Le Università e le Scuole.
L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie.
— L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in
Ferrara. — Educazione dei principi.
L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale oggimai dobbiamo
discorrere, presupponeva innanzi tutto che l'umanismo s'impadronisse
delle Università. E ciò veramente accadde, ma non in quelle proporzioni
e con quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. Le
Università d'Italia[432] per la maggior parte hanno un vero splendore
soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, allorquando la crescente
ricchezza domandava anche una cura maggiore della vita intellettuale
della nazione. In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre:
una di gius canonico, una di gius civile e una di medicina: col tempo
se ne aggiunsero altre tre, quella di rettorica, quella di filosofia
e una terza di astronomia, che di regola, ma non sempre, era una
cosa identica coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano
estremamente: talvolta consistevano perfino in un capitale dato per
una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura cominciarono le gare e
le gelosie, per modo che l'una Università cercava di rubare all'altra
i più celebri maestri, e per effetto di tali circostanze vuolsi che
Bologna talvolta abbia speso per l'Università non meno della metà
delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici si conferivano
ordinariamente solo per un tempo determinato,[433] e perfino per
singoli semestri, in guisa che i docenti menavano vita nomade, al
pari dei comici; taluni però s'accordavano per tutta la durata della
loro vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in nessun'altra
Università ciò che aveano insegnato in una. Oltre a ciò v'erano anche
dei docenti liberi, senza stipendio. Delle cattedre or ora menzionate
naturalmente quella di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma
non dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno possedeva
intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare anche a quelle di
giurisprudenza, di medicina, di filosofia o di astronomia. I rapporti
intrinseci delle scienze erano ancora molto mobili, al pari delle
condizioni estrinseche e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò
non deve tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori
stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello Stato che
li pagava, per la trattazione delle sue cause e de' suoi processi.
In Padova nel secolo XV un professore di diritto fu pagato mille
ducati annui[434] e ad un celebre medico se ne volevano dare duemila
e il diritto di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a
Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.[435] Quando
il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore a Pisa, accettò dal
governo di Venezia una cattedra a Padova e voleva partire per quella
città, la Signoria di Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo
libero che dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.[436] Egli è
appunto in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste professioni
speciali, che si arriva a comprendere come illustri filologi abbiano
aspirato a cattedre di diritto e di medicina, mentre d'altra parte è
anche vero che chi voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni,
non poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte dose di
tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti in altri rami avremo
occasione di parlare fra non molto.
Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè in singoli casi
provvedute di abbastanza lauti stipendi ed emolumenti accessori,[437]
appartengono nel complesso alla classe di quelle che erano mobili
e transitorie, in guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera
sua ed essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università.
Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi sempre di udir qualche
cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, come d'altronde è facile a
comprendere con una scienza ancora in istadio di formazione e quindi
anche legata in gran parte al merito personale di chi la insegnava.
Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli autori antichi
e li interpetrava, appartenesse effettivamente all'Università, potendo
benissimo aver bastato un semplice invito privato, quando i mutamenti
erano sì facili, e sì grande il numero dei locali disponibili (nei
conventi ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,[438]
nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo splendore,
e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse anche di Martino V si
affollavano nelle aule per assistere alle gare di Carlo Aretino e del
Filelfo, esisteva non solamente una seconda Università quasi completa
presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una considerevole
riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, e singoli gruppi di
ragguardevoli privati, che si tassavano spontaneamente per farsi
leggere questo o quel corso di filologia o di filosofia. Lo studio
della filologia e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto
alcuno coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi esclusivamente
parte sopra una speciale protezione personale dei singoli Papi e
prelati, parte sugli uffici accordati nella Cancelleria papale.
Appena sotto Leone X fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione
della Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più grandi
celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; ma quel nuovo
splendore fu di assai breve durata. — Delle cattedre di greco in Italia
abbiamo già brevemente toccato (v. pag. 262).
Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con cui allora veniva
impartita la scienza, si dovrà, quanto più è possibile, distogliere
l'occhio da tutte le nostre attuali istituzioni accademiche. Le
conversazioni e le dispute personali, l'uso costante del latino, e
presso molti anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli
insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora un aspetto,
che noi non possiamo figurarci, se non astraendo in tutto dal presente.
Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, e non
già soltanto come preparazione agli studi superiori, ma propriamente
perchè la cognizione della lingua latina si reputava quivi necessaria
al pari del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva
immediatamente la logica. È cosa notevole che queste scuole non
dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità municipale; parecchie erano
sorte anche per la sola iniziativa privata.
Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione di valenti
umanisti non solo si sollevò ad un alto grado di perfezione, ma divenne
effettivamente una fonte di educazione superiore.
Ma all'educazione dei figli di due case principesche dell'Italia
settentrionale andarono connesse altre istituzioni, che veramente
potevano dirsi uniche nel loro genere.
Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova (1407-1444) venne
chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,[439] uno di quegli uomini
che consacrarono l'intera loro esistenza ad uno scopo, pel quale
si sentivano di dentro una vocazione affatto speciale. Egli educò
innanzi tutto i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da
lui condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; ma quando
la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui affluivano da tutte le
parti i figli delle più potenti e ricche famiglie, il Gonzaga non solo
permise che Vittorino consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare
anzi che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata
come la casa di educazione di tutto il mondo elegante. Qui, per la
prima volta, all'istruzione scientifica si videro associati anche i
più lodati fra gli esercizi ginnastici, come elemento indispensabile
per una educazione completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non
tardarono ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino
pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua missione, ed erano
i poveri dotati di singolari attitudini, che egli nutriva ed allevava
in sua casa _per l'amore di Dio_, abituando così i privilegiati della
fortuna a rispettare in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga
gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse sempre del
suo l'eccedente della spesa, che spesse volte importava altrettanto.
Egli sapeva che Vittorino non faceva per sè il più piccolo risparmio,
e senza dubbio capiva che l'educazione accordata ai giovani privi
di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo veramente
maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema della casa era
strettamente religioso, quanto in qualsiasi convento.
Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello che seguì Guarino
da Verona,[440] il quale nel 1429 fu chiamato a Ferrara da Niccolò
d'Este per l'educazione del proprio figlio Lionello, e poscia, dal
1436 in avanti, quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase
in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le lingue classiche
presso quell'Università. Anch'egli, fin da quando istruiva Lionello,
aveva accolto in sua casa un drappello scelto di giovani poveri
di diversi paesi, che manteneva in parte ed anche del tutto a sue
spese: le ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che egli
consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già date. Anche qui
la religione e la morale erano rigorosamente osservate; nè certamente
dipendette dal Guarino, o da Vittorino che la maggior parte degli
umanisti del loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo
doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come il Guarino,
con una attività quale era la sua, abbia tuttavia trovato il tempo
necessario per condurre a termine tante traduzioni dal greco e tanti
lavori originali, come fece.
Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte delle altre
d'Italia l'educazione delle famiglie principesche venne, almeno in
parte e per alcuni anni, in mano agli umanisti, i quali con ciò fecero
un passo più addentro nella vita delle corti. Lo scriver trattati
sull'educazione degli uomini destinati a regnare era stato fin qui il
compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare degli umanisti, ed
Enea Silvio, per esempio, stese per due giovani principi della casa
d'Absburgo speciali trattati sulla loro educazione ulteriore,[441] nei
quali naturalmente egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso,
nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse già lo
scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo vediamo adoperarsi in ogni
maniera perchè quegli scritti avessero grande diffusione anche altrove.
Ma dei rapporti degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più
largamente.