Battaglia in mezzo alle nevi.
Il canadese e lo studente, dopo un'abbondante cena ed una buona dose
di pipate, si erano cacciati sotto le coperte, quando un fracasso
indiavolato, che veniva dal di fuori, li strappò bruscamente dal primo
sonno.
Pareva che fra gli abitanti del villaggio fosse scoppiato un vivo
alterco, poichè fra i latrati dei cani si udivano grida minacciose e
certi colpi come se delle slitte venissero spezzate.
Walter pel primo era balzato giù dal lettuccio, e dopo essersi
impadronito d'una rivoltella, la prima arma trovata sotto mano, si
era precipitato verso uno dei finestrini tentando di vedere ciò che
accadeva intorno al treno.
Quantunque la notte fosse oscurissima e la neve cadesse in quel momento
in abbondanza, travolta dal ventaccio che soffiava da settentrione,
vide subito numerosi uomini dibattersi e urtarsi gli uni gli altri,
spingendosi contro l'automobile.
— Signor di Montcalm!... — gridò. — Quei miserabili attaccano la nostra
macchina. —
Il canadese era già balzato, a sua volta, giù dal letto, ed aveva,
prima di tutto, accesa la lampada, poi si era armato d'un _mauser_ il
cui serbatoio delle cartuccie era pieno.
— Aprite la porta, Walter!... — gridò. — Pagheremo la loro ospitalità a
colpi di fucile. —
[Illustrazione: .... tornarono al loro villaggio, cogli ultimi
carichi. (Cap. XII).]
Lo studente si slanciò contro la sbarra di ferro, la tolse e si provò a
spingere, ma con sua grande sorpresa la porta non cedette.
— Signor di Montcalm!... — gridò. — Ci hanno chiusi dentro!...
— È impossibile!...
— Provate anche voi.
— Aiutatemi!... —
I due uomini fecero impeto senza ottenere alcun risultato. La porta
era stata chiusa esternamente forse colla sbarra che era rimasta fuori
e che gli esquimesi avevano ricollocata a posto per impedire ai due
esploratori di uscire.
— Ah!... Canaglie!... — esclamò il canadese.
Si affacciò al finestrino che lo studente aveva aperto e gridò:
— Dik!... Dik!... A noi!... —
Fra tutto quel vocìo confuso gli parve di udire la voce
dell'ex-baleniere, poi rimbombarono due colpi di rivoltella.
— Dik!... Dik!... — ripetè il canadese. — In nome di Dio,
rispondete!... Che cosa succede? —
Un gruppo di uomini armati di archi e di ramponi si diresse verso
il carrozzone-salon. Karalit era con loro e stringeva in una mano la
rivoltella ancora fumante.
— Miserabile!... — gridò il canadese, puntandogli contro il _mauser_,
mentre lo studente, aperto un altro finestrino, agitava la sua grossa
Colt, minacciando di sparare. — Contro chi hai fatto fuoco? Che cosa
significa tutto questo baccano? Rispondi o ti uccido come un lupo
arrabbiato.
— Non sono stato io a tirare quei due colpi, bensì il tuo marinaio, —
rispose Karalit. — Per poco non mi uccideva.
— Perchè?
— Non lo so.
— Dov'è il mio marinaio?
— Lo abbiamo legato ben bene e cacciato dentro una capanna.
— Per qualche motivo deve aver sparato, tanto più che era tuo amico e
quindi non poteva nutrire odio alcuno verso i tuoi sudditi.
— Ah, io non lo so, — ripetè Karalit.
— Allora te lo dirò io, furfante!... — gridò il canadese. — Tu ed i
tuoi uomini volevate rovinarci la nostra macchina. Ce l'avete guastata
anche ieri.
— Può essere, — rispose candidamente l'esquimese, il quale non perdeva
di vista la canna del _mauser_.
— E hai l'audacia di confessarlo!...
— Sì, uomo bianco, perchè noi non vogliamo che tu vada più oltre verso
il gran nord.
— E perchè?
— Perchè l'_angekok_ ha detto che la tua bestia ha uno scopo terribile:
quello di distruggere tutti gli orsi, le foche, le morse ed i cavalli
marini, e così far morire di fame tutte le tribù degli Innoit. —
Walter scoppiò in una sonora risata, poichè quantunque l'esquimese
masticasse la lingua inglese in modo orribile, aveva compreso tutto.
Il canadese invece aveva lanciata una grossa bestemmia.
— Il tuo _angekok_ è un pazzo e tu sei un triplice imbecille! — gridò,
furibondo. — Finiamola con questa commedia: noi siamo uomini di corta
pazienza.
— Il nostro _angekok_ non si è mai ingannato, — rispose Karalit, — e se
ha detto così, vuol dire che è la verità.
O torna indietro o noi distruggeremo la tua bestia.
— Fa togliere prima la sbarra che tu hai cacciata dinanzi alla porta.
— No.
— Per tutti i fulmini di Giove!... — gridò lo studente, il quale voleva
prendere parte anche lui alla conversazione. — Signor mangiatore di
lardo, è ora di finirla con questa storia.
Signor di Montcalm, piantategli una palla sulla punta del naso o lo
crivello io come una schiumarola.
— Aspettiamo un po', Walter, — rispose il canadese. — C'è la macchina
fuori e Dik non è più là a difenderla.
Se ce la guastano, addio viaggio al Polo.
— Ai primi colpi di fuoco scapperanno come volpi, ne sono sicurissimo,
signore.
— Non dobbiamo dimenticare che tengono nelle loro mani Dik e che gli
hanno presa la rivoltella.
— Corpo di Giove!... Che cosa fare dunque? Cedere?
— Vediamo, — disse il canadese. — Questi furfanti contano certamente su
qualche premio.
Alle carote dell'_angekok_ non credono nemmeno loro, scommetterei mille
dollari contro uno. —
Karalit, seduto su un _hummok_ di neve, colla rivoltella sempre in
pugno, circondato da una quarantina dei suoi sudditi, i quali provavano
la forza dei loro archi fabbricati con pezzi di corna di renna
strettamente legati, aspettava pazientemente che i due esploratori
avessero finito di chiacchierare.
Aveva del tempo da perdere il briccone, ora che le sue capanne
rigurgitavano di carne e di lardo di balena.
— Insomma, che cosa vuoi? — chiese il canadese, minacciandolo col pugno.
— Te l'ho già detto, uomo bianco, — rispose l'esquimese. — Impedirti di
avanzare verso il gran nord.
— Ma se ti ho già detto anch'io che il tuo _angekok_ è un pazzo da
mandare a casa dello spirito maligno.
— L'_angekok_ ha parlato e basta, — ripicchiò l'ostinato. — Non si
è mai ingannato nel predire le grandi tempeste, i grandi freddi, le
scarse caccie e non s'ingannerà ora.
— E vuoi che torniamo indietro?
— Sì: questo è il fermo volere mio e di tutti i miei sudditi.
— Sia pure, ce ne andremo, — rispose il canadese. — Metti in libertà il
mio marinaio e rimetteremo in moto la nostra bestia.
— Ah no!... — esclamò Karalit. — Senza bestia.
— Che cosa vorresti dire? — urlò il canadese.
— Che la bestia rimarrà qui, perchè tenga lontani, colle sue urla, gli
spiriti maligni. S'incaricherà l'_angekok_ di darle da mangiare.
— Come!... Tu pretenderesti che ti lasciassimo la nostra macchina!...
— Accoppiamolo, signor di Montcalm!... — urlò lo studente.
— Guardatevi!... — disse Karalit, con voce minacciosa. — Ho cento
uomini sotto di me e se volessi averne tre volte tanti non avrei che da
far attaccare i cani e mandare alcuni dei miei uomini da mio suocero,
il gran capo dei Katirak.
Cadremo noi, ma cadreste anche voi.