I.

Hai perfettamente ragione, mio amico. Vi sono dei luoghi insigni per

memorie d'arte e di storia o per lo speciale ambiente, nei quali

l'anima del visitatore s'appassiona con gentile virtù, e la

fantasia, correndo a ritroso del tempo, s'ingagliardisce, rivivendo di

fronte ai robusti sembianti degli avi. Nelle giornate di noia stanca,

giova moltissimo il fuggire la folla fastidiosa, l'indispettirsi dei

minuscoli capricci, il cercare la solitudine. Questa è fatale se il

cuore vuole tutta occuparla colle sue malinconie, è sana se in essa

l'anima cerca per punto d'appoggio una calda emozione.

Una passeggiata all'abbazia di Chiaravalle non è gran cosa, che

possa rompere le gambe di un cittadino. Si esce dalla porta Romana, e

si piega per circa tre miglia verso sud-est, camminando in mezzo a una

pianura monotona, la pianura lombarda, che al cielo non sa levare

altro che le capitozze pesanti degli eterni filari, qualche ramicello

pelato, qualche volo di corvi, qualche crasso fumo di stalla. Ma che

cosa merita quel cielo? E poi, signor mio, ogni acqua che scorre,

all'occhio dell'agricoltore, sembra far galleggiare i sacchetti d'oro;

ogni prato ti pare una mappa; ogni casa è segnata a cifre, a

cifrone. Se tu vedessi i fieni ammontati nelle cascine, il latte che

trabocca, spumando, dalle _brente_, e i formaggi che stanno, come in

biblioteca, negli stanzoni a corridoi! Se tu vedessi!

Il paese di Chiaravalle è un povero aggregato di case. Rovagnano

n'era l'antico nome. San Bernardo, capo dell'abbazia di Clairvaux

nella Sciampagna, venuto in Lombardia, e fondato in questo luogo

l'abbazia e il monastero dei cistercensi, l'intitolò Chiaravalle,

per amor di ricordo. Chiaravalle, favorito dalle famiglie milanesi,

illustrato dalla virtù e dal sapere dei monaci, crebbe di fama e di

ricchezza: molti cospicui personaggi venivano a visitarlo: Ottone

Visconti vi morì.

Al giorno d'oggi, camminando sulla strada, che fiancheggiata da due

placide acque, conduce ad una porta austera, il visitatore ha l'occhio

triste e l'anima triste. La campagna intorno è silente e spopolata:

le mura dell'edificio, dove rovinate, dove salde, dove rifatte, sono

come le pagine di un libro di storia. Mute, vi narrano una

verità.--Che cos'è il tempo!

Vi furono giorni in cui il potentissimo abate, collo stendardo della

cicogna, scendeva alle soglie imponenti dell'abbazia, fra la sua corte

fastosa, arbitro delle liti tra popolani e nobili, fra paese e paese,

scendeva a ricevere una comitiva guerresca od ossequente; e i monaci,

sui vasti dominii, sulle settantamila pertiche, si spargevano,

fratelli di preghiera e di lavoro, ad una nuova opera, asciugando i

paduli, guidando le acque, applicandole all'utile, creando il sistema

lombardo delle marcite; e i reggenti di Milano venivano agli altari

recando i diplomi dei frequentissimi privilegi; e i vecchierelli sotto

il saio vegliavano sui libri o cantavano nel coro, o sfilavano al

cimitero. La Guglielmina boema vi dormì poco sonno di morte. La

ricca nobiltà milanese vi restò a tripudio, quando uscì ad

incontrare Beatrice d'Este, che arrivava sposa a Galeazzo Visconti.

Potenza successe a potenza, pietà a pietà, mistero a mistero...

Infine, nel 1795, la più prosaica caria bollata era affissa ai

venerandi battenti colla cera rossa. E oggidì la locomotiva,

tagliando il pratello della pace antica, sbuffa faville ai morti, e

passa fischiando...

L'abbazia sorge vicina al villaggio, e coi ruderi del convento è

chiusa da una cinta. Entrando nella corte per una volta oscura, si ha

dinnanzi la chiesa, ragguardevole edifizio, con una cupola ottagona,

sovrastata da una torre ad archi, a colonnine, a piramide: le linee

sono dignitose, le tinte robuste, e i dettagli qua e là accentati

dai curiosi scherzi del tempo e del caso. L'ignoranza degli uomini

piccoli vuol mostrarsi dove può: eccola chiarissima, pretensiosa,

patentata, nel guasto arrecato alla facciata, Povero secolo decimo

settimo! Dio sa com'hai resa barocca anche la preghiera!

L'interno della chiesa è grande, tetro, umido: un segreto squallore

vi regna: la solitudine co' suoi misteri, la semiluce coi pochi raggi

del giorno, colle ombre freddicce, fanno parer eterni i passi sul

pavimento: e va e va:--e danno all'aria un che di morto, di chiuso,

d'ammuffito, che tronca il respiro, e assopisce il pensiero in una

incertezza di languore.... Fantastichiamo?

Ma in questo stato d'anima, il cuore a un tratto affretta i palpiti,

con un sentimento dolcissimo di speranza o di ricordo: eccoci desti! e

si gode d'esser desti, d'amare, di dover combattere, di voler vivere!

Il cuore si ribella alla morte.

Triste è lo sguardo che danno le sante screpolate degli affreschi;

triste la polvere fredda che s'adagia sugli stalli del coro; triste il

tremolo ardore delle lampadette nella grande solitudine: tristissima

la pace che il tempo ha fatto intorno a noi. Luino, l'angelico, ha

dipinto: l'ottimo Garavaglia ha intagliato: altri molti hanno lavorato

e vi giacciono nell'oblio; san Bernardo un giorno arse di zelo e fu

una fiaccola. Ma oggidì?

È santo quel sorriso che ci fa buoni e mesti: è salutare quella

polvere che noi solleviamo, galoppando audaci, sul nostro cammino;

chiamo luce quella che illumina l'anima, come i lampi. Più e più

nei luoghi austeri l'estro si accende, e si figge all'ideale. La pace?

Prima vogliamo la battaglia.

In fondo al coro vi è una porticella che mette al cimitero: è un

luogo raccolto, circondato da un muricciuolo che lega le une alle

altre tante cappelle mortuarie, ad arco, uniformi, severe, segnate

solo da qualche avanzo di pittura o di epigrafe: qui i nomi di Pagano

e Martino Torriano, dei Novati, dei Piola, degli Archinti. Un'unica

crocetta nel mezzo compendia tanti nomi, tante grandezze, tanto oblio,

in tanta pace, Qui venne con onorevole scorta armata sepolta la

Guglielmina, nel secolo XIII, la famosa fondatrice della setta dei

Guglielmiti, la quale pretendeva d'essere papessa, e più: qui fu

venerata con feste, lampade, devozioni: di qui fu dissepolta e

trasportata a Milano sulla piazza della Vetra, per essere abbruciata e

vituperata co' seguaci suoi. La storia vi è lunga, ma interessante

per gli scrittori milanesi: qualche sera chiacchiereremo, perchè

già adesso tu non hai tempo.

Che cosa t'ho descritto? Non so. E ti ho descritto, o credo? Non so,

davvero. Queste mie righe sono impressioni, Tratti di penna, schizzi:

se tu volessi linee rigide e contorni precisi, sai che ci sono guide,

buone e grame, e fotografie. Dunque non gettarmi in un cantuccio, se

non adopero squadra nè metro.

Però, se vuoi, eccoti le dimensioni. Incominciamo da serii:

Altezza della torre, piedi 57.

Altezza della piramide, piedi 34.

Lunghezza della chiesa...

Capisci! Sei tu che non mi ascolti! Dunque, zitto i zitto! zitto!

Storia di un'anima · 第 100 / 118 题