Sansevero.
Napoli, 12 maggio.
Dio me la mandi buona! diss'io, lasciando Avellino. Volere far bene per
forza a chi te ne sa male, scendere dall'alto e mescolarti nel basso
tra gente che non ti sa comprendere, e volge in male i tuoi più puri
intendimenti, ma chi ti ci ha tirato? Farsi predicatore di concordia
dove le passioni sono così indiavolate, ma non è mattezza?
Partii con la faccia torbida. Ma il buon Marino[97], che volle
accompagnarmi perchè, diceva, voleva lui consegnarmi alla signora, me
ne disse tante e con tanta grazia, che la nube mi si sciolse sulla
faccia. Giunsi lieto e vispo, di salute assai meglio che non ero
partito, a gran consolazione della signora. Quel gran moto che m'ero
dato aveva rialzata in me una certa elasticità, e andavo allegro e
svelto, voglioso di appiccar discorsi e di far contese, io d'ordinario
taciturno e pacifico. Ripigliai la vita ordinaria, che mi fece effetto
come di una purga, e cacciò via da me tutte quelle piccole agitazioni,
tutto quel va e vieni di sì e di no, non mi rimase fermo se non questo
pensiero che essendo stato nel mio collegio nativo dovevo accettare la
deputazione di quel collegio. Mi hanno veduto, mi hanno inteso, si
sono accomunate fra noi tante impressioni, tanti sentimenti, mi sentivo
come nato una seconda volta in mezzo a loro. Questo era il mio dovere,
e bisognava farlo a occhi chiusi e non discutere sulle conseguenze.
Non mancavano di quelli che mi dissuadevano. Ma non vedi come ti hanno
accolto? Il collegio nativo è non dove s'è nato, ma dove s'è stimato.
Come puoi lasciare Sansevero? E io sempre a rispondere: è il mio dovere.
A poco a poco tutto l'avvenuto mi apparve come una fantasmagoria, un
romanzo foggiato dalla mia immaginazione, e mi ci divertivo tanto
a ripescarlo. La persona che ci aveva rappresentata una parte così
principale, pareva a me non foss'io, e che io fossi un altro, posto di
faccia a quello, e mi divertivo a vederlo gesticolare e coglierlo in
fallo. Con quest'animo scrissi, e feci il viaggio una seconda volta, e
non so come, mi venne innanzi tutto intero nei più minuti particolari:
così viva era stata l'impressione che ne avevo ricevuta. Toccando e
ritoccando mi son fatto familiare di quei luoghi e di quelle persone,
come ci fossi vissuto sempre. Il mio imbarazzo era quando avevo a dire
qualche verità diretta; ma pensando che non risparmiavo me stesso,
tirai innanzi dicendo: qui non si può pigliar collera se non chi è
povero di spirito. Ci è da ridere, e non da incollerirsi. E benedico il
riso, se varrà a mitigare gli animi, a sciogliere le nubi dalle fronti,
e poichè natura li ha messi insieme, vivano insieme allegri e benevoli,
questo è l'augurio del loro concittadino.
In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi
confortavano all'accettazione. Capobianco di Monteverde[98] scriveva
ch'io dovevo dar principio a un'era nuova in quello sfortunato
collegio. Altri promettevano la più leale cooperazione per pacificarvi
gli spiriti. Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti
elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli?
La Giunta questa volta non tenne conto delle proteste ed approvò
l'elezione a voti unanimi. Nessun dubbio che la Camera avrebbe fatto il
medesimo. Intanto mi venivano lettere da Sansevero affettuosissime di
amici provati, ma non senza inquietudine, e mi rammentavano le promesse
solenni. E sissignore, rispondevo io, sarò costà. Volevo approvata
l'elezione, andare io là, esporre il caso, farli giudici essi medesimi,
non dubitavo del loro assenso. Ma il disegno mi fu rotto. Si sparse
colà la notizia della mia scelta, prima che ci andass'io. Non venite,
mi fu scritto, qui ci è una vera indignazione; sarete ricevuto male,
e non ci è rettorica che vi salvi, perchè in fin dei conti le parole
sono parole, e il fatto è che ci abbandonate. Rimasi trafitto. Ma mi
posi una mano sul cuore, e dissi: soffri, il dovere non si fa senza
soffrire, e deliberai di andarci, persuaso che la mia presenza avrebbe
messo fine a tutti i malintesi.
Quanto più ero fermo nella mia scelta, tanto sentivo più il bisogno di
conservarmi intatta la loro stima, volevo sentirmi dire: ci spiace, ma
non potete fare altrimenti. Telegrafai che sarei giunto colà quella
sera. Il dì appresso, sparsasi notizia del mio arrivo, vennero a
salutarmi tutti, in pochi o in molti, come si accozzavano per via. Di
tutto si parlò, fuorchè di quello che era nell'animo di tutti. Discorsi
freddi, cerimoniosi. Volevano farmi soffrire il loro dispiacere, ma
come suole gente educata, ne' modi più delicati. Raccoltomi co'
più intimi, traboccai, spiegai, m'animai, mi commossi. Era facile
persuadere amici bravissimi, che desideravano esser persuasi,
confidenti da lungo tempo nella mia sincerità. Il punto era persuadere
gli altri. E ci tenevo moltissimo, non volendo che rimanesse alcuna
ombra sul mio carattere.
L'altro dì giunse la notizia che la Camera aveva approvata l'elezione.
E persuaso che il peggior partito era il mostrare la menoma esitazione,
buttai subito fuori il mio pensiero. Sentirono come chi se l'aspetta,
e non fecero alcuna osservazione, mostrando il loro rincrescimento
con quelle frasi cerimoniose e d'uso, che trafiggono più delle
osservazioni. Possibile ch'io non possa rompere questo ghiaccio?
pensavo. E non me n'era dato il modo, perchè la conversazione non
s'animava, e il ghiaccio guadagnava anche me. Avevo addosso una
_Gazzetta di Torino_, dov'era il secondo capitolo di questa storia:
_Rocchetta la poetica_. La mandai alla Casina facendo sparger la voce
che la sera andrei colà a prender commiato da tutti. Non potendo
parlare io, facevo parlare il libro. E come mi affibbiano chi un motivo
e chi un altro, avrebbero trovata la ragione vera e semplice della
mia scelta. Seppi che quei di Torremaggiore desideravano di vedermi,
e mi proposi di andarci subito. Torremaggiore è un grosso comune a
breve distanza, che aveva votato quasi unanime per me, come aveva
fatto Sansevero. Tutt'i signori del luogo mi vennero incontro e mi
accompagnarono alla casa comunale. Visi aperti e ridenti, come di gente
che godeva a vedermi, e a sentirmi parlare e a parlarmi. Tutto animato,
ritrovai la mia espansione, e m'abbandonai a dir loro tante cose, le
più affettuose e le più delicate. Amici miei, conchiusi, voi che amate
tanto questa bella vostra patria, non potete biasimare me della mia
scelta. Restituitemi la parola data, rendetemi la mia patria. Il mio
dire era così semplice, così immediato, che a nessuno venne in capo
di mettere in dubbio la mia sincerità. La conversazione prese il tono
più familiare. Vi terremo sempre come nostro deputato. E saremo sempre
amici. Innanzi a voi qui non ci sono partiti. Sapete il gran bene che
vi vogliamo. Queste effusioni semplici e senza frasi m'intenerivano,
e non mi saziavo di stringer la mano a quegli amici, mentre mi
accompagnavano nel ritorno, e volgendo le spalle a Torremaggiore,
sentivo che Torremaggiore sarebbe rimasta sempre nel mio cuore. La
accoglienza avuta a Torremaggiore si sparse in Sansevero e vi fece
buon effetto. I dubbii, le cattive prevenzioni si andavano dissipando,
e più tempo passava e meglio era. Il tempo è davvero un galantuomo, e
non ci è menzogna che regga a lungo contro di quello. Quando andai alla
Casina, ci trovai già altr'aria. Mi parlarono di Rocchetta, e uscì a
taluno questo delicato pensiero, che accolto con quell'entusiasmo a
Rocchetta doveva trovar fredda l'accoglienza avuta a Sansevero. Se ne
scusavano, la spiegavano. Volevano persuadere un persuaso. Trovavo anzi
che quella brava gente in tanto giusta cagione di scontento avevano
usata una maniera molto delicata a farmelo manifesto.
Mandai biglietti di visita a tutti i sindaci, per congedarmi dagli
elettori, e a quello di Castelnuovo, che m'aveva fatto suo cittadino,
scrissi: «Costretto da ragioni superiori, prendo commiato da voi, fiero
di portar meco il titolo di cittadino di Castelnuovo, dove lascio
preziose amicizie». Castelnuovo mi aveva in gran parte abbandonato
nell'ultima elezione per un suo concittadino, e quel biglietto era un
ricordo affettuoso che poteva parere un rimprovero. Il sindaco mi fece
una risposta volgare, e mostrò di non averlo capito. Ma lo capirono
tutti quelli che sentirono come proprio il mio dolore di quel non
meritato abbandono.
Quello che avvenne poi, si può argomentare da questi telegrammi:
_Al Sindaco di Lacedonia_,
«Sansevero accompagna con lieti augurii De Sanctis nel suo collegio
nativo. Possiate voi amarlo e stimarlo tanto, quanto l'abbiamo amato e
stimato noi.
_Sindaco di Sansevero_»[99]
* * * * *
_Al Sindaco di Lacedonia_,
«Eccomi vostro deputato. Ricordatevi che la mia bandiera nel collegio
e nella provincia si chiama concordia. Ignoro vinti e vincitori. Tutti
miei concittadini.
_De Sanctis_»
* * * * *
_A Fabio Rollo_,
«Vostra lettera influito molto mia azione. Saluto Bisaccia la gentile.
_De Sanctis_».
Il Sindaco di Lacedonia rispose secco e breve, secondo la sua natura
imperatoria. Mi rammentò che i miei amici cercavano appunto concordia e
non favori. Fabio Rollo rispose:
«Bisaccia, lieta di aver rivendicato il suo illustre naturale
rappresentante politico, vi risaluta affettuosamente, e vi prega
di ringraziare la popolazione di Sansevero del sacrificio fatto,
restituendo a noi la gloria nostra».
Ebbi pure da Lacedonia lettera carissima di un mio amico della prima
età[100], nella quale mi assicurava che tutti facevan plauso alla mia
determinazione e tutti eran contenti di avermi a deputato. Il medesimo
dissero e scrissero parecchi, amici e avversari.
A me piace di riposarmi in questi dolci e nobili sentimenti. Domando un
addio affettuoso a' miei amici di Sansevero, così buoni per me, e do il
benvenuto a' miei nuovi elettori, sperando di poter vivere gli ultimi
anni miei con loro e per loro.
E la moralità? dov'è la moralità? cosa ci s'impara? E il concetto?
e l'idea? e lo scopo? Cosa insomma ho voluto fare? Un libro senza
concetto e senza scopo, cos'altro è se non un guazzabuglio?
Oimè! ora entriamo in uno spineto. Come ho a fare a scoprire ciò che ho
voluto fare? Non ci avevo pensato. E confesso che per un critico è un
peccato mortale. Ho fatto come certi medici che prescrivono agli altri
metodi sapientissimi di cura, e loro se la godono e vivono spensierati.
Gl'Impostori! dice il mondo.
E diranno impostore anche me! Con che viso posso più presentarmi in
cattedra? Sorte mia! come dicono i miei Morresi.
A' quali mando un bacio.