ZAMPONE

Veramente si chiamava Zamboni; ma aveva mani così enormi, con palme

larghe, con dita lunghe e nodose, col dorso velloso, con ciuffetti di

pelo fin su le falangi delle ugne, che amici e conoscenti, prima per

ischerzo, poi per abitudine, gli appiccicarono di buon ora quel

nomignolo, mutando soltanto una consonante e una vocale; e oramai

nessuno si rammentava più di quelle due lettere buttate via tant'anni

addietro. Si poteva dire che soltanto i suoi biglietti di visita

portavano segnato: _Cav. Giuliano Zamboni_, con una bella corona in

testa. E le cattive lingue aggiungevano che anche la corona gli stava a

proposito, con le punte acuminate somiglianti a dei cornini.

Egli lasciava dire.

Scriveva interminabili romanzi storici, (intendeva pubblicarli a

collezione finita) dove si svolgevano tutti gli avvenimenti medievali

della sua città nativa: guerre, assedi, prodezze in giostre e tornei,

rapimenti, amori colpevoli tra castellane e paggi che finivano sempre

tragicamente. Un alto sentimento giustiziero gli faceva punire col

veleno, col pugnale, con la corda, le offese fatte al talamo coniugale

nei barbari secoli donde cavava i soggetti delle non mai interrotte

narrazioni. E su questo punto egli non si faceva scrupolo di tradire

anche le più esplicite testimonianze delle cronache compulsate e le

conferme più sicure degli storici posteriori.

— È per la morale! — rispondeva serio serio, a chi gli faceva osservare

che i fatti non erano accaduti precisamente come venivano raccontati da

lui. — L'arte dev'essere morale; se no, non è arte!

Bella e buona teorica!

Zampone però, secondo le male lingue, avrebbe fatto meglio a giustiziare

meno paggi e castellane e mettere invece un po' d'ordine nella propria

famiglia, dove, se non un giustiziero a quel modo (sarebbe stato un po'

troppo; i tempi sono mutati e la civiltà ci ha resi più benigni),

occorreva almeno un marito che aprisse un po' gli occhi e frenasse le

pazzie della signora! C'erano due belle figliuole e non era giusto che

avessero sotto gli occhi il perenne scandalo della genitrice!

Di che si mescolavano le male lingue? Se il marito non si accorgeva di

nulla, voleva dire che tutte le storielle spacciate con tanta

asseveranza, intorno alle gesta della signora Zamboni, erano invenzioni

di fannulloni, di invidiosi, di perversi.

Infatti le figliole crescevano belle e virtuose, ed erano rispettate

anche dai più maligni; e se il cattivo esempio della madre non dava i

paventati frutti, voleva dire che esso esisteva unicamente nella

fantasia di quei signori, i quali insidiavano la pace, la felicità

coniugale del cavaliere, forse mirando più allo scrittore, al romanziere

che non al marito. Gli sciocchi son fatti così, e la invidia umana

prende tante forme per sfogarsi; picchia sul cerchio quando non può

picchiare su la botte.

La botte in questo caso era la fama letteraria che circondava il nome

del romanziere storico quantunque inedito. Inedito per modo di dire.

Giacchè gli amici e le altre persone che frequentavano numerose la casa

del cavaliere, chi più chi meno, conoscevano, per le letture ch'egli ne

faceva in certe serate invernali, le sue artistiche lucubrazioni

narrative; e le avevano applaudite, ammirate, e talvolta discusse, nei

punti già accennati, dove la morale prendeva il sopravvento su lo

storico, in nome dell'arte.

Quelle serate di lettura erano famose nella città.

Il cavaliere in tali circostanze largheggiava di rinfreschi, di

confetti, di paste, di frutta, secondo le stagioni; e l'ampia stanza

della libreria, dove gli uditori si accoglievano, diventava in quelle

sere così affollata, che parecchi invitati rimanevano fuori; e si

consolavano del dispiacere di dover assistere alla lettura scomodamente,

bevendo liquori e mangiando dolci più degli altri.

Le impenitenti male lingue assicuravano che appunto in quelle serate la

signora Zamboni spariva nel meglio della lettura; e dietro a lei spariva

ora questa ora quell'altra persona che passava per sua favorita di quel

momento. La signora Zamboni però aveva tanti e tali oblighi di padrona

di casa, che non poteva certamente star ferma su una seggiola ad

ascoltare i capitoli succedenti ai capitoli, letti da suo marito ad alta

voce, con grandi gesti e con un calore che ravvivava gli effetti delle

scene ora liete, ora tristi, ora tragiche, delle tragiche sopra tutte.

L'affabilissima signora doveva badare perchè il servizio fosse

inappuntabile, sospettando forse e non a torto, che gran parte di quella

gente tollerava la lettura solamente in grazia dei rinfreschi. Che cosa

mai non può servire di pretesto a chi vuol malignare a ogni costo? Così

le buone qualità di diligente padrona di casa della signora Zamboni

venivano maliziosamente interpetrate, e la sua particolare cortesia

verso qualche amico mutavasi in colpevole ritrovo quasi sotto gli occhi

del marito. Son cose che accadono tutti i giorni in questo brutto

mondaccio!

Io per me, sto col marito che non si curava affatto delle villane

insinuazioni dei detrattori di sua moglie. Il cavaliere, studiando e

inventando tanti casi di adulteri amori per descriverli nei propri

romanzi, sapeva benissimo che la colpa lascia le sue impronte non

solamente su l'animo ma pure sul corpo. Tutte le sue storiche e

semistoriche peccatrici deperivano lentamente, imbruttivano,

invecchiavano presto, finchè non piombava su loro il veleno, il laccio,

o lo stiletto punitore. E la signora Zamboni invece ingrassava, si

arrotondava, confermava con bella evidenza, nelle piene forme femminili,

la tranquilla innocenza del suo cuore di sposa. Per uno psicologo della

forza del cavaliere questa era una riprova, una dimostrazione

invincibile della misera insussistenza di tante velenose calunnie sparse

attorno a sua moglie. Egli poi aveva ben altro da fare che preoccuparsi

di quello che la gente diceva o non diceva, sicuro del fatto suo,

imperturbabile, assorto nella degna impresa di dotare la sua città

nativa di un nuovo Alessandro Dumas, padre, che, un giorno o l'altro,

avrebbe messo fuori la oramai abbastanza numerosa prole dei suoi

romanzi, abbraccianti quattro secoli di storia, e l'uno incatenato

all'altro con astuzia consumata di narratore... Per ora si contentava di

farne assaggiare, di quando in quando, insieme con i liquori e le paste,

i capitoli più importanti e più drammatici, quasi a scrutare il

possibile successo. E, se doveva giudicare dai risultati, poteva

dichiararsi soddisfatto. Bisognava vedere come gli uditori si

interessavano, quando il filo degli amori di qualche bella castellana,

duchessa, marchesa, principessa e fin regina, cominciava ad

aggrovigliarsi.

— Ah! Ah! — Oh! Oh! — Ci siamo! — Ah, cavaliere! — Bravo, cavaliere! —

Sta a vedere che gliela fa! — Gliela ha fatta! — Patatrac!

A queste esclamazioni il cavaliere andava in sollucchero, e accennava

con la mano che facessero silenzio...

— Il meglio viene ora! — diceva, tutto compunto.

E attaccava un altro capitolo.

*

* *

Mettiamo anche che il cavaliere Zamboni, o semplicemente Zampone, come

si ostinavano a chiamarlo, chiudesse gli occhi volontariamente su le

marachelle della moglie. O che non era bella ed alta filosofia? Non era

un nobile e dignitoso sacrifizio alla impresa letteraria che doveva pur

ridondare a lustro e profitto della sua città nativa? Sarebbe stato

caritatevole tentare di distrarlo da un compito con tanta abnegazione e

tanta perseveranza proseguito, per farlo ingolfare nei pettegolezzi

femminili, dai quali nascono conturbamenti d'animo, abbattimento

dell'energia del corpo, e un'infinità di guai, che nessuno può prevedere

dove possano andar a finire? Che pretendevano le male lingue? Che lui

così fiero, così inesorabile giustiziero di castellane e di paggi,

mettesse in atto uguale fierezza e inesorabilità nei casi della propria

famiglia, e che quelle mani, talvolta sporcate finora unicamente

d'inchiostro, si tingessero del sangue della moglie e dei suoi veri o

supposti drudi?

Certa gente è proprio buffa, per non dir peggio!

Secondo il mio umile parere, ammessa anche la ipotesi che il cavaliere

non ignorasse, e intanto tacesse e facesse le viste di ignorare o per le

eccelse ragioni dell'amore dell'arte, o per eccessiva bontà di cuore o

per amore di pace, o per altri argomenti che in questo punto non mi

ricorrono alla memoria, la sua condotta è degna più d'ammirazione che di

biasimo; e mi compiaccio di poterlo dire apertamente, senza restrizioni

mentali di sorta.

Ma, badiamo, si tratta d'una pura ipotesi, discussa per far meglio

risaltare la grandiosità del suo carattere e del suo ingegno; giacchè io

sono di quelli che accettano in simili quistioni, a occhi chiusi, il

giudizio della parte più interessata. E perciò conchiudo col biasimare e

stigmatizzare come calunniose e maligne tutte le storielle che si

raccontavano della signora Zamboni, visto che il marito non se ne diede

mai per inteso, fino al terribile momento in cui altre persone, quasi

allo stesso grado interessate, non credettero opportuno distoglierlo da

quella beata serenità così necessaria per continuare e condurre a buon

porto l'impresa artistica di lui. Il quale, a prova di quanto affermo,

aveva fatto suo il famoso verso di Ovidio:

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 20 / 47 题