CAPITOLO IV.

L'umanesimo nel secolo XIV.

Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca,

e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. —

L'incoronazione dei poeti.

Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la venerata

antichità ed il presente, e che volevano trasfondere in questo la vita

e la cultura di quella?

Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale assume oggi un

aspetto, domani un altro, ma che in mezzo a ciò ha la coscienza di

essere un elemento nuovo nella vita civile, e come tale è considerata

anche dai contemporanei. Come loro precursori possono, prima di ogni

altro, riguardarsi quei _Clerici vagantes_ del secolo XII, della

poesia dei quali s'è già parlato altrove (v. pag. 234): identica

l'instabilità dell'esistenza, identico il modo di guardare, talvolta

anche troppo liberamente, la vita, identica la tendenza a dare, almeno

in sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, di fronte

all'intera cultura del medio-evo pur sempre chiesastica, e coltivata di

preferenza dal clero, sorge una nuova cultura, la quale precipuamente

s'attiene a ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca

anteriore. I rappresentanti più attivi di essa acquistano una grande

importanza[420], perchè sanno ciò che seppero gli antichi, perchè

cercano di scrivere come scrissero gli antichi, perchè cominciano

a pensare e a sentire come pensarono e sentirono gli antichi. La

tradizione, alla quale essi si volgono, in mille punti si viene

trasformando in una vera riproduzione.

Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i primordî di una

cultura senza paragone più autonoma, e schiettamente italiana, quali

si manifestarono intorno al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi

completamente soffocati dalla scuola degli umanisti[421]. Nel secolo

XIV, a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; perfin gli

asinai cantavano per le vie i versi di Dante; i migliori manoscritti

erano quelli posseduti e copiati da artefici fiorentini; e in allora

fu anche possibile la formazione di una enciclopedia popolare, quale

il «Tesoro» di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto certamente

ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere che era in tutti, e

questa alla sua volta s'era venuta formando e dalla lunga esperienza

nelle cose di Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai

viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento in cui vi si

aveva la vita oziosa e indolente. Per queste doti il popolo fiorentino

era salito in tal rinomanza presso tutte le nazioni, che papa

Bonifacio VIII non esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora

l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe sino dal 1400

in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel moto naturale e spontaneo,

abituò a chiedere alla sola antichità la soluzione di qualunque

problema, ridusse la letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni,

e contribuì perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre

tutta questa erudizione non si basava che in una servile soggezione

all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio o prerogativa

speciale all'universalità del diritto romano, cercando e ottenendo in

tal modo il favore di tutti i tiranni.

Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando sarà il caso di

discuterne il vero valore e di bilanciare il pro' ed il contro della

questione. Qui per ora ci preme soltanto di stabilire come cosa di

fatto, che fu anzi la stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella

che preparò necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, e che

appunto i più grandi nel campo della letteratura italiana propriamente

detta sono stati i primi ad aprire tutte le porte all'invasione

dell'antichità nel secolo XV.

Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari al suo avesse,

dopo di lui, potuto condurre sempre più innanzi la letteratura

italiana, essa, in onta a tutti gli elementi antichi che vi si

introdussero, non avrebbe mai mancato di serbare un'impronta affatto

nazionale e sua propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno

più prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre il primo,

che condusse l'antichità al limitare della nuova cultura moderna.

Però è vero che nella Divina Commedia egli non tratta in modo uguale

il mondo antico e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre

parallelli fra loro, e come il medio-evo antecedente avea messo insieme

i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e dalle figure dell'antico

e del nuovo Testamento, così egli appaja di regola un esempio

cristiano con uno pagano del medesimo fatto[422]. Ora non si deve

dimenticare che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano

noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana era relativamente

assai poco conosciuta, possedeva quindi una maggiore attrattiva e

doveva destare una più grande curiosità nell'universale, quando non ci

fosse stato nessun Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto

equilibrio.

Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che come un grande

poeta: presso i suoi contemporanei invece la sua fama si basava assai

più sulla sua erudizione, in quanto egli era quasi una personificazione

dell'antichità, imitava tutti i generi della poesia latina e

scriveva lettere, le quali, come trattati speciali su singoli punti

dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali un valore, che

ognuno può facilmente comprendere.

Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto al Boccaccio. Egli era

celebre in tutta Europa da ben duecento anni, prima che al di la delle

Alpi si sapesse qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue

opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in lingua latina.

Una di esse, _De Genealogia Deorum_, contiene nei libri decimoquarto

e decimoquinto una notevole appendice, nella quale egli discute la

posizione del giovane umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che

egli limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non deve per

avventura trarre altri in errore; guardando un po' più addentro alla

sostanza di quel lavoro, si scorge tosto, che il suo pensiero abbraccia

l'intero campo d'attività del poeta-filologo.[423] E sono i nemici di

questa che egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non

vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi teologi,

che riguardano come semplici follie le allusioni al monte Elicona,

alla fonte Castalia e al sacro bosco di Febo; gli avidi giuristi,

che considerano come inutile la poesia, perchè, non dà alcun guadagno

materiale: finalmente i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi

abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano e immorale

della società.[424] Dopo ciò segue la difesa esplicita, anzi l'elogio

della poesia, e in modo speciale del senso recondito ed allegorico, che

le si deve dare dovunque, e di quella oscurità, che le è necessaria

per tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. Da

ultimo giustifica lo slancio che presero gli studi dell'antichità al

tempo suo, con evidente allusione alla dotta sua opera.[425] In altri

tempi, egli dice, questi studi potevano essere pericolosi, perchè le

condizioni sociali erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva

avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per la grazia di

Gesù Cristo — la vera religione si è raffermata nelle sue basi, ogni

traccia di paganesimo è scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del

campo: oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (_fere_) senza

pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più tardi addussero in

propria difesa gli uomini del Rinascimento.

S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo ed era sorta una

nuova classe d'uomini a rappresentarlo. Egli è inutile il questionare

se questo fatto avrebbe dovuto arrestarsi a mezzo il corso della sua

carriera ascendente, per cedere la prevalenza all'elemento prettamente

nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una sola, che

cioè l'antichità costituiva una delle più splendide glorie della

nazione italiana.

Essenzialmente propria a questa prima generazione di poeti-filologi è

una ceremonia simbolica, che non cessò neanche nei secoli XV e XVI,

sebbene vi abbia perduto tutto il lato sentimentale, vogliamo dire

l'uso di incoronare i poeti con una corona d'alloro. Le origini di

questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, nè si sa che

per essa abbia mai esistito un rito speciale: era una dimostrazione

pubblica, una testimonianza onorifica resa al merito letterario,[426]

e, appunto per questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile.

Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una specie di

consacrazione religiosa: egli voleva porsi in capo da sè la corona nel

battistero di S. Giovanni, dove egli stesso e centinaja di migliaia di

fiorentini erano stati battezzati.[427] Egli avrebbe potuto, dice il

suo biografo, in virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque,

ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. Da

questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, che sino a questo

tempo un tal uso non vi fu mai in Firenze, e passava comunemente

come cosa ricevuta in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine

reminiscenze infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline,

fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori di cetra, poeti

ed altri artisti, che, da Domiziano in poi, si celebravano ogni cinque

anni, e che sembrano essere sopravissute qualche tempo anche dopo la

caduta dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non osasse

incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, era naturale che si

domandasse quale avrebbe dovuto essere l'autorità, cui un tale ufficio

spettasse? Albertino Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova

dal vescovo e dal rettore dell'università; per l'incoronazione del

Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università di Parigi, che

appunto allora aveva a rettore un fiorentino, e l'autorità municipale

di Roma; e dal canto suo anche l'esaminatore, che egli stesso si

era scelto, il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la

ceremonia di propria mano a Napoli, se il poeta, come è noto, non

avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio di mano del senatore

di Roma. Dopo un tale esempio, il Campidoglio rimase per qualche

tempo la meta di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per

esempio, un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.[428] Ma

tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva moltissimo di

appagare la vanità degli uomini ambiziosi e di imporre alle moltitudini

spensierate con l'apparato di ceremonie grandiose e solenni. Partendo

dalla supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata una

volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani e che quindi

allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa il dotto Zanobi della

Strada,[429] a gran dispetto del Boccaccio, che a nessun patto volea

riconoscere come legittima questa _laurea pisana_ (l. c.). E per

verità si poteva anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e

mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del vero merito dei

poeti italiani. Ma, ciò non ostante, l'esempio incoraggiò, ed altri

imperatori in viaggio coronarono or qua, or là qualche poeta, dietro

di che alla lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi

non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non si badò più

nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, al tempo di Sisto IV,

l'accademia di Pomponio Leto distribuiva di propria autorità corone

d'alloro.[430] I Fiorentini ebbero il tatto di coronare i loro umanisti

solo dopo morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo

Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo Giannozzo

Mannetti recitarono l'elogio funebre in presenza di tutto il popolo e

dei signori del Concilio. In tali circostanze era d'uso che l'oratore

parlasse stando ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il

cadavere tutto vestito in seta.[431] Oltre a ciò, Carlo Aretino fu

onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno dei più belli

dell'epoca del Rinascimento.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 32 / 48 题