CAPITOLO IV

A quoi rêver au bain?

Helas! l'Oisivité s'endort laissant sa porte

Ouverte — Entre l'Amour. Pour que la Raison en sort

Il ne faut pas longtemps.

_Mardoche._ — ALFRED DE MUSSET.

Ecco una sala da bagno. Una donna si rattiene la camicia sul ginocchio e

chinandosi sull'orlo della vasca sorride alla bellezza della propria

immagine sorridente fra il velo dell'acqua. I capelli ancora crespi

dell'elegante acconciatura le ondulano sulle spalle marmoree a ogni moto

del capo, come forse ad ogni guizzo del senso, desto dalla propria

nudità, le fremono idee nella mente. La luce scende arcanamente velata

non si sa dove e l'aria tiepida è satura di profumi. Le statue bianche

immobili sembrano assaporare la voluttà dell'ambiente. Tutto tace; non

un'immagine o un rumore del mondo, non una pianta che ricordi la natura,

non un oggetto che ricordi la legge. Se la gloria ha i trofei e Dio le

chiese, la voluttà ha le terme o almeno le ebbe un giorno, quando regnò

sulla terra un popolo grande. Adesso la virtù cristiana ha cacciato

dalla vita questo lusso poetico, e le donne si bagnano entro una

ignobile tinozza in una più ignobile camera, come s'immerge il pollo

nella catinella prima di arrostirlo. Le case non hanno più sale per la

voluttà e non hanno più statue... Dimentichiamo e sogniamo...

La sala è rotonda. Nel pavimento lastricato di diaspro siciliano si

profonda una vasca di alabastro degradando a scalinata; intorno girano

dodici colonne di alabastro e nei loro vani appoggiate alle pareti

attendono dodici statue. La donna ha lasciato il suo manto bianco sopra

un cippo di marmo, e guarda. Le statue sorridono...

Io vi abbandono e seguo il mio racconto.

Il gabinetto, nel quale Mimy disponevasi al bagno, quantunque inferiore

in magnificenza all'altro che la marchesa possedeva nel suo famoso

castello di Sicilia, rivelava forse meglio la graziosa ricchezza della

sua fantasia di poeta. Era una specie di capanna rustica senza forma

alcuna. Le sue pareti e la vôlta formati di rami di quercia nemmeno

sbucciati andavano per ogni lato e parevano cadere ad ogni istante; anzi

la vôlta era rovinata in un angolo e fra le sue ruine sorgevano

piantelle rampicanti ed erbe grasse.

In un altro angolo s'ammucchiavano molti canestri di fiori esotici, che

usi a brillare nei gabinetti aristocratici, e quindi malcontenti del

luogo, sembravano guardarsi in uno specchio, capricciosamente insinuato

fra i rami, parlando fra loro coll'alterigia di un crocchio di eleganti

a una festa di parrocchia in campagna. Non li curiamo ed esaminiamo

questo canotto, che partito Dio sa da quali atroci spiaggie di

antropofagi si è qui fermato troppo grave di acqua. È tutto di un pezzo,

perchè l'artista selvaggio invece di correggere la deforme rotondità

dell'albero non lo sbucciò nemmeno e non badò che a scavarlo

profondamente nel mezzo per adagiarvisi sdraiato e vogare nascosto alle

freccie dei nemici.

Mimy vi è dentro e ascolta fremendo le ultime parole di un canto di

Zisa, che si smorza in una cadenza malinconica.

La voce si spense. Mimy, adagiandosi nel canotto, in uno specchio

insinuato sì improvvisamente nella vôlta bizzarra che le rappresentò il

suo bagno, si sorprese così bella in quel movimento di meraviglia, che

non potè a meno di sorridersi.

L'acqua del canotto era tiepida e profumata come l'ambiente. Mimy era

sola.

Si raccolse. Quanti avvenimenti in poche ore! Oh! erano troppi e non ci

volle pensare. Si estasiò nella contemplazione di quel gabinetto,

esaminò le pianticelle, i rami cadenti e che non cadevano forse

rattenuti dalla volontà di Elisa che la proteggeva; tornò a guardarsi

nello specchio, guardò i fiori che si specchiavano come lei, e li trovò

belli. Tutto era bello in quel punto.

Si sentiva felice, tremava, fremeva, aveva voglia dì piangere e di

ridere. Era in casa della marchesa, nel suo bagno, proprio nel suo

bagno. Se ci fosse stata anche lei? Veramente in due non ci si poteva

stare, ma l'acqua, lattiginosa per una infusione di odori, somigliava

tanto ad una coperta, e in un letto per quanto piccino si cape sempre in

due. Che bella cosa sognare nel bagno quando si sa, e si vuole ignorare

che Elisa vi aspetta e vi sospira, e sognare, come si sognava una volta

da fanciulla quando amore, dolore e voluttà erano effluvio di remote

contrade, e adesso sognare meno indistintamente! no: folleggiare ancora

così, folleggiare intorno alla verità, come i bambini girano intorno

alla cassetta dei confetti, che la vecchia ha portato pel camino dopo

mezzanotte....

Il bagno le blandiva sensi e sogni. E dopo il bagno?

Si alzò alquanto sul busto a guardare le statue: fiutò come una malizia

nel loro sorriso e ruppe in un riso pazzo, infantile.

Ma la porta si aperse e Mimy si rituffò colla prontezza di una

rannocchia, così che gli spruzzi dell'acqua le imperlarono i capelli. Un

passo e un rumore di catene si appressava. Era Zisa nuda con un

accappatoio sul braccio. Il bagno era finito. Mimy si drizzò mezzo

vergognosa, ma la schiava afferrandola alla cintura la sollevò dal

canotto, l'avvolse nell'accappatoio e la portò sul sedile coperto da una

pelle di orso nero.

La mora era quasi mesta nel volto.

— Come siete bella! le disse Mimy, che l'osservava lasciandosi

asciugare.

— Bella! rispose con accento malinconico; lo sono stata, ma non lo sarò

più.

— Non lo sarete più?...

— Tu lo sei più di me, e liberandola improvvisamente dell'accappatoio

indietreggiò per contemplarla.

Indi:

— Mi avevano detto che il diamante nero era la più bella fra le gemme...

Inganno!

Mimy comprese l'amarezza di quel complimento, e se ne inebbriò; Zisa era

forse la schiava prediletta della marchesa e confessava di essere meno

bella. Per quanto buono, il suo cuore dovette esultare del trionfo.

Quindi la mora andò alla parete di contro e ne scostò un ramo scoprendo

uno stipo meraviglioso, fornito di tutti gli oggettini che servono alla

toeletta di una signora. Prese un vasetto d'oro, greco nello stile, e

ritornando a Mimy la cosparse di una polvere candida e odorosa; poi cavò

una veste di raso bianco dentro e fuori, tepida forse per la vicinanza

di un calorifero nascosto, e gliela indossò. Quindi le si inginocchiò ai

piedi per forbirli con uno scopettino e una lima di avorio.

Mimy fe' un movimento, così che Zisa inginocchiata sopra un ginocchio

solo perdette l'equilibrio: ella la sostenne.

— Perdono!

Si guardarono.

— Mi amerete anche voi? Mimy le chiese con affettuosa timidezza.

La mora sorrise scoprendo due file di denti impareggiabili e scotendo il

capo con un moto di leonessa:

— Amerei una iena se ella l'amasse! e accompagnò queste parole con una

occhiata così sfolgorante che l'altra n'ebbe quasi paura.

La toeletta proseguì. Zisa le sciolse i capelli, e ravviatili lungamente

col pettine, per togliere loro le pieghe artificiose dell'acconciatura,

li spruzzò con un piccolo inaffiatoio, che si applicava alle labbra, di

una essenza tenuemente odorosa: li lustrò con un fazzoletto di seta, e

insinuandovi ambo le mani li disordinò col capriccio del vento. Poi le

tolse la veste, che portò seco quasi tutta la polvere, le spazzolò

ancora il corpo bianco con un fioco di seta pendente ad un bastoncino di

corallo; trasse da un terzo cassetto un ampio mantello di lana finissima

e una corona di rose. L'avvolse e la incoronò.

Mimy non si moveva.

Allora le pose un braccio sotto le reni, un altro sotto i ginocchi, e la

sollevò distesa. Mimy si raccolse i capelli, che le toccavano terra.

— Andiamo.

— Dove?

La mora volle provarsi a sorridere, ma non potè.

Mimy le nascose la testa contro la spalla rabbrividendo.

Al di là: romanzo · 第 62 / 66 题