tollerate nella

moglie, come una necessità di posizione. E tutto andava pel meglio,

quando il rumore si sparse che la contessa Bonvisi era tocca da una

malattia di petto complicata da una bronchite. L'amore del conte

sembrava più violento che mai. Egli vegliava tutte le notti sulla sua

donna, respingendo qualunque aiuto straniero per un così sacro

ufficio. L'era commoventissimo. Tutta Vienna ne parlava. La contessa

prometteva a suo marito una riforma sincera e riconoscente, se

guariva. Ma, una notte, una circostanza la colpì.

Era assopita. Il conte la credette addormentata. Il piccolo rumore di

una carticina gualcita le fece aprire gli occhi. La contessa vide suo

marito disuggellare una cartellina, versare sulla pezzuola di batista

una polvere di cui ella non distinse il colore, avvicinarsi al letto e

presentare la pezzuola alla bocca di lei. Respirando ella doveva

aspirar naturalmente la polvere stessa sul mocicchino. Era la prima

volta che suo marito si addiceva a quella manovra medica? La contessa

nol sapeva. Per questa volta, la si contentò di fingere di dormire e

di voltarsi dall'altra banda. Ma l'indomani ella scriveva a sua madre:

«Vieni, ho paura di essere stata avvelenata.» L'ex-camerista mostrò la

lettera di sua figlia al duca. Il duca consultò in termini vaghi il

suo medico, il quale, dopo aver preso contezza dei sintomi della

malattia, rispose:

--Altezza serenissima, la malattia sulla quale mi fate l'onore di

consultarmi può essere naturale e può essere inoculata. Nei due casi,

essa è mortale. Le cause della malattia naturale sono numerose; ma

Vostra Altezza non mi sembra disposta a subire una lezione di

nosologia, e per conseguenza mi astengo dal noverarle. Le cause

extranaturali sono dovute tutte all'avvelenamento. Parecchi tossici

possono dare la bronchite e la tisi: sostanze gassose, minerali,

vegetali. I Malesi ne hanno una terribile, comune, difficile a

constatare, di un effetto sicuro. Il pelo corto e nero che avviluppa

il nodo del bambù verde produce la corizza cronica, la bronchite o la

tisi, secondo che lo si alloga nelle fosse naturali, nei bronchi nei

polmoni.

--Sta bene, disse il duca. Silenzio su questo consulto.

Il dì seguente la madre della contessa Bonvisi partì per Vienna.

Quindici giorni dopo il suo arrivo, sua figlia era morta.

Il conte Alberico fu richiamato.

Francesco IV era quel famoso duca di Modena che non volle giammai

riconoscere Luigi Filippo, col quale aveva cospirato contro l'Austria

per essere re costituzionale d'Italia. Egli aveva per consigliere

intimo il famoso ministro di polizia napolitano il principe di Canosa,

cui la Santa Alleanza e lo stesso re Francesco I di Napoli trovavano

troppo energumeno. Francesco IV cospirò per impedire che Carlo Alberto

arrivasse al trono di Piemonte. Era una mischianza burlesca di

Falstaff, di Shylock, di Don Chisciotte: un bey di Tunisi clericale

innestato sur un arciduca austriaco corsaro. Egli ricevè il conte

Bonvisi nel suo gabinetto e lo fulminò con queste parole:

--Assassino, perchè hai tu uccisa tua moglie?

Il conte, esterrefatto, restò silenzioso un momento, poi gridò:

--Perchè io l'amava, ero geloso, ed ella mi aveva disonorato.

Il duca riflettè lungamente, poi si levò e disse:

--Dovrei farti impiccare: ma non voglio che quegl'infami carbonari

abbiano a dire che il nostro partito formicola di miserabili e di

briganti. Scegli dunque: o una galera a perpetuità, o il ritiro in una

casa di gesuiti, portando loro in dote tutta la tua fortuna. Ti lascio

ventiquattr'ore per riflettere: otto giorni per entrare al bagno o in

religione.

Gli occhi di Francesco IV dardeggiavano lampi omicidi. Di un cenno

della mano e' scacciò il conte Bonvisi, che si guardò bene rispondere.

Si rinchiuse in casa, accorgendosi d'altronde ch'era sorvegliato da

presso. Riflettè lungo tempo sulla scelta che il duca gli aveva

lasciato, e si decise. Non avrebbe avuto che un varco a fare per uscir

dagli Stati del duca di Modena e penetrare in Lombardia, in Toscana,

in Piemonte, negli Stati del Papa o nel Parmigiano. Egli poteva

facilmente deludere o comperare la sorveglianza della polizia e

fuggire. Anzi gli fu proposto; la cecità della polizia era stata

perfin mercanteggiata. Il conte Bonvisi rigettò codesto salvamento.

Otto giorni dopo, l'alta e bassa società di Modena ripeteva «che la

grazia avendo toccato il cuore del conte Alberico Bonvisi, a causa

della morte prematura di sua moglie,» egli andava a farsi gesuita e

portava alla società un patrimonio di un milione e trecento mila

franchi.

Si può immaginare se i RR. PP. furono contenti di questo acquisto. La

fortuna entrava per qualche cosa nella loro gioia. Però il rumore

della conversione, la posizione sociale, le funzioni riempite, il

carattere dell'uomo, li incantavano anzitutto. Essi non ignoravano i

rumori che correvano sull'assassinio della contessa, gli ordini di

Francesco IV sì terribilmente motivati. Ma ciò aumentava al contrario

l'importanza della presa, «ed il trionfo della religione sull'autore

del male.»

Il diavolo, «l'autore del male», era desso veramente vinto? Ahimè! no.

Quando la madre del conte Alberico impegnava suo figlio, con le

lagrime agli occhi, a fuggire ed andare ad attendere in uno Stato

vicino la revoca del decreto ducale.

--No, rispondeva egli. Io non ho ricevuto dagli uomini che del male.

Voglio vendicarmi di loro. M'ingaggio fra i gesuiti e vado a lavorare

all'opera loro!

Egli non conosceva ancora i RR. PP. e li giudicava come la gente

volgare, che se ne fa stolidamente una befana.

Non già ch'ei non avesse qualche pentimento, qualche cordoglio,

qualche rimpianto, durante i tre anni che mise a girare intorno al

Capo a Tempeste del noviziato, esatto della regola di Sant'Ignazio. La

navigazione fu difficile. Ma ciò fu tutto. Una volta trasformato nel

P. Piombini, un mondo nuovo si aperse innanzi ai suoi occhi: quel

mondo della notte, popolato di fantasmi e di stelle, che addimandasi

il dominio delle coscienze, l'ultramontanismo, il partito cattolico,

il clericalismo, il gesuitismo, di cui i profani esagerano tutto,--la

profondità, l'estensione, la potenza, le tristizie, l'influenza, la

capacità, l'azione, la presa sulle anime.

Il segreto della forza e della persistenza maravigliosa del

gesuitismo, è semplicissimo: la Società, lungi dal soffocare, lascia

lo slancio libero all'esercizio delle capacità. Segue ciascuno la sua

vocazione. La Società non dimanda che ciò che ciascuno può dare col

minore sforzo e con la maggiore precisione ed efficacia possibile.

Ora, d'ordinario, si fa sempre bene ciò che si ama fare, e non se n'è

mai stanco. I gesuiti che han tradito la Società sono rari, per la

ragione che la Società diede soddisfacimento alle loro inclinazioni.

Il P. Piombini era bel parlatore, conosceva il mondo, aveva bazzicato

nelle corti, era nobile, era abile nel maneggio degli uomini e degli

affari. La sua parte era dunque bella e tracciata; ei se la tracciava

da sè stesso: la predica e la confessione sur un gran teatro. Napoli

essendo la città più considerevole d'Italia, il P. Piombini fu

installato nella casa di Napoli. La Società non si mostra severa ed

esigente che con i mediocri: gli uomini fuori linea vi sono padroni e

la loro potenza si puntella e soffulce di tutta la forza passiva dei

loro confratelli.

Il P. Piombini non avrebbe violato in nulla l'armonia generale

dell'ordine, se non avesse avuto la passione fatale delle femmine. Si

limitarono a raccomandargli la prudenza e lo si lasciò libero. Ora, la

prudenza era facile in uno stabilimento che occupa un paio d'ettari di

suolo nel cuore della città, forato di una dozzina o due di uscite

secrete, un quadrato in un'isola fitta di case, in una città di un

mezzo milione di abitanti, mal rischiarata la notte, con una polizia

compiacente per tutto, tranne pel liberalismo, dai costumi facili e

liberi, dallo spirito timorato, senza alcun organo di pubblicità,

sottomessa come schiava all'autorità clericale, complice e sostegno

dell'autorità reale.

Forse taluno credè riconoscere, sotto un travestimento laico, per una

notte silenziosa alle ore avanzate, il padre Piombini, uscendo o

entrando nei dintorni del Gesù Nuovo. Ma come assicurarlo? Ond'è che

ognun si taceva o si comunicavano il sospetto dall'orecchio

all'orecchio.

Quanto il resto, il reverendo padre era irriprovevole. Egli accettava

la Società tale quale era. E' non trovava nulla a ringiovanire, a

riformare, a rischiarare, a rilevare, a democratizzare, come il suo

intimo amico, il padre Buzelin, che rappresentava la Società a Parigi.

Egli era conservatore per indifferenza. Lavorava per spandere

l'influenza morale della Compagnia, aumentarne la ricchezza,

moltiplicarne i membri, soggiogarle la potenza laica. In parecchi

negoziati, sopra tutto in occasione della famosa captazione

dell'eredità del marchese Mascara e della morte dei tre ultimi eredi

di costui in due mesi, il padre Piombini aveva spiegato una capacità

meravigliosa. In parecchie contestazioni con la polizia e con la

corte, il padre Piombini aveva ridotte le querele al silenzio,

sopratutto quando si trattò di togliere ai reverendi padri la censura

dei libri, perchè.... troppo liberali!

Quando il padre Piombini predicava, l'immensa chiesa del Gesù Nuovo

rigurgitava di tutto ciò che la città contava di più eminente per

nascita, ingegno, posizione sociale, ed egli incantava gli

_spettatori_ a causa dell'assenza completa di teologia dai suoi

sermoni e dell'audacia delle sue vedute sociali. La Società brillava e

dominava, mediante lo splendore di quest'uomo. Tutte le forze vive del

paese si aggruppavano intorno a lei o mettevan capo in lei, non fosse

che per odiarla. I gesuiti che sono i meno gelosi di tutti i monaci,

s'inorgoglivano del padre Piombini, il quale, dal canto suo,

riconoscente della libertà che gli si accordava, lavorava con amore

per la Società, era modesto e famigliare con tutti, misuratissimo

verso i capi, non brigava alcuna autorità nell'ordine, non danneggiava

alcuno con lo spionaggio mutuo stabilito dalla regola di S. Ignazio,

dava il suo consiglio con riserbo, non dimandava giammai spiegazioni,

si mostrava pronto a tutto,--anche a credere! e si conformava anche a

ciò che la sua educazione laica e filosofica gli presentava come

assurdo. Il padre Piombini era hegeliano!

Ecco l'uomo a cui Bambina andava ad aprire le porte della sua

coscienza.

Don Diego dissimulò a sua sorella il resultato del suo abboccamento

con Don Lelio Franco, poi disse:

--Ebbene, e tu?

Bambina, tristissima, meditava non so che; era distratta e come

abbattuta di fatica.

--Per me gli è un altro paio di maniche, sclamò dessa. Io ho

confessato il mio confessore.

--Diavolo! leggere nell'anima di un gesuita del calibro del padre

Piombini l'è famosa. Raccontami ciò.

--Sarà difficile. Come richiamarmi a memoria le gradazioni infinite di

un linguaggio, le cui bianche trasparenze avevano dei baleni sì

foschi.

--Di' ad ogni modo, e lascia lì le antitesi.

--Infine, tu comprenderai forse meglio di me: io ho creduto

intravvedere un mondo spaventevole.

--Insomma?

--Quando io giunsi, di già, a partir dai due abbaini graticolati, i

penitenti si erano schierati intorno al confessionale in due emicicli.

Io ho quasi chiuso le due branche e compiuto il mezzo cerchio, che

guarniva di un doppio ordine di palafitte il casotto del confessore.

Gli uni erano assisi, gli altri a ginocchio o piuttosto accoccolati.

Tutti sbadigliavano più o meno, con decenza e contrizione. Vi erano

parecchie femmine in toilette splendide, degli abiti neri tempestati

di decorazioni, degli uniformi militari, i di cui portatori mi

sembravano diabolicamente vogliosi di trovarsi altrove, giovani e

vecchi, poche donne vecchie, ed io la più plebea. Gli era un salone di

ministri nei giorni di ricevimento, stando a ciò che ricordo aver

letto nei romanzi. Io occupava il centro di questa udienza e per

conseguenza di prospetto alla porta del confessionale, in faccia al

confessore. Ero quindi altresì l'ultima ad essere ricevuta, poichè il

confessore alternava le sue udienze da destra a sinistra per ordine di

posto. Ognuno chiaccherava più o meno al vicino, e le dame avevan

molto da fare onde tener discosti i cani, i quali andavano a fiutare

le loro belle vesti con delle intenzioni indiscrete.

--Perchè non avevan messo un cartello con il motto: qui non si fa

lordure! sclamò Don Diego.

--Non vi sarebbero dunque che i cani che sappian leggere in questo

paese? disse Bambina. Infine, il P. Piombini comparve. Tutti gittarono

un sospiro di sollievo. Io spalancai gli occhi quanto largo potei per

contemplarlo. Bisogna convenirne: mi attendevo altra cosa. Un gesuita?

poh! Ebbene, no. Egli porta la sua grande statura molto dritta, la

testa alta e lo sguardo in avanti, quantunque gesuita. Cammina con

grazia, malgrado la sua laida sottana. È calvo sulla fronte e rigetta

indietro il resto di una capigliatura bionda e soffice. Ha l'occhio

grigio vivissimo, alterissimo, arrogantissimo; è pallido, il che

rileva la bianchezza dei suoi denti e le rose ardenti delle sue labbra

grosse ed umide. Il suo naso dritto s'insorge un cotal po'

all'estremità. La sua bella mano carezza perpetuamente un mento un po'

puntuto e sostiene la fronte, che s'inchina sotto il peso del

pensiero. Breve, egli ha una fisonomia seria, ove il sorriso

sembrerebbe straniero, se il fremito delle labbra non lo lasciasse

spuntare; dei lineamenti, di cui la gravità non altera la bellezza.

--Ciò spiega una parte del suo prestigio. Tu ne sei rapita.... direbbe

_taluno_.

--Messer _taluno_ s'ingannerebbe. E non pertanto questa è la minore

delle sue seduzioni. La sua voce gitta un turbamento indefinibile

nell'anima: essa ha la dolcezza insinuante di un timballetto d'oro e

l'armonia _oleosa_, se posso esprimermi così, delle corde del

violoncello. Egli fila la sua voce come la seta e ne fa ciò che

vuole...

--Siamo intesi! la calugine del velluto, e la corda tessuta di seta e

di oro, con cui la regina Giovanna impiccava suo marito, interruppe

Don Diego.

--Tu sei più nel vero che non pensi. Io era dunque inginocchiata,

affatto rimpetto a lui. Ho potuto esaminarlo a mio agio; perocchè io

non pretendo, malgrado la beghina di monaca che trascino, di

trascinare altresì il mio sguardo nel fango. Io guardo in faccia

uomini e Dio. Che ti direi? noi ci siamo studiati così per tre ore.

Imperciocchè, tenendo sempre il suo orecchio incollato al graticcio,

di destra o di sinistra, il reverendo Padre non ha cessato un solo

istante di squadrarmi. Si sarebbe detta una sfida di fascinazione

reciproca! Io sono stata vinta. Ho abbassato gli occhi. Infine, la mia

volta è giunta.

--Ah! la comincia bene, sclamò Don Diego. Vediamo.

--Io mi sono avvicinata alla lamina di ottone forata a grattugia. Io

mi aspettava che il reverendo padre usasse meco come con gli altri,

vale a dire non accostasse al graticcio che l'orecchio; tutto al più,

io temeva di sentire il mio viso appestato dall'alito di un frate che

digerisce male. Il mio sembiante era inondato di un soffio caldo,

sano, giovane, profumato. Le mie idee cominciavano a turbarsi. Io non

trovava più nè il teatro nè l'attore sui quali io aveva concepito il

mio sistema di attacco e di difesa. L'incognito mi imponeva una nuova

strategia. La quale...?

--Sì, la quale?

--Io era venuta decisa a parlare; presi immediatamente la risoluzione

di ascoltare. Ciò mi dava il tempo di riflettere. Bisognava però che

io aprissi il fuoco. Dopo aver biascicato un non so che, che aveva

l'aria di un _confiteor_, gli dissi:

«Padre reverendo, io vengo qui per obbedire agli ordini di colui che

mi vi manda, ma io non so proprio che dirvi.

«Chi è che vi ha ordinato di venire, figliuola mia? domandò il P.

Piombini.

«Mio fratello, un prete come voi, che non transige sul compimento dei

doveri religiosi.

«Egli ha ben ragione, figliuola. Ma non desolatevi se non siete

preparata. Vi confesserò senza ciò. Ed anzi tutto, perchè indossate

voi codesta tunica religiosa?

«Perchè la è la livrea meno costosa per le donne povere.

«Non avete dunque alcune vocazione per lo stato claustrale?

«Assolutamente alcuna.

«Non vi fate in questo caso alcuna violenza. Dio non ha creato la

donna per la preghiera sterile e per la solitudine disperata. Egli

l'ha creata per concorrere con l'uomo alla festa della vita.

--Ah sì! sclamò Don Diego, la bella festa che è la vita! Ma continua.

--Dopo essersi informato del mio nome, e della mia età, del mio paese,

della nostra condizione, del nostro stato di fortuna, delle nostre

risorse e di altri dettagli, sui quali ho risposto con prudenza, il

padre Piombini mi ha domandato:

«Hai tu un amoroso, figlia mia?

«Oh no, per fermo, ho sclamato io vivamente, sentendomi oltraggiata.

«Non vi offendete, figlia mia, ha ripreso il gesuita. L'amante è il

principio del marito. E se talvolta egli non può essere il marito, gli

è sempre il profumo che Dio dà a quei fiori divini che si chiamano

giovinezza e beltà. Ora, figlia mia, negligere o disprezzare i doni di

Dio, l'è un peccato. Non avete voi dunque di quegli avvertimenti

misteriosi che si addimandano i sogni?

«Sì, ho dei sogni.

«Quali specie di sogni allora?

«Ma veramente non saprei troppo. I sogni? sono così fantastici.

«Qualche volta. Ma il più sovente essi sono lo specchio dell'anima e

di Dio: Dio ci avverte; l'anima si rivela. Non bisogna dunque

trascurarli. Vediamo. All'età vostra, non si hanno che due

aspirazioni: l'amore ed il piacere. Nel sonno, l'immagine carezzata di

un giovinetto che le disse una parola soave, che l'ammaliò di un

languido sguardo, riviene alla fanciulla e l'agita. Ella prova allora

delle sensazioni vaghe, dei desideri misteriosi, se ella è ancora

innocente, se ha l'anima così vergine come il corpo. Ella subisce

un'attrazione irresistibile, il suo cuore batte, il suo sangue bolle o

si agghiaccia, degli spettri luminosi traversano innanzi ai suoi occhi

e le danno dei brividi. La _donna_ si risveglia, o nasce in lei, la

fanciulla cessa: il bacio invisibile della fecondazione morde le sue

labbra. Ella ama di già. Ebbene, figliuola, avete avuto voi di codesti

sogni che non sono un peccato, ma una rivelazione?

«Giammai, risposi io arrossendo.

--Tu menti adunque! obiettò Don Diego.

Bambina non rispose all'osservazione insensata di suo fratello e

continuò:

«Avete voi amato? amate voi qualcuno, figlia mia? soggiunse il padre

Piombini.

«Non ancora, ho io risposto con voce molto commossa.

--Perchè commossa? domandò Don Diego.

--Ma, rispose Bambina esitando, perchè la domanda.... mi sembrò

strana. D'altronde non mi era io proposto d'andare a burlarmi di quel

frate e di andare a rappresentare la parte di ingenua? Egli insistè:

«All'età vostra, le giovanette han d'ordinario cessato di esser

fanciulle. Un cugino, un vicino, un tale che passa, un ballerino, un

libro, che so ancora? han loro appreso i misteri della vita e l'uso

dei tesori della bellezza di cui Dio le ha dotate. Alcuno dunque,

figlia mia, non vi ha detto all'orecchio: Voi siete bella, io vi amo?

Alcuna lettura non vi ha rivelato il cómpito della donna nel mondo?

«Sì bene, ho detto io. Ma non vi ho messo più attenzione che alle

brezze delle mie montagne che folleggiavano la sera con le anella

delle mie trecce. Io sono povera.

«Le donne povere amano pure e si maritano anch'esse, ha osservato il

Padre Piombini.

«Gli è possibile, ho osservato io, ma l'amore che batte i denti non

vive guari.

«Come, figliuola mia, nella notti d'insonnia voi non avete giammai

pensato ad un marito? Sola, nella vostra alcova verginale, non avete

voi giammai considerato che, un giorno, un uomo sarà colà, a fianco di

voi, amato forse, forse subìto, per.....

--Per! domandò Don Diego a Bambina che si era interrotta.

--Io non ho compreso, diss'ella, diventando purpurea. Egli ha detto

tante cose, con una voce sì dolce, sì commossa, sì tenera, che io mi

sentiva svenire sotto il soffio di quell'alito che mi bruciava il

sembiante a traverso il graticcio.

«Non vi capisco, ho detto io. Io non ho insonnie nè idee di marito.

«Ecco il pericolo, figlia mia, ha ripreso il gesuita. Le giovanette si

perdono per l'ignoranza. Ora, il nostro dovere, di noi ministri della

Chiesa, egli è di istruirle. È mestieri che veniate a vedermi, a

vedermi sovente, figlia mia; è mestieri che io vada a vedervi. Un

confessore è un padre, meglio ancora, egli è una madre che può con

mano sicura alzare i veli dell'innocenza senza squarciarli. Quando

avrete conosciuto il pericolo, voi sarete forte nel combattimento del

mondo. Eh, mio Dio, un prete, un gesuita, un santo è un uomo appo

tutto, egli conosce la vita e ne prova le pene ed i desiderii. Non vi

spaventate della mia severità.

--E che hai tu risposto? chiese Don Diego inquieto.

--Nulla. Egli mi ha interrogato in seguito su altre corbellerie, se io

mentiva, se aveva mangiato carne di venerdì, se aveva dell'orgoglio,

se.... io teneva le braccia in croce sul petto la notte, se diceva

male del prossimo, quali cure igieniche io prendeva della.... mia

persona, se io avea... che so infine? poi ha soggiunto:

«Io non vi do l'assoluzione oggi; ritornate fra due giorni. Io mi

interesso, non solamente all'anima vostra, ma alla vostra sorte. Se

vostro fratello avesse dell'abilità letteraria, io lo raccomanderei ad

un canonico che ha una voce magnifica, una memoria stupenda, il gusto

del predicare e punto d'ingegno per comporre i suoi sermoni. Egli è

ricco altrettanto che vano. Se il vostro fratello potesse scrivere

prediche, dei piccoli trattati pii per il canonico, costui sarebbe una

miniera per lui. Ed arrogi che il canonico sarà vescovo.... quando

sarà un po' più attempato ed avrà sbarbato dal suo cuore un amore

sciagurato. Perocchè, figlia mia, noi pure sappiamo amare, al pari dei

laici, e di che amore, Dio mio! A dopo domani dunque.

--E tu hai promesso di ritornare?

--Ho promesso. Fratello, gridò poi Bambina con voce disperata, ta

avevi ragione. Io non sono più la Bambina di stamane, innanzi la

confessione. Dalle letture, io aveva intravisto un mondo d'ombre laide

o raggianti che s'incrociavano nel mio cervello come le rondini nel

cielo del nostro giardino di Lauria. La parola di questo gesuita ha

messo il fuoco ai miei fantasimi e ne ha fatto un rogo. Io ho la

febbre. È il paradiso o l'inferno che costui ha aperto innanzi ai miei

occhi? Codesto frate mi ha dato venti anni di vita in un'ora. Sono

invecchiata.

Don Diego si alzò di soprassalto dalla sedia, e senza baciare sua

sorella sulla fronte come di uso, senza dire una parola, andò a

coricarsi. Bambina restò a vaneggiare.

Il diman l'altro, ella tornò al Gesù Nuovo!

Il Re prega: Romanzo · 第 14 / 39 题