Alli 20 d.^o giovedì ci levassimo da d.^o luogo con gran fre

VIAGGIO A COSTANTINOPOLI

DI

TOMMASO ALBERTI

(1609-1621)

PUBBLICATO

DA

ALBERTO BACCHI DELLA LEGA

BOLOGNA

=Presso Romagnoli Dall'Acqua=

1889

Edizione di soli 202 esemplari

ordinatamente numerati

N. 145

BOLOGNA--SOCIETÀ TIP. AZZOGUIDI

Di Tommaso Alberti, bolognese o veneziano, viaggiatore della prima

metà del secolo XVII, nessuna memoria rimane, fuor che la semplice

relazione del suo viaggio a Costantinopoli, che offro ora ai Lettori

della _Scelta di Curiosità_. L'ho cavata da un manoscritto di

questa Biblioteca Universitaria a cui mi onoro di appartenere: e il

manoscritto, segnato di N.^o 99, cartaceo e in forma di piccol foglio,

appartenne ad Ubaldo Zanetti, il noto original farmacista, raccoglitore

assiduo di codici e stampe. Si raccomanda da se e non ha bisogno di

prefazione: perchè, oltre la curiosità, ha il merito d'aver preceduto

senza nessun fasto e clamore, il Tavernier, la cui _Relazione del

Serraglio_ ebbe ristampe e traduzioni, mentre questa, la primogenita,

giaceva affatto dimenticata.

A. B.

=Viaggio fatto da Tommaso Alberti nel 1609 da Venezia a Costantinopoli

per via di mare sopra la nave del Mag.^{co} S.^r Giacomo Bonesi di

Venezia nominata Nave Buona Ventura=.

Al Nome di Dio e della B. V. Maria. Alli 18 Maggio andassimo tutti in

nave per far partenza il giorno seguente, in porto delli due castelli;

la sera a due ore di notte vennero li ammiragli con le sue barche per

condurci fuori di porto, e remorchiandoci, andassimo a seconda d'acqua

a scorrere in prua d'un berton Inglese con la nostra nave, dove si

ingabbiò le antenne ed ordegni insieme; ma noi subito con arme, manare

ed altro tagliassimo tutte le corde ed anco la cividiera, portandoli

via li pennoni di detto bertone, senza aver noi alcun danno da esso.

E così uscimmo fuori di porto, dubitando che esso ci giungesse nel

viaggio e che con noi volesse combattere.

Alli 19 d.^o facessimo vela a nostro cammino; alli 23 fece un poco di

mar contrario, dove fossimo sforzati andar a pigliar porto nelle ....

di Pola, in un luogo detto Fasana, dove gli stassimo sino il giorno

della Sensa; ed in questo tempo andassimo in terra di d.^a Fasana,

luogo piccolo ma molto abbondante d'ogni cosa, cioè carne di manzo

soldi tre la libbra, un capretto 40 soldi, l'olio tre soldi la libbra,

pane e vino a buonissimo mercato; insomma buonissimo vivere, il sito

bellissimo e molto abondante d'olive. Andassimo a un'altra terra

lontano tre miglia, luogo nominato Dignano, dove trovassimo il medesimo

vivere; dipoi andassimo a Pola, città antichissima ma piccola e tutta

rovinata e cascata dall'antichità sua, ma a suo tempo dovea essere

una bella cosa, essendo tutte le case ed altro di pietra viva; nella

quale vedessimo una memoria sopra la porta del Duomo, dove egli è un

millesimo che dice dell'anno 757. Di poi gli è un teatro bellissimo e

di molta altezza, tutto di pietra viva, cosa molto vaga da vedere, nel

quale li Palatini se ne servivano per farvi le loro giostre e tornei.

Vi è anco il palazzo d'Orlando, qual poco più si tien insieme, ma

doveva esser molto grande e bello. Vi è molte sepolture, cioè cassoni

di pietra, ma tutti ruinati dall'antichità, quali dicono che sono

sepolture de' Pagani.

Gli era sopra la detta nave una compagnia di soldati che avevamo levati

da Venezia per condurre al Zante; ed il Capitano era il S.^{or} Marzio

Timotei da Rimini. E in questo tempo che andassimo vedendo questi

luoghi, quattro delli suddetti soldati furono scoperti che avevan

trovato modo di rubare la polvere dell'artiglieria della nave; li quali

furono la mattina della Sensa legati all'argano, e confessarono il

furto, dove ebbero alquante bastonate, ed il medesimo fu fatto a due

altri de' detti soldati, quali avevano tratto di ammazzare M.^r Pietro

Mazza da Bologna per torgli li denari; e dopo le bastonate che ebbero,

furono messi nei ceppi per quattro giorni continui.

Il p.^o di Giugno andassimo a Lesina per pigliar biscotto per li

soldati, qual si era fornito, dove vedessimo quel luogo assai bello di

vista, per esser su la riviera d'una collina; e in cima di quella gli

è una fortezza bella; ma subito pigliato detto biscotto, tornassimo a

nave e seguitassimo il nostro cammino. La sera istessa giungessimo a

Curzola, fortezza bella per di fuori ma dentro bruttissima, dove ci

fermassimo per quattro ore sole, perchè il Peota di nave fece un suo

negozio; e così trovassimo il pesce a tanto buon mercato, che è cosa da

non credere, che per quindici soldi ne avessimo passa venti libbre; il

vino buono, pane, formaggio, ogni cosa a buon mercato, l'olio soldi sei

la libbra.

Tornassimo a nave per il nostro viaggio; alli 6 essendo sotto a Corfù

scoprissimo due vascelli grossi che venivano alla volta nostra;

dubitando che fussero nemici, ci mettessimo tutti in arme insieme

con li soldati, ma conoscessimo che erano due vascelli Francesi, e

così passassimo avanti. Gli fu un soldato che voleva sparare il suo

moschetto, nè mai volse pigliar fuoco: andorno due o tre altri, fe'

li il medesimo, andò un altro, subito prese fuoco, il moschetto crepò

e gli portò via mezza la testa; il poverello poi si buttò in mare. La

sera istessa a 23 ore scoprissimo sette vascelli grossi sotto il Zante,

quali andavano alla volta di Venezia; e così giunti, conoscessimo che

erano sette navi Veneziane che venivano d'Alessandria, cariche di

molta ricchezza; ci accostassimo facendo molte allegrezze con sparare

artiglieria, e ci dessimo avviso l'uno all'altro; e gli era assai

mercanti Veneziani. E così passato che fu parola, pigliassimo licenza

ognuno al suo cammino.

Alli 7 detto, giorno di Pasqua rosata, giungessimo al Zante, dove

gli stassimo sei giorni, e vedessimo quel luogo assai bello, con una

grandissima fortezza in cima d'un monte, dove gli sta il S.^{or}

Provveditore; ma poi trovassimo molto caro ogni cosa, essendo isola

molto fruttifera d'uva passa e Romania, che per la relazione avuta

gli fa trenta milioni d'uva passa, Ribola e Romania gli ne fa trenta

mila botti, quali sono vini grandi e buoni; fichi assai e sono di tal

grossezza che fa meraviglia il vederli; di frumento non gli ne fa molto.

Il martedì sera, che fu alli 9 detto, essendo a dormire in nave, venne

la notte un tempo cattivissimo con vento tanto grande, con fortuna di

mare grandissima, la quale ci travagliava assai; ed essendo un bertone

Inglese poco lontan da noi sopra vento, se gli ruppe la gomena grossa,

e il d.^o bertone con gran furia veniva alla volta nostra, facendoci

grandissima paura che non ci scorresse nella nave; ma essi gettarono

un'altra gomena in mare; e per il gran vento che faceva l'ancora

non teneva, ed il bertone ci veniva addosso, perchè l'ancora non si

attaccava ed andava arando sotto acqua; ne gettarono un'altra e si

attaccò e subito si fermò: e vedessimo quel vascello a gran pericolo

di rompersi, ma ancor noi avessimo assai paura; e quel tempo durò

tutto il giorno seguente. E noi sul far della sera andassimo in terra

con gran fatica per la fortuna del mare, ed erimo tutti affamati,

non avendo potuto tener in corpo niente di cibo; e tutti andassimo

all'osteria dove gli stassimo sino alla nostra partenza, venendo ancora

il sud.^o signor Capitano de' soldati con altri officiali.

Il giovedì che fu alli 11 detto il sud.^o signor Capitano si imbarcò

con li suoi soldati e robe sopra tre fregate per andare alla fortezza

di Nassi: ed essendo a cammino circa cinque miglia, il signor Capitano

volendo salire sopra un'altra di quelle fregate che veleggiava più

delle altre, ed accostatesi le due fregate, si intrigarono con le

corde, vele ed antenne insieme, e quella dove era salito il Capitano,

si affondò con perdita di tutta la roba e di 17 uomini fra soldati

e marinari; ma il Capitano si salvò a un remo insieme con cinque

soldati, e venirono in terra, ma più morti che vivi; ed il Capitano

stette molto male e perse tutta la sua roba che in quella era, che

manco pure il Capitano aveva drappi attorno, quando venne in terra:

e gli fu danno grande, che oltre la roba sua persa, ancora perse le

lettere Ducali, li gruppi di denari di S.^{to} Marco che lui aveva;

ma vedendo il caso, il S.^{or} Proveditore del Zante gli diede danari

e lettere, e lo spedì via alla peggio alla volta di Nassi, senza

insegna nè tamburo; e li soldati non volevano più stare sotto la sua

ubbidienza, dicendo che essendo perso l'insegna e il tamburo, non esser

più obbligati a servire; e così gli ne scappò da 6 o 7, e lui andò via

con la metà dei soldati e poco onore.

Alli 13 detto che fu sabato, facessimo vela a nostro cammino insieme

con una nave Francese la quale andava ancor lei a Costantinopoli. Alli

18 d.^o giorno del Corpus Domini, trovandoci nell'Arcipelago la mattina

nella levata del sole, scoprissimo sotto certe isole alquanti vascelli

e galie, dove tutti ci mettessimo in arme, e così stassimo in questo

dubbio sino a mezzo giorno, sempre in bonazza cioè, senza vento; ma per

bene conosciuti quelli non essere vascelli nè galie, ma erano li monti

che per il riflesso del sole facevano quell'effetto; e a quel tempo

venne buon vento che ci portò avanti. Alli 21 d.^o che fu la domenica,

essendo sotto Pessavà isola fece un vento maestrale a noi contrario,

tanto grande, che fossimo sforzati andar a pigliar porto nell'isola di

Scio in un luogo detto S.^{ta} Anastasia, dove gli stassimo 18 giorni,

per il d.^o vento qual sempre seguitò, che non potessimo levarci di

quel luogo, nel quale ogni giorno andassimo in terra per quelle ville

e casali, ma non andassimo mai alla città di Scio, perchè vi era gran

peste, ed anco perchè vi erimo lontani da XX miglia. Pigliassimo pesci

in quantità; ed io per mio ricordo, il giorno di S.^{to} Pietro,

essendomi andato per mio diporto in acqua con molti altri della nave

per lavarci e rinfrescarci, quali sapevano benissimo nuotare, ed

io per non saperne pigliai un'assa in mare, con la quale mi andava

sostenendo, e quella mi portò assai lontano dalla nave; uno di quelli

che nuotavan venne sotto acqua e mi diede nell'assa la quale mi scappò

di mano, e restando io abbandonato di quella, andai sotto acqua molte

volte, dove mi messi per morto. Uno, visto il pericolo, venne alla

volta mia per aiutarmi: ed io sentendo d'aver appoggio me gli attaccai

talmente attraverso le sue braccia, e con le mie gambe le incrociai

insieme con le sue, che ancor lui non potendo nuotare, avendo prese

le braccia e gambe, tutti due ci annegassimo. Fu visto dalli altri il

pericolo, vennero gli altri, quali ci aiutarono e ci portarono quasi

come morti alla nave; ed io per grazia di quella Beatissima Vergine di

S. Luca di Bologna, la quale sempre chiamai in aiuto, fui liberato, ma

stetti molto male per otto giorni per la grand'acqua salsa che avevo in

corpo; ed averò ricordanza di tal giorno.

Alli 8 Luglio ci levassimo di d.^o luogo per il nostro viaggio.

Alli 10 detto, essendo sotto Troia in bonaccia grande, cioè senza

vento, vedessimo una galera di Barbaria che veniva alla volta nostra

dove erimo in gran paura e ci mettessimo tutti in arme; ma la Maestà

di Dio ci mandò buon vento, dove scappassimo dentro delli due castelli

di Costantinopoli, quali sono di tal fortezza che credo non ve ne sia

due altri simili, con riviere di ville, giardini, che rendono vista

bellissima.

Alli 12 d.^o che fu la domenica, avanti giorno, fossimo a Gallipoli: e

la sera giunse quella galera di Barbaria che avevamo lasciato addietro,

la quale venne con gran allegrezza sparando artiglieria, moschetti

ed altro, per segno d'allegrezza d'una presa che avevan fatto d'un

vascello di Siviglia, nel quale vi era dentro un figliuolo del Vicerè

di Napoli, qual avevano preso insieme con tre altri vascelli che

andavano da Napoli in Siviglia, per passare d.^o figliuolo in altro

luogo, e detti quattro vascelli furono presi dalle galere di Barbaria;

nelli quali vi era ancor quattro Padri Zoccolanti: ed ogni cosa

condussero in Barbaria, eccetto il figliuolo suddetto, quale era un

putto di dodici anni in circa, bello e garbato, il quale stava assai di

buona voglia; e lo condussero a presentare al Turco, il quale l'ebbe

molto caro e lo fece rinnegare subito.

Alli 15 d.^o ci partissimo di Gallipoli ed essendo nel golfo di Marmara

scontrassimo l'armata Turchesca, quali erano settanta galere ma ben

armate, le quali andavano per trovare quelle di Fiorenza.

Alli 17 d.^o stassimo sotto Silivrea città. Alli 19 d.^o con l'aiuto

del S. Dio e della Beatissima Vergine Maria fossimo a Costantinopoli.

=Viaggio fatto da me Tommaso Alberti da Costantinopoli in Polonia,

cioè in Leopoli, per via di terra, con molti effetti dei signori miei

principali mercanti Veneziani cioè 27 carri carichi di tappeti, tre

carri di reobarbaro, due carri di seta, tutto per condurre alla lor

casa aperta in Leopoli, ed io sopracarico delle suddette robe, quali

carri erano tutti condotti da Turchi.=

Al Nome del S. Dio e della B. V.

Alli 26 Novembre 1612 ci levassimo di Costantinopoli con li carri, e

stassimo fuori della porta chiamata la porta d'Andrinopoli due giorni e

due notti, sempre con vento e pioggia, per la spedizione del commercio,

cioè dazio. Alli 8 d.^o giovedì facessimo levata: la sera giungessimo

al ponte lungo, qual ponte è tutto di pietra viva e lungo mezzo miglio

in circa; vi è molti occhi ma è basso, vi è un bellissimo Cavarserà,

che vuol dire luogo riservato, dove vanno li viandanti per posarsi,

e tutto coperto di piombo; non vi è che una porta; vi è comodità di

stalle, fontane ed alloggiamenti per persone in quantità; il ponte

serve per esser laguna marittima.

Alli 9 d.^o facessimo levata: la sera fossimo a Silivrea città alla

marina. Alli 20 d.^o ci levassimo e a mezzo giorno fossimo al Corlù,

bazar grande cioè villa di mercato. Alli 11 domenica ci levassimo, la

sera fossimo a Pergas villa. Alli 12 fossimo a Capsi villa grande. Alli

13 ci levassimo, la sera giungessimo in Andrinopoli, città antichissima

ma brutta: vi stassimo due giorni. Ed io avevo un rinnegato che era

otto anni che si era fatto Turco, quale era Ludovico Zarlatini da

Modena, ed io stavo con qualche timore e sospetto, perchè conduceva

costui in Cristianità per ritornarlo alla nostra e vera fede, siccome

feci con l'aiuto di Dio.

Alli 15 d.^o a mezza notte ci levassimo, la sera giungessimo a

Dervente, villa abitata da Bulgari. Alli 16 d.^o camminassimo per

un bosco molto pericoloso d'assassini, però andassimo ben provvisti

da ogni sospetto. La notte stassimo in detto bosco. Alli 17 d.^o

camminassimo sempre per il detto bosco con strada cattivissima e sempre

pioggia. Alli 18 d.^o domenica giungessimo a Aidos, città brutta senza

muraglie grandi e in bel sito.

Alli 19 d.^o facessimo levata al nostro cammino, e trovassimo un

monte molto faticoso da salire, che vi voleva dieci paia di cavalli a

tirare un carro. La sera stassimo in una villa disabitata e bruciata

dai Tartari, quali spesse volte fanno delle scorrerie a danno dei

passaggieri, e saccheggiano li villaggi ed altri luoghi secondo li

piace. Alli 20 detto Martedì ci levassimo e camminando giungessimo nel

bosco di Balcar, bosco grandissimo; e si passa un fiume 39 volte. La

sera con gran pioggia stassimo a una villa nominata Giengia, abitata

da Bulgari, ma la più parte indisposti di mal di idropisia per la

cattiva aria che vi regna, per essere in una valle, cioè in fondo a

monti altissimi. Alli 21 d.^o ci levassimo di detto luogo; la sera

giungessimo a Provadia, città abitata da Turchi, posta in pianura senza

muraglie: ma è circondata da monti altissimi, che la guardano molto

bene; vi stassimo due giorni per accomodare li carri e provvederci di

vittovaglie necessarie, ma sempre con pioggia.

Alli 24 ci levassimo per il nostro cammino; la sera giungessimo a una

villa piccola, disabitata, da Tartari, dove stassimo tutto il 25 per

esser giorno di Bairam dei Turchi, cioè il dì di Pasqua e il giorno di

S.^{ta} Caterina; ed erimo in cima a un monte altissimo, e li furbi

di carrettieri ci lasciarono in d.^o loco con li carri e mercanzia,

ma menarono via li cavalli; e restassimo in cima a d.^o monte lontani

dalla villa otto, o dieci miglia, che per danari non trovassimo da

mangiare nè bere; e li carrettieri tutti erano andati a quella villa

per far la festa; ed ivi stassimo con gran freddo e vento.

Alli 25 ci levassimo di detto luogo e camminassimo per boschi

grandissimi; la sera fussimo a Barzargichi, città dei Turchi posta

in pianura, città brutta e senza muraglie. Alli 27 ci levassimo,

camminassimo al nostro cammino, entrassimo nella Provincia della Dobiza

e Tracia, confine della Tartaria, tutta pianura grandissima. La sera

fossimo a Carages villa. Alli 28 d.^o ci levassimo e camminassimo

sempre per dette pianure, le quali sono tanto grandi che par un mare

di terra, che non si vede che cielo e terra, senza un minimo albero;

le strade sono facilissime da fallare, con tutto ciò che vi sia

persone pratiche, per la gran quantità di carreggiate che si vedono,

traversando una sopra l'altra; e noi fallassimo la strada due volte.

La sera stassimo a una villa detta Bulbul, villa piccola posta in

detta pianura. Alli 29 d.^o fessimo levata, e sempre per dette pianure

camminassimo e togliessimo uno a quella villa, pratico delle strade,

acciò ci conducesse bene; e passassimo per Caracchicci, città piccola,

per posar li cavalli; nella qual città vi è un bello Cavarserà, cioè

luogo serrato per le mercanzie e cavalli, qual è alla similitudine di

un convento con una sola porta, e tutte le comodità necessarie per li

viandanti e cavalli; la sera giungessimo a Straggia, villa grandissima,

abitata la più parte da Valacchi.

Alli 30 d.^o, giorno di S.^o Andrea, camminassimo sempre per dette

pianure con la guida; scontrassimo una grandissima carovana che andava

a Costantinopoli, la quale veniva di Polonia; la sera fossimo a

Cavachei, villa grande. Il 1^o dicembre facessimo levata, camminassimo

sempre per dette campagne con la guida; la sera giungessimo a una villa

detta Sohaali, villa grande posta sopra la riva del Danubio. Alli 2

d.^o facessimo levata, camminassimo dietro il Danubio, a mezzo giorno

giungessimo a Mecina, villa e scala del Danubio, cioè dogana e dazio

del confine della Turchia, discaricassimo tutti li carri, pagassimo

il dazio, ci sbrigassimo da quella maledetta razza dei Turchi, ma

con molte difficoltà, e ci liberassimo da quelli furbi dei nostri

carrettieri Turchi; mettessimo tutte le robe in barca e così passassimo

il Danubio, lasciando la Turchia, entrassimo in Cristianità, facessimo

la notte 60 miglia giù per il Danubio.

Alli 3 detto giungessimo a Galazzo città su la riva del Danubio, stato

del Principe di Bogdania. Discaricassimo la mercanzia di barca, e

stassimo in detto luogo tutto il giorno per accomodare le balle e per

trovare li carri per il nostro viaggio. Alli 4 d.^o stassimo in detto

luogo, facessimo dir messa alla Valacca, stassimo con molto nostro

gusto, trovassimo molti e buoni pesci, cioè morone fresche, sturioni

e lucci in grandissima quantità ed a buonissimo mercato, quasi per

niente, gran quantità di lepri a soldi cinque l'una; galline ed altri

polli non ne trovassimo per esser stata, già quattro mesi, ogni cosa

svaligiata dai Tartari. Alli 5 d.^o ci levassimo da detto luogo con le

nostre mercanzie, camminassimo tutta la notte a lume di luna con gran

freddo. Alli 6 d.^o camminassimo sempre per le campagne già dette, con

altra guida, senza mai trovar ville nè casali. La sera ci fermassimo.

Alli 7 seguitassimo sempre per dette campagne con gran freddo, senza

mai trovare ville nè casali. Alli 8 d.^o camminassimo al nostro

viaggio, sempre come di sopra, la sera giungessimo a Barlado città, ma

tutta disfatta e svaligiata. Alli 9 seguitassimo per dette campagne

con grandissimo freddo, la sera fummo a Zizzaar villa, cenassimo e poi

facessimo levata al nostro cammino tutta la notte. Alli 10, sempre

per dette campagne, passassimo per Vasclù mercato, posto di molte

case, e vi è una chiesa e un palazzo del Principe di Bogdania ma tutto

rovinato. Alli 11 d.^o camminassimo sempre fra monti, e seguitassimo

tutta la notte camminando con gran freddo. Alli 12 d.^o seguitassimo

sempre con gran pioggia, entrassimo in un gran bosco, nel quale vi

stassimo la notte, sempre camminando con gran vento e pioggia. Alli 13

d.^o, giorno di S.^{ta} Lucia, camminassimo per d.^o bosco il quale è

grandissimo, le strade cattivissime, che sei para di bovi non potevano

tirare un carro; restassimo la notte in detto bosco, senza niente da

mangiare e con gran paura dei lupi quali urlavano grandemente. Alli

14 camminassimo sempre per d.^o. La sera fossimo fuori, e stassimo la

notte fuori di d.^o bosco.

Alli 15 d.^o camminassimo per strade molto cattive, e giungessimo in

Jassi città dove risiede il Principe di Bogdania e Moldavia: la qual

città è senza muraglie e vi sono da ottomila case in circa, ma tutte

di legno, alquante chiese, alcune di pietra, ma parte son ruinate

dalla guerra; il palazzo del Principe è di pietra e serrato attorno di

legnami. Quando il Principe va per la città cavalca accompagnato da 500

archibugieri, e vestito di rosso con la mazza ferrata in mano. La città

è sporchissima, con molto fango, che rende molto mal camminarvi; la

città è stato suo; sono obbligate tutte le case, se vi va un viandante

per voler alloggiare, riceverlo; e vi usano molto accoglienze. Le donne

sono quelle che reggono e fanno tutti li fatti necessari alle loro

case, ragionano liberamente e famigliarmente con uomini in pubblico e

in secreto, chè non vi è guardato; quando portano da bere, o mangiare,

sono le prime a far la credenza. Quando muore la moglie a uno, quello

per esser conosciuto vedovo, cammina per alquanti giorni per la città

senza niente in capo. In d.^a provincia fanno alla greca, la quale

circonda 700 miglia. Vi fa gran freddo; usano le stufe. In detta

provincia vi sono 24 m. ville. Paga di tributo al Gran Turco talleri 60

m. La Valacchia paga 100 m. talleri, ed ha nel suo stato 24 m. ville.

Alli 20 d.^o giovedì ci levassimo da d.^o luogo con gran freddo e neve:

camminassimo il giorno e la notte. Alli 21, giorno di S. Tommaso,

camminassimo per pianure e giungessimo li nostri carri che erano

partiti due giorni avanti di noi da Jassi. Alli 22 seguitassimo il

nostro cammino con detti carri, passassimo il fiume di Greggia qual

era ghiacciato, e passassimo sopra il ghiaccio con li carri; la sera

giungessimo a Steffaneste, villa grande di due mila case; vi è una

gran chiesa fabbricata di pietra ma non è fornita; vi è in d.^a villa

mille soldati mantenuti dal Principe per presidio e per riguardo dei

Polacchi. Al 23 d.^o facessimo a mezzanotte partenza di d.^a villa:

camminassimo con gran patimento di freddo. Alli 24 d.^o camminassimo

sempre per campagne, nè trovassimo mai acqua nè legne per scaldarci e

beverare li bovi, ma bene la terra tutta coperta di cavallette morte

dal freddo, che pareva neve ghiacciata che fosse in terra; per le quali

si era empito tutti li pozzi ed altri laghetti, che avevano fatto

putrefare tutte le acque; e pensisi che dette cavallette fecero un

notabilissimo danno la estate passata, che mangiarono tutti li raccolti

che erano in erba; e dette cavallette erano grandi e lunghe mezzo

palmo. Alli 25 d.^o, a mezzanotte del Santissimo Natale, ci levassimo

con gran freddo, e a mezza mattina ci trovassimo a passare un fiume

detto il Pruto, ma lo passassimo con molta difficoltà, rispetto che era

molto grosso, come anco che era un grandissimo vento da maestro, che

lo faceva molto ondeggiare, con cavalle, che rendeva assai timore; e

vi stassimo tutto il giorno a passare. La notte stassimo malissimo di

freddo, di neve e vento che tagliava la faccia e senza da far fuoco,

senza vino nè altra cosa da mangiare. Camminassimo tutta la notte per

poter giungere quanto prima a Cutino. In tutto questo viaggio mai siamo

stati con li carri e cavalli e bovi al coperto, ma sempre alla campagna

aperta. Alli 26 d.^o cessò il vento: passassimo certi monti cattivi

la sera; a ore due di notte giungessimo a Cutino, ultima città del

Principe di Bogdania, ma tutta bruciata e saccheggiata dai Polacchi.

Vi è una bella fortezza su la ripa del fiume, la quale è in potere dei

Polacchi, quali vi tengono un presidio per pegno di fiorini 100 m. al

Principe.

Alli 30 d.^o domenica ci levassimo di detto luogo e passassimo d.^o

fiume sopra del ghiaccio, e passato su la Podoglia, vi è una villa su

la ripa di detto fiume, nominata Bragà. A mezzo giorno giungessimo

a Camignizza, città senza muraglie, ma circondata attorno d'un fiume

che lo fanno alzare quanto vogliono; e vi è anco attorno certi monti

di sasso vivo, in modo che non vi si può salir se non per le porte

ordinarie, le quali sono due, guardate da soldati. In detta città vi

sono le chiese e case tutte di pietra, ma le strade molto fangose.

Stassimo in d.^o luogo molti giorni, per riposare del gran patimento

avuto, e per accomodar li carri ed altro.

Alli 24 Gennaio 1613 ci levassimo di d.^a Camignizza e la sera

stassimo a una villa detta la Scala. Alli 26 d.^o a Sanuff, alli 27

d.^o domenica a Nastasuff, la sera a Coslù, alli 28 d.^o desinassimo a

Sborù, alli 29 d.^o desinassimo a Ghelignano, la sera a Savannizza.

Alli 30 d.^o martedì giungessimo a Leopoli, città e fine del nostro

viaggio, e qui stassimo per espedire le nostre mercanzie sicome segue.

La città non è bella, le case tutte coperte d'asse; è abbondantissima

di carne, di pollami, e pesci di laghi: si beve cervogia, per esser il

vino molto caro; le donne attendono alle botteghe e fanno loro tutti

li negozii; si usa il baciare le donne per le strade e nelle case,

con gran domestichezza e famigliarità. La città è mercantile, per

esser vicina alla città di Iublino ed altre città grosse di negozio.

E qui finissimo di contrattare tutti li nostri effetti e mettessimo

all'ordine il ritratto per ritornelo a Costantinopoli, sì come

facessimo.

Alli 24 Aprile 1613 facessimo levata di Leopoli per ritornare a

Costantinopoli con li ritratti di nostre mercanzie, parte in contanti

e parte botti di coltelli. La sera stassimo lontano da Leopoli tre

leghe in casa d'un amico; alli 25 seguitassimo a cammino; la sera

a Ptevisano, villa grande dell'illus.^{mo} S.^{re} Adam Signaschi

Palatino della Corona, il qual Signore mi presentò un paio di cavalli

da carrozza; vi stassimo tutto il dì 26, per alcuni negozii che aveva

con d.^o S.^r Palatino. Alli 27 d.^o ci levassimo, facessimo leghe

quattro; alli 28 facessimo leghe sette; alli 29 d.^o andassimo avanti

una lega, e scontrassimo uno a cavallo, il quale ci disse che in un

boschetto che dovevamo passare vi erano alquanti furfanti, che facevano

del male alli viandanti; e da lì a poco trovassimo uno a cavallo che

era stato svaligiato, e piangeva della perdita del suo carro e robe,

ma anco per le bastonate avute; così noi, per esser soli tre, ci

ritirassimo a Probona villa, per aspettar altri mercanti che avevano a

venire, per andar ancor loro a Camignizza, dove si faceva la raccolta

della carovana; e ci risolvessimo pigliare otto uomini con arme, quali

ci accompagnarono sino alla Scala. Alli 30 giungessimo a Camignizza,

ed ivi si fece tutta la raccolta dei carri della carovana per andare a

Costantinopoli.

Al 4 Maggio facessimo levata da Camignizza con n.^o 60 carri grandi,

tutti da 6 cavalli per carro, carichi di diverse mercanzie, cioè

zibellini, lupi cervieri, conigli ed altri pellami, cremisi, coltelli

e molte altre robe, tutte per condurre a Costantinopoli: che N. S.

ci dia buon viaggio e ci guardi da assassini. Alli 5 passassimo

il fiume di Cutino, alli 6 passassimo il fiume Pruto, alli 7 d.^o

stassimo a Steffaneste villa grande, alli 8 camminassimo avanti,

alli 9 giungessimo in Jassi città del Principe di Bogdania, alli

11 d.^o ci levassimo, alli 12 camminassimo, alli 13 passassimo per

Barladi città, e avessimo una grandissima pioggia con venti, tuoni e

tempesta; alli 14 camminassimo; alli 15 giungessimo in Galazzo città,

e ivi discaricassimo le robe per metterle nelle barche per passare il

Danubio. Alli 16 passassimo il Danubio, ed era il giorno della Assensa;

alli 17 fossimo a Mecino, ed aggiustassimo li dazieri per la gabella

dei Turchi, e vi stassimo sino alli 22 d.^o; facessimo levata la sera a

Provadia.

Alli 23 entrassimo nel gran bosco di Balcano, dove avessimo un passo

molto pericoloso, che li carri non potevano passare fra un dirupo

grande: nel qual luogo si ribaltò un dei nostri carri nel quale vi era

trenta sacchi di reali di n.^o 500 per sacco, zibellini e altre robe;

e recuperassimo ogni cosa senza perdere niente, perchè il carro fu

trattenuto dalli arbori che non dirupò in fondo; e fessimo presto a

tirar via li cavalli, e accomodassimo ogni cosa, e seguitassimo nostro

cammino. Alli 24 passassimo per Aidos città; alli 30 passassimo per

Silivrea; il primo Giugno a Costantinopoli; ed ivi si diede spedizione

a tutte le merci, e tornassimo a caricare un'altra volta la carovana

per ritornare in Polonia.

Alli 21 Giugno mi partii da Costantinopoli; alli 27 Luglio giunsi

in Leopoli; alli 13 Agosto mi partii da Leopoli, alli 15 giunsi in

Ieroslavia città, e fiera grandissima ci avea; alli 29 mi partii di

Ieroslavia, al p.^{mo} Settembre giunsi in Cracovia città reggia del Re

di Polonia, alli 13 mi levai, alli 26 giunsi in Praga città metropoli

dell'Imperatore, alli 29 mi partii, alli 4 Ottobre giunsi a Norimbergo,

alli 8 mi levai, alli 10 giunsi in Amo, alli 12 giunsi a Lindo, alli

14 a Coira gran città dei Grigioni, alli 15 e 16 passai per monti

altissimi con gran neve; la sera a Chiavenna; alli 17 d.^o giunsi a

Ceva prima città d'Italia, stato di Milano, la notte passai il lago di

Como, alli 18 fui a Como, alli 19 a Milano, alli 22 a Lodi, alli 23 a

Piacenza, la sera a Borgo s. Donnino, alli 24 desinai a Parma, la sera

a Reggio, alli 25 desinai a Modena, la sera a Bologna.

Alli 20 Aprile 1614 mi partii da Bologna, andai a Venezia, mi imbarcai

sopra d'un galeone per Costantinopoli; alli 30 Giugno giunsi in detto

luogo di Costantinopoli, nel qual luogo mi fermai sette anni.

1621

Viaggio fatto da Costantinopoli a Venezia per via di terra. Alli 14

Maggio mi partii di detto luogo, alli 20 Luglio giunsi a Venezia, il

primo Agosto a Bologna.

Il Servo degli onoratissimi luoghi della Mecca e Medina, Sig.^r delli

SS.^{ri} del Mondo, Possessore dei paesi dell'Arabia, Persia, Grecia,

Iram, Turam, Polonia, Svezia, Valacchia, e Bogdania, Padron della spada

e della penna, Sig.^r il Sig.^r Osman, al presente Re ed Imperatore

della Musulmana Fede, a cui l'Eccelso Iddio sia favorevole.

Si narra dei Beglerbei cioè Duchi, dei Sangiacchi cioè Rettori, delli

Alai Bei che son capi delle ordinanze, dei Mutaffaragà cioè lancie

spezzate, dei Contimari ch'è feudatarij, dei Chiaussi, dei Dottori,

Moggini, dei S.^{ri} della staffa, dei giovani che sono nei Serragli,

delli Spahì cioè cavalli leggieri, dei Capiggi cioè portinai, dei

Gianizzeri cioè pedoni, dei Zamoglani cioè giovani inesperti, dei

bombardieri, degli armariuoli, dei Savazi cioè quelli che insellano i

cavalli, della cucina regia, degli Spezieri cioè di quelli che fanno i

canditi, delli Chilarzi cioè dispensieri della milizia, dei Mechtemi

cioè quelli che distendono i padiglioni, dei Casnadari cioè tesorieri,

dei sartori, dei marangoni, dei pittori, degli orefici, dei frizzeri ed

altri salariati del Re.

_Dei giovani che sono nel Serraglio._

Nella camera maggiore, cioè Chasodà, vi sono giovani.. N.^o 300

Nella camera Chasnà cioè camera del Tesoro » 170

Nella seconda camera maggiore » 300

In quella delli Doganzi cioè falconieri » 500

Nella camera minore ..................................... » 220

In quella delli Baltazi cioè ragazzi ................... » 370

I Mutaffaragà dell'Eccelsa Porta sono ................... » 400

I Chiaussi dell'Eccelsa Porta sono ....................... » 2070

I Capiggi dell'Eccelsa Porta sono ........................ » 2170

_Delle squadre delli Spaì._

1.^a Primo si chiama Spaì Oglani, e porta bandiera rossa.

2.^a Sillichtari gialla.

3.^a Il destro Buluch bianca.

4.^a Il sinistro Buluch bianca e gialla.

5.^a Garibani destro, verde.

6.^a Garibani sinistro, verde e bianca.

Gianizzeri ............... N.^o 43000

Zamoglani ............... » 17000

Bombardieri .............. » 6000

Zebezi cioè armaiuoli .... » 5000

Sarazi cioè stallieri .... » 500

Zadir Mechteri, cioè quelli

che scopano ............ » 200

Zenegifi, cioè scalchi ... » 140

Dispensieri molti.

Candittieri, cioè chi fa

canditi ................ » 100

Medici Turchi ............ » 40

Medici Ebrei ............. » 30

Tesorieri ................ » 180

Sartori .................. » 220

Marangoni ................ » 200

Pittori .................. » 30

Orefici .................. » 70

Frezzeri ................. » 17

Stallieri cioè che fanno

staffe ................. » 70

_Beglerati, o Ducati, che sono in Asia e nella Natolia._

Quelli della Grecia

Iemen Adina Grecia

Cairo Cipro Buda

Cabessia Caramania Bossina

Babilonia Sernauza Temisvar

Damasco Canz Agria

Tripoli Gienze Canizza

Balsera Adil Zuas Silistra

Sachsà Tauris

Diarbechin Trabisonda

Arzirum Caffa

Riccà Elrinzan

Seresul Isirab

Cara Amit Natolia

Iildir

Servan

Aleppo

Nelli sopraddetti Beglerati sono 500 Sangiacchi, ed altrettanti Capi di

ordinanze.

_Della precedenza dall'uno all'altro._

Primo si senterà l'Alfier maggiore.

Secondo il Capo delli Capiggi Bassi.

Terzo poi tutti.

Quarto il Cavallerizzo maggiore.

Quinto il Cavallerizzo minore.

Sesto il Capighilarchiaiassi.

Settimo il Capo Scalco.

_Il Secher Emini, o Emin._

Questo è obbligato di sovrastare a tutte le fabbriche del serraglio,

di provvedere anco a certi bisogni della città, come il far conciar

strade, condur acque, conciar le mura della città, e far altre

fabbriche necessarie alla città. Emin della cucina. Emin delle biade

per cavalli.

_Dell'ordine dei Rettori della legge, dei Visiri, Giudici ed altri

S.^{ri} dell'Imperio._

Se per caso il Mufftì col Visir grande si trovassero insieme in un

luogo, l'uno non precederà all'altro, ma si senteranno egualmente, cioè

il Mufftì in un canto, ed il Visir in un altro.

Sotto il Mufftì si senterà il Cadì Leschier della Grecia, e dopo quello

della Natolia, e sotto questi diversi altri Cadì; e dopo questi, i

Lettori delle Moschee principali e regie, che sono settecento.

_Ordine dei Capi Principali della milizia dei Gianizzeri dal primo sino

all'ultimo._

Il primo è l'Agà dei Gianizzeri.

2.^o Il Chiaia Bei serve per luogotenente.

3.^o Il Sceimen Bassi, cioè il capo di quelli che hanno cura dei cani

del Re.

4.^o Il Saganzi Bassi, cioè il capo dei bracchieri.

5.^o Il Duganzi Bassi cioè il capo dei levrieri.

6.^o L'Agà di Costantinopoli, e questo è capo delli Zamoglani.

7.^o Il Musur Bassi o Agà, e questo è come commesso della milizia dei

Gianizzeri, che sta appresso il Bassà grande, mentre che dà udienza,

così nell'imperial Divan come in casa sua, acciocchè in occorrenza che

alcun querelasse alcun Gianizzero, esso sia pronto di far eseguire

la Giustizia ai capi; e se all'incontro anco per qualche negozio

occorresse alcun Gianizzero, di farlo venire.

8.^o Il Chiaus Bassi, col Chiaus mezzano, e il Chiaus minore; questi

tre sono obbligati di far intendere a tutte le camere dei Gianizzeri

quello che devono fare, cioè l'andar al Divano, quando che di fuori

venissero le loro vettovaglie, legne, ed altre cose, per andar a

levarle, e far altre cose simili.

9.^o Il Sansongi Bassi, cioè il capo di quelli che hanno cura dei cani

corsi del Re.

10.^o Il capo dei Mastri che tengono le scuole per insegnar a tirar

d'arco.

11.^o Il capo dei balestrieri.

12.^o I Hugiu Bassi: questi sono una compagnia, che quando si fa

levata, apparecchiano quelle scope che l'Agà suol tener avanti il suo

padiglione, e passano avanti, e le tornano ad impiantare nell'altro

alloggiamento.

13.^o Il Jedechzi Bassi, cioè il capo di coloro che menano i cavalli

di rispetto dell'Agà.

14.^o Dopo, i Jaia Bassi, cioè i capi dei pedoni, e sono centurioni

dei Gianizzeri.

15.^o I Solachi: questi vanno avanti al Re con una certa scopa in

testa, e con le camicie fuori delle braghesse; ed in occasione che

il Re vada alla guerra, questi sono per guardia intorno al suo

padiglione. Seguono poi i Gianizzeri, e Zamoglani: a questi succedono

gli scrivani delli Gianizzeri, lo scrivano dell'Agà e lo scrivano del

Chiecaia.

_Dei Tefterdari, cioè Camerlenghi._

Un Tefterdar maggiore.

Un minore.

Uno di Natolia.

Uno della Grecia.

Uno del Cairo.

Il Nascinzi Bassi.

Uno di Aleppo.

Uno di Damasco.

Uno di Caramania.

Uno di Caffa.

Il Cancelliero maggiore e Tefter Emin, custode di tutti i libri.

_Dei scrivani che servono nell'imperial Divano._

Il Prusmanegi grande, cioè il giornalista maggiore ed il minore.

Il Basmuchasebeggi, cioè il ragionato maggiore.

Il Teschereggi grande, cioè il notaio degli ordini del Bassà in

esecuzione delle suppliche fattegli.

Il Basmuchatazi, cioè il capo di quelli che tengono il conto degli

appalti.

Il Muchatazi di Natolia.

Il Muchatazi, cioè il scontro della cavalleria.

Un simile della fanteria.

Il Muchataggi dell'appalto di Costantinopoli.

Il Muchataggi del carazo.

Il Muchataggi della Mecca e Medina.

Brussia }

Natolia }

Minere }

Pecore }

Entrate } Teschiereggi

Valona }

Negroponte }

Adin }

Sarcan }

Il Meucufeuggi: questo è uno scrivano che tira in resto tutti i

debitori.

Il Teschiereggi minore.

Il Teschiereggi delle fortezze minori.

Il Teczifatzi, cioè colui che tiene conto delli presenti che si

portano, e delle vesti che si danno via.

Il Teschiereggi, cioè colui che mette la data alle scritture.

Il Teslimateggi, cioè colui che fa le ricevute a chi porta danari, o

altro.

Il Teschiereggi, cioè il scrivano che tiene conto particolare delle

presentazioni dei danari.

Gli scrivani con li sotto-scrivani del Divano sono in circa.. N. 300

I Cancellieri di signoria................................... » 80

_Del danaro dei tributi, delle tanse e delli traffichi, che si cavano

dagli infrascritti paesi._

Dal Cairo...................Zecchini 600000

Tripoli..................... » 50000

Damasco..................... » 60000

Di Arbeca................... » 11000

Aleppo...................... » 50000

Cipro....................... » 50000

Adino Sarcan................ » 83000

Arzirum..................... » 105000

Babilonia................... » 105000

-------

Zecchini 1213000

Nelli paesi di Natolia vi sono 390000 case che pagano le

tanse, zecchini tre per casa importa...................Zecc. 1170000

Dalli paesi suddetti di Natolia si cava di carazo per

ogni anno.............................................. » 450000

Dalli paesi suddetti di Natolia si cava di berratico ogni

anno................................................... » 836000

Nelli paesi della Grecia sono 150000 case che pagano

zecchini tre per casa di tansa......................... » 450000

Nelli paesi suddetti di Grecia si riscuote di carazo ogni

anno................................................... » 150000

Insomma tutto il danaro che si cava da queste due provincie e da tutti

i paesi dei Musulmani, passa più di sei milioni di some d'aspri, e poco

manco vien distribuito.

_Delli presidii che tengono per custodia delle fortezze che sono alli

confini._

In Babilonia Sultan Soliman Chan vi ha posto per custodia

schiavi................................................ N. 12000

In Arbeca vi sono spade.................................. » 9000

In Cairo vi sono schiavi................................. » 12000

In Arzirum vi sono schiavi............................... » 8000

Nelle parti della Grecia, in Dobriza, sono per l'occasione

della guerra deputati guastatori........................ » 90000

Ed insomma fra le parti di Natolia e Grecia vi sono quattrocento mila

persone di esercito obbligato di andare alla guerra di Sua Maestà

Imperiale, e cento e diecimila sono gli schiavi stipendiati.

_Dell'origine della Casa Ottomana._

1. Ordoghios Chan fu il primo della Casa Ottomana.

2. Osman Chan suo figliuolo.

3. Emir Orchan suo figliuolo.

4. Sultan Murat Chan.

5. Sultan Baiazit Chan.

6. Sultan Memet Chan.

7. Sultan Murat secondo.

8. Sultan Memet secondo, che prese Costantinopoli.

9. Sultan Baiazit secondo.

10. Sultan Selim, primo di questo nome.

11. Sultan Soliman Chan.

12. Sultan Selim Chan, secondo di questo nome.

13. Sultan Murat, terzo di questo nome.

14. Sultan Memet, terzo di questo nome.

15. Sultan Acmat Chan.

16. Sultan Mustafà, fratello di Sultan Acmat, regnò mesi 3 giorni 9,

e poi rinunciò l'imperio.

17. Sultan Osman, figliuolo di Sultan Acmat, imperatore l'anno 1620,

qual fu ammazzato dalli Gianizzeri.

_Dell'ordine nel baciar la mano di Sua Maestà nel giorno del Bairano

quando esce fuori e si senta nella sedia imperiale._

Prima gli bacierà la mano il figliuolo del Re Tartaro, poi il Muftì con

varii altri dottori e legisti; ai quali succedono i Visiri, diversi

Beglerbei, li Tefterdari, il Nisangi, il Cancellier grande, e per

ultimo viene ad essere il Gianizzero Agà, ed altri capi principali

della milizia; e finito che avranno di baciar la mano questi, il Re si

leva e va dentro e mutato di abito torna fuori e va alla moschea.

Mentre li soprascritti ed altri baciano la mano, è ordinario che il Re

si leva in piedi.

_Dell'entrate di Costantinopoli._

Gli Visiri grandi hanno di entrata dodici some di aspri all'anno, ed il

Nissangi ha cento cinquanta mila aspri.

_Dieci Serragli di Sua Maestà Imperiale._

Prima nel Serraglio sono più di 300 Baltaggi, e questi sono quelli che

fanno tutti li servizii nel Serraglio, come lo scopare, tappezzare ed

altri servizii simili; ed hanno di paga aspri 4 al giorno.

Nel Serraglio di Galata sono settecento e venti giovani, ed hanno di

paga aspri 5 al giorno, ed anco _in annum_ le loro vesti.

Nel Serraglio di Andrinopoli e in quello di Ibraim Bassà quanti siano

non si sa il numero, ma hanno di paga aspri 5 il giorno.

_Titoli che il Re dà alli suoi Visiri nel Serraglio._

All'onorato ed ecc.^{te} Visir regolatamente intelligentissimo

mediatore in tutte le cose del mondo, prudentissimo definitore delli

negozii degli uomini, che il Sig.^r Dio per sua divina grazia faccia

forte nella sua grandezza, mio Visir il ............. che il S.^r Dio

conservi nella sua grandezza.

_Alli Cadì principali._

Al più glorioso tra li giudici della musulmana fede, l'ecc.^{te}

arbitro e difensore dell'unità divina, miniera di eloquenza e di

sapienza, erede della scienza delli Profeti, instrumento della ragione

dei popoli, partecipe della divina grazia ............ Cadì, che

accresca in maggior dottrina.

_Alli Beglerbei._

Al Sig.^{re} delli SS.^{ri} onorati, grande, diligente ed ecc.^{te}

Sig.^r di onorevolezza e di dignità e pompa e di altezza il

................. che per la grazia dell'Altiss.^{mo} Iddio è

Berglerbei di .......... cui prosperità sia sempre.

_Titolo che si dà al segno imperiale._

Segno imperiale, nobile, sublime, singulare ed esquisito, dimostratore

di prosperità, adornatore ed acquistatore del mondo, il quale per

grazia e per favor divino corre e viene eseguito.

_Titolo che si dà ad un Principe Cristiano._

Al più glorioso tra li SS.^{ri} grandi nella nazione Cristiana, eletto

tra li sublimi ed ecc.^{te} nella religione del Messia, moderatore

delli negozii di tutte le nazioni Nazarene, possessore del manto della

pompa e della riputazione, Sig.^{re} che guida alla gloria, e grande

tra li Principi Cristiani, il cui fine termini in bene.

_Divisione delli monasteri e parocchie della Cristianità, e di sua

possibilità._

Li monasteri dei frati berettini sono trenta seimila, ed altrettanti di

S.^{to} Agostino, cioè Eremitani, Dominichini, Carmelitani, Monaci e

tutti quelli che sono sotto la regola di S.^{to} Agostino.

Abbadie e monasteri di monache sono venti settemila, che in tutto fanno

cento e quaranta quattromila monasteri in tutta la Cristianità.

In tutta la Cristianità sono parocchie dugento e ottanta ottomila;

mettendo un uomo per parocchia, farebbero dugento e ottanta ottomila

persone da guerra.

Se ogni monasterio pagasse soldi 15 alla settimana, sarà in un anno

zecchini 936000; novecento e trenta seimila.

Le parocchie sono dugento e ottanta ottomila; a s. 52 all'anno per

parrocchia fanno in tutto 14976000; sono la somma delli monasteri, fa

s. 15912000.

A s. 3 per testa si può assoldare all'anno quattrocento e quaranta

quattromila soldati da far guerra a tutto il mondo.

_Profezia mandata dal Nuncio di N.^{ro} Sig.^{re} residente in Francia,

all'Ill.^{mo} e Rev.^{mo} Cardinal Borghese, la quale è stata ritrovata

nel rinnovare certe fondamenta di un palazzo, in una cassetta di marmo

finissimo, in lingua ebraica, nella chiesa di S. Dionisio, fuori di

Parigi._

1621 Bellum magnum in tota Italia.

1622 Pastor non erit.

1623 Ira Dei super terram.

1624 A paucis cognoscetur Christus.

1625 Resurget magnus vir.

1626 Africa ardebit, et luna scaturiet sanguinem.

1628 Europa, Africa, Asia trepidabunt.

1629 Infideles Trinum et Unum Deum cognoscent.

1630 Extinguuntur lumina et erit unus pastor et unum ovile.

Il Gran Signore tiene due milioni e cinque centomila uomini

continuamente pagati ed obbligati di andare alla guerra, compresi però

li Bassà con tutte le loro corti.

Quando il Gran Signore va in persona alla guerra, sono obbligati

andarvi tutti quelli che tirano paga, e molti altri ancora che non

hanno paga, quali vanno per venturieri sopra la sua borsa.

_Titoli che si assume il Gran Turco._

Il Servo dei sacri luoghi di Mecca e Medina, Ombra di Dio in terra

e Vicario del Profeta, Signore dei Sig.^{ri}, Dominatore del mondo,

Rifugio dei Potentati, Augusto Donator di Corone dei Regni della

terra, Custode dell'Oriente ed Occidente, Possessore dei paesi della

Natolia, Soria, Babilonia, Caramania, Mesopotamia, Trabisonda, Armenia,

Persia ed Arabia, dell'Egitto, della nobile Gerusalemme, di tutto il

Dominio di Salomone, di Grecia, di Macedonia, Morea, Bossina, Moldavia,

Valacchia e Bogdania, di Belgrado, Buda, Agria, Alba Reges, Strigonia e

Canissa, Tripoli, Tunisi e Algeri, ricetti de' Guerrieri, e delle tre

Sedie Imperiali, Brussia, Andrinopoli e Costantinopoli, Re dei Re ed

Imperatore sublime, Sig.^r del Mar Negro e del Mar Bianco, del Caffà di

Negroponte, Scio, Cipro, Rodi e d'altre isole, terre, città e castella,

Padron della spada e del calamo, sempre vittorioso, Sultan Osman figlio

di Sultan Acmat Imperatore.

_Titoli che si danno alla Sultana Regina._

All'onestissima regia Sultana, signoril gioiellata corona delle

pudiche, la Sultana .......... che Dio guardi e feliciti.

_Adì xi Novembre 1620 in Costantinopoli._

Faccio noto come questo giorno fece l'entrata in questa città

l'Ambasciatore del Re di Persia, con una superbissima pompa, ed

incontrato da buon numero di Turchi, cioè tutta la milizia del Gran

Signore.

Alli 15 d.^o il detto Ambasciatore andò a baciare le mani al Gran

Signore, accompagnato dalla bellissima corte regia fino al regal

palagio; il quale Ambasciatore era vestito superbissimamente, sì come

anco tutta la sua corte; e presentò al Gran Signore le qui sottoscritte

robe, e prima:

Quattro elefanti grandissimi, guarniti di superbi e ricchi tappeti, col

castello sopra di loro.

Due tigri grandi come un asino, bellissime.

Un rinoceronte, il corpo grande come un bove, ma basso di gambe, senza

pelo, di colore di bufalo, il mostaccio simile al bove, ma assai più

lungo, sul naso un osso, o corno simile a un pane di zuccaro, le

orecchie piccole, senza corni, la coda corta.

Una casselletta piena di gioie di gran valsente.

Una vesta di bellissimo e ricco drappo, foderata di bellissimi

zibellini.

Una spada di damaschino tutta gioiellata di preziose gioie.

50 cammelli carichi di sete.

25 cammelli carichi di porcellane.

25 cammelli carichi di tappeti bellissimi.

Un bellissimo cavallo fornito di sella e brena, tutta gioiellata di

superbe e ricche gioie.

_Ambasciatori di teste coronate, ed altri principi che sono di presente

1620 alla corte del Gran Turco, e quello che da Sua Maestà gli viene

assegnato per cadauno d'essi per le loro spese di vitto, mentre

risiedono alla Imperial Porta._

Viaggio a Costantinopoli (1609-1621) · 第 1 / 8 段