EVOCAZIONE

— Pochi tratti con la carbonella, buttati giù alla lesta — continuò

Marcello; — ma il paesaggio risultava evidentissimo, quasi in un

bagliore di sole. Mi ero fermato a guardarlo, anche perchè mi pareva di

riconoscere quella sponda rôsa dalle acque del fiume, e la vecchia

torretta e l'antica chiesuola accanto, e i pochi alberi lassù lassù. Sì,

li avevo veduti..... e con quel sole e dallo stesso punto da cui

l'artista aveva tracciato lo schizzo; li avevo veduti.... ma dove, ma

quando non riuscivo a rammentarlo. Mi si agitava però negli occhi e nel

cuore un vago e confuso senso di cose dolcissime; e la indeterminatezza

di quei fantasmi, che pareva stentassero a svegliarsi dal lungo sonno

dormito nella memoria, mi teneva così intento davanti a quel disegno,

che il rivenditore credette opportuno di avvicinarsi e dirmi:

— Bella roba, signore! A scelta, cinquanta centesimi il pezzo.

Mi ero voltato con movimento brusco, quasi egli mi avesse rotto

villanamente un bel sogno; ma l'aspetto di quel vecchio con inculta

barbetta grigia, che mi sorrideva umile, invitandomi, cogli occhi

loschi, alla compra, scancellò subito in me la cattiva impressione

ricevuta.

— E quelli lì? — domandai, additando le stampe e i disegni attaccati a

uno spago teso da un punto all'altro del muro, sopra il banco dove erano

ammucichiati altri disegni e altre stampe.

— Tutti a un prezzo; crepi l'avarizia!

Il vecchio rideva con aria maliziosa, stropicciandosi le mani.

Mi misi a rovistare. Non c'era niente che valesse; pure comprai

parecchie cose. Mi pareva che prendere per cinquanta centesimi anche il

bel disegno a carbonella pendente dallo spago, fosse un approfittare

poco coscienzioso dell'ignoranza artistica del rivenditore; non volevo

aver rimorsi.

Tornando a casa intanto avevo negli occhi il barbaglio di sole di quel

paesaggio e, per tutto il corpo, il lieve fremito delle sensazioni da

esso confusamente ridestate, ma, tuttavia, avvolte da una nebbiolina

sottile, che le sfumava come in un fondo di quadro lontano lontano.

Niente è più delizioso di questo stato d'animo che fa sognare a occhi

aperti. E per ciò pensavo, trepidante, quale sarebbe stato l'effetto di

quel disegno alla luce moderata della mia stanza da studio; temevo di

non ritrovare l'incanto da esso prodotto alla luce diffusa della via.

Lo spiegai, lo appoggiai alla spalliera d'una seggiola; lo collocai al

sole che penetrava da una delle finestre in quel momento, e mi sedetti

lì dirimpetto, un po' distante, socchiudendo gli occhi.

Lentamente, quasi che quella nebbiolina sottile si dileguasse sotto i

raggi del sole, il disegno si coloriva, si animava. L'acqua torbida, la

sponda giallastra, la torretta scura, la chiesetta col basso campanile,

gli alberi, le colline, tutto aveva già ripreso il suo vero aspetto, con

qualcosa di più luminoso, di più leggero — direi di più trasparente, se

non temessi di eccedere con l'espressione — che la realtà non ha mai.

Tutt'a un tratto...

— Miseria del cuore umano! — s'interruppe Marcello. — Anche i più dolci,

i più cari ricordi van soggetti alla sorte comune di tutte le cose;

inaridiscono, si sbiadiscono, si scancellano, muoiono, insomma, dentro

di noi!

— Sei romantico oggi — gli dissi sorridendo.

— Tutt'a un tratto — egli riprese con un'alzata di spalle — riconobbi il

luogo, mi vidi trasportato colà, fra l'allegra brigata che scendeva

chiacchierando e canticchiando lungo la sponda; e sentii al braccio la

lieve pressione del braccio di lei. I riflessi dell'ombrellino le

accendevano la faccia; gli occhi piccoli ma belli e la bocca dalle

labbra sottili, sorridevano d'un sorriso di beatitudine, quasi di

estasi, rivolti verso di me che le parlavo... di che cosa? Del nostro

sogno di amore certamente. Ora non rammentavo più le parole ma il loro

senso, come una melodia indefinita rimasta nell'orecchio dopo che lo

strumento o la voce tacciono, e le vibrazioni continuano internamente

deliziosissime.

La pressione del suo braccio, di tratto in tratto, si faceva più

sensibile, quando ella voleva avvertirmi di non allontanarci troppo, per

convenienza, dagli altri: dal babbo, dalle sorelle minori, dalle amiche,

dai tre o quattro giovanotti che ridevano forte, e a noi non importava

punto sapere di che.

Era la prima volta che passeggiavo con lei sotto braccio per l'aperta

campagna. Quella mattinata di aprile... o di maggio — non ricordo con

precisione — di primavera certamente, era meravigliosa. Tiepida,

splendida di sole, con l'aria piena di profumi campestri, col cielo

limpidissimo, col gran fremito di vita dattorno, che aveva la sua più

forte voce nel mormorìo delle acque del fiume gorgoglianti sotto la

sponda, mi pareva una festa, un'acclamazione al nostro amore, un

lietissimo augurio, una sorridente promessa.

Poi cominciò a parlare lei, seria, con gravità gentile, quasi per

contrapporre il suo buon senso alle strane fantasie, ai capricci, alle

strampalerie che la gioia mi faceva in quel momento sgorgare dalle

labbra; e io stavo ad ascoltarla, divorandomela con gli occhi,

premendole forte forte il braccio col braccio, fino a farla esclamare:

Mi fai male!

Oh, come ella diceva quelle care parole: — Mi fai male! — Carezza,

ringraziamento, invito, perchè di quel male gliene facessi ancora,

ancora più, e lei così potesse sentirsi mia, e io potessi sentirla mia

più intimamente, come ella era già mia, tutta mia col cuore, ed io suo,

tutto suo:

— Mi fai male!

Ah, gliene ho fatto dopo, pur troppo, senza volerlo! L'ho contristata,

l'ho straziata!... Non sappiamo far altro noi uomini, amando!

E così tutta la festa di quel giorno, tutta la letizia degli augurii e

delle promesse del cielo, della terra, del cuore, tutto, tutto doveva

esser vano!

Ora mi sembrava di rifar solo solo quella strada lungo la sponda deserta

del fiume, con gli occhi alla torre, alla chiesuola, agli alberi in

vetta della collina e all'acqua che gorgogliava torbida scorrendo; e la

terra, la chiesuola, gli alberi, l'acqua gorgogliante, il verde della

campagna, e il sole divino non mi dicevano più niente, non penetravano

dentro di me come in quel giorno! Ed io distoglievo lo sguardo da loro,

volavo col pensiero a una stanza, a un angolo di casa dove non sapevo

più ritrovare lei e niente di quel che la circondava e che pareva

impregnato del suo profumo: nè il tavolino da lavoro, nè la poltrona su

cui ella soleva sedere accanto a me, nè il pianoforte da lei raramente

sonato e soltanto per me, interpetrando un difficile pezzo di musica che

lei era riuscita facilmente a farmi intendere perchè ci metteva dentro

tanto dell'anima sua, che le note acquistavano una espressione superiore

a quella scritta dal musicista.

E l'ultima sera!

Per la strada quasi buia, andavamo frettolosi, sollecitati dal vento che

spirava freddissimo. Io, triste per un cupo presentimento dell'animo;

lei, tranquilla, lieta, affettuosa più del solito, senza nessun

sospetto... Di che poteva sospettare? Ci stringemmo la mano; ed ella

sorrise così dolcemente nel dirmi: — Buonanotte! — che io mi rimproverai

quella voce che mi gemeva in fondo al cuore, presaga...

Avevo creduto che avrebbe dovuto durare per tutta la vita,

eternamente... E volevo chiamarne testimoni quella sponda di fiume,

quella torretta, quegli alberi, quel sole di primavera...!

Come se qualcuno all'improvviso mi avesse coperto gli occhi con le mani!

Te lo giuro, proprio così! Tutto era sparito; mi destavo da un sogno

bruscamente.

Il disegno a carbonella non era più al sole; la stanza da studio era già

immersa nella penombra del tramonto... E col sole non era sparita

soltanto la visione, ma il senso di essa, la ripercussione interiore,

simile a una vampata spentasi senza lasciare neppure una scintilla;

forse, un po' di cenere calda, e nient'altro. Non è tristo? Non è

sacrilego, è vero?

Io, per risposta, mi misi a zufolare.

Marcello replicò:

— Non è tristo? Non è sacrilego?

Allora, declamando ironicamente, gli dissi:

— _Veteris agnosco vestigia flammae!_ Poca cenere? A chi vuoi darla a

intendere, mio caro?

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 18 / 47 题