Napoli, 2 marzo.
Don Pietro[43], che aveva avuto il delicato pensiero di venirmi
incontro sino in Lacedonia, era un' eccellente compagnia. Veggendomi
taciturno, indovinò la mia preoccupazione, e vi tirò su il discorso.
Non vi dee spiacer troppo, disse, che qui incontriate tanta resistenza.
Un lavoro preparato da tanto tempo non si può disfare in un'ora; le
passioni sono accese, c'è molta tensione negli spiriti. Ci vuole il
tempo, e voi solo potete riuscire a conciliare gli animi se, accettando
la deputazione, volete fare questo bene al collegio.
Don Pietro parlava con quel tono naturale e sincero che ti guadagna
subito. Mi apersi tutto con lui.
«Non ricuserò, dissi, se mi persuado di poterlo fare questo bene. Ciò
che mi spiace, non è la resistenza, ma la rozzezza. La resistenza la
capisco, e me l'aspettavo; la rozzezza m'è cosa nuova».
«Pure vi dee piacere non dico la gentilezza, ma tante prove di
devozione e di affetto che vi dànno i vostri amici».
Io lo guardai commosso. Egli voleva dirmi che un sol tratto d'amicizia
basta a far dimenticare molti atti di villania. Mi dava così una
lezione con infinito garbo.
Del resto, aggiunse, a Bisaccia avrete un'accoglienza meno lontana
dalla vostra aspettazione.
E in verità, quando vidi venirmi incontro molti signori a cavallo, e
mi dissero che lì erano tutti, amici e avversarii, e quando trovai in
casa di don Pietro raccolto quanto in Bisaccia era di più eletto, senza
distinzione di parte, pensai a Rocchetta, e tornai sereno.
Non ricordo più, cosa mi dissero, e cosa diss'io. Morivo di sonno, e
domandai di lasciarmi dormire per un par d'ore.
Era la prima volta, dopo il mio viaggio, che dormii un sonno pieno e
riparatore. E debbo questo beneficio a don Pietro, che aveva con tanta
intelligenza curata la mia piaga. Quell'accoglienza lieta e schietta,
che mi fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e
atteso, m'ispirava una fiducia piena. Sentivo come fossi in mezzo alla
mia famiglia.
Mi lasciarono dormire. Quando mi svegliai, era già sera. Avevo
ricuperata la mia bonaria spensieratezza. Uscii nel salotto. Porsi la
mano al Sindaco[44], a' signori Rago, amici noti e fidi, ai fratelli di
don Pietro, bravi giovani[45], di cui uno passava per mio avversario,
a parecchi altri. Vidi con piacere tutto il Clero. Allato mi sedeva
l'arciprete[46], con cui mi scopersi parente, un uomo alla buona e
gentilissimo. Mi dissero tante cose amabili, e nessuno parlò a me di
elezioni, nè io loro. Tutti promisero di venirmi a sentire.
E Fabio Rollo? mi uscì a un tratto.
Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno de' capi più
risoluti di parte contraria. E avevo inteso a dire che era un giovane
distintissimo. Mi aveva fatta molta pena a vedere il suo nome tra
quelli dei membri dell'ufficio centrale, che nel primo ballottaggio
avevano proclamato eletto il mio competitore che era in grande
minoranza, e le ragioni addotte mi parevano cavilli di avvocatuzzo,
a' quali non vedevo come dovesse associarsi lui. Sola scusa era la
passione. E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e così
appassionato quell'uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e
generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io?
Ed ecco don Pietro presentarmi Fabio Rollo. Mi porse la mano con una
sicurezza che mi piacque. Non era nella faccia niente di quel sorriso
abituale e cerimonioso che hanno le facce sospette. Stava lì, semplice
e naturale, come chi non ha niente a nascondere, niente a mostrare. Me
lo dicevano un telegrafista[47]. Ma c'era lì dentro ben altra stoffa.
Venne l'ora del desinare, e la conversazione si prolungò molto tempo
dopo il pranzo. Mi sentivo così bene in quel cerchio allegro di amici.
Fabio prese subito il suo posto, divenne il protagonista. Spronato
da me, raccontò qualche episodio della sua vita. Era stato un bravo
soldato dell'esercito, aveva girato, veduto molto mondo. Faccia bruna
e asciutta, aria decisa, parola vibrata e incisiva come una spada.
Raccontò fra l'altro un episodio della Battaglia di Custoza, dove
s'era trovato lui. Nessun sogno di vanteria, nessun giro di frase,
niente di oltrepassato. Mi parve uno degli uomini più serii che avessi
conosciuto. Notai una tranquilla moderazione di giudizii e di parole,
che è il segno della virilità. Avevo innanzi un carattere.
Mi si parlò del castello di Bisaccia, dove si diceva era stato il
Tasso, e mi promisero di mostrarmi la stanza dove aveva dimorato.
Cadde il discorso sul _Diritto_[48], dov'era una corrispondenza in
mio favore, assai ben fatta, supposi opera pietosa di qualche amico,
scandalizzato della oramai famosa deliberazione di quei tre o quattro
del Comitato di Napoli, che si battezzarono maggioranza.
--Volete che la mandiamo attorno pel collegio?
--Oh: non importa. Io credo di avere più autorità che un giornale. Sono
io qui il giornale vivente.
--Se non foste venuto voi, che torre di Babele! Quella tale
dichiarazione...
--O piuttosto confusione, notò argutamente un altro. Perchè lì dentro
ci è un _ir_ e _or_, un entrare e uscire, e non sai se è divenuto o
rimasto.
--Rimasto, disse un altro. Perchè l'uomo non muta per mutar di nome, e
chi muta casacca, non muta anima.
--Bravo! diss'io; l'uomo è quello che lo fa la sua vita...
--Ma non innanzi al volgo, osservò don Pietro. Perchè il volgo si fa
imporre dai nomi, e non capisce che le apparenze. E come volgo sono i
più, questo mutar nome ti rinnova, massime se è un mutare a proposito e
secondo il vento.
In questo entra un uffiziale e va diritto alla stanza assegnatagli, con
un modesto riserbo che mi piacque molto. E cosa son venuti qui a fare i
soldati? domandai a don Pietro.
--Ora tutto è finito. Erano i contadini che volevano dividersi le terre
del Formicoso. C'è una quistione grossa qui sotto. Quistioni così fatte
vanno risolute subito. Se indugi, inveleniscono.
Ammirai il buon senso e il patriottismo di don Pietro, come avevo
ammirato il vigore e la serietà di Fabio. La conversazione cominciò
a languire, come avviene, quando tutti sono di accordo, e l'uno non
vuol dir cosa che spiaccia all'altro. Io poi di natura sono poco
comunicativo e poco atto a mantener viva una conversazione.
Il dì appresso, trovai tutto presto. Mi presi la solita mezz'oretta di
raccoglimento, e diritto alla casa comunale.
Sala piena. C'era lì, mi dissero, tutta Bisaccia. Girai un poco. Vidi
facce ridenti, benevole. Ricuperai il mio buon umore, e cominciai
subito:
«Debbo innanzi tutto ringraziarvi di vedervi tutti qui. E' un atto di
cortesia, che fa onore a questo paese, il quale d'ora innanzi chiamerò
Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa,
a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. Qui, in mezzo a voi, io mi
sento come di casa, e vi parlo alla buona e in modo affatto famigliare.
E vi dico subito l'impressione che in me fece la prima votazione,
dove ebbi pure sessantasette voti di maggioranza. Permettetemi che io
mi spieghi con un aneddoto. Nel 48, sorta la reazione, mi rifugii a
Cosenza[49]. Allora avevo molto orgoglio, mi tenevo uomo superiore.
Quando andavo in un _omnibus_, guardavo intorno e mi dicevo: eppure,
io valgo più di tutti costoro. Vivevo solo, non cercavo relazione e
mi dicevo: verrà un giorno che gli altri cercheranno la mia relazione.
Mi paragonava ai primi, e non me ne sentivo molto lontano. Capito in
Cosenza, e lì era primo un bravo canonico, che aveva fatto le sue
lettere nel seminario e biascicava latino. Ed ecco disputarsi, quale
de' due andava innanzi, se io o lui. E per misericordia mi accordavano
alcuni punti di più. E io riflettei che l'uomo andando in piccoli
centri impicciolisce, poniamo pure che vi sia tenuto il primo. Così
è avvenuto ora: anche voi avevate il vostro canonico, e mi avete
accordato alcuni punti di più. Io non domando a voi i voti, ma domando
a tutti la loro stima e la loro amicizia. Venite qui, Fabio Rollo;
venite qui e stringete la mia mano, mai mano più pura avrete stretta in
vostra vita».
Fabio, che era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò,
non ebbe il menomo imbarazzo. Venne diretto a me, e mi strinse la
mano, e io sentii che acquistavo un amico, di quelli amici che non ti
dimenticano mai.
La commozione era generale; gli applausi si prolungavano: cosa non
avrei fatto io allora per i miei elettori? Promisi che sarei il loro
deputato. L'esempio di Bisaccia, conchiusi, m'inspira fiducia che mi
acquisterò col tempo l'amicizia anche di quelli che rimangono tra' miei
avversarii.
La gioia era dipinta su tutti i volti. E anche sul mio. Mi sentivo
soddisfatto, ricompensato abbastanza dal mio viaggio.
La scena finì con un pensiero gentile. Don Pietro inviò al deputato
Mancini[50] questo telegramma:
«Bisaccia, facendo festa a Francesco de Sanctis, rammenta un'altra
illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria, onore della
provincia».
Sono i nostri capi naturali, riflettè don Pietro.
Mancini rispose, e non so cosa, partito già. Pure da uomo così gentile
argomento risposta gentilissima.
Poi mi condussero al castello, e mi mostrarono la stanza del Tasso[51].
Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che
aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo
grigio. Povero Tasso! pensai, anche nella tua anima il cielo era fatto
grigio. Che vale la bella vista, quando entro è scuro? Stetti un po'
affacciato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti,
che parevano nuvole, e mi davano l'impressione di quell'interminabile,
di quel lontano lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non
indovinavo l'uscita.
Volli partire subito. Temevo il tempo non si guastasse. Ed ecco
giungermi questo telegramma: «non partite; debbo comunicarvi cose
importanti». Che sarà? che non sarà? mormoravano. Sorrisi, e dissi: tal
cosa è importante per uno, che è frivola per l'altro. L'importanza è
secondo i cervelli.
Non c'è tempo a perdere, il tempo si metteva a pioggia. Partii. Si
accomiatò da me il giovane Castelli[52], da Rocchetta, un piccolo
atleta, dalle spalle quadrate, formidabilmente piantato, che m'aveva
fatto compagnia fin lì. Poche parole, aria, severa e schietta, amico a
ogni prova, mi sembrava un granatiere della vecchia guardia.
Mi accompagnarono molti a cavallo un buon tratto. E poi, addio.
Addio, Bisaccia, dove vidi qualche strada netta, e dove non vidi nessun
cencioso, che dimandasse limosina. Avevi anche tu i tuoi cenci, le tue
miserie e le tue discordie. Ma le occultasti come ne' dì di festa,
e mi accogliesti lieta e cortese. Molti gentili pensieri io colsi in
te. Quel garbo nella conversazione, quell'accordo de' visi, se non de'
cuori, quella semplicità e naturalezza di accoglienza, quella nessuna
giustificazione e nessuna vanteria, anzi quel non parlarmi punto
della elezione, e quel fare gli onori di casa all'ospite tutti; quasi
Bisaccia fosse stata una casa sola, oh! nessun pensiero gentile trovò
freddo il mio cuore.
Addio, Bisaccia la gentile.