I più intelligenti sentirono l'ironia. Don Pietro sorrise finalmente.

«Io qui non porto la guerra, non voglio essere il flagello della mia

patria; se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere

il padre e il benefattore di tutt'i miei concittadini. Io non porto

bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama

concordia».

Questo appello alla concordia era prematuro; le passioni erano ancora

vive; stavano sospesi, come chi attenda che si dica altro.

«Non dico già che le lotte non ci abbiano ad essere. Senza lotta non

ci è vita. Lottate pure. Ma ricordatevi che se uomini civili siete,

qualche cosa nelle vostre lotte vi dee pure unire. Che cosa è questa

casa comunale, se non un primo legame tra voi? Comune vuol dire unione.

Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se taluno dicesse

male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola

persona? Guardate la Chiesa. Non è la Chiesa il legame comune in nome

di Dio, al quale credono tutti quelli che credono alle virtù e operano

virtuosamente? E se l'Italia vi chiama alle armi, non vi sentireste voi

tutti italiani, non correreste tutti alle armi? Ebbene: aggiungete a

questi legami anche il mio nome, e non lo profanate, mescolandolo alle

vostre lotte. Imitate Sansevero, dove pure lotte ci sono, ma dove si

dice: i panni sporchi si lavano in famiglia, non dobbiamo lasciarli

sventolare innanzi a De Sanctis. Vi pare domanda indiscreta questa, di

fare per me, voi, miei concittadini, quello che fa quel nobile collegio

al quale appartengo? E se questo fate, udite la mia dichiarazione, e

pensate che io non ho mai mentito in vita mia. Io sono vincolato, io

ho data la mia parola d'onore a Sansevero, deggio essere deputato di

Sansevero. Ma io andrò là e dirò: la mia patria mi chiama, la patria

tutta intera, e voi siete troppo nobili, troppo generosi, e sapete

apprezzare questi sentimenti.--Restituitemi la parola data, non mi

togliete la patria».

I visi che si erano oscurati, raggiarono. Vidi raggiare anche quel viso

incerto di Carlo, anche il classico don Vincenzo si mosse sulla sedia.

Prolungati applausi accolsero una dichiarazione così ricisa.

Io mi sedetti, come chi non aveva più nulla a dire. Ma stavano lì,

immobili, attenti, quasi volessero dire: è finito troppo presto. Ed io

così seduto, continuai con voce familiare, facendo un po' di storia e

del collegio e delle proteste e del ballottaggio, ed ecco, mi sovvenni

del _Roma_ e del famoso passaggio a Sinistra. E mi levai con impeto e

dissi: quello che dice il _Roma_, avete letto. Il mio competitore è

divenuto Sinistra. E sono Sinistra anche io, una sinistra autentica,

che non ha bisogno di bollo. Il mio competitore è sacro per me. Non una

parola uscirà dal mio labbro, che non sia gentile. Del resto, non è

affar mio; riguarda i suoi elettori. La quistione così è divenuta molto

semplice. Non fo questione io di Destra e di Sinistra, fo quistione di

patria. L'esule vi domanda la patria, date la patria all'esule.

Scesi tra vivi applausi, circondato dalla folla, vidi alcuni che si

asciugavano le lacrime, strinsi molte mani incallite dal lavoro,

e augurai bene di quel paese. Nell'uscire incontro il teologo.

La sua faccia rideva, era tutto consolato il brav'omo, e mi disse

abbracciandomi: Ah Ciccillo! non senza un perchè lo zio ti chiamava

penna d'oro. Che bella predica hai fatta!

E' finita la predica, finita la messa, diss'io tutto sbalordito.

E lui mi guardò stupefatto. Dovette dire: a forza d'ingegno costui

uscirà di cervello.

Andai a casa subito. I piedi mi bruciavano. Avrei voluto essere già

a Bisaccia. Mangiai distratto. Lodavano l'orazione. Quei complimenti

d'uso mi facevano male. Sul partire dissi a Carlo, che mi parve

commosso: dubiti più? Ah no--Sii dunque un omo serio.

Il teologo mi condusse a casa sua. Vidi la Maria, ch'io chiamava la

generalessa, indicatami come capo ed anima delle lotte elettorali. La

mia parente mi trasse in disparte, e mi disse in tutta segretezza: io

ti ho fatto molti voti! Ah! bricconcella, dissi tra me, tu me la dai a

intendere. Gradii un bicchierino, scesi subito, mi posi in carrozza tra

molta folla plaudente, e via.

Non mi facevo illusioni. Mi lasciavo dietro un lavoro seriamente ordito

e rimasto intatto. Molte passioni, molti interessi erano abilmente

mescolati in quel lavoro. Nè io avevo modo di disfarlo. Il sindaco mi

disse con la sua sincerità brusca: avrai gli stessi voti. Ma pensai che

qualche eco delle mie parole sarebbe pur giunta a' miei invisibili, e

che a ogni modo qualche buona impressione sarebbe rimasta nel paese.

Seppi poi che la sera, conosciuto l'effetto del mio discorso, giunse a

incoraggiamento degl'invisibili questo telegramma epigrafico:

«L'entusiasmo passa, gl'interessi restano».

Come disse il teologo, pensai io. E vuol dire che l'uomo passa,

l'animale resta.

Un viaggio elettorale · 第 24 / 65 题