L'anno scorso, nel mio compleanno, scrivevo dei pensieri che erano
l'espressione dell'anima mia, e li dedicavo a mia sorella: quest'anno
ancora voglio scrivere dei pensieri e li dedico al _deserto_.
_Deserto_: ecco l'espressione dell'anima mia! Che cosa scrivo?...
Si possono tradurre a parola le convulsioni dell'anima, le contorsioni
di mano, gli stringigola, i groppi, le memorie fallite e le speranze
fallite? Posso scrivere lo stato dell'anima mia?... Eppure voglio
sfogarmi: voglio lasciare un foglietto che attesti questo tristissimo
compleanno. Lo leggerò io? quando? come? Lo leggeranno gli altri?
quando? Quando io sarò morto, quando frugando entro le mie carte, i
miei parenti diranno:--Aveva un po' del matto!--e mi compiangeranno.
Lo leggerò io? Non so perchè, ma fra l'immenso buio che mi ottenebra
la vita, un po' di lume cade su quella scena ineffabile che ho sognato
mille volte:--cioè:--una donna, la mia _donna_, spierà me che
apro il cofanetto di ferro.... Apro e tolgo anche questo foglio. Lo
leggiamo insieme.
Se oltre i trent'anni mi aspettassi l'ineffabile felicità che
sogno! Consento ad _amare poco_ la mia famiglia, ad essere misantropo,
ad essere così scoraggiato, per apprezzare te doppiamente, o mio
ideale, o mio unico segno, o mio _completamento!_ Ti desidero, ti
supplico, ti voglio! Quante volte oggi satanicamente ghignai alla
canna del mio fucile, dicendo:--Dentro c'è la morte!--e guardandone
la nera bocca, e invidiando la suprema voluttà della morte..., mi
sorrideva a un tratto l'idea: Avrai pace, anima! Nel futuro avrai
tante gioie a compensarti i dolori, gioie tranquille, pure,
castissime... Sei brutto, corpo mio, ma sei buona, anima mia! Oh
sì! sei buona, sei casta, sei amantissima! Voglio anche esser
morto, quando la donna mia trovasse questo foglio! Certo non
riderebbe!
L'inattività, l'inutilità mi avviliscono, il _deserto_ mi
schiaccia.... Come soffro! Nessuno mi conosce, nessuno oggi più mi
soccorre di una parola, nessuno mi incoraggia alla vita!...
Limbiate, 23 ottobre 1876.
Fu una giornata piovosa, melanconica, di quelle in cui si desidera la
quieta canterina, con un angiolo, con un bambino, con un focolare
benedetto: tutto bigio e nebbioso dovrebb'essere al di fuori: cadute
le foglie, infangate le stradicciuole, freddolosi i bimbi: tutto
mesto, tutto morto, per far contrasto col di dentro--tutto santamente
allegro e tutto vita. Vita, vita, ecco la gran parola! Vita, la grande
aspirazione dei ventidue anni, dei ventitrè, dei ventiquattro, dei
venticinque. A venticinque questa vita è l'irresistibile
bisogno!... Acquietati, anima mia: il tuo corpo è bambino:
acquietati: diventa filosofessa e ascolta il gran principio della
sapienza pratica:--_la vita è uno scherzo, cosa da ridere: si debbe
approfittare delle gioie che offre: non prendere niente sul serio: si
debbono ammirare i sacrifici per uno scopo: il moralista «en amateur»
è un asino_. È vero, c'è in queste parole una schiacciante
verità. Vorresti discutere? No, arrossiresti, anima mia. Vorresti
esprimerti? No, saresti ridicola. Vorresti prorompere? oh sì!
espanderti nei cieli, volare ai mari, cercare i monti, volare
volare... ma poi, tutta potentissima, fidente, docile, speranzosa,
felice, tutta venirmi alle labbra, e formare un bacio, su una fronte
umile di una donna; tutta divenire l'espressione di un ossequio, di
una religione, di una felicità, di un nuovo Dio formatosi nel mio
cuore, un Dio per la Donna! L'anima, così incatenata come mi è a
questi giorni tristissimi, impotenti, irresoluti, sogna per espandersi
l'ampiezza, l'altezza, l'incommensurabile, l'infinito, sogna le
immense solitudini: l'anima sogna i consorzi umani e vorrebbe dalle
solitudini passare ad abbracciare le città, la civiltà, le arti
di tanti popoli: l'anima vorrebbe stancarsi, per posare.... ma il
cuore, il povero cuore, tronca siffatti voli, e, modesto, di passo,
quieto, religioso, vorrebbe avviarsi, anzi con evidenza s'avvia al
futuro: il suo mondo diviene una camerina, la sproporzione dei
desideri dell'anima si riduce alla misura delle cose umane, l'infinito
si cambia nella _vita_, divengono stanche ironie le grandi solitudini
della Natura e i grandi consorzi degli uomini di fronte ad un santo
_dovere_, ad una donna che popola un universo, irradiando le virtù
della fede, della speranza, della carità....--Ecco,--ora dico a te
stesso:--faccio della poesia, sono un sognatore, nemmeno io vorrei
credere a queste mie ciancie. Faccio della poesia? Ecco la
prosa:--vorrei la mia Donna che mi amasse, rendendomi la fede gentile
che ho perduto; vorrei un bambino che mi facesse pensare:--Che importa
a me degli ambiziosi, dei ricchi, dei gaudenti, dei gloriosi? Eccoti
nel bambino la tua ambizione, la tua ricchezza, il tuo gaudio, la tua
gloria, il tuo scopo! Oh sì, compiangendo, ma non irridendo le mie
poesie di un dì, diventerei un uomo che vive, che sa fare le
addizioni e le moltipliche, che sa comperare, sa risparmiare, sa
provvedere ai bisogni più prosaici, e vorrei avere uno scrittoio
dinnanzi, non un'immensa solitudine, non uno spettacolo di varie
civiltà, e da quello vedere il mio orizzonte, cioè i guadagni
che potrei fare per la mia famigliuola.
* * *
Mille volte dico: voglio su qualche foglietto di carta lasciare
traccia dei miei patimenti, per farmi conoscere dai miei quando
frugassero fra le mie carte. Io scrivo, a sbalzi, pel mio cassetto,
molte volte rattenendo le lagrime di tenerissima commozione, molte
volto imprecando con voluttà mefistofelica a Dio!--Ci voleva tanto
poco per farmi felice! Non ricchezze, non gloria, non nobiltà, non
i soliti meccanismi della società domandavo: domandavo pace,
sacrificio, religione, fede: avevo coscienza di fare un sacrificio, la
coltivavo, mi accosciavo due volte al giorno, per voto, in una chiesa,
ero buono una volta. Che ho ottenuto? Poveri miei anni, dai diciolto
ai venticinque!
* * *
Che cosa è la vita dell'uomo? Nient'altro che la spuma dell'onda
che si dibatte fra gli scogli misteriosi dell'Infinito. Ma se un
riflesso di cielo può dare l'azzurro alla spuma fuggitiva, un
riflesso d'amore può dare alla vita i colori della Fede, della
Speranza e della Carità.
* * *
Ricordo, colle lacrime al cuore, che vi fu un anno, in cui, in alcune
sere stellate, quando dimenticavo il mio corpo, quando dimenticavo il
mondo esterno, e il mondo interno mi signoreggiava, e mi sentivo, e
volevo credere, e sperare, e amare, ricordo che in alcune sere
stellate, soavissime, confidentissime, ebbi vicino a me un'anima che
mi ascoltò e mi comprese, quand'io espressi qualche speranza pel mio
avvenire, avvenire che io legavo all'arte e alla famiglia. In quelle
sere io accrescevo di dignità alla mia coscienza, io mi dichiaravo non
volgare, mi mostravo uomo, e confidando, credevo, speravo, amavo....
Furono gli unici conforti: li ricordo: e allora, perchè a metà
svelate, mi parvero più sante le mie melanconie, i miei silenzi, i
miei dolori, il mio carissimo e soavissimo tifo, sì, la mia religiosa
convalescenza, le mie dolcissime _Confidenze_, i miei sessi profumi, e
il mio risveglio, il mio _Tintoretto_.... il mio _Giuliano_! Ho
ricordato queste cose per dire che a quell'anima (come pensi ora di
me, e come penserà, se vivo, non so) vorrei fossero consegnate queste
mie annotazioni, s'io morissi, perchè, almeno in lei la mia memoria
vivesse un po' consacrata, non come quella che lascierei a mia madre o
a mio padre, la memoria di un _povero_ figliuolo: e basti la
compassione. A Lidia non oso destinare una sola riga: a che pro? Se mi
volle un po' di bene ed ebbe poi tempo di dimenticarmi, perchè
svegliare in lei, non dirò un rimorso, ma una cura fastidiosa? Così
vivendo e morendo faccio sacrificio di speranze. A che pro io ebbi
rimorsi, e per esser felice, mi tormentai? A che pro? A che pro non so
correggermi?
Scriverò anche stassera? Oh sì che ne ho immenso bisogno! Mi
sentivo buono, ma deserto, ma ridicolo, ma quasi reietto dalla
società, avevo voglia di piangere e gettai le braccia al collo di
mia madre. Oh mia madre! mia madre! Se tu fossi il mio tesoro, la mia
pace, la mia religione, se in ogni tristo mio momento potessi posare
la mia testa sulla tua! Tu hai scoperto che io piangevo, e mi hai
detto:--La tua fronte scotta!--O mamma, in questa povera testaccia
bollono tanti pensieri, ma resteranno sempre cozzanti e inconcreti
perchè la mente ha perduto ogni forza di studio: mancò al cuore
l'alito primo: l'ambizione non mi seduce più: se avessi denari,
libertà e cattiva natura, questo sarebbe stato l'anno in cui sarei
diventato vizioso! Coi vizi almeno avrei vissuto; col ricordo della
virtù, colla stizza dell'impotenza al male, col vano attendere,
colle spossatezze, coi fremiti del dì d'oggi vivo neghittoso. Vivo?
Vegeto, inutile pianta. Nessun scopo alla vita: sono deserto. A
venticinque anni....
Mia madre è venuta qui, mi ha baciato, mi ha domandato che cosa
ho?--Ho un mondo a rivelarle: non so da che parte incominciare: l'ho
quasi respinta col dirle:--Lasciami stare, lasciami stare--quasi che
lei fosse indegna di ascoltare le mie confessioni. Sempre così!...
Respinta, si tace, soffre, forse come me, forse più di me, e
fingendosi tranquilla mi domanda se le voglio bene. In questa promessa
vuole ch'io le racchiuda una sacra promessa; ella forse teme.... Ha
concluso con una sola parola:--Tu sei troppo buono!--Oh mamma, mamma,
lasciami questa illusione: tu, cioè, non mi credi _originale_. O mia
mamma, questa parola _buono_ sulle tue labbra ha avuto un accento nuovo
e sicuro: anche quand'ero piccino mi dicevi ch'ero _buono_. Anche oggi
l'hai detto, e hai capito che dentro di me si compiono dei sacrifizi.
O mamma, ti voglio tanto bene. E vorrei esser felice per raccontarti
tutto, per farti esultare di tutte le mie umili contentezze, per avere
in te l'interprete sincera delle gioie dell'anima mia. Passo dei
giorni squallidi, tristissimi, meschini, lo vedi.... No, mamma, nella
mia superbia dell'affetto, nelle mie gelose fantasticaggini, nel mio
deserto, mi pare quasi d'esser fanciullo, volendoti bene, e m'infingo:
ma invece dove sei tu, c'è il mio angiolo: tu angiolo di verità,
di rassegnazione, di fede, di speranza, di mitissimo amore, tu mamma!
* * *
Ieri, verso sera, ho veduto una bambina coi capelli biondi, colle
pupille azzurre, una poverina che sedeva sui ciottoli, senza pensiero,
col sorriso dei suoi otto anni. La mirai a lungo. Pensando che
s'avvicinava la sera e a casa mi aspettava la minestra calda col buon
brodo, e la carne, e la lucerna allegra, e la tovaglia di buon
augurio, avrei voluto condurla con me e darle la mia parte, e
sorriderle.... Che cosa avevo io fatto nel giorno per trovarmi
servito, scaldato, allegrato? Povera bimba!--Lo dissi alla mamma:--Una
bimba come quella non oserei sognarla mia,--e tacqui. La mamma mi
raccontò che quella sgraziata aveva una matrigna che la trattava a
busse e le faceva soffrire la fame. O mamma, quanto avrei voluto
baciarti: mi riconciliai con tutto, con tutti, volli fugare i miei
fantasmi di dolori, volli che tu fossi il mio tutto. Come potrei io
dedicarmi a te? oscuramente, ma santamente provarti sempre che t'amo e
contrapporre alle mie sciocche ambizioni, all'amor proprio trafitto,
alle vane gare in cui sanguina il cuore inutilmente, contrapporre il
tuo affetto sempre placido, sempre religioso, sempre benedetto, non
mai ridicolo?
* * *
O Lidia, Dio è l'ironia!--Il buio!