XIV.

Sansevero.

Napoli, 12 maggio.

Dio me la mandi buona! diss'io, lasciando Avellino. Volere far bene per

forza a chi te ne sa male, scendere dall'alto e mescolarti nel basso

tra gente che non ti sa comprendere, e volge in male i tuoi più puri

intendimenti, ma chi ti ci ha tirato? Farsi predicatore di concordia

dove le passioni sono così indiavolate, ma non è mattezza?

Partii con la faccia torbida. Ma il buon Marino[97], che volle

accompagnarmi perchè, diceva, voleva lui consegnarmi alla signora, me

ne disse tante e con tanta grazia, che la nube mi si sciolse sulla

faccia. Giunsi lieto e vispo, di salute assai meglio che non ero

partito, a gran consolazione della signora. Quel gran moto che m'ero

dato aveva rialzata in me una certa elasticità, e andavo allegro e

svelto, voglioso di appiccar discorsi e di far contese, io d'ordinario

taciturno e pacifico. Ripigliai la vita ordinaria, che mi fece effetto

come di una purga, e cacciò via da me tutte quelle piccole agitazioni,

tutto quel va e vieni di sì e di no, non mi rimase fermo se non questo

pensiero che essendo stato nel mio collegio nativo dovevo accettare la

deputazione di quel collegio. Mi hanno veduto, mi hanno inteso, si

sono accomunate fra noi tante impressioni, tanti sentimenti, mi sentivo

come nato una seconda volta in mezzo a loro. Questo era il mio dovere,

e bisognava farlo a occhi chiusi e non discutere sulle conseguenze.

Non mancavano di quelli che mi dissuadevano. Ma non vedi come ti hanno

accolto? Il collegio nativo è non dove s'è nato, ma dove s'è stimato.

Come puoi lasciare Sansevero? E io sempre a rispondere: è il mio dovere.

A poco a poco tutto l'avvenuto mi apparve come una fantasmagoria, un

romanzo foggiato dalla mia immaginazione, e mi ci divertivo tanto

a ripescarlo. La persona che ci aveva rappresentata una parte così

principale, pareva a me non foss'io, e che io fossi un altro, posto di

faccia a quello, e mi divertivo a vederlo gesticolare e coglierlo in

fallo. Con quest'animo scrissi, e feci il viaggio una seconda volta, e

non so come, mi venne innanzi tutto intero nei più minuti particolari:

così viva era stata l'impressione che ne avevo ricevuta. Toccando e

ritoccando mi son fatto familiare di quei luoghi e di quelle persone,

come ci fossi vissuto sempre. Il mio imbarazzo era quando avevo a dire

qualche verità diretta; ma pensando che non risparmiavo me stesso,

tirai innanzi dicendo: qui non si può pigliar collera se non chi è

povero di spirito. Ci è da ridere, e non da incollerirsi. E benedico il

riso, se varrà a mitigare gli animi, a sciogliere le nubi dalle fronti,

e poichè natura li ha messi insieme, vivano insieme allegri e benevoli,

questo è l'augurio del loro concittadino.

In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi

confortavano all'accettazione. Capobianco di Monteverde[98] scriveva

ch'io dovevo dar principio a un'era nuova in quello sfortunato

collegio. Altri promettevano la più leale cooperazione per pacificarvi

gli spiriti. Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti

elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli?

La Giunta questa volta non tenne conto delle proteste ed approvò

l'elezione a voti unanimi. Nessun dubbio che la Camera avrebbe fatto il

medesimo. Intanto mi venivano lettere da Sansevero affettuosissime di

amici provati, ma non senza inquietudine, e mi rammentavano le promesse

solenni. E sissignore, rispondevo io, sarò costà. Volevo approvata

l'elezione, andare io là, esporre il caso, farli giudici essi medesimi,

non dubitavo del loro assenso. Ma il disegno mi fu rotto. Si sparse

colà la notizia della mia scelta, prima che ci andass'io. Non venite,

mi fu scritto, qui ci è una vera indignazione; sarete ricevuto male,

e non ci è rettorica che vi salvi, perchè in fin dei conti le parole

sono parole, e il fatto è che ci abbandonate. Rimasi trafitto. Ma mi

posi una mano sul cuore, e dissi: soffri, il dovere non si fa senza

soffrire, e deliberai di andarci, persuaso che la mia presenza avrebbe

messo fine a tutti i malintesi.

Quanto più ero fermo nella mia scelta, tanto sentivo più il bisogno di

conservarmi intatta la loro stima, volevo sentirmi dire: ci spiace, ma

non potete fare altrimenti. Telegrafai che sarei giunto colà quella

sera. Il dì appresso, sparsasi notizia del mio arrivo, vennero a

salutarmi tutti, in pochi o in molti, come si accozzavano per via. Di

tutto si parlò, fuorchè di quello che era nell'animo di tutti. Discorsi

freddi, cerimoniosi. Volevano farmi soffrire il loro dispiacere, ma

come suole gente educata, ne' modi più delicati. Raccoltomi co'

più intimi, traboccai, spiegai, m'animai, mi commossi. Era facile

persuadere amici bravissimi, che desideravano esser persuasi,

confidenti da lungo tempo nella mia sincerità. Il punto era persuadere

gli altri. E ci tenevo moltissimo, non volendo che rimanesse alcuna

ombra sul mio carattere.

L'altro dì giunse la notizia che la Camera aveva approvata l'elezione.

E persuaso che il peggior partito era il mostrare la menoma esitazione,

buttai subito fuori il mio pensiero. Sentirono come chi se l'aspetta,

e non fecero alcuna osservazione, mostrando il loro rincrescimento

con quelle frasi cerimoniose e d'uso, che trafiggono più delle

osservazioni. Possibile ch'io non possa rompere questo ghiaccio?

pensavo. E non me n'era dato il modo, perchè la conversazione non

s'animava, e il ghiaccio guadagnava anche me. Avevo addosso una

_Gazzetta di Torino_, dov'era il secondo capitolo di questa storia:

_Rocchetta la poetica_. La mandai alla Casina facendo sparger la voce

che la sera andrei colà a prender commiato da tutti. Non potendo

parlare io, facevo parlare il libro. E come mi affibbiano chi un motivo

e chi un altro, avrebbero trovata la ragione vera e semplice della

mia scelta. Seppi che quei di Torremaggiore desideravano di vedermi,

e mi proposi di andarci subito. Torremaggiore è un grosso comune a

breve distanza, che aveva votato quasi unanime per me, come aveva

fatto Sansevero. Tutt'i signori del luogo mi vennero incontro e mi

accompagnarono alla casa comunale. Visi aperti e ridenti, come di gente

che godeva a vedermi, e a sentirmi parlare e a parlarmi. Tutto animato,

ritrovai la mia espansione, e m'abbandonai a dir loro tante cose, le

più affettuose e le più delicate. Amici miei, conchiusi, voi che amate

tanto questa bella vostra patria, non potete biasimare me della mia

scelta. Restituitemi la parola data, rendetemi la mia patria. Il mio

dire era così semplice, così immediato, che a nessuno venne in capo

di mettere in dubbio la mia sincerità. La conversazione prese il tono

più familiare. Vi terremo sempre come nostro deputato. E saremo sempre

amici. Innanzi a voi qui non ci sono partiti. Sapete il gran bene che

vi vogliamo. Queste effusioni semplici e senza frasi m'intenerivano,

e non mi saziavo di stringer la mano a quegli amici, mentre mi

accompagnavano nel ritorno, e volgendo le spalle a Torremaggiore,

sentivo che Torremaggiore sarebbe rimasta sempre nel mio cuore. La

accoglienza avuta a Torremaggiore si sparse in Sansevero e vi fece

buon effetto. I dubbii, le cattive prevenzioni si andavano dissipando,

e più tempo passava e meglio era. Il tempo è davvero un galantuomo, e

non ci è menzogna che regga a lungo contro di quello. Quando andai alla

Casina, ci trovai già altr'aria. Mi parlarono di Rocchetta, e uscì a

taluno questo delicato pensiero, che accolto con quell'entusiasmo a

Rocchetta doveva trovar fredda l'accoglienza avuta a Sansevero. Se ne

scusavano, la spiegavano. Volevano persuadere un persuaso. Trovavo anzi

che quella brava gente in tanto giusta cagione di scontento avevano

usata una maniera molto delicata a farmelo manifesto.

Mandai biglietti di visita a tutti i sindaci, per congedarmi dagli

elettori, e a quello di Castelnuovo, che m'aveva fatto suo cittadino,

scrissi: «Costretto da ragioni superiori, prendo commiato da voi, fiero

di portar meco il titolo di cittadino di Castelnuovo, dove lascio

preziose amicizie». Castelnuovo mi aveva in gran parte abbandonato

nell'ultima elezione per un suo concittadino, e quel biglietto era un

ricordo affettuoso che poteva parere un rimprovero. Il sindaco mi fece

una risposta volgare, e mostrò di non averlo capito. Ma lo capirono

tutti quelli che sentirono come proprio il mio dolore di quel non

meritato abbandono.

Quello che avvenne poi, si può argomentare da questi telegrammi:

_Al Sindaco di Lacedonia_,

«Sansevero accompagna con lieti augurii De Sanctis nel suo collegio

nativo. Possiate voi amarlo e stimarlo tanto, quanto l'abbiamo amato e

stimato noi.

_Sindaco di Sansevero_»[99]

* * * * *

_Al Sindaco di Lacedonia_,

«Eccomi vostro deputato. Ricordatevi che la mia bandiera nel collegio

e nella provincia si chiama concordia. Ignoro vinti e vincitori. Tutti

miei concittadini.

_De Sanctis_»

* * * * *

_A Fabio Rollo_,

«Vostra lettera influito molto mia azione. Saluto Bisaccia la gentile.

_De Sanctis_».

Il Sindaco di Lacedonia rispose secco e breve, secondo la sua natura

imperatoria. Mi rammentò che i miei amici cercavano appunto concordia e

non favori. Fabio Rollo rispose:

«Bisaccia, lieta di aver rivendicato il suo illustre naturale

rappresentante politico, vi risaluta affettuosamente, e vi prega

di ringraziare la popolazione di Sansevero del sacrificio fatto,

restituendo a noi la gloria nostra».

Ebbi pure da Lacedonia lettera carissima di un mio amico della prima

età[100], nella quale mi assicurava che tutti facevan plauso alla mia

determinazione e tutti eran contenti di avermi a deputato. Il medesimo

dissero e scrissero parecchi, amici e avversari.

A me piace di riposarmi in questi dolci e nobili sentimenti. Domando un

addio affettuoso a' miei amici di Sansevero, così buoni per me, e do il

benvenuto a' miei nuovi elettori, sperando di poter vivere gli ultimi

anni miei con loro e per loro.

E la moralità? dov'è la moralità? cosa ci s'impara? E il concetto?

e l'idea? e lo scopo? Cosa insomma ho voluto fare? Un libro senza

concetto e senza scopo, cos'altro è se non un guazzabuglio?

Oimè! ora entriamo in uno spineto. Come ho a fare a scoprire ciò che ho

voluto fare? Non ci avevo pensato. E confesso che per un critico è un

peccato mortale. Ho fatto come certi medici che prescrivono agli altri

metodi sapientissimi di cura, e loro se la godono e vivono spensierati.

Gl'Impostori! dice il mondo.

E diranno impostore anche me! Con che viso posso più presentarmi in

cattedra? Sorte mia! come dicono i miei Morresi.

A' quali mando un bacio.

Un viaggio elettorale · 第 52 / 65 题