e l'aveva scritto su l'uscio della propria libreria.
Il triste fatto avvenne quando una delle sue figliole fu promessa sposa
ad un giovane di buona famiglia, colto, ricco e, per ragione della
ricchezza, perfettamente disoccupato. La prima conseguenza di questa
fannulloneria, fu l'incaponirsi nell'amore della ragazza, contrariamente
all'avviso della propria madre che temeva gli effetti del vecchio
proverbio: — Da mamma cattiva, figlia peggiore, — alludendo alle tante
fandonie diffuse sul conto della signora Zamboni. L'amore materno è
cieco, non ragiona: e la madre del giovane innamorato non sapeva
perdonare a Zambone la sua tollerante filosofia coniugale. Per lei tutto
quel che si bucinava sul conto della povera signora era proprio vangelo;
lasciava supporre anzi che quel vangelo non dicesse tutto, e che ci
fossero ben altre sudicerie, oltre le tante che si raccontavano. Messa
alle strette dalla cocciutaggine del figlio, che voleva fare a ogni
costo quella pazzia, ella pretese che Zambone desse una soddisfazione
all'opinione pubblica, riconducendo pulitamente la moglie dai parenti di
lei, per impedire che il disonore della sciagurata non si riversasse su
la ragazza, intorno alla quale non c'era davvero niente da ridire.
Fu a questo modo che Zambone una mattina vide entrare nella libreria,
dove lavorava da parecchie ore, il futuro genero e la figliuola a lui
promessa. Venivano a fargli la terribile proposta.
La sua fantasia di truce romanziere non gli aveva mai suggerito una
scena come quella: un futuro genero che accusava delle più turpi cose la
mamma della promessa sposa; la figliuola che confermava inesorabilmente
le accuse; e un marito, padre e suocero, che stava ad ascoltare a bocca
aperta, con la penna sospesa in una mano e con l'altra posata su le
fresche pagine scritte.
Volete che ve la dica schietta e tonda? Quel marito, quel padre, quel
suocero, fu d'una debolezza deplorabile; chinò il capo, non oppose una
scusa, una difesa; in quel momento, più che la moglie, l'accusato parve
lui. Guardava la volta istoriata della stanza, quasi temesse che da un
momento all'altro dovesse crollargli addosso, e lasciava dire, lasciava
dire il futuro genero che si accalorava sempre più, che metteva innanzi
il suo _aut aut_, come un coltello appuntato alla gola del tranquillo
romanziere storico. Il quale, giusto in quel punto stava per annodare le
fila d'una terribile ed esemplare punizione della baronessa Ida Insfar y
Corylles, una spagnuola dei tempi di Carlo V, sposata a un valoroso
cavaliere siciliano già prigioniero a Tunisi e, nell'assenza, da lei
copiosamente tradito. Gli avevano interrotto la scena sul meglio; dal
sereno cielo dell'arte lo avevano tratto giù, quasi afferrandolo pei
piedi, nelle torbide regioni della realtà... e il suo turbamento era
così grande (questo me lo rende, in parte, degno di scusa) ch'egli ebbe
l'aria di confessare:
— Sì, sapevo tutto e non supponevo che se ne dovesse poi fare tanto
chiasso! A che scopo? Lo scandalo non giova a nessuno!
Aveva un apparente aspetto d'imbecille in quel momento; più che d'ogni
altra cosa, pareva seccato di dover interrompere la scena del romanzo e
lasciar in tronco la baronessa Ida Insfar y Corylles, che ne stava
commettendo una troppo grossa, e doveva essere l'ultima, per grazia di
Dio, secondo l'intendimento del romanziere. Nella storia vera, la
baronessa Ida Insfar y Corylles non cessò di fare d'ogni erba fascio
neppure quando fu vecchia; e morì bigotta, fondando due o tre
cappellanie... Ma raccontar questo sarebbe stato immorale.
E quei due, il genero e la figlia, dovevano venire a disturbare il
disgraziato Zamboni (questa volta non ho coraggio di chiamarlo Zampone)
proprio nel meglio delle sue funzioni di artista-moralista!
Probabilmente fu in grazia di questo stato d'animo che il pacifico
romanziere si trasformò in marito inesorabile, come non gli era mai
accaduto; e poco dopo, assumendo tutta la severità che la circostanza
richiedeva, disse alla moglie:
— Signora, mettetevi il cappellino. Vi riconduco a casa vostra!
La signora Zamboni (e mi sembra un'altra prova della sua innocenza)
rovesciò sul capo del marito un diluvio di epiteti uno più espressivo
dell'altro; si mise, dignitosamente, il più bello dei cappellini che
aveva nel guardaroba e uscì, senza abbracciar le figliuole, accompagnata
da lui fino al portone della casa paterna.
Zampone tornò a chiudersi nella biblioteca. Pareva un cane bastonato dal
padrone. Con le mani incrociate dietro la schiena, passeggiava su e giù,
sbalordito di quel che aveva fatto, consolato dal pensiero che il
matrimonio della figliuola valeva bene quel sacrifizio, e nello stesso
tempo amareggiato dall'idea che i suoi nemici, gl'invidiosi, dovevano
esser lieti della loro vittoria! Gli avevano stroncate le ali.
Chi sa se avrebbe mai potuto riprendere il suo lavoro e scrivere la
terribile punizione da lui ideata per la gran peccatrice Ida Insfar y
Corylles!
*
* *
Per parecchi mesi Zampone fu una mosca senza capo; non sapeva che fare
della sua esistenza, un tempo tutta dedicata a quel che doveva essere il
monumento della sua gloria e la gloria della sua città natale.
L'inchiostro s'era seccato nel suo calamaio: un foglio, scritto a metà,
si era coperto di polvere sul gran tavolino della biblioteca; fino una
parola rimasta a mezzo non era potuta esser compiuta per quell'aridità
di mente che aveva colpito lo scrittore ora che sua moglie non era più
presso di lui. Addio belle serate di lettura! Addio applausi! Addio
tutto! Egli si disprezzava ora. Non sapeva perdonarsi la propria
incredibile debolezza. Con la mancanza della moglie, a un tratto, gli
era venuto meno ogni cosa: le ispirazioni dell'arte, la serenità
dell'animo, le buone digestioni, il sonno.... ogni cosa! Avevano voluto
annichilirlo, e c'erano riusciti. E il peggio era che quando qualche
imprudente osava dirgli: — Bravo, Cavaliere! Avete fatto bene! Dovevate
farlo prima — egli si sentiva costretto ad assentire, a braveggiare.
— La tolleranza ha un limite! — rispondeva con aria tragica.
E non era vero, niente affatto, ch'egli pensasse così!
Al contrario, gli passavano per la mente certi progetti che gli aprivano
nel cuore un lembo di cielo sereno. Si accorgeva di voler bene alla
moglie più di quel ch'egli stesso non credesse.
Per sfidare l'opinione pubblica, la sciocca opinione pubblica che gli
s'imponeva tuttavia come un tribunale nella coscienza, egli diceva da sè
a sè:
— Ebbene? E se mia moglie...? O che forse li riguarda, mia moglie?
E cominciò ad aggirarsi, a ora tarda, quando non poteva esser notato,
nelle vicinanze del palazzo; e se poteva scorgerla di lontano, seduta al
balcone per pigliare il fresco, si sentiva rimescolare come un timido
innamorato davanti alla fanciulla del suo cuore.
Almeno, se non poteva più scrivere romanzi, ne imbastiva uno piccioletto
nella vita, con quelle passeggiate furtive sotto i balconi di sua
moglie, che doveva qualche volta averlo veduto e riconosciuto!
E un giorno rifornì d'inchiostro il calamaio, non per riprendere la tela
del romanzo interrotto — oh, no, non gli riusciva e aveva tentato più
volte! — ma per scrivere alla moglie una letterina in cui le diceva: Ho
avuto torto! Mi perdoni?
E la mise alla posta con le sue mani, e volle esser presente, dopo aver
fatto bene i calcoli, quando il postino l'avrebbe consegnata al
portinaio. La riconobbe dal colore roseo della busta, spiando dalla
porta d'una farmacia vicina, dove andava con la scusa di prendere delle
cartine di bicarbonato che si faceva sciogliere dal farmacista in un
bicchier d'acqua, per aver il pretesto d'indugiare.
Il genero lo incontrò un giorno in quelle vicinanze e, sospettando
qualcosa, gli disse brusco:
— Che fate qui? Volete vedere quella....?
E non trattenne la parolaccia.
Egli si mostrò offeso del sospetto, e balbettò, come un ragazzo colto in
fallo:
— Io? Io? Per chi mi prendi?
Ma colui non si lasciò ingannare, e si diè a sorvegliarlo, mettendo spie
che gli riferivano minutamente ogni cosa: i saluti che il cavaliere
faceva alla moglie, i cenni che si scambiavano, perchè ora erano
arrivati a ritrovarsi a ora fissa, lui nella via, ella al balcone,
proprio a guisa di due innamorati... E gli rinfacciava tutto,
crudamente, con parole da carrettiere; senza badare alle negazioni del
pover'omo che voleva fare il forte, l'inesorabile e non ci riusciva:
— Io? Io? Per chi mi prendi?
Entrando però nella biblioteca, alla vista dei fogli coperti di polvere
e di quella parola rimasta a mezzo, la sua coscienza si fortificava; ed
egli riacquistava ogni giorno più la sua buona filosofia di marito che
vuol vivere in santa pace, le sue belle illusioni di romanziere a cui
faceva gola la fama di Alessandro Dumas, padre; e rileggeva i titoli dei
romanzi già belli e terminati, rilegati elegantemente: _Il castello
nero_ — _Il conte di Floridia_ — _Un masnadiere del secolo XIV_ — _La
contessa Bianca Floresti, cronaca del secolo XV_, e altri cinque o sei,
tutti in tre o quattro volumi, col sotto titolo: _Fa seguito_.... ecc.,
che legava insieme la grandiosa collana.
E che? Doveva dunque sacrificare quel grande edifizio alle grullerie
della gente?
Suo genero, che non si fidava più neppure delle sue spie, voleva
coglierlo sul fatto, fargli una scenata, impedirgli (secondo lui,
sarebbe stato il colmo dell'imbecillità!) una riconciliazione con la
suocera.... e non diceva mai suocera, ma tutt'altro....
E così un bel giorno, potè vedere il cavaliere che, raso di fresco, ben
pettinato, vestito come un giovanotto, con un fiore all'occhiello,
passeggiava impaziente sotto la casa della moglie, alzando la testa
verso i balconi, o sbirciando nell'atrio in attesa di qualcuno; e potè
veder uscire dal portone colei che s'era disabituato di chiamar suocera,
e potè vederla prendere il braccio del marito e avviarsi con lui, quasi
non fosse mai accaduto nulla di male tra loro. Andavano via lesti e
allegri; poi scantonavano, ed entrati in una trattoria, si sedevano a
tavola al pari di due amanti riconciliati.... Gli pareva di sognare, e
si stropicciava gli occhi.
Quella sera la signora Zamboni rientrò sotto il tetto maritale, rosea,
fresca e grassoccia più di quando ne era uscita. E la mattina dopo,
senza stento, anzi con più felice abbondanza di vena, il romanziere
faceva sopraggiungere da Tunisi, liberato dai missionari, il tradito
sposo di Ida Insfar y Corylles, il quale infilzava a uno spadone di
Toledo (magnificamente descritto) moglie e amante, con gran gusto di lui
scrittore e con grandissima soddisfazione della morale oltraggiata!