«Il Circondario di Biella è limitato al nord, all'ovest e al
sud-ovest dalle linee di separazione delle acque della Sesia e del
Leiss e poscia della Dora, ed è chiuso all'est ed al sud da confini
meno naturali, che tagliano le vallate dei torrenti che hanno origine
dalla costiera settentrionale ed occidentale. Esso ha una superficie
di 960,48 chilometri quadrati, e una popolazione di 126,360 abitanti
(censimento del 1861). Vi sono quindi 131,56 abitanti per chilometro
quadrato, mentre in media nel regno d'Italia non si hanno che 83,54
abitanti per chilometro quadrato. E questo non è poco, ove si
consideri che il 57% del suolo biellese è montuoso. Principali
torrenti sono al nord la Sessera che volge verso l'est ed al sud il
Cervo, cui fanno capo la Viona, l'Elvo, l'Oremo, l'Oropa, la Strona,
la Roasenda, tutti gli altri torrenti insomma che non mettono nella
Sessera.» E basta. Mille grazie al signor Quintino Sella che
pronunciò queste parole nel discorso inaugurale della prima
riunione straordinaria della Società italiana di Scienze naturali
in Biella. Io non lo saccheggierò più: perchè, rubando male,
il _terreno diluviale_, le _alluvioni_, il _diluvium_, il _pliocene_, il
_calcare_, le _roccie feldispatiche e micacee_, l'_anfilobo_ e la
_diorite_, la _formazione sienitica_ e il _melafiro_, e l'altre parolone
mi potrebbero procurare qualche tirata d'orecchi da chi ha sulle corna la
poesia e gli acquerellisti.
Biella (_Bullarella, Buraiella, Buiella, Bucella, Bugella_) è al
confluente dell'Oropa cel Cervo. Che sia città antica (153 ab U.
C.) lo comprovano la iscrizione di Caio Publicio Crescenzio e l'altre
che si conservano nella casa parrocchiale, il sepolcro de' romani
Melii, ora divenuto battisterio, la medaglia fatta per commemorare la
ruina di Gerusalemme. Da Lodovico il Pio e da Lotario fu donata al
conte Bosone nell'826: poi da Carlo, da Ottone, da Corrado, da
Federigo I alla chiesa vercellese: nel secolo XIII si levò ad
animosa controversia per sottrarsi al dominio di Vercelli: nel XIV
provò il furore della peste, segnò di croci rosse i militi
contro Fra Dolcino, si scosse di dosso il vescovo tirannello Giovanni
Fieschi: nel 1379 diede giuramento di fedeltà al conte di Savoia:
nel 1525 gli imperiali vi aguzzarono l'unghie. Trascrivo un
particolare che soddisferà la curiosa domanda di alcuni miei
amici:--«Il maresciallo francese Brissac estese la sua occupazione su
parte del Biellese ed obbligò il comune ad inviare a Parigi dei
legati per il giuramento di fedellà ad Enrico II e per ottenere la
conferma di tutti i privilegi. Si fu in quell'epoca che si
incominciò il commercio delle lane colla Francia e principalmente
con Lione, e ne venne il motto _francese di Biella_, perchè il comune
di Lione accordò con diploma 23 gennaio 1558, il privilegio di
cittadinanza ai Biellesi.» (_Guida per gite ed escursioni nel Biellese,
edita e compilata per cura della Direzione del Club Alpino, sezione di
Biella, 1873_). Poi Biella ebbe ancora la peste, gli Spagnuoli e i
Francesi, peggiori della peste, e di nuovo i Francesi.
Biella è una cittadina simpatica, che si presenta pulita,
sanissima, affaccendata, percorsa da cento omnibus dalla stazione
verso il santuario e verso Andorno. Nella via maestra vi sono dei
portici sotto cui s'impaccia la gente ai giorni di mercati popolosi:
tutto vi si trova, dalle usuali terraglie impastate colle argille di
Ronco e Ternengo agli immensi tesori delle fabbriche grandiose. Nuove
piazze, nuove vie, nuovi edifizi accennano ad intendimenti edilizi di
buon gusto. De' monumenti conosco il Duomo, incominciato nel 1402 e
finito nel 1825: vorrebbe esser gotico nell'insieme, ma stentato
nell'ornamentazione, senza gusto, senza carattere, goffo e
pretenzioso, coll'alto peristilio che mischia persino dei capitelli
semi-egiziani agli archi acuti, alle colonne allampanate, al terrazzo
sopracarico di tabernacoletti, di sfere, di piramidi, in tutto ha
qualcosa del cartone dipinto a gesso e colla: nell'interno si può
perdonare qualcosa, in vista d'una pittura del Lanino e d'un pulpito
in legno scolpito.
Il Battistero è un tempietto ottagono, di mattoni grossi,
incoronato da tanti arcucci venerandi, con una scoltura che porta
effigiati due putti carnosi, bene atteggiati sullo sfondo di un
colonnato a rigidi profili. Una porticina conduce a un sotterraneo,
un'altra al piano terreno. Il pretino che ci accompagnò ci disse
che giù c'erano due tombe di vescovi: dal mazzo di chiavi una sola
scelse e ci aprì il battistero, nudo, gretto, squallido. De' Melii,
delle lapidi romane e delle notizie che gli domandai intorno al
Galliari, al Cogrosso, al Vacca, al Fea, al Gonin, il povero
schiccheratore di fedi di nascite e di morti ne sapeva come le ragazze
che, colla gabassa sulle spalle, comperano gli zoccoli. San Cassiano
si presenta coll'alto peristilio sbiancato: è chiesa di fondazione
antica, di cui le memorie rimontano al 1200. Ma, povera Arte! Ero
insoddisfatto. Per conto mio, ho guardato e riguardato la porta e la
porticina antica dell'albergo d'Europa, con alcuni dettagli di fascie
robuste, tracce di finestroni, la scoltura dei due angioletti che si
baciano, reggendo lo scudo col motto _Ubi Pax ibi Deus_, e i due stemmi
che spiccano sul campo nero d'un riquadro. Il mio pretino,
eruditissima guida, mi perdonerà se taccio del Seminario, del
Palazzo vescovile, della Trinità, dell'Amministrazione dell'Ospizio
d'Oropa, dell'Ospedale, del S. Paolo, del S. Filippo, ecc., mi saranno
invece grati i lettori se dico loro che nella città vi sono 9
fabbriche di drapperia e filati, 12 depositi di lane e rappresentanze
di case estere, 2 fabbriche di maglie, 8 di bordati, 5 di cappelli, 5
concerie, la grandiosa fonderia di ghisa degli Squindo e l'altra dei
Girelli, la nota cartiera Amosso e la birreria di Menabrea. Sella,
Rosazza, Poma, Bozzalla, Garbaccio, Boussu, Trombetta, nell'industria
hanno tanto nome, quanto splendore avevano nei tempi andati i
Ternengo, la casa Lamarmora, i principi di Masserano, i principi della
Cisterna. Benedetto il Cervo e l'Oropa! Sì, il lavoro ferve
animatissimo dappertutto, sia nei vasti fabbricati che hanno 400
finestroni, da dove rombano le macchine più meravigliose del
progresso, sia sotto ai portichetti smattonatì dove le ragazze,
cantando, impagliano scranne o filano colla conocchia della nonna.
Esempio siano: il lanificio Piacenza a Pollone, la fabbrica dei Poma a
Occhieppo superiore, a Miagliano il cotonificio pure Poma, colle case
degli operai costrutte sul modello di quelle di Mulhouse in Alsazia:
esempio presenti la _fia della Nastasia_ al Favaro. Lo dico con
orgoglio: gli stabilimenti industriali di Biella sommateli voi, io
v'ho date le cifre: 190 sono quelli del Circondario (_Guida del Club
Alpino_, ecc.). Si lavora, si lavora, si lavora, ognuno secondo le
proprie forze: i figli della _fia di Nastasia_ un di mangeranno il pane
che sa di sudore onoratissimo e di lucido acciaio strofinato e di
grasso abbruciato, se pure non lo faranno mangiare agli altri: il
lavoro ha sempre avuto un premio.
Per controbilanciare il poco bene che ho detto di Biella, come
accoglitrice di cose d'Arte, devo parlare e col massimo piacere di
Biella-Piazza, o sia di Biella alta, un gruppo della città, su un
poggio, dove difficilmente capita il viaggiatore per Oropa. Al sommo
dell'erta salita si presenta un edificio del rinascimento, di gusto
squisitissimo, con finestre rettangolari, fascie dipinte di azzurro,
linee egregie, i campi illustrati da storie belligere, gli occhi di
bue, e sotto la gronda le tracce elegantissime degli archetti che
sporgevano a sostenere il tetto. Di sotto al sudiciume, alle moderne
manomissioni, all'opera del tempo, esce un profumo d'Arte gentile,
corretta, spigliata. Di chi fu quella casa? Ho domandato invano.
Nell'interno c'è la fabbrica di maglierie dei Guglielminotti:
domina la sbiancatura e l'adattamento. Nell'istessa viuzza, su cui
dà il fianco, s'incontrano delle fascie di terra cotta, due o tre a
frange trilobate, una a targhette, grifoni e flessuoso svolgersi di
foglie. Il palazzo del principe della Cisterna mostra l'architettura
salda e già capricciosa del cinquecento: portone col poggiuolo
marmoreo, finestre col timpano spezzato e i busti, colonne bozzate, e
all'alto un loggiato d'arconcelli coperto. Lo dicono anche _il
Castello_. Nell'interno ho visitato una torricella colla scala a
chiocciola, i solai spaziosi, adorni di una porta acuta a fascia di
terra cotta, lo scalone nudo, a cui è unita la tradizione della
_morte segreta_, un muraglione cioè pieno di coltelli e trabocchetti,
e finalmente i saloni. Il palazzo è ridotto a filatoio. Ma bisogna
ancora vederle quelle travature, quei freschi a chiaroscuro che
ricingono le somme pareti, quel camino eretto sugli orecchioni, colla
cappa scolpita, ornata, dorata, colle statue sedenti e gli stemmi e
gli stucchi e i finestroni! Bisogna immaginare il decoro sontuoso
degli arazzi, dove ora sporgono le cornici di legno spezzate e i
chiodi ritorti: i mobiloni di noce, le seggiole di broccato, i
ritratti degli avi, dove ora s'ammucchiano i telai spezzati!
L'_ambiente_ è austero. Citerò anche la chiesa di Sant'Anna che
doveva esser bella, se non intervenivano a vituperarla pennello e
cazzuola, sì che pare che i santi del Gaudenzio Ferrari e le sante
stecchite fra le colonnine d'oro spirali, pare rimpiangano i buoni
tempi. Attiguo c'è il palazzo Ternengo, con un cospicuo archivio
patrio, si dice. Poi c'è il Palazzo del Comune, la casa Lamarmora,
quella dei principi di Masserano, ora stabilimento idropatico. Dal
Piazzo volevo scendere in Vernato per gustarvi un bel quadro antico, e
poi a San Sebastiano attratto dal _Cristo_ del Ferrari, dall'_Assunzione_
del Luino, dalla _Trinità_ del Moncalvo, e da altri dipinti di scuola
lombarda e vercellese, che avevo già veduto l'anno scorso: ma
l'amico che mi accompagnava si diceva stanco all'aria della città.
È vero, è calda, è noiosa. Vogliamo respirare.
Giacchè ho incominciato la tiritera parlando di monti, finirò
rendendo il mio omaggio alla simpatica Biella e facendo voti pel suo
Club Alpino. Fu istituito dal signor Giuseppe Corona, è presieduto
da Q. Sella, diretto da Corona Giuseppe e Lodovico Garzena, Amosso,
Pozzo, Prario, Vallino, Vercellone. L'illustrano Sella, l'astronomo
padre Denza, il vescovo Losana, l'erborista Zumaglini. Per un pezzo io
ho avuto tra le mani la Guida edita dalla Direzione: da Piedicavallo,
dall'Alp Pianell, dal Colle della Mologna grande, dal Colle di
Loozonèi, dall'Alp Ober-Loo, da Lomatta, da Gressoney, dal Colle
d'Ollen, da Alagna, da tutti i luoghi in cui verificavo l'ore del mio
orologio con quelle notate dalla Direzione su quel libricciuolo
carissimo, mandavo un saluto a quegli egregi che, istituendo la
società del Club Alpino, preparano all'Italia uomini sani,
entusiasti alle bellezze grandiosissime, desiosi di scuole tanto
larghe, quanto l'anfiteatro dei monti. E di nuovo un saluto!