OFELIA

— Segga — disse il delegato di pubblica sicurezza. — Abbia pazienza un

momentino, il tempo di rileggere e firmare queste carte.

Colui rimase in piedi, mantrugiando con una mano la falda del cappello

di feltro grigio, passando replicatamente l'altra su la fronte umida di

sudorino diaccio, chiudendo gli occhi di tanto in tanto, a ogni brivido

acuto che gli scorreva per tutta la persona. Guardava impaziente il

delegato, il quale seguiva con lieve movimento del capo lo scritto dei

fogli spiegati sul tavolino, facendovi ora correzioni di punteggiatura,

ora lunghi freghi sopra cui tornava a scrivere lentamente invadendo

anche i margini con la grossa calligrafia.

— Segga — replicò il delegato alzando la testa dopo aver firmato e

raccolto i fogli. — In che cosa posso servirla?

Neppur questa volta colui diè retta al cortese invito, e abbassate le

braccia, rizzata la persona quasi per dare maggior solennità a quel che

stava per dire, pronunziò a mezza voce:

— Mi faccia arrestare. Ho ucciso la mia promessa sposa.

Il delegato mutò tono, e prese aria severa:

— Chi è lei?

— Mario Procci, pittore.

— Dove? Quando l'ha uccisa?

— Ier l'altro, a Porto d'Anzio.

Il delegato fece una mossa di stupore e stese la mano al bottone del

campanello elettrico, che squillò nella stanza vicina. Una guardia

comparve su l'uscio.

— Chiamatemi Pini — diede ordine.

E continuò:

— In che modo? Perchè l'ha uccisa?

— Per gelosia. L'ho annegata.

— Come si chiamava?

— Anna De Luigi. Dovevamo sposarci fra due mesi...

— Segga — replicò il delegato, accompagnando la parola con un gesto

imperioso.

Il pittore esitò alquanto, un po' offeso di quel gesto; poi sedette, e

riprese a mantrugiare con tutte e due le mani il cappello, guardando

fisso il delegato che volgeva gli occhi verso l'uscio in attesa del

subalterno fatto chiamare.

— Pini — egli disse, vedendolo entrare — ieri l'altro non eravate a

Porto d'Anzio?

— Sì, signor delegato.

— È avvenuto un delitto e non me n'avete detto niente?

— Un delitto?... Una disgrazia, signor delegato. Ero presente... C'era

anche questo signore, lo riconosco benissimo. È annegata una bagnante.

— Questo signore si accusa di averla annegata lui.

— Non è possibile — rispose il Pini. — Egli era davanti a me, ritto

sull'arena della spiaggia. Io lo guardavo, ammirando la sua bella maglia

rossa, variopinta di strani ricami. Non entrò nell'acqua, non si mosse

neppure quando si udirono gli urli delle signore che gridavano al

soccorso; pareva di sasso. Dopo mi fu spiegata la cosa: mi dissero che

era il promesso sposo dell'infelice signorina. Lo trassero di là senza

ch'egli opponesse resistenza; era pallido, batteva i denti, non diceva

una parola. Lo condussero nella cabina; e quando ne uscì, era così

sconvolto che faceva pietà. Due persone, una delle quali suo parente —

sono bene informato? — lo trascinarono via, sostenendolo per le braccia.

È vero?

— Verissimo, — rispose il pittore.

— Perchè dunque si accusa di quell'annegamento? — domandò il delegato.

— Perchè è anche vero che l'ho commesso io — replicò il pittore.

I due funzionari di pubblica sicurezza scambiarono un'occhiata

d'intelligenza.

— Capisco — disse colui. — Lor signori credono d'aver da fare con uno

che ha smarrita la ragione per eccesso di dolore. S'ingannano. Appena

sapranno in che modo l'incredibile annegamento è potuto accadere, a

pochi passi dalla spiaggia dove l'acqua è così bassa che non giunge al

collo d'una persona di media statura.....

— La spiegazione fu data subito — lo interruppe il Pini, che intendeva

giustificarsi in faccia al suo superiore. — La signorina si sentì

mancare, e lo disse alla cugina che le stava accanto. Rideva però nel

dirlo — raccontò la cugina quasi accusandosi — ed io non le credetti!

Tutt'a un tratto, mi sfuggì di mano (ci tenevamo per mano) affondò, e

l'ondata sopravvenuta la portò via. Non ricomparve più! — Questa

deposizione è consacrata nel verbale da me fatto e firmato dai

testimoni. È strano dunque....

E il Pini terminò la sua frase con un gesto molto espressivo delle mani

e della faccia, che intendeva confermare al delegato il comune sospetto.

— I fatti apparenti sono questi — disse il pittore. — Ella non ha torto.

Osservino però: sono relativamente calmo; il mio aspetto, le mie maniere

non hanno niente da far supporre uno sconvolgimento della ragione. Vengo

ad accusarmi, pentito di quel che ho fatto, senza negare che ho agito

sotto l'impulso della gelosia, della più cieca e più terribile gelosia,

quella che non osa manifestarsi. Avrei potuto tacere; nessuno avrebbe

mai sospettato il mio delitto, perchè il modo con cui è stato eseguito è

di quelli che sfuggono per ora a ogni investigazione della giustizia.

— Quale? — domandò il delegato, corrugando le sopracciglia.

— Mi ascolti. Giudicherà dopo.

Con un gesto della mano il delegato gli accennò di attendere un momento;

scrisse in fretta alcune righe sopra un foglio di carta e lo porse al

Pini, che lesse ed uscì.

— Dica — soggiunse, sdraiandosi su la poltrona per ascoltare più

comodamente.

Per qualche istante Mario Procci parve perdere quell'aria di sicurezza e

di tranquillità con cui aveva parlato poco prima. Lasciò cascare a terra

il cappello, si strizzò le mani, chiuse gli occhi, e il volto gli si

coprì di nuovo pallore, che prendeva maggior risalto dalla folta e

scomposta capigliatura nera, dai baffi e dalla barbetta acuminata al

mento e rada su le gote. Fece stridere i denti, si morse le labbra

scolorite, poi battè desolatamente le palme sui ginocchi, e fissando con

pupille luccicanti il delegato, disse:

— Mi ascolti. Per quanto mi sforzi d'esser calmo, non potrò fare una

narrazione ben ordinata... Ella, spero, mi scuserà.

E continuò, con frequenti brevi pause, quasi gli mancasse il fiato:

— Non dormo da due notti; non mangio da due giorni... Ho errato per la

campagna, fra le macchie, come una bestia selvaggia, cacciato via via

dal rimorso e dal dolore. Salendo le scale di quest'ufficio, mi reggevo

a mala pena. Dunque... fu così. Sono pittore; forse il mio nome non le è

ignoto....

— Sì, sì — rispose il delegato. — Ora ricordo; l'ultimo suo quadro ebbe

l'onore d'essere comprato da Sua Maestà il Re, all'esposizione della

primavera scorsa.

— L'ha veduto?

— Ofelia, se non isbaglio.

— Precisamente. Il ritratto di lei... Si direbbe un presentimento. Che

fatalità!.... Il mio quadro era abbozzato, ma non trovavo una modella

che mi contentasse. Passavano settimane senza che io potessi dare una

sola pennellata... Avevo bisogno d'una figura reale, corrispondente

all'ideale che mi balenava nella fantasia, e non la trovavo!... Un

giorno — quasi due anni fa — un giorno che avevo disperatamente buttato

per aria tavolozza e pennelli ed ero scappato via dallo studio,

sissignore, in piazza di Spagna, davanti a una vetrina di gioielliere,

veggo fermata... Dio! Mi parve proprio che la mia Ofelia avesse preso

all'improvviso carne e ossa e mi stesse dinanzi agli occhi per opera

d'incanto. Provai un sussulto doloroso, una meraviglia, una

stordimento!... E come la vidi andar via insieme con le altre persone

che l'accompagnavano, non potei resistere al desiderio di seguirla per

scoprire dove abitasse e chi fosse; e seguendola, fantasticavo mille

stratagemmi per avvicinarla e ottenere la grazia di una, due sedute...

Perchè no? Si trattava di un'opera d'arte...

È inutile raccontarle come e dove, per una serie di favorevoli

circostanze e di incidenti imprevidibili, potei esserle presentato.

Tutto accade a puntino quando si tratta di rovinare un pover'uomo!...

Amare la propria modella è caso non raro tra noi pittori. Per me poi,

non si trattava d'una modella comune. Anna non era soltanto bella, di

quella bellezza delicata e gentile che sembra fatta a posta per sfidare

qualunque potenza d'artista; era colta, era artista anche lei; suonava e

cantava divinamente. Contraddizione non rara tra l'aspetto ed il

carattere, quella pensosa figura da Ofelia diventava spigliata, allegra,

caustica nella conversazione, appena si abbandonava al piacere di

parlare. Insomma... ci amammo!

Dovrei dire: si lasciò amare. Non aveva cuore costei, no, non aveva

cuore!... Era vana della sua bellezza, della sua voce, della sua abilità

di suonatrice; amava di essere corteggiata, idoleggiata; non poteva

amare, forse... Chi lo sa? La natura aveva dimenticato di mettere

qualcosa in quel corpo, o in quell'anima...

Eppure ella acconsentì liberamente alla nostra promessa. Il mio nome,

l'aureola di fama che lo aveva circondato dopo il gran successo del mio

quadro, la illusero un momento? Un momento, sì, ho detto bene...

Era anche crudele. Accortasi della mia gelosia, quantunque non osassi

mai muoverle rimprovero, agiva in maniera da più aizzarla e

rinfocolarla, quasi si divertisse a quel giuoco. Mi vedeva soffrire, e

rideva; mi vedeva triste, e mi canzonava o mi rimproverava; — Non posso

patire visi lunghi!... — E non n'era lei la cagione?

Ma non ardivo rimbeccarla; l'amore mi rendeva timido.

E fu peggio quando mi parve che si fosse messa di accordo con

quell'altro, con colui che la svagava a furia di motti e stupidità

d'ogni genere. Non potevo sentirla nè vederla ridere. E colui le stava

sempre attorno; se l'accaparrava in tutte le società dove

c'incontravamo; la faceva ridere, ridere, ridere!... E a me mi si

spezzava il cuore a quel gorgheggio argentino, a quel suono freddo della

voce dove niente d'intimo vibrava. Se mi passava accanto, Anna mi

guardava e borbottava: — Ecco musone!

L'amavo! Ero pazzo di lei! E musone soffriva zitto, masticava tossico.

Soltanto pensava:

— Quando sarà proprio mia!...

C'era un altro... ce n'erano parecchi, ero geloso di tutti!...

Quest'altro non la faceva ridere, ma la circuiva con continue

adulazioni, con complimenti ben raggirati, con frasi che, spesso, me

n'accorgevo, la facevano arrossire e che lei avrebbe dovuto riprendere,

e che accoglieva invece con un sorriso accompagnato da tale smorfietta

da incoraggiarlo a proseguire...

Avevano stabilito, per patto scherzoso, che a ogni scommessa perduta

ella doveva darle a baciare la mano. Io mi sentivo morire ogni volta che

quelle labbra mostacciute si accostavano alla bianca manina che nessuno

aveva più diritto di baciare da che tra Anna e me era corsa promessa di

nozze. Ella se n'era accorta... e non ismetteva!

Eppure diceva di amarmi! E quando mi rispondeva: — Sì, sì, ti voglio

bene! — quantunque mi accorgessi che lo diceva sbadatamente, le credevo,

e mi sentivo felice. Lo stesso tormento della gelosia mi si mutava alla

fine in segreta gioia d'amore...

Colui che la faceva ridere, ridere, m'ispirava una specie di disprezzo;

quest'altro, no; l'odiavo. Mi pareva che colui sfiorasse appena la pelle

d'Anna; e che costui, invece, penetrasse proprio nell'intimo di lei, e

dovesse risentirne un piacere quasi di possesso... Per questo l'odiavo.

E per consolarmi, ripetevo:

— Quando sarà proprio mia!

Oh, li avrei messi alla porta tutti costoro; e lei, l'avrei portata via

con me, lontano, a Napoli, a Torino, in capo al mondo, dove nessuno

avrebbe potuto contrastarmela o insidiarmela!...

L'amavo come un pazzo; non potevo vivere senza amarla!

— Come mai dunque?... — domandò il delegato, che era stato ad ascoltare

con grandissima attenzione.

Il Procci lo guardò in faccia, quasi non avesse capito la ragione della

domanda. S'era talmente eccitato parlando e talmente assorto nella

visione del passato, da dimenticare lo scopo della sua venuta lì e di

quella confessione accusatrice.

Chiuse gli occhi, si passò più volte una mano su la fronte, riprese

coscienza del suo stato, e continuò con voce dimessa, quasi chiedendo

scusa:

— Mi sono dilungato troppo intorno a questi particolari. Avevo il cuore

ridondante; è la prima volta che posso sfogarmi. E avrei tanto da dire!

Ma... Eccomi al fatto. Badi: non c'è stata premeditazione. Fu un'idea

improvvisa, un lampo.... Prima però bisogna che le spieghi... altrimenti

avrebbe ragione di credermi pazzo. Ascolti bene. L'importante viene ora.

Ha inteso parlare di Donato?

— Quale Donato?

— Quel belga ipnotizzatore, suggestionista, come si qualificava, e che

voleva fare sedute pubbliche qui in Roma, come ne aveva fatte a Torino,

a Milano, a Bologna?...

— Sì, ricordo; ne ho inteso parlare. Che c'entra costui?

— La polizia gli negò il permesso. Donato perciò fece degli esperimenti

in privato; ed io vi assistei parecchie volte; la stranezza dei fatti mi

attirava. Volli provarmi anch'io, prima a essere suggestionato, poi a

suggestionare alla mia volta. E riuscii oltre ogni credere...

Allora mi venne idea di suggestionare Anna...

Quel fragile corpicino doveva risentire in modo straordinario gli

effetti della mia facoltà, che si svolgeva ogni giorno più con gli

esperimenti ripetuti negli studi degli artisti miei amici. Anna rifiutò

di tentare la prova. Sua madre fu più severa: mi proibì fin di parlare

di tali operazioni, secondo lei, diaboliche... La proibizione della

madre servì intanto a stuzzicare la curiosità d'Anna. Ella si compiacque

d'aver da fare col diavolo... Credeva al diavolo anche lei, e, sapendo

di far male, lo faceva. Era perversa per istinto.

Ed era così bella! Pareva una madonna. Bianca di carnagione, bionda di

capelli, slanciata di persona, con certi occhi grandi così, d'un azzurro

limpidissimo...

Si lasciò suggestionare di nascosto, a poco a poco, e fu sopraffatta in

men d'una settimana. Il mio disegno era questo: Strapparle una sincera

confessione; — Mi amava? Non m'amava? — Esitai, proprio sull'estremo

punto di raggiungere il mio intento. Esitai pensando: — E se non m'ama?

Se ama un altro? —

Allora mi diedi a suggestionarle stranezze contro i miei rivali. Il suo

braccio doveva trarsi indietro quando stava per porgere la mano; e si

ritraeva. Ella non doveva più ridere alle sciocchezze di quel tale..., e

non rideva; rimaneva seria, quasi le si fossero fermati i muscoli del

volto che producono il riso. Non doveva udire le parole di

quell'altro... e non le udiva, colpita da improvvisa sordità...

Avrei potuto imporle d'amarmi... Fui onesto; non volli. Che valore

avrebbe avuto per me un amore così ottenuto? La lasciai libera su questo

punto... Ed era uno sforzo grandissimo; mi sentivo continuamente

tentato. Fui onesto; non osai mai, mai! Sarebbe stata viltà. L'amavo

così com'era; non la volevo diversa...

E forse ho avuto torto! Forse sarebbe stato bene per me e per lei... Non

volli. Ormai è irrimediabile!...

La mia azione su lei era divenuta straordinaria: potevo arrestar Anna

col solo sguardo, mentre andava da un punto all'altro d'una stanza. Si

fermava, mi guardava, pregandomi, con rapida occhiata, di lasciarla

andare... E la rendevo libera, con la sola volontà, quasi ella fosse

ridotta un membro del mio corpo... Avrei potuto farne quel che avrei

voluto... Non mi crede? Dubita della mia forza suggestiva? Mi dia la

mano; bisogna ch'ella abbia una prova evidente... Mi dia la mano.

— Perchè? — domandò il Delegato, con un sorrisetto che intendeva

nascondere il senso di indefinita paura da cui era turbato in quel

punto. — So di che si tratta; ne ho letto qual cosa anch'io. La sua

prova, in ogni caso, potrà farla in migliore occasione, davanti ai suoi

giudici.

— Come vuole — riprese il pittore.

Si fermò, tentando umettarsi le labbra con la lingua arida anch'essa, e

riordinare un istante i ricordi che gli sfuggivano o gli turbinavano

nella memoria; scosse la testa, e, con un gran sospiro di sollievo,

riprese:

— Siamo alla fine! In questi ultimi mesi avevo sofferto più

terribilmente. La gelosia mi divorava e le lotte contro me medesimo per

resistere alla tentazione d'adoprare la mia intensa facoltà a strapparle

una confessione dov'ella non avrebbe potuto mentire, o a imporle un

amore al quale ella non avrebbe saputo resistere, mi prostravano l'animo

in guisa che il corpo ne soffriva. Dimagravo, perdevo il colorito. La

testa, l'avevo già perduta. L'arte, da mesi, era parola morta per me.

E tornavo a ripetermi:

— Quando sarà proprio mia!...

Invece parve ch'ella cominciasse a irritarsi di così grande predominio

su lei. Più non si prestava volentieri agli esperimenti, quantunque il

segreto avesse tuttavia una maligna attrattiva per quell'indole

viziata... Volle mostrarmi che poteva ribellarsi? Volle vendicarsi? Non

lo so. Quel cuore è rimasto un enimma e nessuno potrà più svelarlo!

Sì, voleva ribellarsi, sottrarsi alla mia influenza; influenza vana,

inutile, ahimè, se non volevo adoprarla come avrei dovuto, se l'adopravo

appena appena per impedire che colei mi sfuggisse completamente di mano!

Perchè volevo che fosse mia, a ogni costo, se ero convinto che non mi

amava?... Perchè?...

E che amavo in costei, che cosa? La sua bellezza, il suo fascino, oppure

la mia opera d'arte, di cui ella era la riproduzione vivente, quella

maledetta Ofelia sognata, idolatrata due anni con la gran passione

dell'artista per la propria creatura?...

E se non voleva affatto saperne di me, perchè non tentò mai una rottura?

Era facile svincolarsi dalla promessa; accade quasi ogni giorno che due

innamorati la rompano anche nel momento di legarsi per sempre. Non

volle. Perchè? Che maturava nel suo interno?...

Qualcosa di orrendo! Non è più sospetto, è certezza.

Mi avvidi che cedeva più frequentemente la sua mano all'uomo che odiavo;

si susurravano parole, si facevano cenni che non potevano essere

innocenti, indifferenti, se soltanto il mio occhio vigile riusciva a

sorprenderli... Eppure non credevo ai miei occhi! E cercavo di scusarla,

quantunque la mia gelosia mi suggerisse talvolta di slanciarmi addosso a

colui, e strozzarglielo ai piedi, davanti a tutti; me ne sentivo la

forza...

Così lo avessi fatto! Avessi almeno mostrato di volerlo fare!...

No: soffrivo e tacevo... L'amavo tanto! tanto! Che spregevole miseria

l'amore!...

Quella sera, sentendo fare da colui, dall'odiato, la proposta d'una gita

di piacere a Porto d'Anzio, compresi subito che erano d'intesa, Anna e

lui. La madre non disse nè sì, nè no. Mi domandò: — Verrete anche voi? —

Risposi: — Non posso. — E non era vero; chi me lo impediva? Che affari

mi trattenevano a Roma quel giorno? Anna si ostinò a voler andare. —

Allegra compagnia — diceva. — Un divertimento, prima di relegarsi nella

solitudine della campagna, dove era stabilito che la famiglia avrebbe

passato i mesi di settembre e di ottobre. — Andremo anche senza di te,

se tu non vuoi venire! — Ella mi disse così, e con tale durezza di voce

che mi parve una pugnalata. Allora io la presi per le mani e la trassi

in disparte, presso la finestra, nascondendoci tra le tende; a due

promessi sposi era permesso far questo.

La luna piena inondava la finestra. — Guardami negli occhi! — le dissi,

tenendola ferma per le mani. Allora ella si dibattè un pochino: — No!

No! — Ma in breve istante era sotto il mio fascino.

Stavo per commettere la viltà evitata tante volte; una sola domanda, e

avrei saputo il malvagio segreto di quel cuore!...

Le rilasciai le mani; dissi anch'io: — No! No! — Aspirai fortemente, per

distrurre la suggestione; e appena la vidi libera, cosciente, con voce

turbata dalla commozione le domandai: — Vuoi proprio andare? — Sì! —

rispose. — Anche se io non volessi? — Sì! — replicò, agitandomi in

faccia il viso corrucciato e dispettoso. E mi lasciò là.

La mia grave viltà è stata quella di accompagnarmi alla comitiva, di

portar meco il costume rosso da bagno che m'aveva servito l'anno

precedente a Livorno....

Ah! il segreto che non avevo voluto strapparle la sera avanti presso la

finestra, lo intravidi lungo il viaggio, nel vagone; lo intravidi dalle

sue risate più argentine e più sonore che mai; dalle sue maniere con

quell'altro che le soffiava nell'orecchio chi sa che cosa, reso più

ardito dalla gaiezza della gita...

Ella era seduta fra quei due. Io non esistevo per lei; si scorgeva

benissimo, anche dalle rapide fredde occhiate che mi rivolgeva

nell'angolo dov'ero rincantucciato presso la sua mamma, che mi parlava

di lei, la scusava, la difendeva. Mi dava sempre torto quella mamma!

Io udivo poco; capivo pochissimo... Il cuore mi scoppiava... Eppure fui

più vile, vestendo il mio costume da bagno, soffrendo gli epigrammi di

quei due intorno alla stranezza dei ricami di quel costume, bizzarria di

artista non di cattivo gusto certamente. Anna era incantevole in

gonnellino e pantaloncini di raso di lana, orlati di bianco. I suoi

piedini parevano rose fresche tra lo sparato delle pantofole di corda.

Il mare la inebbriava; le sue narici si dilatavano, annusando la salsa

frescura che invadeva la spiaggia sotto il sole scintillante di quella

bella giornata, fra il chiasso e il formicolìo dei bagnanti...

Sa? Mentre stavo per stenderle la mano e condurla in mezzo all'acqua che

irrompeva spumeggiante, l'altro, colui che odiavo, fu più lesto di me;

la prese sotto braccio, trascinandola via fra le ondate, finchè la terra

non venne meno sotto i loro piedi, finchè egli non potè farla

ballonzolare a fior d'acqua come un corpo morto, in balìa dei cavalloni

succedentisi e incalzantisi...

Oh!... quasi fosse stata cosa sua! quasi fosse stato lui l'amato, colui

che doveva sposarla fra due mesi, al ritorno della villeggiatura!...

Ed ella gli si abbandonava come a padrone, senza farmi un cenno, assorta

nella voluttà dell'acqua marina che l'avvolgeva, la sballottava, le

disfaceva i capelli d'oro...

Dalla spiaggia, io vedevo ogni cosa, udivo tutto: le risate, le strida

di gioia e di finto terrore... Poi, la sorella, la cugina, tre amiche e

quell'altro che la faceva sempre ridere, si accostarono a loro,

formarono un gran circolo, che di tanto in tanto rompevano per

abbandonarsi, ognuno per proprio conto, all'urto dei cavalloni da cui

venivano sommersi e spinti l'uno contro all'altro...

Già mi accennavano con mani grondanti, mi chiamavano, mi garrivano come

pauroso del mare, vedendomi rimaner fermo su la spiaggia, dove le ondate

giungevano a lambirmi i piedi nudi... Non sentivo più nulla; vedevo

soltanto lei e lui... che si baciavano, abbracciati fra il cavallone che

li avvolgeva!... Sì! Sì!... Li ho visti con quest'occhi... due volte...

perchè l'ondata li scoprì quando non se l'attendevano! Sì!... Sì!...

Egli ritto in piedi, lei galleggiante, con le braccia al collo di

colui!... Sì! Sì!...

Mario Procci s'arrestò. Tremava; premeva le mani su gli occhi, quasi per

non vedere. Ma quando già sembrava esaurito di forze, scattò dalla

seggiola, stese un braccio additando con l'indice della mano il punto

che certamente egli vedeva davanti a sè come nel giorno fatale, e con

voce rauca, repressa, quasi feroce, riprese:

— Vidi... e fui abbagliato dal lampo della terribile idea....

— Infame, muori! — dissi da me, con tremendo sforzo di volontà... E

proiettavo laggiù, lontano, la forza che doveva fiaccarla. — Muori,

infame!

In quel punto avevano riannodato il circolo... Oh!... Sentivo scoppiare

da tutto il corpo una violentissima corrente, quasi la mia essenza

vitale si riversasse fuori dai mille pori della pelle, sospinta dalla

volontà, proiettile omicida di nuovo genere...

E nello stesso tempo, rivedevo il mio quadro: Ofelia che affonda

lentamente nella riviera tranquilla; Ofelia coronata di fiori, ancora

sorretta a fior d'acqua da le vesti che le si gonfiano attorno...

E vedevo pure Anna. La vidi sbalordire, smarrirsi, venir meno,

affondarsi e sparire fra l'ondata che avvolse tutti in quel momento...

Gli urli, le grida di soccorso, il tumulto dei bagnanti su per la

spiaggia, l'affollarsi della gente atterrita, il pronto slanciarsi di

alcuni marinai alla ricerca della scomparsa, mi fecero subito capire che

tutto era finito....

Avevo voluto che Anna annegasse ... ed era annegata!

Mario Procci si rovesciò sulla seggiola quasi svenuto.

Il delegato premè rapidamente il bottone del campanello, balzando dalla

poltrona per impedire che colui cascasse a terra.

— Un medico! — gridò, sentendo aprir l'uscio.

E sorreggendo il pittore, brontolava:

— Maledetti scienziati! Non sanno che inventare per disperazione della

polizia. Mancava proprio la suggestione!

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 17 / 47 题