Ove si vede le anime del Purgatorio divenir spie.
Seguiamo dapprima Don Diego.
Verso il principio della strada dei Tribunali si trova una chiesa
dedicata alle anime del Purgatorio. La chiesa è bruttissima, piccola,
imbianchita alle calce. Degli orridi sgorbi tengon luogo di quadri;
uno strato di fango tien luogo di solaio. Nondimeno questa chiesa è la
più frequentata dalla plebe napolitana.
Dalle sei del mattino all'una del pomeriggio, i suoi numerosi altari
sono occupati, senza un minuto d'intervallo, da preti che dicono
messe. Avete fretta? volete udire una messa corta, lesta, vispa, alla
buon diavolo? Entrate e troverete il vostro affare bello e pronto.
Avete udito o visto altrove una metà, un quarto, un quinto di messa?
salite le sporche gradinate di questa chiesa, penetratevi, guardate in
faccia, a destra, a sinistra, di dietro, e troverete ad un altare od
all'altro il complemento della vostra bisogna. Nulla non langue
nell'operazione. Il collega attende sotto i guarnimenti per andare a
prendere il posto: non bisogna farlo aspettare. Il pubblico è
impaziente di far le sue divozioni; non bisogna rattenerlo: le sue
occupazioni lo chiamano altrove.
La chiesa del Purgatorio è la provvidenza del prete ridotto
all'estremità. Chiunque voi vi siate, indossate un arnese scuro,
tendete un po' i vostri capelli alla sommità del cranio, siate sporco
a dovere, radete i vostri baffi ed andate. La prima volta vi occorrerà
forse un _pastor bonus_, di cui non si riguarda sì d'appresso la marca
di fabbrica, ovvero qualcuno che garentisca, per dieci soldi, che voi
siete prete; poi, non più formalità. Entrate. Nella sacrestia si tien
pronto un luccaccio nero, che passa di spalla a spalla, e che nasconde
i vostri cenci, i vostri abiti un po' laici, i vostri stivali alla
scudiera,--per dir la messa bisogna essere in sottana,--vi tuffate
dentro, covrite la saiaccia con altri paramenti sacerdotali, prendete
il vostro turno, e via! Appena la messa terminata, vi danno due
carlini,--18 soldi,--e che Dio vi accompagni. Se ciò non basta al
vostro sostentamento, andate in un altro rione lontano della città e
ricominciate la rappresentazione.
--Ma gli è un sacrilegio! dissi io un giorno ad un prete.
--Niente affatto, e' mi rispose. Io non consacro che una volta sola;
ed il buon Dio non me ne vorrà se mi aiuto in questa guisa. Posso
vivere con 18 soldi al giorno?
Ora, qual'è la sorgente di questi numerosi diciotto soldi? Perocchè si
spippolano in questa chiesa qualche cosa come duegento messe al dì.
Eccola.
Il Purgatorio è la più felice invenzione finanziaria della chiesa
cattolica. Questa specie di dock delle anime, sospeso tra l'Inferno ed
il Paradiso, occupa l'_entre-sol_ incomodissimo della salvazione, un
lazzaretto malsano, molto angusto, avente nel medesimo tempo le
angoscie dell'inferno e l'ansietà del Paradiso cui s'intravede come
Tantalo vedeva l'acqua. Per uscirne bisogna pagare i diritti di
magazzinaggio, farsi lindo, soffocare ogni minimo germe di contagio:
l'anima s'imbucata essa stessa nel fuoco cortese del luogo.
I sopravviventi nel mondo possono pagare il dritto di passaggio nelle
mani di un prete che ne trasmette la ricevuta nel cielo. Questa
ricevuta sono la messa o le indulgenze.
Le anime liberate così rendono poi ogni specie di piccolo servigio nel
cielo a coloro che hanno cooperato al loro affrancamento, e la partita
si salda onestamente. Ora qual'è il figlio così crudele che
rifiuterebbe a suo padre, a sua madre un aiuto sì utile per cavarle di
smania? Qual'è la madre senza cuore, la sposa senza viscere che
vorrebbe lasciare il figlio amato, il marito affettuoso cui potrebbe
riconfortare? Da tutto ciò, quelle cotali elemosine per le anime del
Purgatorio, inventate nel VI secolo, cui i protestanti attaccano così
vivamente.
La plebe e la borghesia napoletana, che non sono eretiche, se ne vanno
in solluchero per le anime del purgatorio. Si scrocca, si ruba,
prostituisce ognuno ciò che può, si fa tutto il male possibile, tutte
le ribalderie.... peccato veniale! Si dà il suo piccolo quattrino alle
anime del purgatorio; egli è l'affare di codeste anime di dissozzare
questi atti e presentarli al buon Dio come delle azioni meritorie. Ed
il buon Dio crede ed assolve, sulla parola di quelle animucce. Nè
abbiate a temere negligenza ed oblio. Vi pare e' possibile! quelle
care anime non si discreditano per così poco, a rischio di restare più
milioni di anni nei tini del raffinamento.
Si tratta adesso di rendere il pagamento di questo tributo facile ai
fedeli che amano i loro comodi che non hanno il tempo di andare a
gittare il loro obolo anonimo nel cassetto delle limosine delle
chiese. Il rimedio è bello e pronto. Il parroco della chiesa delle
anime del purgatorio mette l'elemosina in regìa, ed uno speculatore ne
prende l'impresa a cottimo, per aggiudicazione.
Il concessionario, questa volta, si chiamava Don Lelio Franco, a cui
Don Diego andava ad essere presentato.
Don Lelio aveva divisa la sua commissione fra ventiquattro
commissionari, due per ogni quartiere di Napoli, e costoro venivano
ogni giorno, tra le tre e le cinque pomeridiane, a pagare la quota
quotidiana del loro debito al cassiere dell'intraprenditore generale.
Il cassiere in esercizio era morto. Don Lelio aveva accettato Don
Diego Spani per surrogarlo.
--Le vostre funzioni sono semplicissime, disse Don Lelio al suo nuovo
impiegato. Non avrete che a riempire il bianco, alla data del giorno,
nel libretto del collettore, e riportare sui nostri registri le
partite pagate. Ma ciò non è tutto.
--Debbo tenere inoltre un registro di cassa? interruppe Don Diego.
--Sarebbe un lavoro inutile, rispose Don Lelio. Io piglio la consegna
della cassa ogni sera, prima che voi partiate, e voi la trovate vuota
l'indomani. Il vostro impiego è soppannato di una funzione morale
delicatissima e difficilissima. Voi siete un portavoce maggiore, che
avete sotto i vostri ordini altri ventiquattro portavoce.
Don Diego spalancò gli occhi ed ascoltò attentamente. Don Lelio
continuò:
--Non è collettore delle anime del purgatorio chi vuole. Codest'uomo,
dall'aspetto bonario o sorridente, pulitamente vestito ma senza
affettazione, una scodellina gialla alla mano a guisa di coppa,
dondolandosi gravemente, parlando a voce dolce, è un compare pieno di
astuzie, di unzione, di elasticità, eloquente come dieci avvocati,
dicendo mille cose con una parola, indovinando il pensiero del
pensiero, sceneggiando l'indifferenza, e spandendo nelle città il
soffio che fa battere i cuori, i cervelli, le lingue per
ventiquattr'ore. Egli sa a chi deve dare a baciare le anime del
purgatorio dipinte sul suo scodellino, a chi bisogna dare una presa di
tabacco o un numero alla lotteria, a chi conviene raccontare una
storia, a chi bisogna soffiare un consiglio. Egli sa come fare
espettorare due soldi a chi non ne dà che uno con stento, chi bisogna
far ridere di un motto arguto, chi incoraggiare con un _sursum corda_
divoto, come far sorridere una bella figliuola, come piaggiare una
buona madre, come celare una gherminella ora della moglie ora del
marito che si lamenta, e come si scongiura un sospetto con una piccola
menzogna.
--Infatti! osservò Don Diego, gli è molto più facile fare il ministro.
--Aggiungete, disse Don Lelio, il lato politico del personaggio.
--Il lato politico?
--Sissignore! Noi siamo come la linea di congiunzione tra il popolo e
la polizia,--la polizia che ci sorveglia e ci fa sorvegliare, il
popolo che abborre la polizia, e che talvolta si lascia scappare una
parola, talvolta rivela un mondo di dolori e di speranze con un
sospiro o con uno sguardo. Leggere il silenzio, gli è forse il lato
meno difficile del mestiere. Ebbene, bisogna che quest'uomo gioviale,
buono, tutto occupato di Dio comprenda, indovini, formuli tutto ciò
scherzando, motteggiando parlando della vita eterna, e che ve ne renda
conto di una parola, mentre voi segnate sul suo taccuino, senza far
sembianze di nulla udire e di nulla dire, tirando giù un'addizione di
_grani_ e di _carlini_, in presenza dei suoi colleghi che non debbono
comprendere nulla. Voi dovete ascoltare ciò, ritenere il motto,
spiegarne il senso e farmi ogni sera, prima che ve ne andiate,
contando il danaro incassato, il rapporto dello stato delle anime
della città. Voi toccate ogni giorno quei ventiquattro polsi di Napoli
e ne tirate la diagnosi di cui mi presentate il bullettino.
--Lo farò, disse Don Diego.
--Questo è il lato direi quasi passivo del vostro impiego. Sappiate
ora quale è il lato attivo. Voi dovete trasmettere la parola d'ordine
dell'indomani a quella gente, nella medesima maniera, col medesimo
accorgimento, facendo mostra della stessa indifferenza.
--E chi mi darà codesta parola d'ordine? domandò Don Diego.
--Io, disse Don Lelio.
--E voi, signore, da chi la tenete, voi?
Questa dimanda, forse inattesa perchè audace nella bocca di un
subalterno che parla al suo superiore, turbò Don Lelio.
Don Lelio era _paglietta_. Egli aveva avuto non so che baruffa con la
polizia, a causa di un processo di ladri, nel quale egli era risultato
un po' manutengolo.
Dopo di allora aveva giurato, diceva egli, un odio a morte al governo
dei Borboni, al dispotismo, alla polizia, alla chiesa che aiuta la
polizia, alla magistratura che è instrumento docile dell'una e
dell'altra. Si era intromesso tra i liberali ed era divenuto una
specie di gallo dell'alba, cui alcuno non avrebbe osato sospettare.
Bell'uomo del resto, faceto, generoso, gran mangiatore, gran
libertino, forte al bigliardo, ripetitore di bei motti, conoscendo
tutti, conosciuto da tutti, non avendo nemici, troppo famigliare,
gradasso a parole, paterno all'occorrenza, senza rancore verso i
giudici di cui si faceva volentieri l'agente o il depositario delle
mance a toccare dai litiganti dopo aver guadagnato il processo. Egli
era l'agente corruttore di quell'eterna prostituta che addimandasi
magistratura. I clienti s'indirizzavano a lui per arrivare a colpo
sicuro al commissario relatore del loro processo o al consigliere
influente nella votazione.
Oltracciò, quarant'anni, marito di una moglie brutta, padre di
famiglia orrida. Figura aperta, grassona, ben rasa, a doppio mento,
bocca sorridente, occhio penetrante, intelligenza svelta, ateo
rimpinzato di una messa al dì.
Il suo imbarazzo a rispondere non durò che un attimo. Tutt'altri, meno
intelligente di Don Diego, non se ne sarebbe avveduto.
--Io? sclamò Don Lelio, voi mi dimandate ove io attingo le mie
inspirazioni? Ditemi anzi tutto, voi, da parte di chi venite qui, che
specie di uomini sono coloro che vi hanno raccomandato a me ed
introdotto in casa mia?
--Io non ne conosco che uno, rispose Don Diego: il barone di Sanza,
mio compaesano.
--Rispondete voi di lui?
--Io arrivo di provincia.
--Egli ha risposto di voi, nondimanco!
--Suo padre, il conte di Craco, che mi conosce dall'infanzia, gli avrà
forse scritto di aiutarmi.
--Voi siete dunque ben sospettoso, o, se meglio vi piace, ben
prudente, per non osare rispondere apertamente del barone.
--Io non dico ciò, al contrario! sclamò Don Diego allarmato. Ma
rispondere di che?
--Di che! ghignò Don Lelio. Ebbene, poichè noi ci conosciamo sotto la
guarentigia del barone di Sanza, restiamone lì, e non cercate
indovinare il senso e lo scopo di ciò che io vi dirò e cui voi
comunicherete ai miei collettori. La nostra posizione è complessa. Una
parola imprudente, ed ecco messo su uno svegliarino che non si sa più
dove si fermerà. I miei sotto appaltatori non sono tutti dello stesso
colore. Se io ne avessi racimolato un mazzetto di giacobini, il
prefetto di polizia avrebbe aperto gli occhi e le orecchie molto più
che nol fa attualmente.
--Comprendo anche ciò, disse Don Diego.
--Che fortuna! riprese don Lelio celiando. Ora, come noi non sappiamo
la rivoluzione che si opera nell'animo di quella gente, ogni giorno,
sotto il soffio di tante cause e di tanti agenti diversi, egli è
prudente, mi sembra...
--Di tacersi, interruppe Don Diego.
--Un avvocato che si tace? donde diavolo sbucate voi _zzi prè_! Cesare
aveva paura del silenzio di Cassio. Il marchese di Sora, il nostro
ammirabile ministro di polizia, non ammette neutri.
--Ma allora....
--Ah! allora gli è mestieri essere accorti. Noi siamo degli uomini di
affari qui e non dei missionari che esercitano un _apostolato_, come
dice il nostro grande messia Giuseppe Mazzini. Io traffico elemosine e
messe; io sono intermediario tra il cielo e la terra per la pesca
delle anime del purgatorio che cacciamo in paradiso. I miei azionisti,
che hanno accomanditato questa santa tratta, non capiscono un'acca di
costituzione, di unità italiana, di costituenti, del diavolo e di sua
moglie. Essi mercanteggiano anime di trapassati, non di cittadini del
regno costituzionale delle Due Sicilie. Bisogna restar fedeli al
mandato. Servire i nostri amici, ma non solleticare la folgore
assopita dei nostri nemici. Davvero! noi saremmo proprio bene avanzati
se chiudessero la nostra bottega. Capperoni! e le anime che bollono
nel _fuoco vendicatore e redentore_? Ed i nostri padri, le nostre
madri che ci tendono le braccia dal fondo della loro caldaia di zolfo?
Ser abbate, vi do quattro carlini al giorno. Se ci f..... in
gattabuia, e' non sarà il barone di Sanza che ce ne caverà e che vi
darà soltanto _tre calli_.
--Volete farmi la grazia, signore, disse Don Diego dopo un istante di
silenzio, di spiegarmi chiaramente e senza considerazioni indirette,
la natura delle mie funzioni morali, oltre il conto materiale del
danaro. Io non vi comprendo, perchè ho paura d'indovinar troppo.
Don Lelio appiccò i suoi occhi scrutatori sul viso del suo
interlocutore e lo sbirciò lungamente. Don Diego, a sua volta, lo
guardò negli occhi intrepidamente. Essi si squadrarono come due
persone che vanno a battersi, cercando di pesarsi mutuamente,
scandagliarsi, leggere l'uno nel pensiero dell'altro. Infine Don Lelio
ruppe il silenzio.
--Siete voi ricco? dimandò egli.
--Sono un ciompo.
--Vi do allora otto giorni per trovarvi un altro posto. Questo qui, è
al di sotto del vostro ingegno e della vostra coscienza.
--Voi mi mandate dunque via prima d'avermi messo alla prova?
--Io vivo troppo in mezzo ai preti perchè non mi abbia a sbagliare sul
loro carattere. Io li detesto cordialmente, auguro loro tutti i gaudi
nel paradiso e la galera in questo mondo. Voi siete prete, in dissidio
con la chiesa, in uggia della polizia, fulminato dal vescovo, seguito
alla pesta dal commissario del quartiere. Io non vi avrei mai scelto
per mio contabile. I vostri amici, miei amici, vi hanno lanciato qui.
Non vi respingo, ma non vi accetto per direttore della mia intrapresa.
Coloro che hanno il diritto di parlare possono sapere ciò che dicono.
Voi non avete che a ripetere come un pappagallo. Ripetete, ripetete, e
rinunziate a comprendere. Ecco il vostro dovere. Voi ignorate il
valore delle parole. Voi non sapete se, dicendo: viva il re! ciò non
significhi bello e buono: giù coi Borboni! Voi non siete del comitato,
ch'io mi sappia.
--Io son nulla di nulla.
--Voi siete, in ogni caso, un mangiatore di pane--_fruges consumere
nati;_ e con quattro carlini al giorno potete regalarvi altresì di
maccheroni. Questo scanno alla taverna della vita non è da
schifiltare. Domani voi sarete forse un'altra cosa. Nessuno s'immagina
di domandarvi una responsabilità. Io stesso, io, non ne prendo alcuna.
Io subisco la legge del più forte, e gli fo le fiche.
--Certo, rispose Don Diego, ma intendiamoci in modo che non vi siano
poscia malintesi e che non abbiate a dirmi: vi siete ingannato! mi
avete ingannato! Voi appartenete al partito liberale e lavorate sotto
gli occhi della polizia.
--Proprio così.
--Ambedue esigono da voi dei servigi. Ambedue vi somministrano il loro
contingente di agenti.
--A meraviglia.
--Voi non potete nè contentarli nè ingannarli, meno ancora accordarli
tutti e due.
--Non m'incaricherei di codesta bisogna.
--In questo caso, per quale di loro optate voi?
Il colpo era diretto. Don Lelio lo parò.
--Quando si tratta della mia persona unicamente, io opto pel mio
partito. Quando si tratta degli interessi della società ch'io
rappresento, rifletto.
--Ma, ogni riflessione fatta?
--Che fareste voi, voi?
Don Diego si turbò, esitò, cercò la risposta.
--Certo, sclamò desso infine, non si possono recider così liberamente
gl'interessi degli altri.
--Ma se foste obbligato a un dovere simile? Se vi fosse interdetto
perfino di consultare codesti interessi, senza compromettervi, senza
comprometterli? Se cedendo il vostro posto voi siete una vittima,
senza cangiare la vostra situazione,--perocchè un'altro farà ciò che
voi rifiutate? Se il diavolo non fosse poi così nero come lo
s'immagina? Se i nostri amici fossero dei gnoccoloni o dei troppo
scaltri? Se, restando un semplice organo di trasmissione, senza
iniziativa, si facesse del bene agli uni senza mettersi in lotta
contro gli altri? Se vi restasse dimostrato che il partito democratico
è l'ingratitudine stessa?
--Insomma, voi siete gli organi della polizia.
--Voi ci offendete, l'abbate! Noi facciamo il cabotaggio del paradiso
e punto di politica. Noi aspettiamo senza comprometterci. Noi fiutiamo
su quale fetta di pane il burro è spalmato. Noi diciamo agli uni ed
agli altri ciò che intendiamo per rischiararli. Noi suoniamo l'aria
che ci puntano sulla nostra lanterna magica,--basti che la non sia
l'aria d'una _marseillaise_ troppo accentuata.
--Infine, voi siete... come direi io ciò?... degli osservatori
piacevoli.
--Noi diamo del pane a delle migliaia di parasiti unti e bisunti come
voi di un olio santo rancido, ser abbate, a delle migliaia di randagi
sottrattisi all'aratro ed alla zappa, che si addicono all'utile delizia
di pregare per la gente che non ha alcun bisogno delle loro preghiere.
Ecco tutto, sere abbate. Ci siamo capiti. Voi avete troppo spirito,
per questo semplice posto di cassiere, ch'era stato domandato per voi.
Fatevi vescovo o presidente degli Stati-Uniti. Voi deperite qui. Io
non voglio dissipare un gran cittadino nelle umili funzioni di un
osservatore gradevole.
--Allora, voi mi mandate via senza altro?
--Ma!
--E non mi accordate neppure ventiquattro ore per riflettere?
--Oh! eccovi là, signore abbate. Ci siamo, sclamò Don Lelio con tuono
severo, alzandosi da sedere. Quando non si rigetta un'infamia come
quella che io vi propongo, con uno slancio d'indignazione, quando si
cerca di riflettere, si vuole transigere. Transigere gli è tradire.
Addio. Ci siamo compresi. Vi farò grazia di tacere questa
conversazione ai nostri amici, perchè siete un disperato. Dite che il
salario ch'io vi aveva offerto è troppo smilzo e che avete rifiutato
il posto. Non vi smentirò, perchè non so fare il male. Venite a dire
delle messe alla nostra chiesa, che abbiate o no il _pastor bonus_ del
vostro vescovo. Vi raccomanderò al parroco.
Don Diego uscì di casa Franco la testa giù, l'anima all'agonia,
confuso, rimpicciolito ai suoi propri occhi. E' si sentì preso alla
trappola da un miserabile che non avendolo potuto reclutare per la
polizia, vedendosi smascherato, provava a farlo passare per un uomo
pronto a capitolare. Questa evoluzione lo stordiva. Egli toccava con
mano la sua inferiorità morale nel male. Quello spione l'aveva
richiamato alla probità ed ai principii, accordandogli il suo silenzio
come un atto di magnanimità onde assicurarsi del suo silenzio, di lui,
Don Diego, verso il barone di Sanza. Egli rientrò col lutto nel cuore.
Bambina era già di ritorno dalla chiesa del Gesù Nuovo.