STENDHAL.

Che cosa è una città di provincia? Ecco un problema non meno difficile

dell'altro: che cosa è una donna? e che aspetta ancora da un grand'uomo

la propria soluzione; ma l'autore incredibilmente modesto di questo

romanzo lo ha qui posto invano per non essere oggi in tanta folla di

grandi scambiato per tale. Come il vento sfoglia la rosa e si sforza

inutilmente di aprire la pigna, gli spiriti del filosofo e del poeta si

sono affaticati intorno alla donna, poco più fortunati del vento:

seppero assai cose meravigliose e più assai ne ignorarono, seppero i

mari ed i cieli, svelarono la creatura e il creatore, scrutarono la vita

e la morte, ma quando il pensiero stanco di tante sconfitte e di tante

vittorie volle riposarsi sopra una fronte femminile, come un insetto si

riposa dal volo fra i petali di un fiore — il fiore era odoroso ma

chiuso, offriva il riposo non l'ospitalità. Indarno il pensiero

incalzato dal sole tentò colle fini zampe di schiudere la tenue corolla

— i delicati tessuti resisterono a tutti gli sforzi, mentre l'olezzo che

li eccitava gli rammolliva pure l'energia: il fiore rimase chiuso,

l'insetto sulla sua cima, e così dura tuttora, ed è probabile che duri

per un pezzo. Nel fondo del vaso di Pandora rimase la speranza, e fu

bene, giacchè i mali involatisene sarebbero in breve cessati per

mancanza di uomini; sulla fronte della donna sta il mistero, ed è

meglio, altrimenti il nostro pensiero nell'ora della stanchezza non

saprebbe ove raccogliere il volo: così la provvidenza è davvero piena di

buon senso e occorre tutta la sfacciataggine del genio per osare di

negarlo.

La donna è un problema, che ogni giorno si ritenta; e una città di

provincia, mi disse un amico passabilmente spiritoso, è una donna

borghese. Rabbrividii: il paragone poteva essere oscuro per chi non

intendesse la parola borghese, ma lo trovai spaventoso di esattezza. In

amendue la medesima disgustosa difettosità, una piccolezza di forma

rattrapita dalla rachitide, una vita inanime, una maschera

d'impertinente vanità sopra un'anima schizzinosamente imbecille. Un

illustre scrittore si è provato ad indicare spicciolatamente i caratteri

della donna onesta non virtuosa, e malgrado l'acume profondo e lo

spirito vivace vi è appena riuscito: ma sarebbe infinitamente più

difficile dire che cosa sia una donna borghese. Nessuna fantasia, per

quanto atrocemente buffona, da Aristofane il padre ad Heine il figlio,

avrebbe creato simile tipo diventato il trionfale aborto della nostra

civiltà, il capolavoro del nostro buon senso cristiano e della nostra

saggezza economica, del filosofismo liberale e delle rivoluzioni

medioevali e francesi.

Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto

o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi

detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra

una mediocrità trecentista.

A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito

peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate

abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando

una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere

più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il

suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e

il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di

arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni

morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle

tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le

dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le

bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a

vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua

anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi

di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso

quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se

Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati

del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità

scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse

sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più

irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società

moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si

staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.

La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese,

deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre

classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come

della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si

perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile

intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel

secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli

uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli

della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la

sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio

come Bologna.

Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il

sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli!

Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico,

una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua

aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo

popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo

mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono

che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire.

In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e

chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si

annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano

sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le

calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini

oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è

meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove

s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una

borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a

domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i

regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.

E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una

strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi

convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare

dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle

donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di

aneddoti sempre gli stessi come i _fatti diversi_ nei giornali — là un

cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una

ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono

conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si

enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo

basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è

potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di

lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare

un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro

elegante per impararne subito il prezzo.

La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di

tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse

farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come

parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle

rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo

carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di

provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi

maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e

i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre

tradizioni.

Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante,

artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i

gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che

nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in

provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi

tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune

lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di

ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni

sociali.

Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I

cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione,

ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono

grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se

non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono

loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità;

infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare

sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un

tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.

I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli

veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto

progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del

partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè

medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con

maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e

s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai

Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i

grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che

il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali

cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o

scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati

per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di

tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente,

forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi,

che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare

sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e

nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene;

scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per

insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta

Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia

perdere.

Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le

differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è

eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i

satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto

dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza

sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una

originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora

di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una

signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli

sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega

da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un

quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria

spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria

leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra

faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.

Per una signora della capitale un abito è una novità, per una signora di

provincia è un avvenimento commentato spesso non senza frutto e spesso

consegnato nelle mani della tradizione. A Roma una festa, nella quale si

spende la rendita di un milionario provinciale e convengono centinaia di

bellezze e di grandezze, è una guarnizione di brillanti lavorata da un

grande orefice: a Bologna una festa, che costa meno di una scatola di

sigari avanesi e ove brillano fra pochi nobili di data così vecchia, che

il loro nome non brilla piucchè nel passato, i deputati di giovani

botteghe e di più giovani ed apocrife fortune, per l'artistico

dell'aspetto rassomiglia a una di quelle guarnizioni di reliquari di

cuori d'argento e di coralli, che attirano l'attenzione dei devoti e

degli increduli sul petto delle madonne miracolose.

Una signora della capitale sarà insipida se parla, una signora della

provincia lo è anche se tace; e come a questa non trovate mai un abito

da mattina, a quella lo spirito grettamente famigliare, che nella

signora tradisce la massaia: a Roma tutte le signore hanno la carrozza,

a Bologna la maggior parte vanta il comodo dei portici, che le rende

assolutamente inutili per chi non può assolutamente averle: ma una

signora senza carrozza è come un re senza trono, oggetto mezzo di

compassione e mezzo di scherno: è peggio che senza amanti, peggio che

senza spirito — è una contraddizione più dolorosa delle contraddizioni

economiche studiate da Proudhon, delle antitesi critiche rivelate da

Ferrari.

E per finire questo sublime parallelo, oggi sono alla moda, di due

sublimità: una signora della capitale sta ad una signora di provincia

come una gran signora ad una borghese, un artista ad un artigiano, un

attore ad una scimmia, una donna ad una femmina, un uomo ad un prete.

Domandate a quella, la gran signora, quanto si può chiedere ad una

donna, la sostanza dei profumi, l'amabilità del nulla, la poesia del

vuoto e l'avrete: non chiedete nulla alla seconda, la borghese, perchè

avvicinandola avrete tutto, il lezzo della materia, la prosa del

silenzio, la vacuità del deserto; guardate la prima come un bel ricamo

di seta, di oro falso, di perle finte; la seconda come il suo rovescio

di nodi e di bioccoli: amate l'una e fuggite l'altra, ecco il consiglio

di tale, che si stima buon consigliere, poichè non siede in nessun

consiglio comunale.

Ma gli uomini sono peggiori delle donne perchè l'uomo, generalmente meno

bello, è sempre più inestetico della donna. Nullameno il loro vestito,

per quanto affettato, è più vicino alla moda; un taglio più audace,

colori più vivi, stoffe più appariscenti, una maggiore quantità di abiti

e una massima alternanza nell'indossarli, ecco i caratteri esteriori

dell'elegante di provincia; e se vi aggiungete una pettinatura

impossibile, un portamento estremamente pago di sè stesso, un enorme

spaccio di profumi e di francese, una insulsaggine di ballerino con una

vanità di grand'uomo, avrete un ritratto abbastanza somigliante e mal

fatto. Mentre i giovani serii, speranze provinciali della patria,

rifanno nei giornali della provincia gli articoli dei maggiori giornali

delle capitali, e commettono discorsi nelle più ritrose circostanze,

superbi di capitanare una confraternita di cuochi o di barbieri, gente

che vuol camminare dietro loro sulla grande via del progresso seminata

di grandi monumenti e di grandi morti; questi trovano la filosofia di un

corpetto liscio o a stola, le affinità elettive dei colori, la rettorica

di una cravatta, la ragione della moda e quindi della loro esistenza;

entrambi meschini: i primi contraffazione dell'arte, i secondi della

scienza: gli uni soffiano sulla loro vita, mozzicone di sigaro, nella

superba speranza che se ne sviluppi un incendio visibile a tutto il

mondo: gli altri si lasciano vivere, ma non si lascerebbero abbigliare

da altro senno che il loro, felici quando morranno di aver molto

vestito: in coloro l'anima inacetisce, in costoro imputridisce, epperò

si rassomigliano. Talora pure s'incontrano alle feste di beneficenza,

nuovo e più sanguinoso insulto lanciato alla miseria ed alla pazienza

dei lavoratori, nelle quali i giovani gravi rappresentano la muffa, gli

eleganti le frondi, le eleganti i fiori della pianta borghesia — e i

primi fanno ridere, i secondi ridono, le terze sorridono ad entrambi,

mentre quelli sono ancora meno spiritosi di questi, che parlano come le

altre sono vestite.

Mettete assieme uno o due presidenti di una qualunque associazione

inspirata a grandi principii, come una Lega per la istruzione del popolo

o una società ippica o carnevalesca, un segretario di venti comitati che

furono e di più ancora che saranno, una dama delle solite collette per

le inondazioni, una patronessa di opere pie, come una casa di educazione

per le povere donne che pericolarono un po' troppo e vogliono

ricominciare la loro santa missione di armonia e di amore: ascoltateli

discutere un invito o una protesta a nome della morale e, se vi

resistete, gettate in mezzo ad essi una grande idea o una abbietta

insinuazione contro un grande uomo o una donna superiore, e vi prometto

uno spettacolo assai più bello delle loro serate filodrammatiche e

filarmoniche coi dilettanti.

In una grande città gli scandali, in una mezzana i pettegolezzi: tutto è

pettegolo nel capoluogo, perfino quelli che tacciono, perchè non possono

a meno di ascoltare: ognuno vive dei fatti altrui, spia le altrui

disgrazie, le novera, ne fa un poema; tutti conoscono quelle di tutti e

ne godono, sviluppando così il divino principio della fratellanza.

Entrate in un villaggio, e non si parla che di caccia o di pesca; in una

capitale, e una corrente di idee vi solleva; entrate in un capoluogo, e

non si fanno che pettegolezzi; ogni cosa vi si impicciolisce, perfino la

politica, che diviene lotta di ministri piuttosto che di idee e di

nazioni. Invano le case chiudono porte e finestre contro tutti gli

sguardi, che le penetrano egualmente e più invano i provinciali lo

sanno, giacchè non possono guardarsi l'uno dall'altro: si conosce il

ricolto dei vostri campi, delle vostre scappate e più ancora di quelle

di vostra moglie se ne fa: si ha la topografia del vostro appartamento,

l'inventario dei vostri debiti e dei vostri progetti; la vostra rovina,

se siete dissestato, è calcolata infallibilmente ad ogni ora; se la

vostra fortuna invece è in rialzo potete studiarne la scala sulla faccia

dei vostri concittadini, come si guarda il termometro per sapere i gradi

del calore; la cacciata di un impiegato preoccupa quanto la caduta di

una dinastia, il matrimonio di un conte piucchè la scoperta di una

seconda America.

Una indefinibile astiosità regna in tutte le relazioni, giacchè quegli

uomini senza concetti e senza orizzonti pare si litighino una meta

stessa tanto studiano d'incepparsi. Le grandi idee passano sulle città

come le nubi, e forse uno appena fra tutti, astronomo solitario e

deriso, le avvertirà. Che se il vapore ha stretto con una catena di

ferro tutte le città in una sola, come cantano i poeti nei giornali,

rasenta nullameno invano la città di provincia; vi deposita la merce,

non lo spirito della civiltà, o se qualche poco ve ne lascia, è una

fondiglia che evaporerà in un fermento mal odoroso. Veramente sarebbe

difficile dire di che cosa viva una città di provincia spesso senza

industria nè commercio nè università; possidenti oziosi per elezione,

operai troppo spesso oziosi per necessità, merciai che si nutrono dei

bisogni di questi e dei prodotti di altri paesi: in nessuno nemmeno il

dubbio che la vita debba essere una marcia ascensionale, che fuori della

città si viva e si cammini davvero; ma se odono la musica della marcia,

si mettono spiritosamente alla finestra, attendendo qualcuno cui

accodarsi; mentre poi, se passa, non se ne avveggono.

La città di provincia ha pure la sua morale, diversa che nel villaggio e

nella capitale. In questi, poichè gli estremi si toccano, uno dei pochi

proverbi non sbagliati, evvi una rilassatezza ingenua o una tolleranza

filosofica per i peccati della carne, che lascia alle peccatrici godersi

in pace la vita, e se non aumenta, non scema loro le simpatie del

pubblico: le vergini vi sono più rare che altrove, ma i matrimoni non

meno frequenti per questo; invece nelle città di provincia guai alla

donna che non sa farsi perdonare l'amante a forza di ipocrisie! Tutti si

rivoltano disgustati alla immoralità: persone coll'anima così fangosa da

convincere della sua materialità il più esaltato spiritualista, si

velano come Timante la fronte all'osceno spettacolo e maledicono: poi

coll'istinto olfattivamente feroce della iena fiutano le peste degli

amanti, li seguono in istrada, in casa: li guardano in tutte le pose,

contano i baci, le carezze, le ire, le paci e vanno al caffè per farne

la somma, che trovano sempre modo di mostrare al padre o al marito. Nè

per essere ipocrita quanto un gesuita, nessuna donna speri salvarsi,

giacchè l'oziosità provinciale sempre sollecitata dal pungolo della

maldicenza, e costretta ad esercitarsi su piccole cose, crea

quotidianamente capolavori giapponesi di cattiveria e di pazienza.

Il sentimento dell'onore, ha detto Montesquieu giustamente, è proprio

delle monarchie e quindi delle grandi città: in provincia nessun

carattere veramente aristocratico; nè alterezza, nè fragilità: o

arroganza o abbiezione: molte ingiurie e pochi duelli — la ricchezza

unica causa di stima, perciò molti ricchi e nessun signore: l'amore, nè

galanteria nè passione: l'ambizione, una invidia malevola: il lusso una

pomposità: la virtù un galantomismo passivo o uno studio cristiano: mai

uno slancio o un baleno: tutto deforme, meschino, meno la terra e il

sole che durano a sorridersi, forse per dimenticare di sostenere e

d'illuminare tali disgustosi formicai.

Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta

si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il

fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle

orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il

cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio

Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena

donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro

sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia

quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi

di passione e di dolore.

Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola

all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza,

ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle

rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le

civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi

vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le

mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del

deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema

all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità

nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come

Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi

come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di

tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto

manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia

Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta

di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!

Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e

di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di

una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla

testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una

padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra

quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea

possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori

crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli

infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati

a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta

dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori

incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di

tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.

Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di

esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore

muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità

i loro personaggi.

Al di là: romanzo · 第 42 / 66 题