A quoi rêver au bain?
Helas! l'Oisivité s'endort laissant sa porte
Ouverte — Entre l'Amour. Pour que la Raison en sort
Il ne faut pas longtemps.
_Mardoche._ — ALFRED DE MUSSET.
Ecco una sala da bagno. Una donna si rattiene la camicia sul ginocchio e
chinandosi sull'orlo della vasca sorride alla bellezza della propria
immagine sorridente fra il velo dell'acqua. I capelli ancora crespi
dell'elegante acconciatura le ondulano sulle spalle marmoree a ogni moto
del capo, come forse ad ogni guizzo del senso, desto dalla propria
nudità, le fremono idee nella mente. La luce scende arcanamente velata
non si sa dove e l'aria tiepida è satura di profumi. Le statue bianche
immobili sembrano assaporare la voluttà dell'ambiente. Tutto tace; non
un'immagine o un rumore del mondo, non una pianta che ricordi la natura,
non un oggetto che ricordi la legge. Se la gloria ha i trofei e Dio le
chiese, la voluttà ha le terme o almeno le ebbe un giorno, quando regnò
sulla terra un popolo grande. Adesso la virtù cristiana ha cacciato
dalla vita questo lusso poetico, e le donne si bagnano entro una
ignobile tinozza in una più ignobile camera, come s'immerge il pollo
nella catinella prima di arrostirlo. Le case non hanno più sale per la
voluttà e non hanno più statue... Dimentichiamo e sogniamo...
La sala è rotonda. Nel pavimento lastricato di diaspro siciliano si
profonda una vasca di alabastro degradando a scalinata; intorno girano
dodici colonne di alabastro e nei loro vani appoggiate alle pareti
attendono dodici statue. La donna ha lasciato il suo manto bianco sopra
un cippo di marmo, e guarda. Le statue sorridono...
Io vi abbandono e seguo il mio racconto.
Il gabinetto, nel quale Mimy disponevasi al bagno, quantunque inferiore
in magnificenza all'altro che la marchesa possedeva nel suo famoso
castello di Sicilia, rivelava forse meglio la graziosa ricchezza della
sua fantasia di poeta. Era una specie di capanna rustica senza forma
alcuna. Le sue pareti e la vôlta formati di rami di quercia nemmeno
sbucciati andavano per ogni lato e parevano cadere ad ogni istante; anzi
la vôlta era rovinata in un angolo e fra le sue ruine sorgevano
piantelle rampicanti ed erbe grasse.
In un altro angolo s'ammucchiavano molti canestri di fiori esotici, che
usi a brillare nei gabinetti aristocratici, e quindi malcontenti del
luogo, sembravano guardarsi in uno specchio, capricciosamente insinuato
fra i rami, parlando fra loro coll'alterigia di un crocchio di eleganti
a una festa di parrocchia in campagna. Non li curiamo ed esaminiamo
questo canotto, che partito Dio sa da quali atroci spiaggie di
antropofagi si è qui fermato troppo grave di acqua. È tutto di un pezzo,
perchè l'artista selvaggio invece di correggere la deforme rotondità
dell'albero non lo sbucciò nemmeno e non badò che a scavarlo
profondamente nel mezzo per adagiarvisi sdraiato e vogare nascosto alle
freccie dei nemici.
Mimy vi è dentro e ascolta fremendo le ultime parole di un canto di
Zisa, che si smorza in una cadenza malinconica.
La voce si spense. Mimy, adagiandosi nel canotto, in uno specchio
insinuato sì improvvisamente nella vôlta bizzarra che le rappresentò il
suo bagno, si sorprese così bella in quel movimento di meraviglia, che
non potè a meno di sorridersi.
L'acqua del canotto era tiepida e profumata come l'ambiente. Mimy era
sola.
Si raccolse. Quanti avvenimenti in poche ore! Oh! erano troppi e non ci
volle pensare. Si estasiò nella contemplazione di quel gabinetto,
esaminò le pianticelle, i rami cadenti e che non cadevano forse
rattenuti dalla volontà di Elisa che la proteggeva; tornò a guardarsi
nello specchio, guardò i fiori che si specchiavano come lei, e li trovò
belli. Tutto era bello in quel punto.
Si sentiva felice, tremava, fremeva, aveva voglia dì piangere e di
ridere. Era in casa della marchesa, nel suo bagno, proprio nel suo
bagno. Se ci fosse stata anche lei? Veramente in due non ci si poteva
stare, ma l'acqua, lattiginosa per una infusione di odori, somigliava
tanto ad una coperta, e in un letto per quanto piccino si cape sempre in
due. Che bella cosa sognare nel bagno quando si sa, e si vuole ignorare
che Elisa vi aspetta e vi sospira, e sognare, come si sognava una volta
da fanciulla quando amore, dolore e voluttà erano effluvio di remote
contrade, e adesso sognare meno indistintamente! no: folleggiare ancora
così, folleggiare intorno alla verità, come i bambini girano intorno
alla cassetta dei confetti, che la vecchia ha portato pel camino dopo
mezzanotte....
Il bagno le blandiva sensi e sogni. E dopo il bagno?
Si alzò alquanto sul busto a guardare le statue: fiutò come una malizia
nel loro sorriso e ruppe in un riso pazzo, infantile.
Ma la porta si aperse e Mimy si rituffò colla prontezza di una
rannocchia, così che gli spruzzi dell'acqua le imperlarono i capelli. Un
passo e un rumore di catene si appressava. Era Zisa nuda con un
accappatoio sul braccio. Il bagno era finito. Mimy si drizzò mezzo
vergognosa, ma la schiava afferrandola alla cintura la sollevò dal
canotto, l'avvolse nell'accappatoio e la portò sul sedile coperto da una
pelle di orso nero.
La mora era quasi mesta nel volto.
— Come siete bella! le disse Mimy, che l'osservava lasciandosi
asciugare.
— Bella! rispose con accento malinconico; lo sono stata, ma non lo sarò
più.
— Non lo sarete più?...
— Tu lo sei più di me, e liberandola improvvisamente dell'accappatoio
indietreggiò per contemplarla.
Indi:
— Mi avevano detto che il diamante nero era la più bella fra le gemme...
Inganno!
Mimy comprese l'amarezza di quel complimento, e se ne inebbriò; Zisa era
forse la schiava prediletta della marchesa e confessava di essere meno
bella. Per quanto buono, il suo cuore dovette esultare del trionfo.
Quindi la mora andò alla parete di contro e ne scostò un ramo scoprendo
uno stipo meraviglioso, fornito di tutti gli oggettini che servono alla
toeletta di una signora. Prese un vasetto d'oro, greco nello stile, e
ritornando a Mimy la cosparse di una polvere candida e odorosa; poi cavò
una veste di raso bianco dentro e fuori, tepida forse per la vicinanza
di un calorifero nascosto, e gliela indossò. Quindi le si inginocchiò ai
piedi per forbirli con uno scopettino e una lima di avorio.
Mimy fe' un movimento, così che Zisa inginocchiata sopra un ginocchio
solo perdette l'equilibrio: ella la sostenne.
— Perdono!
Si guardarono.
— Mi amerete anche voi? Mimy le chiese con affettuosa timidezza.
La mora sorrise scoprendo due file di denti impareggiabili e scotendo il
capo con un moto di leonessa:
— Amerei una iena se ella l'amasse! e accompagnò queste parole con una
occhiata così sfolgorante che l'altra n'ebbe quasi paura.
La toeletta proseguì. Zisa le sciolse i capelli, e ravviatili lungamente
col pettine, per togliere loro le pieghe artificiose dell'acconciatura,
li spruzzò con un piccolo inaffiatoio, che si applicava alle labbra, di
una essenza tenuemente odorosa: li lustrò con un fazzoletto di seta, e
insinuandovi ambo le mani li disordinò col capriccio del vento. Poi le
tolse la veste, che portò seco quasi tutta la polvere, le spazzolò
ancora il corpo bianco con un fioco di seta pendente ad un bastoncino di
corallo; trasse da un terzo cassetto un ampio mantello di lana finissima
e una corona di rose. L'avvolse e la incoronò.
Mimy non si moveva.
Allora le pose un braccio sotto le reni, un altro sotto i ginocchi, e la
sollevò distesa. Mimy si raccolse i capelli, che le toccavano terra.
— Andiamo.
— Dove?
La mora volle provarsi a sorridere, ma non potè.
Mimy le nascose la testa contro la spalla rabbrividendo.