Per ordinare le mie idee, bisogna che col pensiero io vada indietro
tre o quattro anni: cinque per l'appunto! Ed ecco mi ricordo una
passeggiata a Chiaravalle, una sosta, una colazioncina in un prato, e
poi un'ascensione chiassosa, quindi una meditazione seria. Come fosse
adesso! Voglio rammentarmi la torre della chiesa e il cimitero.
Prima di tutto, vi confesso ch'io ho un gusto matto per i campanili,
tanto che in un certo paese ho fatto un abbonamento con un sagrestano,
perchè mettesse a mia disposizione tutte le chiavi d'una chiesa.
Quei bugigattoli, quelle scalucce di legno dagli incerti gradini, quel
buio, quegli uscioli, per cui solitamente si deve passare per giungere
alla torre, mi piacciono in modo strano; e poi quelle funi che pendono
giù, o sfilacciate, o giù conducendo l'unto dagli ordigni
dell'orologio!--E tic-toc-toc: dall'alto l'inesorabile tempo ci grava
sul capo. Se poi stridono i falchi, o stormeggiano i passerotti, o un
amico pauroso mi grida:--Manca un gradino... avanti lo stesso.
A Chiaravalle la torre che sovrasta alla cupola ottagona offre tutte
le emozioni che voglio. Ecco, al tetto della chiesa, al primo riposo,
si giunge coll'abito concio dalle ragnatele, col cappello schiacciato
da qualche buio arco che non rispetta le proporzioni della figura
umana, coll'occhio intenebrato e polveroso: travi, tegole e calcinacci
sono amici, amiconi degli archeoflli curiosi. Al tetto c'è un
ballatoio: e da questo una scala a piuoli al primo giro d'archi della
torre; e da una colonnina di questo un'altra scala a un'altra
colonnina del secondo giro, e via e via; ma sui piuoli tarlati il
piede si poggia con precauzione, e gli staggi sono un po' zoppi.
All'ultimo piano di colonnette si leva la piramide, e noi che le
passeggiamo intorno, la vediamo tutta irta coi mattoni a spinapesce,
qua e là resa bizzarra da qualche ciuffo d'erba, bruna rossastra,
sormontata da un globetto con una croce nel mezzo, La vista di
lassù spazia sui piani e sui piani: monotonia, Pure, c'è da
trattenersi su una buona mezz'ora, e anche più; si ritarda la
discesa, pensando un po' a quelle scalucce malsicure che ci terranno
sospesi fra il cielo e i tetti.
Terra! terra! abbiamo toccato il suolo della chiesa: all'ultimo
gradino ci sentiamo piccini, come profondati, giù nel tenebrore:
camminiamo, e il passo ci sembra pesante, lo spazio per il piede
troppo, per l'occhio poco, e giungiamo al cimitero. Con un movimento
spontaneo si dà uno sguardo all'insù; le proporzioni della
muraglia, della torre, si allungano sul cielo, e là, in cima, ci
pare sia restato qualcosa di noi: qui basso siamo vuoti e melanconici:
un che inspiegabile signoreggia tacito intorno a noi, e noi subiamo
una pace per gli occhi, per le orecchie, per la bocca, un'aria morta
ci involve, entra in noi, esce: ci pare di dormire da lungo tempo, o
di svegliarci con altri sensi diversi dai nostri. È una bizzarria
questa? A me succede così. Credo animato un arbusto solitario, un
mucchio di rovine, un silenzio di crepuscolo: qualcosa requia, ma
spiandomi: un che d'ignoto, posandosi lento, incombe e incomberà su
di me. È una stramberia, temo l'oblìo... Sapete? certi sogni
senza senso comune si possono dire in poesia: in prosa bisogna
rendersi conto d'ogni contorno che ha la parola, e toccare liscio se
non si vuole errare e buscarsi, un'orecchiata dai professori!--C'è
la pace, ecco tutto: una pace antica, un silenzio, un'immobilità,
un mistero.
Le cellette mortuarie di stile gotico c'invitano colle loro linee
severe, colle reliquie degli affreschi, coi frammenti delle epigrafi.
Vediamo! Ognuna di esse racchiudeva il monumento di qualche cospicua
famiglia: dove giaceva il pesante avello, a due versanti, coi quattro
orecchioni, o dove si levavano sulla groppa dei lioni le colonnine
torte a reggere l'arche coi tabernacoletti gotici, ai dì nostri
cresce la mal'erba, fra i tritumi e i calcinacci: le muraglie hanno le
tracce dell'ugna del tempo: gli archivolti non portano più le nere
cortine di morte, ma si lasciano addobbare dalle ragnatele. Queste
cellette erano numerosissime: e chi coll'immaginazione sapesse tutte
riedificarle, degradarle in squallida linea, colorirle tristamente, e
fingere dalla porticella del coro la sfilata dei monaci salmodianti,
quegli potrebbe a messer l'abate chiedere l'eterna pace. Si dorme
tanto bene all'ombra dì tramontana, nelle abbazie dei cistercensi,
fra il silenzio degli uomini e della natura!--In una celleita,
Manfredo Archinto supplica Nostra Donna: in un'altra, una lucertola
viva serpeggia sull'ala di una santa morta: in un'altra, san Bernardo,
imprudentissimo, presenta al cielo la Guglielmina boema...
Nel secolo XIII, nella Lombardia, già infestata dalle sètte
degli eretici, comparve la bella Guglielmina. Chi era? La dicevano la
figlia di un re di Boemia. Con chi era? Con un bambino che le morì.
Monaca, fuggita, amante: tantissime se ne dissero. Essa abitò a
Milano, e fu di tale pietà, che i monaci di Chiaravalle e le
Umiliate, e tutto il clero, e tutta la nobiltà pigliarono ad
amarla, compreso un tale Andrea Saramita: e salì, e salì, la
Guglielmina salì fino alla dignità sopranaturale: fu della
quella che salverebbe giudei, saraceni e mali cristiani, fu detta
papessa, santa, divina. Ma umana, morì, lasciando di voler essere
sepolta a Chiaravalle.
Quivi giacque venerata, e ad onore di lei i monaci, in tre
solennità annuali, distribuivano pane e vino. I discepoli rimasti,
una Manfreda, il Saramita, Albertone da Novate, continuarono a
celebrarne i misteri.
Nel giorno di Pasqua del 1299 la Manfreda indossò degli abili
pontificali, e, costituita una gerarchia ecclesiastica femminile,
cantò litanie, predicò, disse messa in casa di certo Jacobo da
Ferno, con epistola letta da Albertone, con vangelo composto dal
Saramita. E vogliono gli storici che queste adunanze finissero con
scandali tali e tali criminosi piaceri, sì che la inquisizione di
Sant'Eustorgio col fuoco volle _purificare i corpi et le anime
inquinate_. Si fece un gran processo, arse la catasta in piazza della
Vetra, e Guglielmina si trovò scacciata dal paradiso e buttata
all'inferno.
Chi parla della Guglielmina finisce sempre così:--È da
domandarsi se era veramente colpevole la Guglielmina, o se solo lo
furono i suoi seguaci. È questo un problema la cui soluzione merita
un attento studio di storico imparziale.
Ma se sapessi dove sono i documenti!