L'avvocato, che attendeva nel salone, s'impazientiva e aumentava quasi
volontariamente la propria impazienza per sottrarsi a una segreta
emozione.
Messo sulla traccia da una imprudente parola di Giulietta, era venuto a
cercar la moglie fuggita presso la donna da lui amata pazzamente. Che
cosa decidere ritrovandola? Perchè cercarla? Come chiederla a quella
donna, alla quale aveva offerto tante volte il proprio amore, e che
adesso, dopo l'eroico scandalo del gabinetto, amava e temeva
maggiormente? Chi era dunque la maschera? Era folle? No: perchè?
Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre
indietreggiare.
Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa
ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito
fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi
un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente
semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta
scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana
sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro
merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo
la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e
disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel
collo e per le spalle.
Ella s'innoltrava lenta, lenta.
— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.
— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete
venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.
Sedè sull'altra poltrona.
— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti
sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la
parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi
ha ancora risposto?
— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.
— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!
— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono
una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.
— Se la bellezza avesse troni...
La marchesa gli troncò con un sorriso indulgente il complimento, e
l'avvocato arrossì.
Tacquero: il duello stava per cominciare.
— Mimy è qui?
— Ebbene?
— Voglio vederla.
— È impossibile.
— Perchè?
— Non lo so: ma è impossibile.
— Ma sapete voi tutto?
— So qualche cosa.
— Dunque?...
— Aspetto che mi diciate, poichè si tratta della signora Mimy, che cosa
vi conduce qui.
A questa franca interrogazione, egli si fermò.
— La difendete ancora?
— Ancora, soggiunse con amarezza, e voi perchè la perseguitate ancora?
Comprendo: Mimy vi fugge, l'inseguite. Istinto di cacciatore che insegue
una lepre, ma istinto pure di lupo che insegue un'agnella.
— Così, sono io che ho torto!
— Infallibilmente, poichè siete voi il fuggito.
— Logica bizzarra! mormorò.
E dopo un istante:
— Dunque mi vi opponete: capisco... vorreste salvarla nuovamente.... So
tutto. E le presentò la lettera di Mimy.
La marchesa s'illuminò in volto dalla gioia.
— Siete una nobile amica, ma badate, l'amicizia, essa pure, ha le sue
frontiere. Ieri sera l'avete salvata con una generosità da romanzo, e
adesso vi domando scusa del mio impeto villano e vi ammiro. Ma la scena
è cambiata. Malgrado la vostra bella azione io so e il mondo sa tutto.
Quella donna non può aver mancato impunemente a' suoi doveri... la
reclamo.
— Come un giudice in tribunale, rispose stridulamente la marchesa.
— E sia pure, ribattè irritato dalla ridicolezza della sua posizione.
La marchesa si levò:
— Ebbene, no. Cedetemi vostra moglie: credo che in diritto romano si
possa. Catone la dette pure ad Ortensio.
Questa scappata detta con inesprimibile grazia lo fece sorridere.
— Non importa: la mia citazione vi esilara, e così? insistè infilandogli
il braccio.
— No, egli fe' resistendo: qualunque siano le vostre opinioni sul
matrimonio, io ho le mie e il mondo ha le sue. Siete libera di ridere
che Giorgio mi abbia miserabilmente ingannato, di offrire ricovero alla
sua amante; siete libera in questo come nel trovarmi brutto, senza
spirito, senza pregio, ma non senza onore. Non scherzo, signora. Mia
moglie è qui e deve ritornare meco: voglio impedirle altri scandali. Se
avete voluto trattenermi finchè mi calmi, parmi ormai d'essere
abbastanza tranquillo per non destare seri timori.
— Che cosa farete di vostra moglie, che vi fugge?
— La legge mi lascia più di una strada.
— V'ingannate, per un gentiluomo non ve n'è che una sola: la
separazione.
— Può essere.
— Separatevi. Che cosa può accordarvi il tribunale di più che ella non
abbia perduto fuggendovi? Conosco il codice anche io. Mimy non vi
disputa nulla, poichè vi abbandona tutto.
Non rispose, e l'altra stimando d'averlo scosso:
— Dimenticatevi quella donna: non vi eravate mai uniti, adesso vi
separate. Lasciatela al suo destino. Ella perde più di voi, giacchè
perde ciò che il mondo chiama onore, e scende dalla sfera della legalità
per finire chi sa dove; mentre voi sarete sempre un grande avvocato,
dovunque ricevuto, dovunque applaudito. Mimy era infelice con voi e lo
sarà più senza di voi. Se desiderate la vendetta: tranquillatevi,
l'avrete. È venuta da me, so tutto e l'ho raccolta giurando di
proteggerla.
— Anche da Giorgio?
— Anche dal conte, replicò senza scomporsi: da tutti. Sono sola al mondo
e rimarrò sempre sola. Mimy mi terrà compagnia e ci aiuteremo a vivere.
Quella colpa, che a voi pare infame per ragioni di egoismo, non irrita
me donna. Mimy è sempre per me la bella fanciulla di Rimini dal cuore
delicato e dalla fantasia poetica, e ora, che mi chiede ospitalità
fuggendo disgraziatamente dal mondo, sarei peggiore delle sue amiche,
che domani la insulteranno, troppo vili per l'energia dello scandalo, se
la rifiutassi. Mimy è pentita, addolorata, starà meco fuori del mondo:
io veglierò su lei. Andate avanti per la vostra strada voi, che l'avete
gloriosa, e non rivolgetevi a guardare a quale svolta si è perduta
vostra moglie...
— Andrò innanzi solo...
— Non eravate solo anche prima, non lo sareste egualmente quando ella
consentisse a ritornare con voi. Un abisso vi divide. La vostra vanità
di uomo, i vostri progetti di marito soffriranno, ne convengo: ma ogni
vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice.
Egli aveva chinato il capo. Quelle osservazioni erano troppo sensate per
rispondervi prontamente, e per di più pronunciate con un accento, che
molto ne leniva la durezza. Stava cogli occhi fissi sopra un fiore del
tappeto e pensava, intanto che la marchesa, calma nella voce,
l'osservava con mortale trepidazione.
— Signor Carlo, riprese ad un suo moto: siccome contavo di partire,
partirò domani portando meco Mimy. Ve lo giuro sulla tomba di mia madre,
finchè Mimy sarà meco non sarà di alcun uomo. Nessuno sa ancora della
sua fuga e non se ne saprà, anche sospettandola, perchè il conte non
sarebbe meno fuggito di voi. Direte che è partita meco per un viaggio, e
se la baronessa vorrà saper quale, penserò io ad ingannarla. Accettate?
— Di perdere a un tempo una donna che amo ed una donna che odio:
l'offerta è splendida.
— Di chi la colpa?
— Di voi. Ma perchè da quattro mesi vi trovo in ogni luogo della mia
vita? Giorgio, uno dei pochi che amavo, mi tradisce; mia moglie mi
vilipende e poi mi fugge lasciandomi solo e ridicolo in faccia al mondo
e alla vecchiaia e, quasi la bevanda non fosse abbastanza amara, venite
voi e vi gettate dentro il vostro amore. Così, quando penserò a voi, mi
ricorderò di essere un marito come tutti; quando penserò a lei, mi
ricorderò che avevo incontrato una donna ben più bella e che mi ha
egualmente fuggito. Bisogna che ci sia un destino contro di noi, perchè
i dispiaceri non saprebbero ordinarsi di per sè tanto atrocemente!
— Coraggio, non bisogna poi avvilirsi...
— Chi si avvilisce? Credete che rimpianga quella civetta? Ma è triste
sentire a quarant'anni di non avere più nè famiglia, nè una passione di
cui vivere. Voi partirete, andrete lontano, a Parigi, a Pietroburgo, a
New-York, non lo so. Là sarete felici. Giovani, belle, ricche, tutto il
mondo ai vostri piedi, mentre io starò in uno studio a distrigare dalla
legge o da un altro avvocato qualche imbecille incappatovi. Per me tutto
è finito. A Bologna non c'è un'altra donna come voi: non ho dove
rivolgermi. Rimontando il passato, soffrirò ancora più, e voi ne
riderete, e forse ritornando da una festa o preparandola vi domanderete:
che cosa farà adesso quell'imbecille di Carlo? Mi pare di sentirvi.
— V'ingannate.
— No, non m'inganno, proruppe violentemente; i brutti sono ridicoli per
i belli, i vecchi pei giovani, gl'ingannati per gl'ingannatori. A voi
tutto e a me niente; è impossibile, non mi rassegno. Avete detto: ogni
vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice. Bella frase e
vera: ma ogni vita deve avere una felicità, come ogni lago ha un
incanto. Io non l'ebbi ancora e la voglio, e se mia moglie non potè
darmela, mi rivolgerò a qualche altra: se l'avrà, è mia. Vi pare che
abbia ragione, signora marchesa?
Ella, che si aspettava da un pezzo questo colpo, non ne fu sbigottita.
— Veramente non mi pare. Avvicinatevi, soggiunse tendendogli amabilmente
la mano, e ragioniamo.
— Sarà difficile: e gliela afferrava appassionatamente appressando una
specie di sgabello alla poltrona.
Vi fu un altro silenzio: ella si colorò in volto.
— Mi amate?
— Sì.
— Se vi dicessi, e lo fissava audacemente negli occhi: offritemi un dono
e sono vostra?
— Accetterei, dovessi restare sulla paglia.
— Siete più generoso di Assuero: egli non offriva che una provincia...
Cercate.
Egli le baciò convulsivamente la mano, ma cercò inutilmente.
— Lo sapevo: se io l'avessi trovato?
— Voi!
— Rinunciatemi Mimy.
— Ah! e di seduto le scivolò in ginocchio.
— Non partirete?
— Partirò.
— Quando?
— Posdomani.
— Per sempre?
— Chi può dire questa parola superba? partirò.
Egli la contemplava istupidito. Gli pareva di sognare, mentre venuto a
cercare sua moglie per vendicarsi, era adesso lungi dal primo disegno;
ma la marchesa calda nel volto di un voluttuoso rossore e col seno
ineffabilmente commosso lo abbagliava e l'incendiava. Si stavano tanto
presso e in tale atteggiamento, che l'amplesso era quasi incominciato e
scoppiando un bacio si compiva.
La marchesa sfinita si rigettò sulla spalliera della poltrona.
Carlo le passò un braccio alla cintura.
— E sia!
Ma ella balzò in piedi, e respingendolo, sembrò voler fuggire.
— Marchesa! gridò inseguendola: ma è una...
Non disse di più, perchè ella gli aveva chiusa la bocca con una mano.
— Adesso andate e stringiamoci la mano: io salvo una donna e voi ne
perdete un'altra.
— Ma...
— A domani.
— Troppo tardi.
— Eppure sarà domani.
— E se non mi piegassi? Domani! Gittate un tizzone in un pagliaio e poi
ditegli: ardi solo domani: non vi ubbidirà.
— Sì, altrimenti lo spegnerò.
Gli tese la mano, che l'altro strinse.
— Chi mi assicura che manterrete la promessa? scoppiò improvvisamente a
dire.
Una nube passò sulla fronte della donna.
— Dubitate? e, accennandogli di attendere, sfuggì per la porta e ne
ritornò subito con un astuccio in mano.
— È il diadema di mia madre. Regalandomelo, mi fece promettere che non
me ne priverei per cosa al mondo. Prendetelo in pegno, e se domani
mattina non mi troverete, andate e gettatelo nel Reno.
— Ma vale centomila franchi!
— Molto di più, corresse sorridendo ironicamente: andate.
L'accento di quest'ultima parola fu così imperioso che indietreggiò come
un servo. Teneva l'astuccio aperto nelle mani, ritraendosi metà rivolto
alla porta, metà a lei, immota nell'altero atteggiamento.
— Domani mattina a quest'ora! disse guardando l'orologio sul tavolo.
— A quest'ora.
Si avanzò di un passo e correndole incontro:
— Non lo posso credere: è una felicità troppo grande. Le prese un lembo
della veste e fuori di sè dalla gioia glielo baciò.
— Lasciatemi, signore: se la fortezza ha abbassato la bandiera, non ha
ancora aperto le porte. A voi il domani, ma l'oggi è ancora mio; però
queste parole furono pronunciate con tale malinconia, che finì di
persuaderlo.
Si ritrassero entrambi ad un tempo: l'avvocato andando verso la porta;
la marchesa verso l'usciuolo del gabinetto. Vi giunse la prima, si fermò
sulla soglia. Di rossa era divenuta pallida: ogni passo di lui sarebbesi
detto le calpestasse il cuore. Egli camminava vivacemente e arrivando
alla porta ne scostò in fretta il cortinaggio, fe' girare la maniglia,
il cortinaggio ricadde quasi coprendolo. In quel punto intese un:
— Ah! che lo gelò.
Mise fuori il capo, non vide che lo strascico rosso della veste
scomparire per la fessura dell'usciuolo.
Stette pensoso; si mirò attorno, fece due passi nel salone, gli occhi
fissi sull'usciuolo fremendo incomprensibilmente: ma il domani gli
rifiammeggiò così vivamente nel pensiero che stringendosi con
un'occhiata suprema tutto quel salone sul petto, uscì sospirando un
altro ah! diverso ma egualmente passionato.
Chi aveva vinto?
Chi aveva vinto alla battaglia di Mantinea? I Tebani che avevano
sconfitto l'ala sinistra dei nemici rimanendo padroni del campo, o gli
Spartani che avevano tagliato a pezzi lo squadrone sacro e ucciso
Epaminonda?