Era andata così. Prima di tutto, Torello Marucci aveva trovato la
ragazza. Veramente non l'aveva cercata; gli era, si può dire, capitata
fra' piedi in un ballo all'_Osteria del Galletto_ dove era stato
condotto da un amico. Quella brunotta gli aveva fatto girar subito il
cervello; e lì, a metà del ballo, egli si era confidato con l'amico:
— Cristo, com'è bella! La prendo.
Dall'amico, che lo aveva visto bere un po' più del solito, gli era stato
risposto ridendo:
— Va bene; aspetta fino a domani.
Ma il giorno appresso, contrariamente a quel che pensava colui, l'amore
non era svanito assieme coi fumi del vino.
E la domenica dopo, Torello Marucci si trovava all'_Osteria del
Galletto_, accanto alla brunotta che stava ad ascoltarlo a occhi bassi,
torcendo una punta del fazzoletto, seria seria, mentre gli altri
ballavano e urlavano e cantavano e battevano le mani.
— Ebbene? — aveva domandato all'ultimo la brunotta.
— Sono socialista!
— Che vuol dire?
— Vuol dire che per me il matrimonio davanti al sindaco e al curato è
un'infamia bella e buona. L'amore dev'essere libero. Ci amiamo? E
accoppiamoci. Non ci amiamo più? E addio: chi si è visto si è visto. Se
però ci vorremo bene, altro che giuramenti davanti al sindaco! Altro che
benedizioni del prete! Vi piace, a questo patto?...
— E la zia?... Io non ho babbo, nè mamma: ho una zia...
— Peggio per lei! Ti conduco a casa mia.
Torello, in men di mezz'ora, era passato dal _lei_ al _tu_, fermandosi
un istante sul _voi_. E con la stessa rapidità sbrigò tutto il resto.
Quindici giorni dopo, egli e la brunotta erano marito e moglie secondo
il rito socialista; cioè: i fidanzati e quattro amici, anzi quattro
_compagni_, come dicono tra socialisti, erano andati all'_Osteria del
Galletto_, dove Torello e Zaira si erano incontrati la prima volta;
avanti di mettersi a tavola nello stanzino riserbato che dava su l'orto,
i quattro compagni, in piedi, a capo scoperto, atteggiati a grande
serietà per la circostanza, si erano schierati dietro la tavola; e
Torello, commosso, presa Zaira per mano, aveva detto semplicemente,
secondo la formola:
— Questa è la mia compagna!
— Questo è il mio compagno! — aveva risposto Zaira.
— E figli maschi! — era stata l'esclamazione confermativa di uno dei
quattro.
Niente altro!
Poi avevano mangiato bene e bevuto meglio; avevano, tra un fiasco e
l'altro, risciacquato un poco questa sporca società che pretende
infrenare con stupide leggi i sentimenti più liberi del cuore; e, a sera
avanzata, la comitiva, allegroccia anzi che no, era arrivata in paese,
lietissima di essersi pappato e bevuto quel che sarebbe spettato ai
ladri del municipio e ai ladri, peggiori, della parrocchia.
La vecchia zia era accorsa il giorno dopo, per fare una scenata alla
nipote, dandole tutti i bei titoli che, secondo lei, meritava.
Inutilmente Zaira rispondeva:
— Ma siamo marito e moglie!
— Sei una....!
Insomma, la vecchia non aveva voluto capacitarsi che ora i matrimoni si
potevano fare anche alla lesta a quel modo; ed era andata via
maledicendo la nipote e brontolando una profezia.
Io dico che può essere stato caso, ma la profezia della vecchia si era
avverata un anno dopo; e — neppure a farlo a posta! — l'occasione, il
pretesto (chiamatelo come vi piace) lo dava un altro ballo nella
medesima _Osteria del Galletto_ dove Torello aveva voluto condurre quasi
per forza Zaira, che quella sera si sentiva poco bene.
Infatti, non volendo ballare, era rimasta in un canto con Tito Scontri;
che, per non lasciarla sola mentre l'amico Torello ballava come un
matto, si era messo a raccontarle un sacco di storielle allegre e le
aveva fatto riprendere il buon umore.
All'ultimo, finite le storielle, Tito e Zaira si erano ingolfati in un
so quali discorsi sotto voce. Avevano tutti e due gli occhi lustri, e
Zaira si era fatta di fuoco in viso.
— Che ti ha detto quello sciocco di Tito Scontri? — domandò Torello,
tornando a casa dopo le due.
— Niente.
— Ridevate, parlavate sotto voce....
— Mi raccontava di quand'era soldato.
— E sotto voce?
— Chi se ne ricorda? Ha detto tante grullerie!
Grullerie o altro, Torello cominciò a sentirsi rompere le scatole
dell'assiduità di Tito Scontri attorno a Zaira. Torello, per la
_fratellanza_ che c'era di mezzo, non poteva dirgli: Gira largo! —
Voleva però che glielo dicesse Zaira. La quale, dopo di essersi molto
bisticciata col marito a tavola, a letto, e dopo di averci preso anche
qualche cazzotto per le rispostacce date, finalmente, un bel giorno, in
presenza di Torello, disse allo Scontri:
— Sapete, amico? Non ci venite più qui! Per cagione vostra mio marito mi
picchia.
E Torello si era morso le mani dalla rabbia, perchè i socialisti non
dovrebbero picchiare le mogli come gli altri mariti.
Zaira però faceva sempre a modo suo; usciva di casa quando le pareva e
piaceva; andava dove le pareva e piaceva; e più botte buscava, e peggio
si incaponiva ad agire di sua testa. Anzi una volta che Torello le aveva
coperto il corpo di lividure e mezzo ammaccato un occhio, ella lo
minacciò:
— Sai com'è? Ti pianto e buona notte!
Che avrebbe dovuto rispondere Torello? — Vanne al diavolo! — La teoria
dell'amor libero avrebbe richiesto così.
Ma egli ora voleva bene a sua moglie più che se nella loro unione ci
fossero stati di mezzo dieci sindaci e venti curati; per ciò le spianava
le costole peggio di un marito legale.