I.

Dallo Stabilimento Idropatico Mazzucchetti.

All'altezza di mille metri press'a poco sul livello del mare, tra il

flagellare rabbioso della doccia orizzontale, della pioggia, del

soffione, della circolare, e le bastonature della colonna mobile e il

rombare cupo dell'acque che s'avventano nelle vasche dei bagni

_scozzesi_, colla massima convinzione affermo e provo che, fra i sorrisi

delle bocche contente, a questo mondo si deve porre non ultimo quello

dell'uomo, che, uscendo di sotto ai freddi portici di uno stabilimento

idropatico, va alla sala di lettura, e, per aspettare la tarda campanella

del pranzo, piglia un giornale qualunque, e due, e tre.... Un giornale?

Che cos'è? Come si fa? Che affaracci ci sono laggiù nel basso mondo?...

Mah? È gran che se l'uomo capisce qualche cosa delle _sessantamila lire_,

dell'articolo di fondo, dei dispacci turchi e dei serbi. Ma ecco il

bollettino meteorologico:--32, 34, 35 gradi! A Milano si bolle come la

minestra, a Bologna si va in brodo, a Firenze si prepara l'arrosto. Oh

implacabile cielo! Cielo, che ti compiaci dei nostri _foulards_ agitati,

degli incessanti ventagli, dei nobili sudori e dei plebei, delle tolette

svelatrici e de' costumi senza foglia o camicia!--Mi pare di vederla

questa Milano!--dice l'uomo:--Vampeggiano i tetti coi mille fumaiuoli

abbrunati, vampeggiano i selciati lucidissimi, vampeggia il Duomo, come

un gigante calcinato dal sole, e sulla maggiore aguglia la povera

Madonnina dorata saetta dei baleni scottanti. La città è mezzo deserta.

Chi ha fretta s'impaccia sotto le tende sporgenti dalle botteghe e magari

sogna una cabina da bagno in riva al mare: corrono gli _omnibus_ e i

_broughams_ sopraccarichi di bauli, colle bianche faccine di dentro, che

vanno a farsi brune, e i cocchieri sul serpe, colla facciona cioccolatte,

che, rubando la corsa al padrone, andranno all'osteria a farsi _biondi_:

gli scolaretti, che all'esame hanno trovato lo scoglio del greco o

dell'algebra, fanno trottare le sartine, e le sartine, nell'odoroso

percale, sudate, rubiconde, rompono l'aria insidiosamente: gli uomini

d'affari hanno comperato il parasole: le sentinelle personificano la

rassegnazione umana: i preti guardano insù; ma solo le portinaie discinte

escono giù cogli annaffiatoi in mano e i numeri del lotto in cuore: il

cielo è un piombo che non lascia sperare una stilla. Chiuse le persiane

dei primi piani, secchi i fiori degli abbaini, colme le tazzone di birra

per gli uomini, e dallo sciame minuto della poveraglia invocati i

sorbetti della carriuola tintinnante.... Oh che arsura! oh che sollione!

oh che vita! Solo godono un po' di fresco le beghine sdentate, che

all'alba lumacano alle chiese chiamate dalla campana pettegola, e i gatti

unghiati, che in ogni ora del giorno scappano alle cantine muffe senza

buscarsi il raffreddore.... Oh, per carità del buon Dio, venga presto la

sera per lasciarci dire: anche oggi è andato! La sera, dopo una

passeggiatina calma e silenziosa, si va al caffè, su una piazzuola, dove

ci sia un filo di verde e ancora qualche abitino assestato alla persona e

qualche scarpetta bassa. Ah! come ci sediamo volentieri! Bell'invenzione,

sapete, quella delle seggiole di legno piegato a vapore, leggiere come

una galla, col sedere che lascia passar l'aria! Facendoci vento col

panama e col fazzoletto, aggiustandoci più in su dei ginocchi le pieghe

sudate dei pantaloni, torcendo la faccia a una buffata di fumo caldo che

c'invia il vicino, ed occhieggiando:--Il tale?--si domanda.--È andato in

campagna, alle acque, ai monti, al mare.--Sì?--Sì.--Eh! ci andrei

anch'io, se....--Che cosa?--(Non si vuole confessare la verità e si

dice:)--Se non avessi affari!--Si è pigri, sissignori: si temono i bauli,

il viaggio, le novità, l'eleganza, le donnine.... Passano i giorni e i

giorni: si rimane soli. Il tale? Partito. Il tal'altro? Partito. Al caffè

non si trova più una persona, che c'inviti a quattro asciuttissime

chiacchiere: la frutta è cara: il caldo addoppia, lo dice il termometro

della Galleria. E come si dorme? Come si ha appetito? Come si passeggia e

si accudisce agli affari? Eh lo sapete, il lenzuolo è di troppo: il

ghiaccio rovina i denti: i boschetti incominciano a perdere il loro verde

intenso, se non piove! Si dorme allo scrittoio, si appisola negli uffizi,

si russa nelle chiese e nelle caserme.... Mi ricordo che in una di quelle

giornatacce da forno m'era saltato un ghiribizzo strano, caldo caldo: eh!

quistione di nervi, sicuro, e vi dirò che....--così ciarla l'uomo, e

lascia il giornale, si guarda l'unghie, che forse sono ancora livide per

la doccia, dà una stropicciata alle mani, vede dalla finestra passare di

fuori, galoppando, una signora imbacuccata nello scialle: si sente un

brivido all'osso sacro e capisce che non ha fatto bene la sua _reazione_.

Allora sorride.... Uomo contento! esce dalla sala, è innondato di sole, è

avvolto nell'aria frizzante, vede monti e valli e cielo e cielo: giù il

piano sterminato: muoiono le tinte verdi nelle azzurre: spiccano

paesetti, città, serpeggiamenti d'acque: poi si stende come un mare

trasparente e celeste, una vastità fantastica, un regno di vapori....

Quell'uomo è contento. Lo volete contentissimo? Supponete ch'egli

sia un giovanotto, il quale non pensi di correre dietro alla signora

infuriata, nella veste da camera, colle ciabatte senza tacco, col naso

rosso e i capegli impastati sulla fronte (marchesa, mi perdoni!):

supponete che salga gli ottanta gradini della scala, fra la parata dei

lenzuoli, e giunga alla sua cameretta. Questa è piccolina, col bel

letto di ferro, gaia, colle persiane rinfrescate da riflessi verdi

chiarissimi, col calamaio secco e la penna rugginosa.... Bene!

Scriviamo agli amici, poco, pochissimo, quello che si potrà: già

ci sono le circostanze attenuanti.... Che cosa scrivere?... Giuro che

la doccia smorza la fiaccola della fantasia, l'orizzontale cambia il

cuore in un pezzo di ghiaccio, e il semicupio ad acqua corrente ci

condanna a bassa prosaccia. Che cosa scrivere?... Nella camerina, ad

un piuolo pende un cappello biellese che ha un mazzetto di _rododendron_

nella ghiera, un fiocco di _mignin_ morbidissimo, una vaniglia, una

_concordia_ e una violetta del pensiero: poveri fiori appassiti in

quattro giorni! Sul tavolo c'è una Guida, con un itinerario attorno

al Monte Rosa, segnato da grandi chiazze bianche che vogliono dire

ghiacciai, da nomi francesi e tedeschi, da vene lattee di torrenti:

lì in un canto c'è un lungo bastone, che, come quello di santo

Antonio, porta legato all'estremità il conforto dei pellegrini:

eccovi la fiaschetta impagliata del rhum.... Il giovanotto lascia la

penna, e colla matita schizza lo stemma del Club Alpino, lo scudo

colla stella, sormontato dall'aquila coll'ali tese, accompagnato dal

cannocchiale, dalle corde, dal piccone, dalla scure. Il giovinetto

lascia la matita e rimane appensato. Non sono i monotoni ricordi della

città! Non l'acre ridestarsi di quei ghiribizzi strani, che si

guariscono coll'idropatia! No, no, no!... È la sana, la

liberissima, la grande aria dell'Alpi, che, per così dire, irrompe

nella cameretta a dare sfondi, a ricolorire monti e valli e cielo

nella fantasia dell'uomo innamorato!

Ecco come pensa il giovinetto:--Quanti bei luoghi ho veduto! Come

voglio rammentarli ancora! Oh mio caro _rododendron_!... È mattina.

Tutto il mondo a quest'ora, ai nostri occhi ancora sonnolenti, pare

debba essere una valle bassa bassa, e la valle, in fondo a cui

c'incamminiamo noi, la ci sembra la più seppellita; violastra,

fredda, tutta un'ombra senza un'ombra. Non c'è luna: l'ultima

stella della notte sgorga tanta luce che pare avanzi dritta e

velocissima verso la nostra pupilla; è immota, non splende per chi

muore, è solo un gioiello per la misteriosa immobilità dei

cieli. Mugge un invisibile torrente; perdendosi nei faggi opachi,

corre alla notte che noi abbiamo lasciato alle spalle, nel paesetto. A

quest'ora ineffabile l'aria e la luce pare si confondano: il

crepuscolo lo diciamo freddo, il vento oscuro: la risultante una

sola--Pace grandiosa. Taciono i monti. Noi scambiarne le prime parole

colla ragazza che ci serve di guida, pel bisogno di sentire una voce

umana in tanto deserto: lei, col guarnellino, la gerla sulle spalle,

dice che ha accompagnato ieri e l'altr'ieri tanti signori, e hanno

fatto colazione, con tanta allegria.... Davvero a quest'ora ci

rincrescerebbe morire, ai piedi di questi altissimi monti.... Il cielo

s'è schiarito un po': i mille accidenti delle spaccature, delle

gobbe, delle creste, delle valli, prendono rilievo: ma ancora regna

l'intonazione violastra, più netta, più larga, più fredda.

Col piede si schivano i rigagnoletti, danno stringicore i fiori che

dondolano all'ondina piangente, ci fanno abbrividire i pratelli

irrugiadati. Il cielo s'è schiarito ancor più: come? quando? Su

un estremo picco la luce del sole ha dipinto una pezza di

rosso-carminio. È il mattino: con questa parola si dice tutto!

Già canta un fringuello. Camminiamo, su, su! Sotto ai faggi dalle

cortecce lucenti e dalle foglie ovate, sugli scheggioni, di qua, di

là, per le breccie dei macigni e sulle schiene, poi sui pendii

sparsi di massi rotolati e d'altri conficcati, poi sui sentieruzzi

teneri, spolverizzati di squamucce d'argento, tra le selvette fresche

di felci, si cammina e si cammina.... Il sole scappa giù ampio e

gaio: fra poco ci coloriremo a' suoi raggi.... Siamo all'_alp_. È una

cascina di pietre ammucchiate, col tetto di lastre micacee, col

fienile, la stalla, la fontana che trabocca dal tubo di legno: il

sentiero fangoso, puzzolente, trito da cento unghie, accompagna ai

pascoli, alle grotte sotto cui hanno dormito le capre, fra gli enormi

massi vellutati d'efflorescenze verdicce. All'_alp_ si beve il latte

nella _biella_, nella cucina affumicata, sui trespoli, tra le fascine, i

secchi gialli e le macchiette dei vecchi pastori in calze groppose, e

quelle dei bimbi seminudi: le ragazze corrono alla fontana. Una sola

finestra scaccia il fumo e fa entrare la luce: chi non vede un pezzo

di montagna festante al sole, da quella balestriera livida, angolosa,

abbruciata e slavata! Chi non sente sotto, dalle fessure del pavimento

di legno, le vacche agitare i collaracci e magari il latte schizzare

con suono acuto nel vaso di rame della massaia! Chi non ha comperato

un cucchiaio di legno!... Quando ci siamo nuovamente incamminati, la

guida ci si fa un po' più vicina, non ci precede più di venti

passi, ma solo di cinque (la colazione ha messo tra noi un po' di

confidenza), e non risponde più quell'asciutto--_Sissgnor_--ma, cogli

occhi bassi, muove la manina ad accennare qualche fiore, qualche erba:

ecco la genziana aromatica e la _mattutina_ profumata (sassifraga) e i

garofanetti coi petali a ritagli minutissimi. La guida è una bella

ragazza, dritta come un bersagliere, tondina, piccola, bionda: ha dato

i fastidi _a rangé_, canterella sottovoce, e si arrischia anche a

risponderci che si chiama _Main...._ Sul monte non crescono più

arbusti di carpini, nè frassini, nè faggi: solo scheggioni fessi

e macigni e zolle inaridite. Sui pendii s'affollano le felci: qua

calpestate pesantemente da poco mostrano come un sentiero nuovo,

svelando tra il verde gaio dell'insieme il verde freddo delle loro

pagine inferiori: altrove schiantate da un pezzo e disseccate appaiono

come cuprei ricami: su su digradano ondulando. Incomincia una frana

sconvolta, un torrente secco: i cespi del _rododendron ferrugineum_

sbucano da ogni crepaccio ove ci sia una manciata di terra,

ricchissimamente adorni di fiori vermigli: alcuni corimbi staccano

sulle tinte cineree-lucenti delle pietre, altri sul cielo azzurro di

sette azzurri, altri sui guancialetti dell'erica che odora di

miele.... Oh meraviglia! suona un campanaccio grave: dòn dòn,

dodòn, dodòn: una vacca appare, col muso gemmato d'acqua, le

corna sporche di terra, con una bava che fila giù dalle mascelle

spostate dal ruminare: sbarra gli occhioni, colla coda sferza una

mosca, poi sprofonda la gamba nana nei cespi di _rododendron,_

sviluppando l'adipe del tardo corpaccio, strascinando le densissime

mammelle sui fiori gentili. Suona un altro campanaccio, e un altro, e

un altro: è un concerto da festa. Vediamo l'intera mandra: il

pastore su un'eminenza s'appoggia al bastone, come un cavaliere al

lanciotto: le caprette colle gambe lanose e divaricate, sporgendo il

collo, s'arrampicano sui tetti delle stalle o sui grandi basamenti dei

macigni.... E canta il pastore:--_L'America l'è granda_--: muggono le

vacche: e le caprette col tremulo belato fingono le cornamuse

nasali...

È mezzogiorno. Dal colle si domina il portentoso anfiteatro dei

monti: monti rocciosi a destra, a sinistra, giù la _comba_ aperta che

dà origine a una voragine profondissima, il principio di un'altra

valle laterale che si perde Dio sa dove: in fondo, alta, vi è una

cima dentata, dalle abbaglianti pezze di serico bianco che si spiegano

e si stratagliano sui ghiacciai. È impossibile dire le tinte

violastre dell'ombre lontane trasparentissime, su cui si fondono i

larici, e impiccioliscono, e fanno selve bluastre e s'inerpicano sulle

torri di fantastiche ruine. Il sole è grande colorista. Eccoci ai

larici dal fusto eretto, dai rami cadenti, dalle foglie lucide di

mille ispidi aghetti e flessuose ad ogni vento: eccoci ai coni

crocchianti, all'erbe dei camosci, ai radiconi che disegnano informi

spine dorsali di mostri, alle scalee ammucchiate dai giganti, ai

ginepri tenacissimi. Il sole scalda l'acro odore delle cortecce. Qua,

da un'insenatura umida e lucida come acciaio, un torrente sembra con

cento braccia cadere aggrappandosi di picco in picco: là invece

tranquillo, spiegato, maestoso, si abbandona giù come un velo di

limatura d'argento: il rombo è il misterioso _crescendo_ degli

abissi: ogni dove con prorotto singhiozzo nelle tane scavate

gorgogliano acque sotterranee. Certe locuste, saltabeccando da

stordite in ogni direzione, vibrano seccamente colle ali: dall'alto

gridano le marmotte.... Dove siamo? A quale altezza? In una conca

strozzata fra i macigni c'è una bella isoletta di neve. La neve? La

neve ai tanti di agosto! Facciamo subito un _punch frappé_. La neve!

Si tocca, si mangia, si vede scintillare, si getta nella gerla di

_Main_... Il terreno è fracido: s'è fusa la neve il giorno prima,

ed oggi è nato un fiorello azzurro melanconico: più su, come

pennacchietti orientali, tremolano i fiocchi argentei del _mignin,_

odora il gratissimo fiore della _concordia,_ l'amaranto che dà il

responso dalle radici a chi lo vuole interrogare. Più in su ancora

all'_alp_ di nitido larice, la fanciulla nitidissima, che veste di panno

rosso, parla il tedesco dai denti stretti e legge il libricciuolo

della messa stampato a Kemden e col legno imprime sul burro le cifre

col rosone del babbo, nella _coulisse_ piccina della sua finestrella

specchiante, la fanciulla che sorride ha posto un mazzolino di viole

del pensiero, esili, rigide di contorni, pallide, odorose, insieme

alla cara vaniglia dell'Alpi. Più in su ancora si cammina sulla

neve, il piede freddo, l'occhio infastidito dalla vasta bianchezza, la

mano stretta al bastone, il collo saettato dal sole: e su e su: si

sdrucciola e si ride. Ma che! in fondo c'è un precipizio: finisce o

non finisce questo tappeto, che addoppia le tinte abbrustolate delle

cime? Qui vicino ai massi sporgenti e neri il piede rompe una fragile

crosta insudiciata: là la monotona eguaglianza è tolta da

strisce che vi lasciarono le trosce d'acqua: là si avvalla ed è

ondeggiata. La nostra ragazza procede dritta, senza fallare,

equilibrata, colla gerla sulle spalle, e ride alla nostra

domanda:--Finisce o non finisce?--Chi s'arresta, sdrucciola: chi

s'imbizzisce, falla: chi sdrucciola e chi falla arrischia di rifare il

cammino in meno di dieci minuti fino al fondo. E su e su, ci

arrampichiamo poggiando i piedi nell'orme profonde lasciate dalla

guida: crepita la neve e s'ode il nostro anelito frequente.--Ohe, che

gioco lungo!--dico io, e mi sento floscio ed annoiato.... Oh santa

fiaschetta del rhum, ti benedico, ti voglio, ti bacio! A te devo il

passo sicuro, l'occhio indagatore, il petto ristorato: più la

sorsata m'arde la gola, più mi pare di divenire un piccolo re della

natura. Bevi, bevi anche tu, bionda fanciulla: alla cima urleremo a

squarciagola il grido selvaggio dei pastori.... Chi ha detto ch'io

sono stanco? Ch'io casco sulla neve?... Vedremo i laghetti freddi e le

vacche immote sulle rive a specchiarsi e le pecore lanose sdraiate sui

pendii e i corti vitelli dalle gambe lunghe, che labbreggiano cercando

le mamme, e le mandriane brune che addormono in grembo la testa del

mandriano.... Udiste il nostro grido d'allegria?

È sera. Il cielo al suo cobalto mischia il nero: addensa la tinta:

taciono i monti e si aggravano sulle valli: non stride un grillo, non

geme un uccello, ma solo rombano i torrenti. Io guardo le cime e mi

domando:--Se dovessi ancora salire lassù nel tenebrore? Una notte

tra i faggi e le balze? Senza provvisioni?--e cammino tacitamente e

spio il volto della ragazza, che di rubicondo e sanissimo, s'è

fatto freddiccio e violaceo: fiori ed erbe e sassi e ruscelli

sereneranno tranquilli: alle stelle mi sento quasi tentato di dire:--A

che vi affollate in questa zona di cielo? Non vi è pupilla che vi

contempli, non v'è dolore, non v'è amore!--.... Sfilano le

vacche, ciondolando i campanacci e smottando il terreno: le conto,

una, due, quattro, sei.... Non le conto più: ascolto dei sospiri

gravissimi, dei fruscii, delle note sorde: non è il dodòn,

dodòn, no, ma un tardo addio. Si sbandano ancora le caprette, ma

trottando, quasi paurose di slontanarsi dalla torma: ballonzano

pesantemente i montoni, come cose balorde: segue il mandriano con un

fascio di radiconi sul capo.... Si vorrebbe udire un suono di campana

benedetta, vedere un cimiterio, passare innanzi a un'osteria dal

focolare vampeggiente: insomma accorgerci del massimo beneficio degli

uomini stretti in società, l'aiuto, il ricordo, la speranza,

l'oste, il prete.... Si pensa saltando di sasso in sasso:--È questo

il sentiero che deve battere il medico condotto, se è chiamato di

notte da chi non istà bene? Oh che luoghi! E lo speziale? Vorrei

vederla quella bottega, io che mi prendo le medicine inglesi! Oh che

gente! Eppure qui si vive tutto l'anno da migliaia d'anni, qui si

nasce e si muore e si ignora che c'è la città, la nostra

città, che ci sono io che a st'ora mi sento ed ho grandi

bisogni!--Cala sempre più la notte.... Di lontano, dei lumi! Ci

guardiamo di dietro per gustare di più la tetra oscurità senza

compassione, e poi affisarci nei punti rossigni, provvisti, carissimi,

umani.... Aaah! I nomi di Ludwigs Höhe, di Parrospitze, di

Signalkuppe, di Schwarzhorn, e cent'altri, che ci si ficcarono tutto

il giorno nel desiderio ambizioso, diventano strani, crudeli,

ghiacciati: vengono insidiosissimi e saporiti, per così dire, nella

gola quei battesimi ambrosiani delle nostre buone donne di servizio:

se la Peppa ci desse qui un _risottino_ fumante! Se Perpetua allagasse

di _conza_ un piattone di stufato!... Aaah!...

* * *

Arriviamo al paese, all'albergo, ai grandi lumi, caldi e vivissimi: la

guida ci precede: ci viene incontro una cameriera tutta in chiaro.... Che

effetto strano in quell'eleganza! Giacchè l'abbiamo abbandonata, ci

volgiamo indietro all'oscurità, a gettare uno sguardo alle prime luci che

incomincia a nevicare giù la luna: a quest'ora, al termine del

pellegrinaggio, siamo quasi dolenti di non soffrire più privazioni,

d'esser giunti, d'esser sicuri: con stringicore ci sovveniamo di

qualcosa, di qualcuno, di qualcuna: è un lampo di poesia, la chiusa, la

consacrazione della giornata. Il mio amico pensa di sicuro:--Se mia

cugina vedesse dove sono!--ed io sospiro:--La mia povera Tea è in

collegio!--Squilla una campanella per noi. La gente che c'è, donnine

avvolte nelle ciarpe e uomini in _gilé_ bianco, s'affaccia ai nuovi

venuti, lì dallo spiano del terrazzo, qua dalla _lobia_ del _châlet_. Oh

seccature! oh figurini profumati! oh statuette di porcellana! Suona un

pianoforte: e s'odono delle risa inviziatelle, aristocratiche,

maliziose.... Noi, un po' orsi, pesanti, impolverati, goffi, rizziamo il

capo facendo dondolare sul cappello il mazzetto di fiori.--Mi

rincresce,--dice la cameriera:--ma la _table d'hôte_ è finita.--(Meglio!

meglio!)--Mi spiace, ma....--Non importa: arriviamo da....--giù un

nomaccio:--Ceneremo da alpinisti.--A cena, sulla candida tovaglia, fra le

posate e le bottiglie lustranti, fra le boccette della senape e di

cent'altre leccornie obliate da noi, in mezzo a tante meraviglie, apriamo

e riapriamo la Guida: il seguire sulla carta il viaggio e il pronunciare

delle sillabe, _spitze_ ed _höhe_, sul musino bianco e pastosello delle

cameriere è la gioia che fa passare ogni stanchezza: i bei nomoni sono

come il pepe delle vivande che si mangiano. Stamattina, questi nomi erano

muti, _colle, passo, comba, alp, cima, horn_, erano bianco su nero,

parole: a quest'ora sono quel che sono!--Si guarda l'itinerario pel

domani: e quei nuovi nomi, quelle nuove _x_ diventano desideri

ardentissimi. E si ciarla, si ciarla, poi si prendono dalla caminiera del

salon i biglietti litografati dell'_Hôtel et Pension_, si leggono le

_promenades et environs--ascensions principales--voyages--le elevazioni

sul livello del mare delle principali vette dei monti nei dintorni_: si

sa che _on parle allemand, français, italien--on tient des mulets et des

guides pour la commodité des Voyageurs:_ fanno pietà in un angolo i

parasoli delle signore e gli _alpenstock_ bianchissimi col cornetto di

camoscio e i cappellini alla moschettiera colla piuma spavalda: si

scarabocchia il nome sull'albo dei forestieri. Guarda, guarda: c'è il

dottor tale, milanese, peuh! C'è la famiglia tale! Schiva! Tutte

scarpette basse e piedini di butirro!... Vicino s'ode nuovamente il suono

del pianoforte e un calpestìo di danze... La fiamma della candela sembra

ingrossarsi al nostro occhio, vestirsi di nubi vaporose, razzare,

tremolare: la mano stropiccia gli occhi come per cacciarne fuori delle

briciole di pane pungenti, la testa si china sulla Guida, il ghiacciaio

dell'itinerario si allarga come un lenzuolo... un lenzuolo di un ottimo

letto... Chi dà un letto?... Intanto che già si sogna vagamente e

penosamente di camminare per scheggioni, per grotte, per frane,

attraverso ghiacci, la cameriera ci tocca su un braccio. Eravamo

addormentati.

Anche voi, o lettori, dormite a questa mia cicalata? Vi domando mille

perdoni. L'esordio è finito.

E sulle mie labbra c'è il sorriso dell'uomo contento. Voi, amici

miei, avete 32 gradi, voi passeggiate dalla Galleria al forno del

vostro studiolo. Io tolgo adesso gli occhi da' miei fiori, dalla mia

Guida, dalla mia fiaschetta, e fremo agli ultimi brividi freddissimi

che m'ha lasciato la doccia delle 11 ore.

La mia escursione è incominciata da Biella, s'è spinta su al

_Corno del Camoscio_ vicino al Monte Rosa, è calata ad Orla, ha

voluto il riposo allo Stabilimento Idropatico d'Oropa.

Io mi dico:--Come si fa a scriverle, certe cose?--e mi arrovello. Voi

direte:--Come si fa a leggerle?--e....

E chiudete pure il giornale: io apro la Guida.

Storia di un'anima · 第 78 / 118 题