Dik Mac Leod, il poco simpatico _chaffeur_, dopo un'abbondante
colazione, durante la quale aveva dato una sorprendente prova del
suo appetito, aveva lasciata la palazzina per recarsi a preparare il
suo bagaglio, quando un uomo di statura quasi gigantesca e di forme
massiccie, avvolto in un gran pastrano foderato di pelle di bisonte,
che da qualche ora passeggiava poco lontano dalla cancellata che
chiudeva il giardino, lo abbordò bruscamente, dicendogli:
— Vorreste permettermi una parola, _mister?_ Se non m'inganno siete uno
_chaffeur_, o almeno ne indossate il costume. —
Se il signor di Montcalm non si fosse trovato nel suo _garage_ assieme
allo studente per sorvegliare gli operai che davano gli ultimi colpi
alla preparazione dell'automobile, avrebbe subito riconosciuto, con non
poca sorpresa, in quel gigante il maestro di _boxe_ di _mister_ Torpon.
Dik Mac Leod, udendo quelle parole, si era fermato, osservando
attentamente l'americano ed ammirandone sopratutto le forme imponenti.
— Dite pure, _mister_, — rispose finalmente.
— Questo veramente non è il luogo per fare delle confidenze, mio caro
_chaffeur_, — rispose il _yankee_, lanciando un'occhiata sospettosa
verso la palazzina del canadese. — Posso offrirvi un buon bicchiere di
_wisky_ od un _grog?_
— Un po' di _alcool_ non fa male quando si è mangiato abbondantemente,
— disse l'ex-baleniere. — E poi io ho l'abitudine di non rifiutare mai
un invito quando mi viene fatto da un _gentleman_.
— Avete fatto colazione dal signor di Montcalm?
— Avete proprio indovinato, signore.
— Allora un buon bicchiere di _wisky_ vi farà digerire meglio d'ogni
altro liquore.
— Anche due, _mister_. —
Il maestro di _boxe_ attraversò la via che era in quell'ora piuttosto
frequentata, e dopo d'aver svoltato l'angolo d'un vasto caseggiato,
entrò in un _bar_, chiedendo un gabinetto ed una bottiglia di _wisky_,
del migliore.
Pochi istanti dopo si trovava seduto di fronte allo _chaffeur_, in un
salottino minuscolo e silenzioso.
— Bevete innanzi tutto, _mister_....
— Dik Mac Leod, — rispose l'ex-baleniere, vuotando d'un colpo il
bicchiere e facendo scoppiettare la lingua con visibile soddisfazione.
— Ed ora, signore, ditemi che cosa desiderate da me ed al più presto
possibile, non avendo troppo tempo da perdere.
— Vorrei sapere se siete libero o se il signor di Montcalm vi ha
arruolato.
— Parto pel Polo, _mister_.
— Coll'automobile di quel signore?
— Precisamente. Volevate forse farmi anche voi qualche proposta? —
Invece di rispondere, il maestro di _boxe_ gli chiese bruscamente:
— Siete un uomo scrupoloso o ne avreste quando si trattasse di
guadagnare una bella somma? —
L'occhio dell'ex-baleniere fiammeggiò sinistramente.
[Illustrazione: .... centomila lire non si guadagnano tanto
facilmente in un giorno.... (Cap. VII).]
— Mi avete capito? — chiese l'americano, vedendo che lo _chaffeur_
indugiava a rispondere.
— Pur di guadagnare del denaro, mi sentirei capace di scendere
all'inferno e di andare a rompere tutte le corna di compare Belzebù,
— disse l'ex-baleniere. — Perchè credete che io abbia accettato di
condurre il signor di Montcalm al Polo? Per rivedere i ghiacci e fare
la conoscenza, o meglio rinnovarla, cogli orsi bianchi, le foche e le
morse? No; ma per la grossa somma che mi ha offerto, mio _gentleman_.
— Molto grossa?
— Eh!... Diecimila dollari.
— Che cosa direste allora se vi fosse una persona che ve ne offrisse
altrettanti per impedire che il signor di Montcalm giunga proprio fino
al Polo? —
Dik Mac Leod prese la bottiglia di _wisky_, si empì il bicchiere e dopo
d'averlo vuotato d'un fiato lo depose sul tavolo con fracasso, dicendo:
— Che razza d'affare è mai questo?
— Un affare di diecimila dollari che potreste guadagnare,
immobilizzando un'automobile, operazione semplicissima per uno
_chaffeur_.
— Un colpo al radiatore ed è bella e finita, — disse l'ex-baleniere.
— Un affare di cinque minuti.
— Ma nemmeno d'uno, mio signore.
— E sareste proprio capace di darlo?
— Per diecimila dollari!... Farei saltare anche l'automobile e la
vettura di rimorchio.
Basta un zolfanello e la benzina scoppia come una bomba insieme a tutti
i suoi serbatoi.
— Che bel furfante!... — non potè a meno di pensare il maestro di
_boxe_. — Il signor Torpon ha avuto fortuna, e non sarà certo il
signor di Montcalm che andrà a pranzare là dove s'incrociano tutti i
meridiani. —
Levò da una tasca una bellissima pipa di schiuma levantina, regalo
certamente del suo munifico allievo, la riempì di tabacco, impiegando
un certo tempo che l'ex-baleniere occupava intanto a baciare
amorosamente la bottiglia di _wisky_, l'accese, e dopo d'aver lanciato
in aria tre o quattro boccate di fumo, in modo da avvolgersi quasi
completamente dentro una nuvola, riprese:
— Sapete per quale motivo il signor di Montcalm tenta di recarsi al
Polo?
— Eh!... — fece il baleniere. — Chi non lo sa? I giornali hanno parlato
abbastanza.
È una sfida che finirà dentro gli occhi azzurri d'una ricca ereditiera
_yankee_: _miss_ Ellen Perkins, se non m'inganno.
— Benissimo, giovanotto.
— E che _mister_ Torpon vorrebbe portare via al signor di Montcalm, è
vero? — chiese lo _chaffeur_, sorridendo.
— Meglio che meglio. Ciò mi eviterà di darvi soverchie e poco
interessanti spiegazioni.
— E _mister_ Torpon ha mandato voi ad offrirmi una somma, per impedire
che questo signor canadese vinca la sfida.
— Avete una intelligenza straordinaria, giovanotto. Al di là del S.
Lorenzo fareste maggior fortuna che al Canadà.
— Pare che si possa farla anche sulla riva sinistra del fiume, mio
_gentleman_, poichè centomila lire non si guadagnano facilmente in
un giorno quando non si portano i nomi d'un Carnegie o di un Pierpont
Morgan.
— Avete ragione.
— Ora spiegatevi meglio.
— Sareste deciso ad accettare la proposta che vi ho fatta?
— Sarà un tradimento assai nero, tuttavia pur di guadagnare una così
bella giornata, che mi permetterà un giorno d'armare anch'io una
goletta baleniera e di comandarla non più come marinaio, bensì come
padrone, sono pronto a tutto.
— Galeotto, — brontolò il maestro di _boxe_, facendo un gesto di
disgusto che sfuggì allo _chaffeur_, occupato in quel momento a mandar
giù un altro bicchiere. — Giacchè sono venuto qui, cerchiamo di fare
gl'interessi del mio allievo. —
Aspirò altre tre o quattro boccate di fumo, poi disse:
— A noi basta che il signor di Montcalm non superi il 90º. Conducetelo
pure molto al nord, a noi non importa. Quello che ci preme è che lo
immobilizziate prima di giungere al Polo.
Dove? Come? Quando? Questo riguarda voi.
— Diavolo!... — esclamò l'ex-baleniere, percuotendo il tavolo con un
pugno formidabile. — E non avete pensato alla mia pelle? Che cosa ne
farei dei vostri denari se io non potessi più ritornare?
— Passeranno ai vostri eredi, poichè io ho l'ordine di depositare, a
quella banca che voi mi indicherete, i diecimila dollari intestati al
vostro nome e non ritirabili prima di tre mesi. —
L'ex-baleniere fece una smorfia.
— Alla malora i miei eredi!... — esclamò. — Preferisco divorarmeli io
quei dollari.
— Ritornate e li ritroverete.
— E se, come voi desiderate, o meglio m'imponete, immobilizzo il treno
in mezzo ai ghiacci all'80º od all'85º od 88º parallelo, come farò poi
io a tornarmene indietro? Io non mi occuperò della pelle degli altri se
vorrete ma, _by-god!_... Ci tengo un po' alla mia!...
— Vorreste guadagnare una somma così rispettabile senza correre nessun
rischio? E poi, non vi sarà lassù _mister_ Torpon coi suoi compagni e
la sua automobile?
— Purchè riesca a spingersi tanto innanzi, — osservò lo _chaffeur_. —
Bisogna conoscerle quelle regioni per farsi un'idea delle difficoltà
che si possono incontrare.
— Esitate?
— Ah no!... Non voglio perdere un'altra fortuna.
— Accettate?
— Sì, mio _gentleman_.
— Quando parte il signor di Montcalm? — chiese il maestro di _boxe_.
— Domani a mezzanotte. Vuole andarsene senza fracasso e senza _hurràh_.
— Allora domani mattina, alle nove, vi aspetto qui coi diecimila
dollari che andremo a depositare insieme, a nome vostro, alla banca che
mi indicherete.
— Patto concluso: qua la mano, _gentleman_. —
Una stretta formidabile, una vera stretta all'americana, che fece fare
al briccone una brutta smorfia, chiuse il dialogo.
Dik Mac Leod si alzò, un po' traballando sulle gambe piuttosto malferme
e se ne andò colle mani sprofondate nelle ampie tasche, borbottando:
— Ecco una bella giornata!... Lo sapevo io che cambiando mestiere avrei
finito per fare una bella fortuna. Le foche, le morse e le balene che
da tre anni lascio in pace, devono aver pregato per me.
. . . . . . .
La mezzanotte suonava all'orologio del palazzo del governo, tosto
ripetuta su diversi toni da tutti gli orologi dei campanili delle
chiese cristiane e protestanti di Montreal, quando il cancello del
giardino in mezzo a cui s'alzava il _garage_ di Montcalm s'aprì per
lasciar passare il treno destinato a conquistare il Polo artico.
Nevicava fortemente ed un vento freddissimo, che giungeva a grandi
raffiche dalle immense pianure dell'Ontario, spazzava, sibilando
sinistramente, le vie della città ormai già deserte.
Dik Mac Leod sedeva al volante; dietro di lui, ben avvolti in ampi
gabbani di grosso feltro, stavano il signor di Montcalm e Walter,
l'allegro studente bocciato.
Nella vettura a rimorchio, ben chiusa e tutta oscura, non vi era
nessuno.
— Buon viaggio, padrone!... — disse il gigantesco portiere, alzando la
lanterna e spalancando i cancelli. — Che Dio vi assista in così grande
e così pericolosa impresa.
— Addio, mio buon Perrot, — rispose, con voce un po' commossa, il
signor di Montcalm. — Se gli orsi bianchi non ci divoreranno, prima di
due mesi noi saremo di ritorno.
Ti manderò notizie dal forte Severn e da quello di Churchill, se non
avrai premura. —
Poi alzando un po' la voce disse allo _chaffeur_, che si era ben
accomodato dietro allo scudo d'acciaio tutto ricoperto di _hickory_,
perchè le sue gambe non avessero nessun contatto col metallo:
— All'ufficio telegrafico, prima di tutto.
— Bene, signore, — rispose l'ex-baleniere.
L'automobile infilò la larga via, rumoreggiando e brontolando, e
spazzando dinanzi a sè la neve che si era già accumulata in alti
strati.
Attraversò alcuni corsi a velocità moderata, qualche piazza, poi si
fermò dinanzi all'imponente ufficio telegrafico, illuminato come in
pieno giorno da una moltitudine di lampade elettriche.
Il canadese balzò a terra scuotendosi di dosso la neve, fece segno a
Walter di seguirlo ed entrò dirigendosi verso uno sportello dietro cui
sonnecchiava un impiegato.
— Speditemi subito questo ad Albany, — disse il signor di Montcalm,
presentando un modulo già scritto.
L'impiegato sbadigliò un paio di volte, si accomodò sul naso gli
occhiali e lesse:
«Albany — _Miss_ Ellen Perkins.
Sono partito.
«G. di Montcalm».
— Null'altro? — chiese l'impiegato.
— Niente da aggiungere, — rispose il canadese.
Attese la ricevuta e tornò nell'automobile.
— Un po' secco quel telegramma, — disse Walter, riprendendo il suo
posto.
— Quella orgogliosa americana che per smania di farsi della réclame
manda gli uomini che la corteggiano a rompersi il collo perfino al
Polo, non merita di più, amico, — rispose il canadese.
— Ecco un amore poco saldo in gambe.
— Può darsi. Dik, avanti, e appena fuori della città non fate risparmio
di benzina. Prima di giungere ai grandi banchi del Polo, ne troveremo
dell'altra.
— Chi ce la provvederà, signor di Montcalm? — chiese lo studente. — Gli
orsi bianchi non ne hanno mai tenuta di certo in serbo per comodità dei
signori automobilisti.
— Ho prese le mie precauzioni, giovanotto mio. A quest'ora i due forti
della Compagnia delle pelliccie della Baia di Hudson, che si trovano
sui confini della regione abitabile, devono essere già stati avvertiti,
per cura del rappresentante della Compagnia di Montreal, del mio
passaggio.
Là non ci mancherà la benzina, ma dopo non dovremo contare che sulla
nostra riserva.
Sarà dopo il forte Churchill che le grandi difficoltà ed i grandi
pericoli cominceranno per noi.
— E per toccare quegli stabilimenti perduti fra le nevi polari voi
avete prescelto la via più lunga?
— Precisamente, Walter. Se noi seguissimo invece la rotta a levante
della baia d'Hudson, abbrevieremmo di molte centinaia di leghe il
tragitto, ma là i forti mancano.
— E voi credete che Torpon seguirà invece quella?
— Così mi hanno riferito.
— Speriamo che vada ad affogarsi nello stretto d'Hudson, che troverà
sulla sua rotta.
— E forse non ancora così solidamente gelato da poterlo attraversare,
poichè lo raggiungerà troppo presto.
— Mentre noi?
— Mentre noi troveremo sempre terra fino alla Terra di Boothia, che si
stende al di là del 70º parallelo e dalla quale potremo passare, senza
alcuna difficoltà, sulla Terra di Somerset che spinge le sue punte
settentrionali a pochi minuti dal 75º.
— A 15 soli gradi di distanza dal Polo.
— Sì, Walter.
— Ossia a sole novecento miglia.
— Precisamente.
— Distanza che noi potremo forse superare in ventiquattro ore.
— Oh, non correte tanto, amico, — disse il signor di Montcalm,
sorridendo. — Su quei ghiacci non potremo spingere il nostro treno
nè alla velocità di ottanta, nè di cinquanta e forse nemmeno di dieci
miglia all'ora
Chissà quali brutte sorprese ci offriranno quegli sterminati campi di
ghiaccio.
Io non mi illudo di trovare dei paks abbastanza lisci per far correre
le nostre ruote.
— Eppure io sono convinto, signor di Montcalm, — disse lo studente con
grande entusiasmo, — che noi riusciremo a sollevare il velo misterioso
che copre quel dannato Polo nord.
— Si vedrà. —
Intanto l'automobile continuava a correre in mezzo alla neve che
copriva le vie, mantenendo una velocità moderatissima di non più di
trenta miglia all'ora, per non imprimere troppe scosse alla vettura di
rimorchio.
Nevicava sempre a grandi fiocchi che il ventaccio faceva volteggiare
in tutte le direzioni, ma nessuno se ne inquietava, poichè la capote
di cuoio riparava magnificamente tanto lo _chaffeur_, quanto i suoi due
compagni.
Alle dodici e mezza il treno, quasi da nessuno notato, volgeva le
spalle ai vecchi bastioni di Montreal e correva attraverso alla bianca
campagna per raggiungere l'Ottawa, nel suo corso superiore.
Quantunque la neve fosse già alta più d'un metro, la macchina
funzionava magnificamente, aprendosi, senza fatica, un largo solco
entro cui s'incanalavano le ruote, turbinando e sobbalzando.
Il canadese e lo studente, stanchissimi pei lavori compiti durante la
giornata, a poco a poco avevano chiusi gli occhi, invitati al sonno
dal sonoro russare della macchina, e godendosi il dolce tiepore che
sfuggiva dai due tubi, volti uno verso la ridotta del guidatore e
l'altro verso l'interno della vettura, ed ottenuto coi semplici residui
dello scappamento.
Dik Mac Leod, rannicchiato dietro lo scudo protettore, colle mani
coperte da grossi guanti di pelle di foca, aggrappato al volante,
spalancava invece sempre più gli occhi. Temeva di incontrare qualche
improvviso ostacolo, non essendo le strade canadesi così ben tenute,
nè così sicure come quelle europee, quantunque le due grosse lampade a
carburo, fissate sul davanti, spandessero due intensi fasci di luce che
si prolungavano oltre i venti metri.
Alle cinque del mattino, il treno che aveva viaggiato tutta la notte,
attraversava l'Ottawa sul ponte metallico della linea ferroviaria e si
slanciava verso le grandi pianure dell'Alto Canadà, coperte d'immense
boscaglie di pini bianchi, di aceri, di betulle, di quercie nere,
rifugi quasi sicuri dei bufali, degli orsi, delle gigantesche alci e
sopratutto dei lupi, specialmente grigi e neri.
Al fracasso prodotto dal treno passando sulle lastre d'acciaio del
ponte, il canadese e Walter avevano aperti gli occhi.
— Come va, Dik? — chiese subito il signor di Montcalm.
— Benissimo, padrone, — rispose l'ex-baleniere. — La bufera di neve è
terminata ed il freddo rassoderà presto quella che è caduta.
— E la macchina?
— Funziona meglio d'un orologio.
— Allora possiamo bere il _the_.
— Approvato, — disse l'ex-studente. — M'incarico io di andarlo a
preparare. Non faccio per dire, ma gl'inglesi lo sanno fare meglio di
tutti gli altri popoli. —
L'automobile fu fermata ed i tre uomini passarono nella vettura-salon,
anche per vedere se tutto era rimasto in ordine durante quella prima
corsa.
Bevuta la profumata bevanda, accompagnata da un paio di bicchierini
di _wisky_ e fatta una fumata, i viaggiatori tornarono al loro posto
sull'automobile, riprendendo subito la corsa.
La strada ormai non esisteva più, poichè l'Alto Canadà è poco abitato
e poco frequentato. Essendo però formato da pianure o boscose o coperte
di laghetti e di vastissimi stagni, almeno nella sua parte meridionale,
che gelano subito ai primi freddi, il viaggio non poteva presentare
alcuna difficoltà.
Di quando in quando, attraverso gli squarci della nebbia, alzatasi coi
primi raggi del sole, apparivano delle vaste fattorie, costruite per
lo più in legname, con immensi recinti che si prolungavano per miglia
e miglia, gremiti di grassi bufali durante la buona stagione, ma ora
deserti.
Dei cavalieri, di tratto in tratto, si mostravano e si mettevano a
galoppare dietro all'automobile, lanciando grida selvagge.
Erano per lo più irochesi, gli ultimi discendenti di quelle formidabili
tribù che un tempo costituivano sei nazioni, ora ridotte solamente a
cinque: gli Oneida, i Seneca, i Tusiarora, gli Onondaga ed i Cayuga.
L'ultima è ormai scomparsa per le guerre sanguinose e non ne esiste
ormai più nessun rappresentante, nemmeno fra gli Assiboini e gli
Algonchini.
Non vi è più nessun Mandano nel Canadà.
Quegli indiani vestiti ormai quasi all'europea, con un cilindro in
testa spelato ed ammaccato, adorno di qualche etichetta di sardine
di Nantes, con dei lunghi calzoni neri sbrindellati, che altro non
conservavano dell'antico costume che una pelle di bisonte malamente
conciata o qualche coperta variopinta e tutta rattoppata, facevano una
ben meschina figura, quantunque non avessero ancora perduta la tinta
più o meno bruno-rossastra e le capigliature lunghe.
Fenimore Cooper non avrebbe potuto più riconoscere in quei guerrieri
degenerati nessuno dei suoi eroi.
— Peccato! — mormorava lo studente, il quale non si stancava di
osservarli, quantunque non vedesse più, sopra i lunghi capelli
svolazzanti, i diademi di piume multicolori, o sui loro dorsi le
artistiche acconciature di tacchino selvatico. — La civiltà ha
distrutto la poesia delle pelli-rosse perfino in mezzo alle regioni
nevose. —
A mezzodì l'automobile, sempre rimorchiando splendidamente la
carrozza-salon, dopo una corsa di oltre trecentocinquanta chilometri,
si cacciava sotto le immense foreste che coprono ancora buona parte
dell'Alto Canadà e che si spingono, quasi ininterrottamente, fino sulle
sponde meridionali della vastissima baia di Hudson.
— Walter, — disse il canadese, — ecco il momento di provare la vostra
abilità nel maneggio delle armi da fuoco. Entriamo nel regno della
grossa selvaggina. Spero che non vi rincrescerà assaggiare un buon
filetto di bisonte o d'alce o di mooses.
Io cercherò di aiutarvi, non essendo un pessimo tiratore.
— Non sareste nemmeno Canadese, — rispose lo studente bocciato. — Si
dice che i vostri compatriotti siano i migliori cacciatori del mondo.
— Ed infatti la Compagnia delle pelliccie della baia d'Hudson
preferisce arruolare i nostri piuttosto che gli altri.
Facciamo una fermata sul margine di questa gigantesca foresta per
prepararci il pranzo. Chissà che intanto non ci passi a tiro di fucile
qualche bel capo di selvaggina.
Dik, abbandonate il posto e lasciate che l'automobile russi. Un po' di
riposo non le farà nemmeno male. —