Che cosa è una città di provincia? Ecco un problema non meno difficile
dell'altro: che cosa è una donna? e che aspetta ancora da un grand'uomo
la propria soluzione; ma l'autore incredibilmente modesto di questo
romanzo lo ha qui posto invano per non essere oggi in tanta folla di
grandi scambiato per tale. Come il vento sfoglia la rosa e si sforza
inutilmente di aprire la pigna, gli spiriti del filosofo e del poeta si
sono affaticati intorno alla donna, poco più fortunati del vento:
seppero assai cose meravigliose e più assai ne ignorarono, seppero i
mari ed i cieli, svelarono la creatura e il creatore, scrutarono la vita
e la morte, ma quando il pensiero stanco di tante sconfitte e di tante
vittorie volle riposarsi sopra una fronte femminile, come un insetto si
riposa dal volo fra i petali di un fiore — il fiore era odoroso ma
chiuso, offriva il riposo non l'ospitalità. Indarno il pensiero
incalzato dal sole tentò colle fini zampe di schiudere la tenue corolla
— i delicati tessuti resisterono a tutti gli sforzi, mentre l'olezzo che
li eccitava gli rammolliva pure l'energia: il fiore rimase chiuso,
l'insetto sulla sua cima, e così dura tuttora, ed è probabile che duri
per un pezzo. Nel fondo del vaso di Pandora rimase la speranza, e fu
bene, giacchè i mali involatisene sarebbero in breve cessati per
mancanza di uomini; sulla fronte della donna sta il mistero, ed è
meglio, altrimenti il nostro pensiero nell'ora della stanchezza non
saprebbe ove raccogliere il volo: così la provvidenza è davvero piena di
buon senso e occorre tutta la sfacciataggine del genio per osare di
negarlo.
La donna è un problema, che ogni giorno si ritenta; e una città di
provincia, mi disse un amico passabilmente spiritoso, è una donna
borghese. Rabbrividii: il paragone poteva essere oscuro per chi non
intendesse la parola borghese, ma lo trovai spaventoso di esattezza. In
amendue la medesima disgustosa difettosità, una piccolezza di forma
rattrapita dalla rachitide, una vita inanime, una maschera
d'impertinente vanità sopra un'anima schizzinosamente imbecille. Un
illustre scrittore si è provato ad indicare spicciolatamente i caratteri
della donna onesta non virtuosa, e malgrado l'acume profondo e lo
spirito vivace vi è appena riuscito: ma sarebbe infinitamente più
difficile dire che cosa sia una donna borghese. Nessuna fantasia, per
quanto atrocemente buffona, da Aristofane il padre ad Heine il figlio,
avrebbe creato simile tipo diventato il trionfale aborto della nostra
civiltà, il capolavoro del nostro buon senso cristiano e della nostra
saggezza economica, del filosofismo liberale e delle rivoluzioni
medioevali e francesi.
Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto
o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi
detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra
una mediocrità trecentista.
A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito
peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate
abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando
una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere
più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il
suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e
il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di
arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni
morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle
tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le
dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le
bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a
vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua
anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi
di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso
quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se
Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati
del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità
scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse
sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più
irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società
moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si
staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.
La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese,
deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre
classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come
della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si
perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile
intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel
secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli
uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli
della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la
sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio
come Bologna.
Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il
sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli!
Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico,
una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua
aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo
popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo
mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono
che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire.
In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e
chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si
annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano
sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le
calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini
oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è
meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove
s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una
borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a
domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i
regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.
E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una
strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi
convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare
dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle
donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di
aneddoti sempre gli stessi come i _fatti diversi_ nei giornali — là un
cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una
ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono
conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si
enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo
basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è
potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di
lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare
un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro
elegante per impararne subito il prezzo.
La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di
tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse
farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come
parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle
rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo
carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di
provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi
maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e
i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre
tradizioni.
Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante,
artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i
gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che
nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in
provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi
tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune
lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di
ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni
sociali.
Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I
cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione,
ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono
grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se
non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono
loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità;
infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare
sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un
tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.
I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli
veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto
progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del
partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè
medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con
maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e
s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai
Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i
grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che
il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali
cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o
scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati
per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di
tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente,
forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi,
che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare
sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e
nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene;
scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per
insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta
Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia
perdere.
Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le
differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è
eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i
satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto
dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza
sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una
originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora
di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una
signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli
sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega
da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un
quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria
spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria
leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra
faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.
Per una signora della capitale un abito è una novità, per una signora di
provincia è un avvenimento commentato spesso non senza frutto e spesso
consegnato nelle mani della tradizione. A Roma una festa, nella quale si
spende la rendita di un milionario provinciale e convengono centinaia di
bellezze e di grandezze, è una guarnizione di brillanti lavorata da un
grande orefice: a Bologna una festa, che costa meno di una scatola di
sigari avanesi e ove brillano fra pochi nobili di data così vecchia, che
il loro nome non brilla piucchè nel passato, i deputati di giovani
botteghe e di più giovani ed apocrife fortune, per l'artistico
dell'aspetto rassomiglia a una di quelle guarnizioni di reliquari di
cuori d'argento e di coralli, che attirano l'attenzione dei devoti e
degli increduli sul petto delle madonne miracolose.
Una signora della capitale sarà insipida se parla, una signora della
provincia lo è anche se tace; e come a questa non trovate mai un abito
da mattina, a quella lo spirito grettamente famigliare, che nella
signora tradisce la massaia: a Roma tutte le signore hanno la carrozza,
a Bologna la maggior parte vanta il comodo dei portici, che le rende
assolutamente inutili per chi non può assolutamente averle: ma una
signora senza carrozza è come un re senza trono, oggetto mezzo di
compassione e mezzo di scherno: è peggio che senza amanti, peggio che
senza spirito — è una contraddizione più dolorosa delle contraddizioni
economiche studiate da Proudhon, delle antitesi critiche rivelate da
Ferrari.
E per finire questo sublime parallelo, oggi sono alla moda, di due
sublimità: una signora della capitale sta ad una signora di provincia
come una gran signora ad una borghese, un artista ad un artigiano, un
attore ad una scimmia, una donna ad una femmina, un uomo ad un prete.
Domandate a quella, la gran signora, quanto si può chiedere ad una
donna, la sostanza dei profumi, l'amabilità del nulla, la poesia del
vuoto e l'avrete: non chiedete nulla alla seconda, la borghese, perchè
avvicinandola avrete tutto, il lezzo della materia, la prosa del
silenzio, la vacuità del deserto; guardate la prima come un bel ricamo
di seta, di oro falso, di perle finte; la seconda come il suo rovescio
di nodi e di bioccoli: amate l'una e fuggite l'altra, ecco il consiglio
di tale, che si stima buon consigliere, poichè non siede in nessun
consiglio comunale.
Ma gli uomini sono peggiori delle donne perchè l'uomo, generalmente meno
bello, è sempre più inestetico della donna. Nullameno il loro vestito,
per quanto affettato, è più vicino alla moda; un taglio più audace,
colori più vivi, stoffe più appariscenti, una maggiore quantità di abiti
e una massima alternanza nell'indossarli, ecco i caratteri esteriori
dell'elegante di provincia; e se vi aggiungete una pettinatura
impossibile, un portamento estremamente pago di sè stesso, un enorme
spaccio di profumi e di francese, una insulsaggine di ballerino con una
vanità di grand'uomo, avrete un ritratto abbastanza somigliante e mal
fatto. Mentre i giovani serii, speranze provinciali della patria,
rifanno nei giornali della provincia gli articoli dei maggiori giornali
delle capitali, e commettono discorsi nelle più ritrose circostanze,
superbi di capitanare una confraternita di cuochi o di barbieri, gente
che vuol camminare dietro loro sulla grande via del progresso seminata
di grandi monumenti e di grandi morti; questi trovano la filosofia di un
corpetto liscio o a stola, le affinità elettive dei colori, la rettorica
di una cravatta, la ragione della moda e quindi della loro esistenza;
entrambi meschini: i primi contraffazione dell'arte, i secondi della
scienza: gli uni soffiano sulla loro vita, mozzicone di sigaro, nella
superba speranza che se ne sviluppi un incendio visibile a tutto il
mondo: gli altri si lasciano vivere, ma non si lascerebbero abbigliare
da altro senno che il loro, felici quando morranno di aver molto
vestito: in coloro l'anima inacetisce, in costoro imputridisce, epperò
si rassomigliano. Talora pure s'incontrano alle feste di beneficenza,
nuovo e più sanguinoso insulto lanciato alla miseria ed alla pazienza
dei lavoratori, nelle quali i giovani gravi rappresentano la muffa, gli
eleganti le frondi, le eleganti i fiori della pianta borghesia — e i
primi fanno ridere, i secondi ridono, le terze sorridono ad entrambi,
mentre quelli sono ancora meno spiritosi di questi, che parlano come le
altre sono vestite.
Mettete assieme uno o due presidenti di una qualunque associazione
inspirata a grandi principii, come una Lega per la istruzione del popolo
o una società ippica o carnevalesca, un segretario di venti comitati che
furono e di più ancora che saranno, una dama delle solite collette per
le inondazioni, una patronessa di opere pie, come una casa di educazione
per le povere donne che pericolarono un po' troppo e vogliono
ricominciare la loro santa missione di armonia e di amore: ascoltateli
discutere un invito o una protesta a nome della morale e, se vi
resistete, gettate in mezzo ad essi una grande idea o una abbietta
insinuazione contro un grande uomo o una donna superiore, e vi prometto
uno spettacolo assai più bello delle loro serate filodrammatiche e
filarmoniche coi dilettanti.
In una grande città gli scandali, in una mezzana i pettegolezzi: tutto è
pettegolo nel capoluogo, perfino quelli che tacciono, perchè non possono
a meno di ascoltare: ognuno vive dei fatti altrui, spia le altrui
disgrazie, le novera, ne fa un poema; tutti conoscono quelle di tutti e
ne godono, sviluppando così il divino principio della fratellanza.
Entrate in un villaggio, e non si parla che di caccia o di pesca; in una
capitale, e una corrente di idee vi solleva; entrate in un capoluogo, e
non si fanno che pettegolezzi; ogni cosa vi si impicciolisce, perfino la
politica, che diviene lotta di ministri piuttosto che di idee e di
nazioni. Invano le case chiudono porte e finestre contro tutti gli
sguardi, che le penetrano egualmente e più invano i provinciali lo
sanno, giacchè non possono guardarsi l'uno dall'altro: si conosce il
ricolto dei vostri campi, delle vostre scappate e più ancora di quelle
di vostra moglie se ne fa: si ha la topografia del vostro appartamento,
l'inventario dei vostri debiti e dei vostri progetti; la vostra rovina,
se siete dissestato, è calcolata infallibilmente ad ogni ora; se la
vostra fortuna invece è in rialzo potete studiarne la scala sulla faccia
dei vostri concittadini, come si guarda il termometro per sapere i gradi
del calore; la cacciata di un impiegato preoccupa quanto la caduta di
una dinastia, il matrimonio di un conte piucchè la scoperta di una
seconda America.
Una indefinibile astiosità regna in tutte le relazioni, giacchè quegli
uomini senza concetti e senza orizzonti pare si litighino una meta
stessa tanto studiano d'incepparsi. Le grandi idee passano sulle città
come le nubi, e forse uno appena fra tutti, astronomo solitario e
deriso, le avvertirà. Che se il vapore ha stretto con una catena di
ferro tutte le città in una sola, come cantano i poeti nei giornali,
rasenta nullameno invano la città di provincia; vi deposita la merce,
non lo spirito della civiltà, o se qualche poco ve ne lascia, è una
fondiglia che evaporerà in un fermento mal odoroso. Veramente sarebbe
difficile dire di che cosa viva una città di provincia spesso senza
industria nè commercio nè università; possidenti oziosi per elezione,
operai troppo spesso oziosi per necessità, merciai che si nutrono dei
bisogni di questi e dei prodotti di altri paesi: in nessuno nemmeno il
dubbio che la vita debba essere una marcia ascensionale, che fuori della
città si viva e si cammini davvero; ma se odono la musica della marcia,
si mettono spiritosamente alla finestra, attendendo qualcuno cui
accodarsi; mentre poi, se passa, non se ne avveggono.
La città di provincia ha pure la sua morale, diversa che nel villaggio e
nella capitale. In questi, poichè gli estremi si toccano, uno dei pochi
proverbi non sbagliati, evvi una rilassatezza ingenua o una tolleranza
filosofica per i peccati della carne, che lascia alle peccatrici godersi
in pace la vita, e se non aumenta, non scema loro le simpatie del
pubblico: le vergini vi sono più rare che altrove, ma i matrimoni non
meno frequenti per questo; invece nelle città di provincia guai alla
donna che non sa farsi perdonare l'amante a forza di ipocrisie! Tutti si
rivoltano disgustati alla immoralità: persone coll'anima così fangosa da
convincere della sua materialità il più esaltato spiritualista, si
velano come Timante la fronte all'osceno spettacolo e maledicono: poi
coll'istinto olfattivamente feroce della iena fiutano le peste degli
amanti, li seguono in istrada, in casa: li guardano in tutte le pose,
contano i baci, le carezze, le ire, le paci e vanno al caffè per farne
la somma, che trovano sempre modo di mostrare al padre o al marito. Nè
per essere ipocrita quanto un gesuita, nessuna donna speri salvarsi,
giacchè l'oziosità provinciale sempre sollecitata dal pungolo della
maldicenza, e costretta ad esercitarsi su piccole cose, crea
quotidianamente capolavori giapponesi di cattiveria e di pazienza.
Il sentimento dell'onore, ha detto Montesquieu giustamente, è proprio
delle monarchie e quindi delle grandi città: in provincia nessun
carattere veramente aristocratico; nè alterezza, nè fragilità: o
arroganza o abbiezione: molte ingiurie e pochi duelli — la ricchezza
unica causa di stima, perciò molti ricchi e nessun signore: l'amore, nè
galanteria nè passione: l'ambizione, una invidia malevola: il lusso una
pomposità: la virtù un galantomismo passivo o uno studio cristiano: mai
uno slancio o un baleno: tutto deforme, meschino, meno la terra e il
sole che durano a sorridersi, forse per dimenticare di sostenere e
d'illuminare tali disgustosi formicai.
Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta
si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il
fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle
orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il
cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio
Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena
donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro
sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia
quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi
di passione e di dolore.
Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola
all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza,
ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle
rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le
civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi
vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le
mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del
deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema
all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità
nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come
Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi
come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di
tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto
manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia
Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta
di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!
Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e
di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di
una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla
testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una
padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra
quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea
possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori
crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli
infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati
a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta
dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori
incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di
tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.
Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di
esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore
muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità
i loro personaggi.