Mentre lo _chaffeur_ si recava nel carrozzone, l'_angekok_, preso da un
improvviso delirio danzante, si era messo a girare e rigirare intorno
al treno, spiccando salti indiavolati e urlando a squarciagola.
Scagliava maledizioni contro il mostro rantolante, colla speranza di
farlo scappare, oppure manifestava in quel modo la sua sorpresa e la
sua gioia?
Sarebbe stato difficile saperlo.
Quella danza però ottenne un effetto straordinario, poichè gli abitanti
delle capanne, che poco prima se l'erano data a gambe, non tardarono a
ritornare insieme ai pescatori di balene ed al capo.
Il contegno eroico dello stregone doveva averli pienamente rassicurati,
tanto più che il mostro misterioso non l'aveva affatto divorato, anzi
non si era più mosso e continuava a russare tranquillamente dinanzi
alle capanne.
Dik frattanto aveva portate due bottiglie invece d'una, e dopo d'averle
decapitate con un colpo di coltello per fare più presto, le aveva
offerte una al capo e l'altra allo stregone.
I due messeri dovevano aver assaggiato altre volte la fortissima
bevanda, poichè a rischio di rovinarsi la lingua se le accostarono alla
bocca e cominciarono a vuotarle avidamente con un _glou-glou_ rumoroso.
— Corpo di Giove e di tutti i suoi fulmini!... — esclamò lo studente,
il quale era balzato a terra portando con sè il _mauser_ ed una Colt a
sei colpi. — Che stomachi!... Si ubriacheranno, se continuano ad alzare
il gomito a questo mondo!
— Lasciateli fare, — disse il canadese. — Sono imbottiti d'olio ed il
_gin_ non avrà facile presa su di loro.
— Stregone e capo gareggiano che è una meraviglia. Giù, giù, ancora....
hanno già finito!... Corpo di Giove!... Si direbbe che hanno bevuto un
litro di acqua fresca. —
I due esquimesi, dopo essersi ben assicurati che non era rimasta più
una sola goccia, passarono le bottiglie ben asciutte ai loro sudditi,
perchè potessero almeno fiutare l'odore, poi s'accostarono, non senza
una certa esitanza, all'automobile.
— Mio fratello bianco, — disse Karalit, rivolgendosi a Dik, — mi ha
grandemente spaventato colla sua brutta bestia. Questa bevuta mi era
necessaria.
Dovrebbe farmene fare un'altra per rimettermi completamente.
— Più tardi, — rispose l'ex-baleniere. — Fa intanto gli onori di casa a
me ed ai miei amici.
— La colazione deve essere pronta.
— Misericordia!... — esclamò Walter. — Che cosa ci offrirà questa botte
d'olio? Accettate, signor Gastone?
— E perchè no? — rispose il canadese, ridendo.
— Che cosa potrà offrirci? Qualcuno dei suoi cani fritto nell'olio di
foca?
— Si vedrà, Walter. Faremo però bene a portare con noi delle conserve
alimentari e qualche bottiglia di Bordeaux.
— Me ne incarico io. —
Lo studente corse nel carrozzone, empì un canestro di scatole e di
biscotti, tirò fuori dalla piccola cantina un paio di bottiglie
polverose, richiuse accuratamente la porta colla spranga e colle
chiavi, per paura che durante la loro assenza gli esquimesi tentassero
un saccheggio in piena regola, e raggiunse il canadese e Dik i quali
si erano fermati, insieme al capo ed allo stregone, dinanzi ad una
catapecchia un po' più vasta delle altre, adorna, sulla cima, d'una
mezza dozzina di cranî di renne e d'alci, infilati in corna di narvali.
Dinanzi all'abituro si stendeva, per una mezza dozzina di metri, una
specie di galleria che doveva essere ben bassa, formata con pietre e
coperta di torba e d'alghe marine.
— Dov'è la porta? — chiese lo studente, che aveva compiuto il giro
dell'abitazione senza vederne alcuna.
— E quel buco che immette nella galleria, — disse il canadese.
— Corpo di Giove!... È vero che gli esquimesi sono poco alti, ma non so
come facciano ad entrare.
— Strisciando come i serpenti.
— Dentro quel budello che sembra il tubo d'un pozzo nero?
— Non ci tengono gran che alla pulizia, mio caro.
— È tutta una fetente pozzanghera dove guazzano avanzi di pesci e
d'intestini di foca e di morsa.
— Non ci fate caso.
— Povere le nostre vesti!
— Ci cambieremo più tardi. Orsù, coraggio e spingete prima innanzi il
canestro. —
Il capo, l'_angekok_ e Dik si erano già cacciati dentro quel budello,
aiutandosi colle mani e coi piedi ed inzaccherandosi fino al collo.
Lo studente sternutò una mezza dozzina di volte, poi si fece animo e si
mise dietro ai talloni di Dik.
Appena dentro, credette di morire asfissiato, tanta era la puzza
che usciva da quel corridoio; sentendosi spinto innanzi dal canadese
che lo seguiva, sgattaiolò il più presto che gli fu possibile fra le
strette pareti, colla speranza di poter giungere subito in un posto
meglio arieggiato, e si trovò in una stanza circolare abbastanza vasta,
illuminata da un foro aperto in alto e difeso da un pezzo di vescica di
cavallo marino che bene o male serviva da vetro.
La speranza di poter trovare un'aria più respirabile, sfumò subito,
poichè la puzza che regnava là dentro era ben più acuta di quella che
aveva invasa la galleria.
Quello sopratutto che colpì e che prese alla gola il povero studente,
fu un acre odore d'ammoniaca. La catapecchia ne era addirittura
appestata in modo spaventevole.
— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò, rialzandosi a fatica. —
Ohè, Dik, c'è qualche fabbrica d'ammoniaca qui dentro? Come fate voi a
resistere?
— Vi abituerete anche voi, — rispose l'ex-baleniere, il quale pareva
che non si trovasse troppo a disagio entro quel letamaio.
— E da che cosa proviene.... questo profumo, chiamiamolo pure così, se
è quello gradito dalle belle esquimese. —
Lo _chaffeur_ gl'indicò tre o quattro grossi vasi di pietra porosa, che
occupavano un angolo della stanza.
— Da quelli, — disse poi. — Sono pieni d'orina.
— E che!... Questi porci la conservano per....
— Per conciare i loro stivaloni di mare.
— Ed anche le nostre pelli a quanto pare, — disse il canadese, sbucando
dal corridoio. — Questo è un vero negozio di profumeria.
— Infernale, — aggiunse lo studente, il quale non cessava di sternutare
e di fare delle smorfie ridicole.
Si erano guardati intorno.
Tutto il mobilio si riduceva a grossi rotoli di pelli che alla sera
dovevano servire certamente da letti, ed a molti vasi dentro i quali
gelavano, immersi nell'olio puzzolente degli anfibi marini, pezzi di
foca, di morsa e di narvalo.
Tutto il soffitto era coperto di pesci appesi a delle corde fatte di
nervetti intrecciati, pesci già corrotti che spandevano un odore più
che nauseante, molto gradito però agli esquimesi i quali preferiscono
la carne già molto, anzi troppo passata, a quella fresca. Questione di
gusti.
— Se non crepiamo asfissiati è un vero miracolo, signor Gastone, —
disse lo studente. — Dovevamo portarci qualche bottiglia di eliotropio
o di ilang-ilang!... Per tutti i fulmini di Giove!... Che razza di
polmoni posseggono dunque questi orsi umani?
— Si sono abituati, — rispose il canadese.
— Ma io non ci riuscirei mai e poi mai.
— Nemmeno io, credo.
— Eppure quel diavolo di Dik pare che non si trovi troppo male qui
dentro.
— Era marinaio, mio caro.
— Già, me l'ero scordato. —
Mentre si scambiavano le loro impressioni, il capo e lo stregone non
perdevano il loro tempo.
Avevano levate, di sotto un cumulo di pelli di foca, certe scodelle di
forma ovale, di pietra oliare malamente scavata, e le avevano deposte
nel centro della catapecchia, su una splendida pelliccia d'orso bianco,
poi avevano portato quattro o cinque vasi di dimensioni piuttosto
enormi, tirando fuori, colle mani, si capisce, poichè l'esquimese ha
sempre ignorato l'uso della forchetta, delle teste di foca arrostite
prima sulla lampada e poi conservate nell'olio di balena, bocconi degni
solamente di essere assaggiati dai grandi personaggi
Poi da un altro vaso trassero un certo intruglio formato di sangue
coagulato e di quei tali licheni chiamati zuppa di roccia, altro
boccone scelto, quindi un paio d'oche marine conservate nel grasso di
balena dopo essere state arrostite al fuoco della fumosa lampada, che
per gli esquimesi serve da stufa e da fornello.
— Dio degli dei!... — esclamò lo studente, cacciandosi le mani
nei capelli come un disperato. — Ed io dovrò mandare giù queste
porcherie!... Fulmine di tutti i fulmini di Giove, del cielo e della
terra!... Io scappo!... —
Se il canadese non fosse stato pronto ad afferrarlo per un lembo
della sua villosa casacca, il campione del salto di Cambridge avrebbe
certamente dato un saggio dell'agilità e della robustezza dei suoi
garretti, filando come un'automobile attraverso la galleria.
— Avete dunque dimenticato che abbiamo portato un canestro contenente
qualche cosa di meglio di queste porcherie, tollerabili solo, sono il
primo a convenirne, dagli stomachi degli esquimesi?
Vi assicuro che nemmeno io assaggerò questi manicaretti polari, debbano
o no offendersene i nostri cari orsi del nord.
— Corpo di Giove!... Mi ero scordata la nostra colazione.
— Mettetela fuori dunque, e vedremo se il capo ed il suo compare
faranno più onore alle nostre conserve alimentari o alle loro teste di
foca.
— Ma si soffoca qui dentro, signor di Montcalm. Io puzzo già come un
pozzo nero.
— Ce ne andremo al più presto, Walter. Credo che anche Dik cominci ad
averne abbastanza.
— È vero, signore, — rispose lo _chaffeur_. — Preferisco respirare
della buona aria gelata a 50° sotto.
— Allora spicciamoci. —
Il canestro fu vuotato accanto alla zuppa di roccia ed alle teste di
foca ed alle oche e tutti cominciarono un poderoso attacco, sopratutto
i due esquimesi.
La zuppa ed i manicaretti polari fecero una gran magra figura, poichè
anche il capo e lo stregone preferirono divorare le provviste degli
esploratori e lasciare in pace le teste di foca ed anche le oche.
L'olio non fece la sua comparsa poichè le due bottiglie di buon vino
lo surrogarono e che furono prestissimo asciugate dai due compari del
nord.
— Andiamocene, — disse Walter, gettando in aria il canestro vuoto. —
Aria!... Aria!...
— Sì, sì, lasciamo subito questa cloaca, — disse il canadese. — Al
diavolo tutte le capanne di questi orsi polari. —
Ne avevano fino sopra i capelli, compreso Dik, il quale aveva finito
per trovarsi a disagio là dentro, quantunque avesse soggiornato molte
volte presso le tribù esquimesi.
Appena si trovarono all'aperto, la popolazione intera fu loro addosso
urlando e gesticolando. Pareva in preda ad un pazzo terrore.
— Che cos'è accaduto? — chiese il canadese. — Sono diventati nuovamente
matti questi cari amiconi? —
Una bestemmia era sfuggita a Dik.
— Hanno toccato la macchina e l'automobile si è spostata. Purchè non
abbiano guastato il radiatore!... —
Infatti il treno, durante la loro assenza, si era avanzato per oltre
centocinquanta metri e s'accaniva a salire una roccia incrostata di
ghiaccio assolutamente insuperabile.
Qualche curioso aveva mossa la leva e la macchina si era messa in moto
a rischio di frantumarsi contro quell'ostacolo.
Dik in pochi slanci la raggiunse ed arrestò il motore, mentre la
piccola tribù si disperdeva nuovamente in tutte le direzioni malgrado
le grida del capo e dell'_angekok_.
— Nulla di guasto? — chiese il signor di Montcalm, il quale, insieme
allo studente, aveva raggiunto lo _chaffeur_.
— Qualche cosa deve essersi rotto, — disse Dik, la cui fronte appariva
annuvolata.
— Il radiatore forse?
— Ah no, signore. Non sarà cosa grave. Prima di domani la nostra
macchina sarà in ordine.
Ne rispondo io.
— Saremo così costretti a fermarci qui questa sera.
— E necessario, signore. Devo visitare il meccanismo.
— Abbiamo commessa una imprudenza ad abbandonare il nostro treno, —
disse Walter.
— Sarà l'ultima, — rispose il canadese.
— Che il diavolo si porti via quel maledetto orso che ha avuto la
pessima idea di mettere in moto la nostra macchina.
[Illustrazione: .... e la macchina s'era messa in moto, a
rischio di frantumarsi contro.... (Cap. XI).]
— Possediamo tutto l'occorrente per guarire simili ammalati, è vero,
Dik?
— Sì, signore. Come vi ho detto, io rispondo di tutto.
— Ecco un buon medico!... — esclamò lo studente.
L'automobile fu fatta indietreggiare fino al villaggio, presso la
catapecchia del capo, fra le urla degli abitanti, i quali a poco a poco
erano ritornati, senza che gli esploratori potessero comprendere se
erano grida ostili o di gioia.
Cominciava a far buio poichè le giornate sono straordinariamente corte
d'inverno, sotto quelle alte latitudini, ed un vento freddissimo si era
alzato sulla vastissima baia, soffiando con molta violenza e spingendo
innanzi a sè nubi di nevischio.
Era il momento di ritirarsi nel comodo carrozzone-salon e di accendere
la stufa.
Anche gli abitanti cominciavano a rifugiarsi nelle loro catapecchie,
dove già le donne avevano accese le puzzolenti lampade.
Fuori non rimanevano che i cani, scorazzanti in mezzo alla neve,
insensibili al freddo ed al vento.
Un bel buco sotto la neve e la loro casa era pronta e preferibile forse
al pestifero corridoio delle capanne.
— Signore, — disse Dik al canadese. — Io non soffro affatto al freddo e
se non vi rincresce dormirò sulla mia macchina, così sorveglierò anche
questi uomini.
Non dobbiamo fidarci poichè, a quanto ho capito, ritengono il
nostro treno come un genio malefico destinato a distruggere tutta la
selvaggina che è così necessaria per la loro esistenza.
Prima di addormentarmi visiterò il motore e vedrò se vi è realmente
qualche guasto.
— Fate come volete, Dik, — rispose il canadese. — Per mio conto
preferisco addormentarmi presso la stufa.
— E sui nostri comodi lettucci, — aggiunse lo studente.
— Io starò benissimo anche sotto la _capote_ della macchina, — rispose
l'ex-baleniere. — Buona notte, signori. —
Si erano già congedati dal capo e dall'_angekok_, i quali si erano pure
ritirati nelle loro capanne.
Il canadese e lo studente, che si sentivano investire furiosamente
dalle raffiche nevose, si ritrassero in fretta nel carrozzone, mentre
l'ex-baleniere caricava tranquillamente la sua grossa pipa insensibile
al freddo ed alle folate, mormorando:
— È questo il momento di mettermi ai servigi di _mister_ Torpon e di
mantenere le mie promesse. _By-god!_...
Diecimila dollari non si gettano via come se fossero sabbia.
Karalit mi aiuterà, corpo di una balena sventrata!... Se gli ho salvata
la vita, mi deve della riconoscenza, e se si rifiuterà guai a lui. Dik
è stato sempre un bel briccone, lo dicevano tutti i miei camerati ed in
fondo non s'ingannavano.