Rocchetta la poetica[8]

Decretata la rinnovazione del ballottaggio, dissi: ora vado io là.

E andai. Venivano meco due miei concittadini, Achille Molinari e

Salvatore De Rogatis[9].

Giunsi a Foggia domenica sera, il 10 gennaio. L'altra domenica era il

dì posto per il ballottaggio. Avevo sei giorni innanzi a me.

Capitai improvviso in casa di Giovanni De Sanctis, dov'era pure un

albergo. Colui me lo aveva fatto conoscere uno di quegli amici che la

mente porta seco sino alla morte, Giorgio Maurea[10].

-È qui Giorgio? domandai.

-No, è partito ieri. Ma ci sono tutti i vostri amici di Foggia, che

sarebbero tanto lieti di stringervi la mano.

-Sarà per un'altra volta. Ora acqua in bocca. Ho bisogno che

Sansevero[11] ignori il mio arrivo qui. Non voglio ch'essi dicano: «De

Sanctis è stato a Foggia, e non è venuto a vederci».

Rimasi solo. I miei pensieri andavano veloci, come i miei passi... Se

io andassi a Sansevero! Tre quarti d'ora, e sarei a Sansevero. Cosa è

l'uomo! Io ho là un nido riposato e sicuro, là stimato da tutti, amato

da molti, e debbo correre appresso alle ombre, cacciarmi tra monti e

dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi

mi comprende, e dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte

e piccole passioni. Tu non sei più un giovinotto, mi dice Marietta

mia; pensa che t'incammini verso la vecchiaia. E ora, nel cuore

dell'inverno, con tanti anni addosso...

Ma respinsi questi pensieri come una tentazione. Questa è, dissi tra

me, quella tale seconda voce, che è sempre una traditora. Ubbidiamo,

alle prime ispirazioni che vengono dal cuore. Maggiore è il sacrifizio

e più grande sarà la soddisfazione della coscienza.

Alto là! rispose un'altra voce. Tu posi, come un Iddio. Guarda bene in

queste tue ispirazioni del core, e ci troverai un po' di passioncella,

un po' d'impegno, un dispettuzzo, e forse anche una piccola vanità. Tu

non vuoi apparire uno sconfitto.

Mi esaminai, e sentii che questa voce non avea tutto il torto. E rimasi

perplesso. Camillo de Meis[12] aveva un po' di ragione, quando mi

chiamava un Amleto vagabondo tra le voci del pensiero.

Io non sono un Amleto, ma sono un pigro, e non mi movo se non ho una

buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci

metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa io faccia. Piccola

o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco.

Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.

La mattina giunsi a Candela, e trovai per avventura alla stazione

un agente di casa Ripandelli. Antichi legami avevo con quella casa,

fortificati da nuova amicizia col mio Ettore, già mio collega, perfetto

gentiluomo e perfetto amico. Non trovai nessuno, ma quel bravo agente,

saputo il mio nome e la mia intenzione, mi fece gli onori di casa, e mi

si offerse compagno al viaggio.

Fu spedito un corriere a Rocchetta di Sant'Antonio, la porta del mio

collegio da quel lato. Doveva annunziare il mio arrivo, e consegnare

una mia lettera al Sindaco.

Chi fosse il Sindaco, non sapevo[13]. Ma, conoscendo le piccole gelosie

de' paesi, è stato sempre mio costume di indirizzarmi ai sindaci, come

quello che rappresentano tutta la cittadinanza.

Scriveva al Sindaco:

«Vengo costà, diretto alla casa comunale, la casa di tutti, e voglio

parlare a tutti gli elettori, senza distinzione. Ne dia avviso

specialmente all'arciprete Piccolo[14], mia vecchia conoscenza».

Alcuni non credettero vera la lettera. Nelle lotte elettorali tra gli

altri bei costumi ci è falsar telegrammi e lettere. È proprio sua

questa lettera? E mentre disputavano fu annunziata la mia carrozza.

Allora si posero a cavallo tutti, e mi vennero incontro.

Alla voltata mi fu mostrato quello spettacolo. Gridavano: Viva! Mi

salutavano con le mani, impazienti di stringer la mia. E la faccia mi

raggiò, come se l'anima fosse scesa lì.

Fra molta folla giunsi alla casa comunale, e mi feci presentare gli

elettori ad uno ad uno. Strinsi la mano a parecchi, e tra gli altri

Ippolito[15] e Piccoli[16], che passavano per miei avversarii.

Poi dissi così:

«Saluto con viva commozione Rocchetta, la porta del mio collegio

nativo. Il luogo dove son nato è Morra Irpino; ma la mia patria

politica si stende da Rocchetta insino ad Aquilonia. Io vengo a

rivendicare la patria mia. Dopo un oblìo di quattordici anni, voi miei

concittadini, travagliati da lungo ed ostinato lavoro di parecchi

candidati, avete all'ultima ora improvvisata la mia candidatura, ed

avete intorno al mio nome inalberata la bandiera della moralità. Siate

benedetti! E possa questa bandiera esser principio di vita nuova! Voi

mi avete data una maggioranza notevole. Eppure quell'elezione gittò

il lutto nell'anima mia. Io vi avevo telegrafato: Bravi gli elettori

che intorno candidatura improvvisata inalberarono bandiera moralità!

Auguro a quella bandiera strepitosa vittoria domenica». La domenica

venne, la vittoria ci fu, e mi parve una sconfitta. Non mi sapevo dar

ragione di tanto accanimento nella lotta, e del gran numero di voti

contrarii, e di certe proteste vergognose, che gittavano il disonore su

questo sfortunato collegio. E in verità vi dico, che se quell'elezione

fosse stata convalidata, con core sanguinante, ma deciso, vi avrei

abbandonato. Ma benedissi quelle proteste che indussero Giunta e Camera

a decretare la rinnovazione del ballottaggio. Era in questione l'onor

mio, l'onore dei miei elettori. Ed io dissi: fin'ora sono stato in

Napoli spettatore quasi indifferente di quella lotta. Non debbo io fare

qualche cosa per questi elettori? Non mi conoscono, sono involti in una

rete di menzogne e di equivoci. Io ho pure il debito d'illuminarli, di

dire la verità, di togliere ogni scusa agli uomini di mala fede. Ed

eccomi qui in mezzo a voi, miei cari concittadini. Ed ecco la verità.

Il Collegio è diviso in due partiti che lottano accanitamente, comuni

contro comuni, cittadini contro cittadini ed io non sono qui che il

prestanome delle vostre collere e delle vostre divisioni. È così che

volete rendere la patria a Francesco De Sanctis? No, io non potrei

essere mai deputato di un partito per schiacciare un altro partito; non

posso essere lo scudo degli uni e il flagello degli altri; io voglio

essere il deputato di tutti, voglio lasciare nella mia patria una

memoria benedetta da tutti. Mi volete davvero? Volete che io passi gli

ultimi miei anni in mezzo a voi? Stringete le destre, sia il mio nome

simbolo della vostra unione[17]. Ed io sarò vostro per tutta la vita».

La commozione fu grande. Vidi alcuni piangere; altri, avversarii ieri,

amici oggi, stringersi le mani. Tutti applaudivano.

Ed io soggiunsi:

«Signor Sindaco, ho pranzato a Candela, voi ci farete una cenetta, e

voglio fare io il padrone di casa, voglio invitare i signori Ippolito

e Piccoli. Mangeremo lo stesso pane, berremo lo stesso vino, faremo un

brindisi a Rocchetta unita e prospera».

Benissimo! benissimo! Tutti batterono le mani. Rocchetta non

dimenticherà più quel giorno.

Prese allora la parola l'arciprete Piccoli. Giovine e asciutto di viso,

occhi vivi, avea nella fisonomia una cert'aria di finezza che non ti

affida interamente. Rotto agli affari, uso a destreggiarsi mescolato in

lotte locali, rimpiccolito in quel paesello, mi parve che in teatro più

vasto sarebbe riuscito un buon diplomatico. Mi disse molte gentilezze,

con certi giri di frasi, che volevano dire: vedi, anch'io ho fatto i

miei studii.

Parlò poi Ippolito. Faccia austera, aria risoluta, parola semplice e

diretta. Disse che, dissipato ogni equivoco, Rocchetta sarebbe stata

unanime e desiderava che questo giorno fosse stato il preludio di

unione sincera e durevole. Erano sentimenti di buon cittadino. Gli

strinsi la mano con effusione.

Notai un prete, molto attento al mio dire, ma sentii che non avevo

fatto presa su di lui. Era in quel viso non so che oscuro e compresso.

Più tardi troverò io la via di quel cuore.

Dopo cena, mi coricai subito. Sentivo sonno. Ma che sonno e sonno!

Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo che l'arciprete

Piccoli a cavallo correre, correre con quel suo cappello _a tre

pizzi_, che mi parea sventolassero. Ferma, ferma. E tutta la cavalcata

dietro. Come galoppava bene quel prete! Il povero Alfonso[18], ch'è

il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul

cavallo che poco lo capiva. Un altro prete mi stava accanto, rubizzo

e mezzo scolaresco, con aria sicura, su di un cavallo che andava

passo passo in grave atteggiamento come uno di quei cavalli educati

da Guillaume. Rocchetta si avvicinava, e quel gruppo di case in quel

chiaroscuro mi parevano uomini che m'attendessero e gridassero:

Viva! Le immagini si confusero: ero stanco e sentivo freddo. E mi

accoccolavo, e mi strofinavo le gambe. Mi volsi dell'altro lato,

non c'era verso di dormire. Ed ecco un suono di chitarra giungermi

all'orecchio, con un canto a cadenze e a ritornello, tra gran folla di

contadini, che battevano le mani e mi gridavano: Viva! Bravo Rocchetta,

diss'io. Mi accoglie a suon di poesia. E tesi l'orecchio, ma non potei

raccapezzar verbo di quella canzone. Lungo tempo cantarono e gridarono;

forse quella brava gente avrebbe voluto vedermi, sentirmi. Poi a

poco a poco si fe' silenzio, ma quel suono mi errava deliziosamente

nell'orecchio. Io mi applaudiva di quell'accoglienza. E se tutti gli

altri comuni rassomigliano a Rocchetta, chi potrà più separarsi da

questo collegio? Che potenza ha la parola, pensavo, la parola sincera

e calda che viene dal cuore! Io conquisterò con la mia parola tutto il

collegio, e la mia conquista sarà un beneficio, lenirà i costumi, unirà

gli animi. Ma la voce del buon senso rispondeva: credi tu di poter

fare miracoli? Sei ben certo che tu, proprio tu, hai procurata questa

riconciliazione? Qui la materia era già ben disposta. Sarà il medesimo

a Lacedonia? E un qualcuno m'aveva già detto: a Lacedonia non sarà

così. Fantasticando, sofistificando, mi addormentai.

La mattina girai un po' il paese. Faccie allegre e sincere, bella e

forte gioventù. A destra, a sinistra, gruppi che mi salutavano. Volli

vedere cantanti e sonatori, e dissi loro che volevo battezzare quel

paese così allegro, e lo chiamai _Rocchetta la poetica_.

E vennero le visite. Rividi la Luisa[19], a cui ero stato fidanzato

giovanissimo, ora madre felice di robusta e allegra prole. E, buon per

te, le dissi, che si fecero le nozze. Che vita avresti avuta appresso a

me! Prigioni, esili e miseria. Tu hai avuto più giudizio di me, e ora

sei ancora una rosa. Fui in casa Piccoli. E mi venne incontro un altro

prete, faccia chiara e aperta che faceva contrasto con l'aria aperta

arguta dei fratello arciprete. Vidi casa antica, illustrata dalle

immagini degli antenati, guardata con sospetto da case nuove di gente

laboriosa e industriosa. Feci altre visite. Attento! dicevo tra me.

Un tal prete Marchigiani non visitato mi divenne in Sessa[20] nemico

inespugnabile. Eppure dimenticai uno, quel prete dal viso oscuro. E

credo che me ne volle. Credo.

Giunse il sindaco di Lacedonia con parecchi altri. Si fece una sola

cavalcata, e via a Lacedonia. Io mi sentivo purificato. Venuto con

un disegno non ben chiaro, e con molta passione, alla vista dei miei

concittadini non ci fu in me altro sentimento, che di riacquistar la

mia patria. Essi m'avevano già conquistato; dovevo io conquistar loro,

guadagnarmi i loro cuori. E la cosa mi pareva facile. Rocchetta la

poetica aveva trovato il motto dell'elezione. Nel partire, serrandosi

intorno a me, gridavano:

--Tutti con tutti.

Ed io, rapito, risposi:

--E uno con tutti.

Era realtà? Era poesia? In quel momento era realtà. Le mani si

levarono. Pareva un giuramento. Tutti ci sentivamo migliori.

Un viaggio elettorale · 第 13 / 65 题