_Venite et videte si est dolor sicut
dolor meus._
Ti ho letto, ma non ti ringrazio: hai troppa ragione. Forse che io
cangierò? Pur troppo ne dubito. Organismo robusto ed armonico, che nella
tua superiorità non puoi intendere la mia debolezza, mi tratti senza
pietà perchè non approvi se non ciò che capisci, e non capisci se non
ciò che è logico. Malattia! esclami rimproverandomi la compiacenza onde
ti descrivo le mie contraddizioni; ma dimentichi dunque che anche la
malattia ha la sua voluttà, e che nello spasimo vi è spesso un prurito,
che lo rende quasi caro? Quando il vaiuolo si essica, l'infermo è
incessante a scrostarne i grumi e vi si tortura e vi si inebbria — tu
dirai: ha torto due volte: e cosa credi di avergli provato con ciò?
Nessuno può mutare sè stesso: _Ego sum qui sum_, come il Dio di Mosè:
però conserva la tua generosa intenzione, e io rifiuto la cura. Parmi di
averti scritto altra volta che nella mia anima erano due grandi
passioni, la bellezza e la forza, e m'ingannavo, perchè non due, ma
tutte. Qualunque sia l'oggetto o l'idea, o non mi tocca o se mi
appassiona mi vi porto con tutta l'anima, mi vi perdo e nullameno me ne
distolgo colla massima facilità. Poeta e filosofo, classico e romantico,
austero e dissoluto, passo prontamente per tutti i gradi del termometro
e le antitesi dei sistemi, uniformandomi a tutti; materialista, ho
l'entusiasmo della forma; spiritualista, la febbre dell'ideale, e una
stravagante potenza di attenzione e di distrazione.
Talora parlando con una donna, se le sfugge una parola o un'idea la
inseguo senza badare più ad altro: invano ella mi vorrebbe richiamare,
non respiro più che per quell'idea, e finchè non l'abbia raggiunta non
ritorno in me stesso: talora m'incanto invece a guardare una donna, ed
ella potrebbe parlare come un genio che non l'ascolterei: studio qualche
cosa della sua fisonomia, onde a poco a poco la cangio, la trasfiguro —
-è lei, non è più lei, è una conoscenza di altri mondi, una mia
creazione, divento pazzo, e due volte perdetti così due signore molto
amabili. Quindi al pari dello spirito ho variabile l'amore: ho lo
spirito nei sensi e i sensi nello spirito.
Ho torto ancora?
Poeta, l'inno è la mia forma e mi sprizza dall'anima come un getto di
fiamme: invece di ballonzolare come l'allodola sul prato, scatto dal
suolo, mi innalzo, dileguo stringendo fra gli artigli l'immagine che mi
ha commosso, e là solo nell'azzurro, senza via, senza limite al mio
volo, volando sempre, ignorando se mi fermerò, se dovrò o vorrò
fermarmi.
Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore,
e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o
una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi
seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più
facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si
rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente
cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora
vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un
mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche
volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io
vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come
un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace
della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un
viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi
attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti
e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi
diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro
spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e
dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i
panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo
ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze:
sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico,
confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un
impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte,
ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che
passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi
istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.
Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel
dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più
foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne
spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un
febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero;
da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni
minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi
ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio
guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo
spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango
seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le
miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più
orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo
nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e
difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il
tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la
disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia
l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in
Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una
rassegnazione divina nell'_Ecce Homo;_ ma chi potè raffigurare
l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza
espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità,
con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho
gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il
sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime
alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato,
non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando
il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto
il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi
un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi
ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città,
rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust,
volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il
fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora
indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di
Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a
baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran
maestro. Ecco per la religione.
Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere
nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che
non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa
parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè
mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide
la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella
Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel
_Prometeo_, nella _Divina Commedia_, nella _Trasfigurazione_?
Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione:
afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi
cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio _Mefistofele_, che sogghigna
spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta,
non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo
all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e
mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei
copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una
faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano
sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non
palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia
forma divina, come dentro un astuccio.
L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo
supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel
mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie
appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante
della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi!
Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che
più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho
tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la
ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno
della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un
volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso
nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.
Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia,
fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto
sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della
gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di
anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di
sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente
belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la
mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare,
dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella
costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che,
sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante
— l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel
sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece
irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente
co' suoi raggi ai raggi del sole...
Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non
sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.
Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il
naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda
allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da
quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori
sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è
dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è
infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda:
ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza
camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a
sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu
moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da
un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole —
mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito
immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra
si gonfii in torrente...
In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani:
manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli
fa, gl'ingenui delle crociate.
Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio
come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi,
Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No,
tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera.
Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al
sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al
matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e
divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui
appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo
nel _club_ fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di
lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi
indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle
voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le
sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa
donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi
dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e
perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi,
piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su
nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita,
inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche
eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a
mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla,
la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro
romanziere, gli grida: _tue-la_? Non importa. Ma i figli che resteranno
senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire
vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella,
così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola
al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove
sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più
nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama.
Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza
educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde
come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano
vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma
che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per
scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai
fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di
aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa
respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una
carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio
marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non
potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà
aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non
è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini
— ti chiedo solo di amarmi...
Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie,
quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la
delicata ingenuità rapirci alla sua passione?
Ti ripeto: amo l'adultera.
Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il
dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito
come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si
compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è
sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la
beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di
nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli
sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare
senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la
vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità
di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare
l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione
continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così
poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno
— nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di
Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una
festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva
unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono
assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo:
multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità:
bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo,
tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione
invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il
fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano:
bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che
nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di
convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita
senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi
dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.
Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano
ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili
dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa
che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di
Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature:
ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità
del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare:
il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di
pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce:
egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare
perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla
d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco
invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come
un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il
giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di
voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un
viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un
sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver
provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di
un dio maledetto.
Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto
piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il
grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio
fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel
canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la
natura nel più intimo segreto.
Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se
vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo
battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre,
colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata:
l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue
ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano
quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal
prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non
posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa
voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine
di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al
piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo
ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già
tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben
coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi
sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto
dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle
labbra e la sfida dell'empio negli occhi.
— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la
fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.
— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo
sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.
Ma ritorniamo all'adultera.
Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che
ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?
Che cosa mi ha fatto quest'uomo perchè lo assassini nell'anima e nella
discendenza? divise meco le sue prime gioie, i suoi primi dolori: mi
giovò di consigli, mi confortò di sollecitudini... non importa: lo
tratterò peggio del mio nemico, chiudendolo, se mi scopra, in questo
dilemma, o suicidarsi o uccidere l'amico, la moglie, la madre de' suoi
bambini. È un'infamia? Eppure tutti la commettono inebriandovisi, e io
come gli altri — perchè? Domanda al pesco perchè il succo de' suoi
frutti sia tanto delizioso e quello delle sue foglie tanto mortale: se
ti risponde, faccio altrettanto. Solo posso dirti che l'amore
dell'adultera è il più bello, perchè il più appassionato: l'ingiuria
fatta all'amico vi rende più care le carezze, il peccato punzecchia il
desiderio, il delitto profuma la voluttà; sentite che toccando quella
mano accettate la vostra sentenza di morte, e il brivido della paura
mescendosi a quello della concupiscenza, raddoppia la scossa nervosa.
Per sedurre questa donna quanta fatica, quanti dolori, quanti pericoli!
Ho lottato con me stesso, con lei, col marito: ho calpestato la
confidenza, la gratitudine; legato dalle catene dei costumi e delle
leggi, le ho spezzate lanciando a Dio e alla società il guanto del
duello. Adesso striscio come il serpente, domani mi batterò come un
leone; adesso la mia arma è il sorriso, quando vorrete le pistole... e a
te, donna, depongo ai piedi le catene rotte, il cuore lacerato, la mente
ribelle: Due Giuda, il nostro bacio è il prezzo del nostro tradimento,
prezzo inestimabile: due maledetti ci stringiamo seno contro seno, e la
folgore, che ci brontola sul capo, stringe più forte il nostro amplesso.
Oh! coraggio, donna: bastiamo a noi stessi. Senti come è dolce l'olezzo
di questo fiore sepolcrale? rifugiati pure nel mio cuore — ma credi che
vi saresti penetrata così avanti, se il rimorso non ti incalzava?
Ecco il linguaggio dell'adulterio, stupendo connubio della lirica colla
drammatica.
Mi ripeto ancora; amo l'adultera.
Vedi, il matrimonio e la vecchiezza si rassomigliano spaventosamente.
Sulla soglia di questa si fermano speranze e sogni, sulla soglia di
quello si ferma l'amore come un ateo alla porta di una chiesa. Lì seduto
pensa alla fanciulla rapitagli e si consuma nel rammarico. Come sei
bello nel tuo dolore e nella tua fantasticaggine! O superbo mendico,
ateo sublime, io ti saluto.
E saluto te pure, Anselmo.