La baia di Hudson.
La notte calava rapidissima essendo le giornate assai corte nell'Alto
Canadà verso la fine dell'autunno, e la situazione non accennava a
cambiare, anzi minacciava di diventare di momento in momento più grave,
poichè la neve cadeva sempre, travolta da un freddissimo vento che
soffiava dalle non lontane plaghe della baia d'Hudson.
I lupi, più affamati che mai ed ostinati ad avere per cena un
abbondante pasto di carne umana, non si erano mossi, nè avevano rotte
le loro file.
Si lasciavano coprire dalla neve e sfidavano filosoficamente il freddo
che diventava sempre più intenso, raddoppiando le loro guardie per
paura che i tre assediati tentassero di fuggire.
Dopo le terribili lezioni ricevute, non avevano più abbandonati i loro
posti, con grande collera del campione di Cambridge, il quale aveva
ormai cacciate mezza dozzina di palle nei tronchi, dei giganteschi
alberi, sbagliando le punte dei musi dei prudentissimi animali.
E la neve intanto cadeva; cadeva senza posa, minacciando di
immobilizzare l'intero treno e di seppellire i disgraziati assediati,
sempre stesi sulla _capote_ di cuoio dell'automobile.
Ah!... Se avessero potuto raggiungere il carrozzone-salon, se ne
sarebbero infischiati di quel blocco. Avrebbero accesa la loro stufa,
si sarebbero preparati un buon pranzetto, avrebbero fatte delle buone
pipate e quindi una buona dormita sui loro comodi lettucci con delle
pesanti coperte indosso.
Disgraziatamente avevano indugiato troppo, credendo di poter respingere
facilmente le fameliche bestie con un fuoco d'inferno, ed ora era
troppo tardi per tentare la ritirata. Se l'avessero tentata, in
un baleno tutti quei lupi, un centinaio per lo meno, si sarebbero
scagliati loro addosso ed indubbiamente li avrebbero addentati prima
che aprissero la porta del carrozzone.
— Ebbene, signor Gastone, — disse ad un certo momento il giovane
studente, scuotendosi di dosso, per la ventesima volta, la neve
che lo copriva e gettando via, col calcio del fucile, quella che lo
circondava. — Sapreste dirmi come finirà questa avventura?
— Mah!... — si era limitato a rispondere il canadese, il quale,
abituato ai freddi intensissimi ed alle copiose nevicate del Canadà,
non sembrava preoccuparsi gran che del freddo.
— Noi corriamo il pericolo di gelare vivi, signore. Se questo assedio
dovesse durare tutta la notte, noi domani saremo più stecchiti dei
merluzzi di Terranuova.
— Guardate che cosa fa Dik.
— Sì, fuma placidamente la sua pipa monumentale e si lascia coprire
dalla neve come se fosse un esquimese.
— Si prepara la sua tana da orso bianco, — rispose il canadese.
— Ma quello è un baleniere, signor Gastone.
— Forse che la sua carne è diversa della mia e della vostra? Imitatelo,
mio caro Walter, e quando anche voi sarete ben coperto, non vi
lamenterete troppo del freddo.
Accendete la vostra pipa e lasciate che nevichi.
— Preferirei trovarmi nel carrozzone dinanzi ad una zuppa fumante di
fagiuoli.
— Veramente ci starei anch'io, mio bravo amico, ma i lupi non ci
vogliono permettere questo lusso.
— Un'idea, signor Gastone!... — esclamò improvvisamente lo studente,
picchiandosi la fronte.
— Dite pure.
— Voi avete portato con voi delle cartuccie di dinamite per far
saltare, se fosse necessario, i blocchi di ghiaccio che ci impedissero
di avanzare.
— Certo: ne ho un bel numero.
— Se le provassimo contro i lupi?
— Farebbero indubbiamente delle vere stragi.
— E perchè non le proviamo?
— Perchè si trovano nel carrozzone. —
Walter si era bruscamente alzato, levandosi dalla cintura un solido
_bowie-knife_, e collo sguardo aveva misurata la distanza che separava
la macchina dal carrozzone.
— Un paio di metri!... — esclamò. — Che miseria pel campione di
Cambridge. Anche un novellino dell'Università d'Oxford non si
guarderebbe indietro.
È vero che c'è il pericolo di scivolare e di cadere fra le bocche di
quei cento affamati.
— Che cosa vorreste tentare, Walter? — chiese il canadese.
— Credete che con questa buona lama si possa forzare il tetto della
nostra casa ambulante? Non sono troppo grasso, e levando qualche tavola
potrei passare.
— Una riparazione facile a farsi, è vero Dik?
— Sì, padrone, — rispose il meccanico, che era ormai quasi interamente
sepolto sotto la neve.
— Allora salto, — disse lo studente.
— Badate alle cadute.
— A me, Cambridge!... — gridò l'allegro giovanotto. — Proteggi il tuo
campione!... —
Le sue lunghissime gambe si tesero ed il corpo intero si sollevò,
attraversando facilmente la distanza che separava l'automobile dal
carrozzone.
— Ecco un vero saltatore!... — esclamò il canadese. — È vero,
Dik? —
L'ex-baleniere rispose con una specie di grugnito e non voltò nemmeno
la testa. Abituato agli intensi freddi dei mari polari, si trovava
benissimo sotto il lenzuolo nevoso, specialmente colla pipa fra le
labbra.
Oh, ne aveva passate ben altre delle nottate terribili al nord dello
stretto di Behring e sulle coste dell'Alaska!...
Lo studente era caduto quasi nel mezzo del tetto del carrozzone,
tenendosi ancora in piedi per un prodigio di equilibrio e provocando,
da parte dei lupi sempre vigilanti, degli ululati spaventevoli che non
lo avevano però affatto commosso.
Essendo quel tetto ben più alto della _capote_ di cuoio della macchina,
poteva ridersi delle minaccie dei cervieri ed anche dei neri, buoni
corridori ma pessimi saltatori di fronte ad un campione di Cambridge.
— Dik, — disse il canadese, volgendosi verso il meccanico. — Vi
sentireste in caso di tentare anche voi il salto?
— Preferisco starmene qui sotto la neve, signore. Non sono mai stato un
saltatore io.
— Ed io preferirei trovarmi al coperto. Dopo tutto non mi sembra
un gran che fare quella volata, ora che Walter si troverà pronto a
sorreggerci.
Là, proviamo.
— Venite anche voi, signore? — chiese lo studente che stava sbarazzando
il tetto del carrozzone.
— Vengo ad aiutarvi. Tenetevi pronto ad afferrarmi. —
Misurò collo sguardo per bene la distanza, si raccolse su sè stesso,
poi si slanciò cadendo fra le braccia aperte dello studente.
— Signor di Montcalm, — disse l'allegro giovanotto, — voi meritereste
di prendere parte alle gare del _Queen's Club_.
Io stesso avrei in voi un serio rivale nel salto.
— Io non appartengo nè all'Università di Cambridge, nè a quella di
Oxford, — rispose il canadese. — E poi senza il vostro pronto aiuto
sarei andato certamente colle gambe in aria ed avrei finito il mio
salto fra le mascelle dei lupi.
Orsù, amico, cerchiamo di aprirci una via attraverso al tetto. In due
lavoreremo più rapidamente. —
Sbarazzarono il coperto dalla neve, tagliarono coi loro robustissimi
coltelli lo strato di zinco, poi quello di feltro, e misero allo
scoperto le tavole.
Seguendo colle punte delle armi le connessure, dopo un quarto d'ora di
lavoro accanito riuscivano finalmente a levare due tavoloni, ottenendo
uno spazio sufficiente per far passare i loro corpi.
— Finalmente!... — esclamò lo studente che pel primo si era calato nel
carrozzone, andando a cadere su una cassa. — Ora i signori lupi avranno
da fare con noi.
— Accendete una lampada, — disse il canadese, il quale lo aveva subito
seguito.
— E poi la stufa, signore. Io non posseggo la pelle di quell'orso di
Dik. È vero che lui è stato baleniere. —
Come al solito, chiacchierava assai ma agiva anche molto. Il lume
fu acceso, poi subito dopo la stufa, operazione facilissima che non
richiedeva nemmeno mezzo minuto, non trattandosi che di dar fuoco
all'essenza minerale, quindi fu sturata una bottiglia di vecchio
_wisky_ che in quel momento era più necessaria della stufa, poichè i
due viaggiatori erano intirizziti dal freddo.
Riscaldatisi con un paio di bicchierini e rimesse a posto le due
tavole del tetto per impedire l'ingresso alla neve, che cadeva sempre
abbondante, si misero a cercare la cassetta contenente le cartuccie
di dinamite, impresa facile poichè tutte le casse erano state prima
diligentemente numerate.
— Ecco qui tanta materia esplosiva da far saltare tutti i lupi della
terra, — disse il canadese prendendone, con precauzione, cinque o sei.
— Walter, aprite una finestra mentre io accendo una miccia.
— Non salteremo anche noi per caso? — chiese lo studente. — Io ho
sempre avuto un gran terrore per questi terribili esplosivi.
— La cartuccia è pesante e andrà ben lontana.
— E la neve non spengerà la miccia?
— Non vi è pericolo. —
Il canadese si affacciò alla finestra, tenendo in mano una delle sei
cartuccie il cui cordoncino già fumava.
Trenta o quaranta lupi si erano radunati ad una cinquantina di passi
dall'automobile, come se si preparassero a tentare un nuovo assalto.
Era il buon momento per somministrare a quegli affamati una tremenda
lezione.
— Walter, — disse il canadese. — Gettatevi a terra. —
Poi lanciò a tutta forza la cartuccia attraverso la finestra, facendola
cadere in mezzo alla banda urlante.
Un momento dopo una detonazione formidabile si propagava sotto la
foresta e così forte che il treno intero fu scosso e spostato.
Walter ed il canadese si erano precipitati verso la finestra, mentre si
udiva Dik che imprecava.
Del gruppo dei lupi raccoltisi per ritentare l'attacco non ne esisteva
più uno.
Il potente esplosivo li aveva, per modo di dire, polverizzati. Gli
altri invece scappavano a tutte gambe, colle code basse, ululando
spaventosamente.
— Credo che sia bastato, — disse il canadese.
— Che strage, signor Gastone! — esclamò lo studente.
Poi udendo ancora il meccanico brontolare, gridò:
— Ohè, mastro Dik, vi è caduto addosso qualche lupo?
— Ho perduto la mia coperta di neve che mi teneva così caldo, — rispose
l'ex-baleniere. — Mi è stata portata via di colpo.
— Posso offrirvene una di buona lana accanto alla stufa, insieme a una
mezza bottiglia di _wisky_ vecchio quanto Noè.
Lasciate il vostro covo di orsi bianchi, ora che i lupi si sono
congedati. —
Se non vi fosse stata la promessa di un paio di bicchieri di quella
fortissima bevanda della quale tutti gli americani fanno un uso
smodato, probabilmente l'ex-baleniere, che se ne rideva delle nevi, non
si sarebbe mosso, ed avrebbe attesa un'altra coperta candida. Bevitore
emerito, come lo sono quasi tutti gli uomini di mare, non seppe
resistere alla tentazione e saltò a terra sprofondando nella neve fino
alle anche, e raggiunse la porta del carrozzone già aperta.
— Volevate proprio dormire lassù al fresco? — gli chiese Walter,
chiudendo subito, affinchè il dolcissimo calore della stufa non
sfuggisse. — Io mi trovo meglio qui, non essendo nato esquimese. —
Dik alzò le spalle e si attaccò alla bottiglia.
Il canadese rinchiuse accuratamente la cassetta delle pericolose
cartuccie e si mise a preparare la cena, aiutato dallo studente.
Intanto fuori continuava a nevicare ed il vento sibilava o ruggiva
attraverso la foresta, torcendo perfino i grossi rami dei pini bianchi
e rossi.
I lupi in lontananza ululavano sempre, senza però osare accostarsi al
treno.
Ne avevano avuto abbastanza di quella cartuccia, dopo le gravi perdite
subìte prima.
— Aspettiamo domani, — disse il canadese, quando ebbero terminato di
cenare. — Intanto il freddo rassoderà la neve.
— Purchè i lupi non attacchino le pneumatiche, — disse Walter.
— Sono così robuste da sfidare i loro denti. Orsù, cacciamoci sotto le
coperte. —
Tutta la notte il vento soffiò con estrema violenza, facendo tremare
perfino le grosse vetrate delle piccole finestre, e la neve non cessò
dal turbinare.
All'indomani, quando Dik aprì la porta per recarsi all'automobile,
trovò uno strato nevoso alto quanto i predellini delle due vetture, ma
così solido da reggere benissimo anche una piccola nave.
Un freddo intensissimo ed improvviso, aveva gelato tutto.
— Si può andare? — chiese il canadese, affacciandosi alla porta.
— Rompiamo lo strato che rinserra le ruote e poi vedrete che bella
corsa faremo. Io conto di farvi pranzare sulle rive della baia di
Hudson.
— Allora non perdiamo tempo. —
Mandarono giù in fretta un paio di tazze di _thè_ ben bollente, si
armarono di vanghe e di picconi ed attaccarono poderosamente lo strato
gelato, per fare alla macchina un po' di largo e prendere lo slancio.
[Illustrazione: .... quelli del Canadà superano per statura e
peso tutti gli altri, — disse il canadese. (Cap. IX).]
Un'ora dopo il treno già filava magnificamente attraverso la foresta
gelata, con una velocità di quaranta chilometri all'ora.
Walter ed il canadese, ben avvolti in pesanti pelliccie, avevano
ripreso il loro posto dietro il meccanico, tenendo i fucili fra le
gambe, sempre in attesa di fare qualche buon colpo onde variare, con
qualche buon pezzo di selvaggina, la minuta del pranzo.
L'automobile si comportava magnificamente anche perchè il terreno su
cui s'alzava l'immensa foresta, si manteneva costantemente piano.
La neve, tramutata ormai quasi in un banco di ghiaccio, non cedeva
sotto il peso del treno. Era bensì vero che qualche volta succedevano
degli slittamenti, ma poi la macchina riprendeva il suo slancio con un
_teuff-teuff_ sonoro.
Di quando in quando della piccola selvaggina s'alzava fra i cespugli
di rose canine e di bacche, semi-sepolte nella neve, e scappava via con
velocità fulminea.
Erano per lo più lupatti, volpi e martore. Di tratto in tratto però
qualche schiera di grossi cigni, emigranti verso il sud, passavano
fischiando, producendo un rumore strano colle loro ali piuttosto
deboli per sorreggere dei corpacci pesanti una trentina ed anche più di
libbre.
Verso il mezzodì il treno lasciava finalmente la grande foresta e si
slanciava attraverso ad una sconfinata pianura tutta bianca e gelata la
quale proiettava, verso le nubi gravide di neve, una luce intensissima,
acciecante: era l'_ice-blink_.
Il canadese stava per dar ordine a Dik di arrestare l'automobile per
preparare il pranzo, quando degli ululati si fecero udire verso il
margine della foresta che avevano appena lasciata.
— Toh!... — esclamò lo studente. — Ancora i lupi!...
— In caccia, — rispose il canadese, il quale tendeva gli orecchi.
— Di chi?
— Ma!... Forse di qualche _caribou_ o di qualche altro grosso animale.
Se si trattasse d'un piccolo capo di selvaggina non urlerebbero tanto.