Guardò la cima della montagna, guardò a lungo il mare libero che la
circondava, poi scese lentamente verso la spiaggia, balzò nel canotto
e ritornò verso i compagni, i quali lo aspettavano in preda ad una viva
emozione.
— Partiamo, amici, — disse. — Ormai non abbiamo più nulla da fare
qui. —
Poi tese loro le mani dicendo:
— Grazie: è stato per sforzi anche vostri che io sono riuscito a
raggiungere il Polo. —
L'automobile pulsava fragorosamente come se fosse impaziente di tornare
verso il sud, orgogliosa, nella sua anima d'acciaio e di fuoco, d'aver
aggiunta un'altra vittoria alle tante guadagnate dall'automobilismo su
tutte le piste del mondo.
Il sole, pallidissimo, come se fosse ammalato, si coricava rapidamente
come se s'immergesse nel mar libero polare, quando l'automobile e
la sua vettura volsero le spalle al nord slanciandosi attraverso le
isolette collegate fra di loro da banchi di ghiaccio abbastanza solidi
per reggerli.
Fuggivano temendo che le grandi nevicate li immobilizzassero sulle
terre di Grant, di Grinnell o di Ellesmore, le più fredde e le
più battute dagli uragani di tutte quelle che si stendono al di là
dell'oceano artico.
Dopo due giorni di corsa quasi continua, poichè splendide aurore
boreali illuminavano, meglio che il pallidissimo sole, quelle plaghe
desolate, il treno riattraversava felicemente lo stretto di Robison
all'altezza della baia di Markham.
Dieci ore di sosta, o meglio di sonno, poi eccoli nuovamente in corsa,
prima attraverso la terra di Grant, poi quella di Grinnell.
Il freddo era aumentato spaventosamente. L'enorme calotta polare,
formata di ghiacci antichissimi e di campi di ghiaccio sconfinati,
soffiava nebbioni e nevicate abbondanti.
Due giorni ancora ed ecco i fortunati conquistatori del Polo sulla
terra di Ellesmore, in rotta per quella di Lincoln.
Poi eccoli in gran corsa attraverso il canale di Jones, che superarono
senza provare le tremende pressioni che li avevano sorpresi sullo
stretto di Lancaster.
La benzina sfumava rapidamente, ma i grossi serbatoi del carrozzone ne
davano sempre come se fossero inesauribili.
Erano ancora ben lontani dal forte di Churchill, l'unico posto dove
potessero rifornirsi, pure non disperavano di raggiungerlo e non
completamente asciutti.
E la corsa continuava furiosa, febbrile, giorno e notte, con brevissimi
riposi, sovente fra spaventose bufere di neve, attraverso prima la
terra di Devon, poi quella di Baffin, quella di Boothia; quindi
eccoli sulle spiaggie della immensa baia di Hudson. Sette giorni
dopo giungevano finalmente, ancora con qualche centinaio di litri di
benzina, al forte di Churchill, quasi interamente sepolto sotto la
neve.
Ormai potevano considerarsi nel Canadà.
I fortunati esploratori, grandemente festeggiati da quei bravi
cacciatori e dal _borghese_, sostarono un paio di giorni al forte per
rimettersi dalle terribili prove subìte e dalle dure fatiche.
Erano giunti assai dimagriti e molto sfiniti.
La partenza pel sud infinito fu salutata da tutti i cacciatori del
forte con entusiastici _hurràh_ e con grandi scariche di moschetteria.
Quantunque non tutti i pericoli fossero cessati, poichè l'inverno
scatenava quasi ogni giorno furiose tempeste di neve, i tre esploratori
ridiscesero verso l'alto Canadà, sempre costeggiando la baia di Hudson
in gran parte gelata, poi nel basso, e ventitrè giorni dopo aver
lasciato il Polo, una bella notte calma, di luna piena, entravano in
Montreal fermandosi dinanzi la palazzina che avevano creduto di non più
mai rivedere.
— Silenzio con tutti per ora, — disse il signor di Montcalm quando si
ritrovò nel suo gabinetto da lavoro. — Per quarantotto ore desidero che
tutti ignorino, canadesi ed americani, che noi abbiamo conquistato il
Polo nord.
Poi forniremo ai _reporters_ dei giornali tutto quello che vorranno
sapere sul nuovo trionfo di queste macchine impareggiabili che si
chiamano automobili. —
Prese un foglietto di carta e vi scrisse sopra rapidamente alcune
righe, poi lo porse al suo gigantesco portiere dicendogli:
— Manda subito a _miss_ Ellen Perkins questo dispaccio.
— Subito, padrone, — rispose il colosso, uscendo frettolosamente.
Il signor di Montcalm stette un momento silenzioso, poi volgendosi
verso l'ex-baleniere disse:
— Dik, andate pure a riposarvi nella stanza che vi ho fatta preparare.
Domani mattina verrete qui ad incassare uno _cheque_ di diecimila
dollari che uniti agli altri che voi avete guadagnati in quel modo che
voi sapete, vi permetteranno di armare una buona goletta da pesca e
diventare capitano baleniere.
— Grazie, signore, — rispose Dik, curvando il capo ed arrossendo.
— Andate: anche voi avete bisogno di riposo. —
Si alzò, prese da uno scaffale una vecchia bottiglia di Bordeaux, la
sturò ed empì due bicchieri, poichè nella elegante stanzetta non era
rimasto che Walter.
— Che cosa credete che io abbia telegrafato a _miss_ Ellen? — chiese
allo studente, il quale sgranava gli occhi come per interrogarlo.
— Che _mister_ Torpon è morto, che voi avete vinta la sfida e che
attendete la sua mano, — rispose Walter.
— Davvero? — chiese ironicamente il canadese.
— Diamine!... Non avete trionfato voi? Non è morto il vostro rivale?
— Bevete, Walter: domani ne saprete di più.
— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... Vi assicuro che non ci vedo
chiaro in tutta questa faccenda.
— Ci vedrete meglio domani, poichè quella graziosa _miss_, dagli occhi
di tigre, non mancherà di farci visita sulla sua automobile.
Le donne americane quando promettono mantengono, ma l'aspetterà una
sgradita sorpresa.
— Come?... Voi....
— Bevete, Walter, — disse il canadese, interrompendolo bruscamente. —
Ora che ci siamo perfettamente conosciuti, e che ho avuto il tempo di
apprezzare le vostre meravigliose qualità, vorrei farvi una proposta.
— Dite pure, signor Gastone.
— Voi siete venuto al Canadà per crearvi una posizione.
— È vero.
— Vi nomino, se non vi spiace, mio segretario a vita. Voi vi occuperete
delle mie immense boscaglie e delle mie segherie e comanderete da
padrone.
— Ah!... Signor Gastone!... — esclamò lo studente, allargando le
braccia.
— Sì, qua una buona stretta mio giovane amico, con cinquemila dollari
all'anno.
Ed ora, Walter, andiamo a dormire in un buon letto.
. . . . . . .
Alle nove del mattino, una splendida automobile di 60 cavalli, si
arrestava bruscamente dinanzi la palazzina del signor di Montcalm e
_miss_ Ellen Perkins, più bella e più fresca che mai, quantunque sotto
le spoglie poco simpatiche delle automobiliste, balzava leggermente a
terra senza l'aiuto dello _chaffeur_ e del suo aiutante.
Il gigantesco portiere, già avvertito dal suo padrone di quella visita,
la introdusse tosto nel salotto di ricevimento.
Un momento dopo il canadese entrava, salutandola con un profondo
inchino e senza porgerle la mano.
Walter era pure entrato, quasi di soppiatto, celandosi nell'angolo più
oscuro.
— Ah!... Signor di Montcalm!... — esclamò la giovane. — È dunque vero
che voi avete raggiunto il Polo?
— Ho dei testimoni, _miss_, — rispose freddamente il canadese, facendo
un nuovo inchino.
— E _mister_ Torpon?
— Riposa laggiù, nei baratri dell'oceano artico, vittima della sua
audacia.
— Morto!... Già, non aveva mai avuta fortuna quel disgraziato.
— Ah!... — fece il canadese, coi denti stretti.
— Sicchè domani tutti i giornali dell'America parleranno di voi,
diventerete l'uomo più popolare degli Stati dell'Unione e del Canadà,
e parleranno del nostro matrimonio, poichè voi avete conquistata
valorosamente la mia mano.
— Quale, _miss_? — chiese il canadese, un po' ironico.
— La mia: siete voi che avete vinto.
— Ebbene _miss_, a quella vittoria alla quale era impegnata la vostra
mano io vi rinuncio, — rispose il signor di Montcalm, con voce grave.
— Le donne che esigono delle vittime e che cercano di spingere degli
uomini ad uccidersi in imprese arrischiate, non hanno mai fatto fortuna
nel Canadà.
_Miss_, cercatevi pure un marito fra i vostri compatriotti.
— Avete detto? — gridò la giovane furente.
— Che _miss_ Ellen Perkins non diventerà mai la signora di
Montcalm. —
Ciò detto il canadese le volse le spalle e uscì dalla stanza.
La giovane spezzò con un pugno un magnifico vaso giapponese mandandolo
in mille pezzi, ed a sua volta uscì seguita da uno scroscio di risa
sardoniche del campione di Cambridge.
L'indomani tutti i giornali degli Stati dell'Unione e del Canadà
salutavano con grande entusiasmo la nuova vittoria dell'automobile e la
conquista del Polo artico.