Non ebbi il tempo di giungere all'uscio della mia stanza, ch

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

BIBLIOTECA MINIMA

A. GHISLANZONI

LIBRO ALLEGRO

MILANO

TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

_Stabilimento_

Via Andrea Appiani, N. 10.

_Succursale_

Via Carlo Alberto, Bott. 27.

1878

PROPRIETÀ LETTERARIA

_La nuova generazione si è data al serio. Non è dunque ai giovani

ch'io dedico il presente libro, sibbene a quei buoni giovialoni

del vecchio tempo, che amano ancora di sollazzarsi e di ridere.

Quà la mano, o antichi colleghi! Oramai il nostro drappello si è

di molto assottigliato, e fra poco ce ne andremo anche noi. Non

importa. Spensierata ed allegra fu la nostra carriera, e noi_ _la

compiremo ridendo. Quando noi saremo scomparsi, non si vedranno

più sulla terra che volti imbronciati, non si udranno che nenie

lugubri. Non è meglio morire, piuttosto che inebetirsi in un

ambiente sì triste?_

I DRAMMI DEL NATALE

Eran vissuti insieme fino della più tenera infanzia--qual

meraviglia che all'età delle forti passioni, Sperongiallo e

Nasella si amassero? Nessuno si adombri--si tratta di amore

platonico; e il mio racconto vuol esser così pudico, che ogni

onesta fanciulla di sedici anni potrà permetterne la lettura a

sua madre.

* * *

Sperongiallo e Nasella erano due polli della più pura specie

indiana. Una buona massaia li aveva aiutati a sgusciarsi, e

quindi allevati con molto amore e poco dispendio, sebbene in cuor

suo ella innalzasse ogni mattina delle fervide preci al Signore,

onde crescessero sani e grassi, e degni dei loro alti destini.

* * *

Venne il dicembre. Sperongiallo e Nasella si videro imbandita una

colazione più lauta della consueta; quando i due gozzi furon

pieni e oltre l'usato appariscenti, la massaia scese giù nel

cortile, afferrò i due volatili per la coda, li chiuse in un

canestro, e partì con quello alla volta di Incino. I due reclusi

non emisero un gemito.--Due giovani cuori che si amano, si

trovano tanto bene in una capanna.... Figuratevi poi in un

canestro!

* * *

Era giorno di mercato. I due reclusi rividero la luce, furon

tratti sulla piazza e posti in vendita al miglior offerente. Eran

giovani, eran belli, promettevano.... E il signor Meronzio ricco

proprietario di Oggionno comperò Sperongiallo al prezzo di

quattro lire; il dottor Tencalli di Galbiate acquistò Nasella per

tre lire e venticinque centesimi. Le femmine costan meno dei

maschi; si vuole che riescano più sciapite al palato, e qualche

volta più agre.

* * *

La lingua indiana possiede, per esprimere la disperazione del dolore,

accenti intraducibili. Nasella, separata a viva forza dal suo compagno

di infanzia, strillava a tutta gola: _glù-glù-'zit-tai-lai

glù-zit-las-gù_, ciò che potrebbe in qualche maniera spiegarsi colla

parafrasi: _amami sempre, conservamiti fedele se lo puoi, e scrivimi

affrancando_. Sperongiallo, avvinto per le gambe da una fune, urlava

d'altra parte: _glut-glut as-glut_, il che presso a poco significa:

_amerò.... scriverò.... farò quel che potrò_. Nei maschi l'espressione

del dolore suol essere più laconica. Le femmine, al dire dei più

famosi naturalisti, esalano il doppio di quello che sentono.

* * *

Lettera di Nasella a Sperongiallo

Galbiate, 5 dicembre.

_Mio dolcissimo,_

Finalmente posso scriverti. Questa mia lettera giungerà a te

sulle gambe dell'amore. _Fido_, un bravo, onestissimo cane del

dottor Tencalli, si è preso l'incarico di portartela. Egli viene

costì ogni notte per isbrigare certe sue peccaminose faccende

colla cagna del tuo attuale padrone. Non dubito che avrai

indovinato per istinto di amore in qual parte del proprio

individuo il nostro prudente messaggiero abbia custodita la

lettera, onde sottrarla alla curiosità pubblica ed alle

intemperie. Se la violenza della passione che tu, scellerato, hai

saputo ispirarmi, non mi rendesse la più infelice delle tacchine,

io dovrei convenire che la mia posizione attuale è di gran lunga

migliorata. In casa del dottor Tencalli ho incontrato delle

accoglienze entusiastiche. Uomini e bestie (non adombrarti) qui

tutti mi adorano. Vogliono che io mi nutra sei volte al giorno--e

quali vivande! quali ghiottonerie!... Alla mattina, una polta di

farina con torsi di cavoli e lattughe cotte.... Alle dieci, lauta

imbandigione di melica.... A mezzodì, zuppa di latte.... Che

serve?... Se le razioni fossero doppie, non mancherebbe alla mia

felicità che il piacere di dividerle teco.--Gli uomini sono la

nostra provvidenza quaggiù--benediciamoli in ogni ora del

giorno!--Debbo però convenire che anche gli altri animali di casa

Tencalli mi amano e mi stimano. Il cane mi usa ogni cortesia, il

gatto mi adocchia con benevolezza, e due grassi paperi a me

compagni di letto e di mensa, hanno sempre rispettato il mio

pudore. Addio, mio adorato Sperongiallo.--_Fido_ vuol partire e

accenna, sollevando la coda, che attende la lettera. Scrivimi

presto, scrivimi spesso, e amami come ti amo.

__Lettera di Sperongiallo a Nasella__

Oggionno, 7 dicembre.

_Caruccia mia,_

Sotto la coda di _Fido_ ho trovata la tua amabilissima lettera, e

non puoi immaginare con quanta gioia io abbia divorato i tuoi

profumati caratteri. Sì: benediciamo agli uomini, benediciamoli

in ogni ora del giorno perchè infatti non v'ha ora del giorno che

essi lascino trascorrere senza colmarci di favori. Il mio nuovo

ospite signor Meronzio fa degno riscontro al tuo eccellentissimo

provveditore dottor Tencalli. Malgrado il mio amore per te,

sempre mai fervidissimo, io mangio dal mattino alla sera. La

signora del luogo mi predilige. L'altro ieri, dopo avermi

amorosamente palpeggiato il collo e il sottocoda, l'ho udita io

stesso gridare alle sue genti: Guai per tutti, se al termine del

mese costui non è grasso come mio marito!--Sarebbe troppo. Debbo

dirtelo, Nasella?... Potrà il tuo amore resistere a siffatta

rivelazione? Dal giorno che ci han separati, io ho raddoppiato di

volume e di peso.--Ma la bontà degli uomini è grande; essi ci

hanno disgiunti, essi penseranno a riunirci--e tu poi, tu....

Nasella, quando saremo riuniti penserai a smagrirmi.--Addio, mi

chiamano pel quattordicesimo pasto... Nell'orto vicino vi è una

dindietta che canta ogni sera alla distesa l'aria del _vieni

meco_; ma io, colla miglior voglia del mondo, non sarei più in

grado, stante l'obesità, di sorvolare al muricciuolo. Vivi dunque

sicura della mia fedeltà, e conservati per chi ti ama.

__Nasella a Sperongiallo__

Galbiate, 10 dicembre.

Due righe per dirti che sto bene e che ieri, frugandomi col becco

tra le piume posteriori, ho veduto che le mie carni hanno

acquistato il candore della neve.--Sei contento? Mi par di

sentirti, briccone!... _glout-glout_.... Eh! convien darsi

pazienza! Ieri il guattero mi ha detto sorridendo: fra una

settimana ti faremo la festa!... Ciò significa indubbiamente che

questi signori, sempre buoni e amorosi con noi, hanno la

intenzione di riunirci. Benediciamo la provvidenza umana!

__Sperongiallo a Nasella__

Ho appena la forza di scriverti, tanto sono obeso. In verità,

questi signori cominciano ad eccedere nella cortesia. Stamane

volevano che io mangiassi otto noci col guscio.... Ho protestato;

ma il guattero, che non si intende di lingua indiana, mi aperse

il becco di viva forza, e credendo farmi un piacere grandissimo,

colle noci mi respinse nel gozzo la protesta. «Inghiotti!

inghiotti! gridava dalla sala il signor Meronzio; ti faran bene!»

Addio, Nasella! Vado a coricarmi con otto noci sul cuore....

Domani, se sarò vivo, probabilmente starò meglio.

__Nasella a Sperongiallo__

16 dicembre.

Sei tu vivo? o piuttosto: siamo noi vivi?... Lascia, lascia che

io gridi col poeta:

«Tutto perfidia, tradimento, inganno!»

Sì! noi siamo traditi.... La strage dei nostri è decretata.... Ho

appena il tempo di prevenirti.... Se puoi, affrettati.... salta

il muro.... riparati all'estero.

I due grossi paperi, che dividevano meco gli innocenti tripudî

del pollaio, son caduti stamane sotto il ferro del carnefice. E

sai chi è stato il carnefice? Quello stesso che tutte le mattine

ci apprestava il cibo e ci colmava di amorevolezze. La famiglia

del Tencalli, uomini, donne, fanciulli, assistevano alla strage

ridenti e plaudenti. La sorte di quegli sventurati paperi sarà la

mia. Il mio supplizio fu differito di alcune ore in grazia di un

giovine poeta qui giunto da Milano, il quale intercesse per me.

Le sue cordiali e fervide invettive contro la scelleraggine umana

disarmarono per poco la sanguinaria ferocia del guattero. Ma il

buono e coraggioso poeta non ha egli divorato, oggi stesso, alla

mensa dei Tencalli, due auree costolette, le quali, or fanno

appena cinque giorni, erano incorporate ad un vitello, unico

figlio della più onesta delle vacche?--Te lo ripeto: tutti

perfidi e spietati!... Dio!... l'uomo bianco!... il coltello!...

dove fuggo?...

__Sperongiallo a Nasella__

17 dicembre.

.....La tua lettera mi trova.... spirante. Ti scrivo col

sangue.... Mi unisco a te nell'imprecare alla ipocrisia ed alla

ferocia degli uomini.... Iddio ci vendicherà.... Ci rivedremo

nella patria degli eletti, laddove tutti, uomini e bestie,

diverremo ragionevoli e buoni.... per mancanza di appetito. Ti

consoli il pensiero che io muoio grasso come i tenori dell'opera,

e posso al pari di questi cantare nell'agonia:

Nasella... io t'amo.... io t'amo...

E ti precedo in ciel!

Ti dedico il mio ultimo si.... ben.... molle....

......Ah!!!...

__Fido a Diana__

28 dicembre.

«Perdona se ieri non son venuto a trovarti. Sai bene; al Natale,

in casa Tencalli, tutti imbestialiscono più del solito. Non

dubito che tu avrai passata la festa cristianamente. Qui ce ne

siam dati da crepare. Da me solo ho dovuto smaltirmi le ossa di

due paperi e quelle di Nasella per giunta. Micione, il gatto di

casa, che gli altri anni mi aiutava col suo buon stomaco alla

cremazione degli scheletri, questa volta.... fu egli stesso

cremato da alcuni buontemponi, i quali, in difetto di pollame, lo

mangiarono in guazzetto. Ringraziamo Dio d'aver dato alle nostre

carni un sapore ripugnante al palato degli uomini; ove ciò non

fosse, questi signori sarebbero ben capaci di divorarci anche

noi, che siamo, come essi affermano colle parole e cogli scritti,

i loro migliori amici.»

FIDO.

GIANBARBA

La scorsa settimana, dopo aver constatato, dietro esame de' miei

bilanci segreti, che i miei molteplici impiegi mi rendono nel

corso dell'annata un beneficio netto di lire duemila all'incirca,

mi è parso di poter finalmente concedermi il lusso di un

domestico.

Esposi il mio pensiero all'amico Eugenio--un amico nel quale ho

piena fiducia.

--Ho l'uomo che fa al caso tuo, disse quegli.

--A meraviglia!... Quando potrò vederlo?

--Stassera istessa.... Vado subito in cerca di lui.... Non

convien perder tempo--sai bene--c'è grande carestia di domestici,

e qualcuno potrebbe prevenirci.

--Bada ch'io non voglio spender troppo....

--Il mio uomo deve avere delle esigenze modestissime.

--Fedele?

--A tutta prova. Egli durò per un anno al servizio del pretore

Buschetti, il quale, traslocato subitamente a Catania, era

dolentissimo di non potere, in causa del grave dispendio, condur

seco quella perla di domestico.

--Sta bene.... Affrettati, dunque!... e appena ti vien fatto di

trovarlo, mandalo qui; io rimarrò in casa ad attenderlo.

Non attesi molto. Di là a due ore, l'uomo fu alla mia porta.

--Come ti chiami?

--Gianbarba, per servirla.

--È inutile che io ti domandi se sai far la cucina....

--Far la cucina!... Oh! questo poi!...

--Come! non sai far la cucina!... Non sei stato per un anno al

servizio del pretore Buschetti?

--Sì, signore; ma quando andai dal signor pretore, ho trovato la

cucina bell'e fatta, coi rispettivi fornelli e tutto l'occorrente....

--Vedo che sei faceto!... tanto meglio; amo gli uomini di buon

umore.... So che il pretore si lodava molto di te.... Ciò che mi

preme è di aver in casa un uomo onesto e fedele, ed ho avuto sul

tuo conto le migliori informazioni.--Quanto chiedi di salario?

--Faccia lei, signor padrone--io non voglio metter limiti alla

sua generosità.

--È un furbo!--pensai io... Poi gli dissi: amo i patti chiari; la

mia generosità non ha confini, ma lo stesso non si può dire delle

mie rendite. Dunque, ascoltami bene. Io ti nutrirò, io ti

vestirò, e alla fine di ogni mese ti darò dieci lire di

stipendio. Sei contento?

--Come!... Lei si degnerebbe?... Ma io non merito tanto....

--Alla buon'ora! Vedo che l'amico Eugenio non mi ha ingannato, e

che le tue pretese sono modeste. Per mia parte non esigo molto;

non ho moglie, non ho famiglia. Terrai puliti gli appartamenti,

mi appresterai ogni giorno un paio di piatti e una buona

minestra, custodirai la casa quand'io andrò fuori.... Insomma.

--Insomma, non serve che Lei mi dica altro. La servirò come ho

servito per un anno il signor pretore....

--Precisamente; non chieggo altro.

--Quando Lei crede, sono pronto ad entrare in servizio.

--A meraviglia! Va a prendere le tue valigie, se ne hai. Io ti

assegnerò una camera, e questa sera istessa dormirai qui.

Gianbarba fece un inchino e se ne andò, promettendo che di là a

pochi minuti sarebbe tornato.

--Mi pare un buon diavolaccio, esclamai accompagnandolo

coll'occhio mentr'egli si allontanava. Al muso lo si direbbe un

po' scimunito, ma avvien spesso che sotto una stupida fisonomia

si nasconda una mente argutissima.

Gianbarba non tardò molto a ricomparire. Io gli mostrai la sua

stanza, e parve assai soddisfatto. Lo condussi nel mio studiolo,

nel mio salottino, nella mia camera da letto poco discosta dalla

sua, in cucina, in cantina, in ogni angolo della casa. Apersi gli

armadî, gli indicai i ripostigli più segreti, gli feci la

consegna delle stoviglie e delle suppellettili da cucina.--Vedo

che c'è molta roba, sclamava il debben figliuolo ad ogni

tratto.... Va bene! la casa è ben fornita.... Solamente.... mi

pare....

--Che cosa?

--Che manchi quello strumento....

--Non ti capisco....

--Voleva dire.... la canna....

--Una volta per sempre: bada che io non amo le reticenze--via!

non metterti in soggezione!... Fra padrone e domestico bisogna

parlar chiaro, se si vuole intendersi.... Dunque: cos'è questa

canna che tu mi vai suonando?

--Poichè ella vuol proprio che la nomini, le dirò dunque, salvo

il rispetto a lei dovuto, che intendo parlare della canna da

serviziale.

Colpito di meraviglia, io vibro una occhiata perforatrice nel

volto del domestico. Nel cervello mi balena un pensiero sinistro:

che l'amico Eugenio, mettendomi questo mobile di carne umana tra

i piedi, abbia mirato a burlarsi di me!--Poi rifletto: «può anche

darsi che questo gaglioffo soffra di qualche incomodo intestinale

e che i medici gli abbiano ordinato.... Se ciò fosse, avrei torto

di non porgergli il mezzo di proseguire la cura.

--Via! non ti cruciare, gli dico con piglio incoraggiante--in

casa mia c'è quanto può occorrere ad un malato e ad un sano....

L'istromento che tu cerchi, è là, in quella cassetta senza

coperchio che vedi sporgere dal sottoscala. Non hai altro da

chiedermi?

--Null'altro.

--Hai tu pranzato?

--Sì, signore; ho mangiato prima di venir qui....

--Vorrai dunque permettere che io pure vada a pranzo.--A

rivederci!... Ordinariamente alla sera non rientro che a dieci

ore; ho meco la chiave della porta, e se tu credi di coricarti

prima ch'io torni, fa pure il comodo tuo.

--Oh! la si imagini!... So il mio dovere.... Vada pure.... pranzi

di buon appetito. Frattanto vedrò se nulla manca pel servizio e

andrò a procacciarmi sulla piazza tutto quello che può occorrere.

Rientrando, ella troverà tutto in ordine.

--Buona sera, Gianbarba!

--A rivederla, signor padrone!

Io pranzai di buon appetito, feci la mia solita passeggiata, mi

intrattenni un paio d'ore alla fiaschetteria cogli amici, quindi,

in sul far delle dieci, rientrai in casa.

Gianbarba mi attendeva; appena mi vide entrare, egli mi presentò

il lume dicendomi: non la si dubiti di nulla, io ho dato ordine a

tutto.... Appena sarà coricato, suoni il campanello e sarò da lei

per farle il solito complimento....

--Non serve, Gianbarba--io non ci tengo ai salamelecche.... Te

l'ho già detto.... servimi bene.... con fedeltà.... con amore....

come hai servito l'altro padrone....

--Non la si dubiti!... Vada a letto tranquillo.... e poi mi lasci

fare.

Io salgo alla mia camera, mi spoglio, mi corico, e come di

abitudine, prendo un libro e mi metto a leggere.

Di là a un quarto d'ora all'incirca, sento bussare alla porta.

--Chi è là?...

--Siamo in posizione? domanda dal di fuori la voce di Gianbarba.

--In posizione!!! che vorrà dire?... entra pure....

--E anch'io l'ho qui in ordine! risponde Gianbarba aprendo

impetuosamente la porta e slanciandosi verso il mio letto

coll'impeto di chi prende d'assalto una barricata.

Io balzo sui guanciali, spalanco gli occhi sorpreso, quasi

atterrito, e vedo che il mio uomo mi prende di mira con quel tale

istromento.... con quella tal canna.... voi mi capite....

--Alto là!.... che scene son queste?

--Presto.... intanto che è caldo! dice l'altro facendo l'atto di

rimuovere la coltre.--Ma vedendo che io do di mano al candelliere

e minaccio, s'egli osa ancora avanzarsi, di gettarglielo in viso,

Gianbarba si arresta, mi guarda con occhio inebetito di stupore e

poi dice con tono quasi supplichevole: «la si fidi di me, signor

padrone! ci ho della pratica--il signor pretore, al quale

applicavo tutte le sere il _benefizio_, non ebbe mai a lagnarsi

della mia abilità.... Mi lasci fare! mi lasci fare una volta

tanto; poi, se non l'avrò servito per bene, mi licenzii pure sui

due piedi, chè io non sarò per lagnarmene.

Quel poveraccio, parlandomi di tal guisa, ha un'aria sì compunta,

che a me vien meno il coraggio di rivolgergli una brusca parola o

di chiedergli una spiegazione.

--Io credeva, mormora il poveretto abbassando la terribile canna, io

credeva che tutti i padroni....» E scostandosi dal mio letto,

mortificato, confuso, col pianto negli occhi, Gianbarba si avvia per

uscire; ma al momento di varcare la soglia, si arresta, torna

indietro, e con voce interrotta dai singulti mi dice: «io sono un po'

duro di testa.... lo so... è il mio solo difetto.... Converrà, caro

signor padrone, che lei abbia un po' di pazienza... Per esempio, mi

scusi tanto, ho paura di non aver capito bene se.... in quanto sia....

alle sue buone grazie.... volevo dire... al salario....

--Mi pareva di aver parlato chiaro su tale argomento. Non ti ho

detto che mi assumo di nutrirti, di vestirti e di darti alla fine

d'ogni mese.... dieci lire?.... Non ti basta?....

Gianbarba mi guarda colla espressione della più sentita

riconoscenza ed esclama: «ma dunque.... è proprio vero.... che

lei si degnerebbe!... troppa bontà!... troppa bontà!... come mai

avrò il coraggio di permetterle?... Basta! i padroni comandano e

i servitori obbediscono.... Le auguro la buona notte.

Così parlando, egli uscì, serrò la porta colla massima cautela, e

in punta di piedi per paura di recarmi disturbo, se ne andò queto

queto alla sua camera.

--Un vero scimunito! pensai io ravviluppandomi fra le coltri; ma

pure, con un po' di pazienza, ne farò un domestico tollerabile.

All'indomani, mi svegliai verso le otto.

Tendo l'orecchio, non odo rumore nella casa.--Che colui dorma

ancora?--Gianbarba! Gianbarba! grido dal letto.

--Olalà! olalà! risponde il domestico urlando dalla camera

attigua.

--Sei tu alzato?

--Non ancora....

--Mi pare che a quest'ora, per Dio santo, un domestico

dovrebb'essere in piedi!!!

--È quello che pensava anch'io attendendo i suoi ordini.

Passa un quarto d'ora, passa mezz'ora--al pendolo battono le

nove--nessun segno di vita da parte dell'amico bestia.

Io balzo dal letto, mi vesto alla spiccia e corro alla stanza di

Gianbarba gridando: ma dunque! siam vivi o morti? vuoi o non vuoi

alzarti stamattina?

--Se voglio alzarmi! non desidero che questo, risponde Gianbarba

balzando dal letto in camicia; non aspettava altro se non che lei

venisse a vestirmi....

In sulle prime, lo strano contegno di Gianbarba e le inattese

parole da lui profferite mi parvero inesplicabili. Ma poi,

sovvenendomi dello stupore che il poveraccio aveva manifestato la

sera innanzi nell'udire che io mi assumeva di nutrirlo e di

vestirlo, indovinai.... compresi tutto; e mentre Gianbarba,

seduto in camicia sovra una scranna, mi stendeva le gambe in

attesa che io gli mettessi le calzature, mi scrosciò dal petto

una risata sì impetuosa e gagliarda ch'io temetti di non reggere

all'urto e mi appoggiai per sostenermi alla muraglia.

--Abbi là bontà, gli dissi poco dopo allontanandomi, di vestirti

colle tue proprie mani per questa volta; faremo in seguito dei

nuovi patti.

Rientrai nella mia stanza per finire di abbigliarmi, poi scesi

nello studiolo. Di là a poco, Gianbarba mi raggiunse.

--Se vuol avere la compiacenza di dirmi cosa desidera da pranzo

quest'oggi, io andrò subito al mercato per fare le provviste, mi

disse il gaglioffo serio serio, come se nulla fosse accaduto.

Io stetti in forse un istante. Alla fine, dopo aver riflettuto,

gli dissi: quest'oggi andrò a pranzare all'albergo come ho fatto

ieri; nullameno voglio mettere alla prova la tua abilità. Sai tu

cucinare per bene gli asparagi?

--Non la si dubiti.

--Ebbene, farò colazione in casa. Va in sulla piazza; se puoi

avere degli asparagi al prezzo di una lira al mazzo, comprane

pure due mazzi; se costassero ancora una lira e cinquanta come

per lo addietro, prendine uno solo. Mi hai ben capito?

--Due mazzi se costano una lira; se poi costassero più di una

lira....

--Uno solo.

--Fra mezz'ora la colazione sarà servita--vado e ritorno di volo.

Gianbarba ha il dono della lestezza, convien rendergli questa

giustizia. Nel tempo ch'io impiegai a scrivere una letteruccia di

due pagine, egli andò e tornò dal mercato.

Eccolo all'uscio del mio studiolo.--Ho eseguito appuntino i suoi

ordini, mi dice con viso radiante; gli asparagi costavano

venticinque soldi al mazzo, ed io ne ho preso uno solo....

--Benissimo!... è grosso?

--Così.... così.... discretamente.... come questo mio dito....

--Come il tuo dito!... Oh! sta a vedere che sei tanto

imbecil.....

Ma non ebbi tempo di proferire la dura parola, chè l'altro in men

ch'io nol dica balzò in cucina, e ricomparendomi innanzi con un

asparago nella mano: eccolo, mi dice, non è dei più piccoli; se

questo le può bastare per far colazione....

Non ebbi il coraggio di fargli un rimprovero, nè di ridergli in

faccia. Quel povero gaglioffo, col suo fusto di asparago alla

mano, mi faceva pietà.

--Torna in piazza, gli dissi pacatamente; fa di aver quattro uova

da friggere al tegame, e non dirmi più nulla fino a quando la

colazione non sia pronta.

--In verità.... pareva anche a me che un asparago solo non

potesse bastare, disse il gaglioffo allontanandosi--il pretore

non ne mangiava meno di sei anche quando costavano 25 centesimi

al chilo. Quanto al friggere le uova, si fidi di me; in due salti

vado e ritorno; fra mezz'ora sarà servito.

Non vi ebbero altri guai per la colazione. Gianbarba cucinò le

uova stupendamente e mi porse una tazza di caffè irreprensibile.

Verso le undici, uscii per la mia solita passeggiata. Rientrando,

trovai Gianbarba avvolto in una nube di polvere. Egli avea finito

di scopare gli appartamenti e si accingeva a ripulire le mobilie.

--Vado a coricarmi per un paio d'ore, gli dissi. Se qualcuno

chiedesse di me, dirai che non sono in casa, a meno che non

venisse in sulla porta l'architetto Fagnani--lo conosci,

l'architetto Fagnani?....

--No, signore.

--Naturalmente, presentandosi, ti declinerà il suo nome. Ma in

ogni modo tu potrai riconoscerlo alla piccola prominenza ch'egli

ha sulla schiena.... mi capisci...

--Scusi, signor padrone; una piccola prominenza non vuol dire ciò

che parlando con poco rispetto si chiama il gobbo?

--Alla buon'ora, vedo che cominciamo ad intenderci--dunque....

--La vadi pure, e dorma tranquillo.

Non ebbi il tempo di giungere all'uscio della mia stanza, che una

solenne strappata di campanello annunziò una visita.

Gianbarba corse ad aprire--io mi soffermai sul pianerottolo della

scala e tesi l'orecchio.

--È in casa il signor Decio? chiede una voce ch'io ho udito altre

volte.

--Il signor Decio!--vediamo un poco, risponde

Gianbarba--favorisca di voltarsi.... e poi le dirò.... quello che

ho l'ordine di dirgli.

--Questa è nuova! esclama l'altro con voce vibrata--ti fa tanta

soggezione la mia faccia, che tu non osi?...

--Le dirò, risponde Gianbarba con flemma; gli è che prima di

rispondere, io debbo vedere se Lei ha proprio quella tale

escrescenza sulla schiena.... ovverossia, parlando con poco

rispetto, quella gobba...

--Questa è l'escrescenza!... questa è la gobba! grida l'altro

stampando due sonorissimi schiaffi sulle grosse guancie del

domestico--e di' al tuo padrone che l'architetto Fagnani.... che

l'architetto Fagnani....

Ma la voce dell'irato visitatore si ruppe in un rantolo--la porta

fu scossa da un violentissimo urto--e quand'io, non udendo più

rumore nella casa, precipitai dalle scale, trovai il povero

Gianbarba.... colla testa accollata alla muraglia e il naso

grondante.

Povero Gianbarba! le sue prodezze asinesche mi divertivano; ma,

alla vista del sangue, fui preso da raccapriccio, e commisi

l'ingiustizia di licenziarlo.

L'ISTRUMENTO È L'UOMO

Imitazione di un articolo francese, con varianti ed aggiunte.

Fu detto e ripetuto: «Lo stile è l'uomo.»

Io dico invece: «L'istrumento è l'uomo.»

Ed al proverbio: «dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei,» io

sostituisco; «dimmi dove soffi, o dove raschi, e ti _leggerò la

vita._»

Dopo ciò, raccomando ai signori artisti delle orchestre di non

sospettare nelle mie osservazioni alcuna intenzione maligna; esse

riguardano principalmente i dilettanti, quelli che raschiano un

istrumento qualunque per pura convinzione, quelli che si sono messi a

pizzicare la chitarra quando studiavano medicina, ovvero ad

esercitarsi sul corno, dopo un anno di matrimonio.

__Il Clarinetto.__

Grande raffreddore cerebrale collocato dentro un tubo di legno giallo.

Il clarinetto non è una invenzione del Conservatorio, ma sibbene del

destino.

Si diventa callista a forza di studio e di lavoro, ma si nasce

clarinettista.

Il Cittadino predestinato al clarinetto ha un'intelligenza quasi

ottusa fino all'età di 28 anni, epoca d'incubazione, nella quale egli

comincia a risentire nel naso i primi pruriti della sua fatale

vocazione.

Allora la sua intelligenza, fino a quel giorno limitata, cessa di

svilupparsi: ma l'appendice nasale volendo vendicarsene, prende delle

dimensioni piramidali.

A vent'anni egli compera il suo primo clarinetto per 14 franchi, e tre

mesi dopo, vien congedato dal padrone di casa. A venticinque anni è

ammesso nella musica della Guardia Nazionale.

Egli muore di crepacuore, per avere tre figli che non annunciano

veruna disposizione per l'istrumento dov'egli ha soffiato tutta la sua

intelligenza.

__Il Trombone.__

Colui che suona il trombone cerca sempre nella compagnia di

quest'istrumento l'oblío delle sue pene domestiche, o delle

consolazioni ad un amore tradito.

L'uomo che ha imboccato per sei mesi un tubo di metallo, si trova

agguerrito contro ogni disinganno.

Di tutte le passioni umane, all'età di cinquant'anni, nulla più resta

a lui fuorchè una sete insaziabile.

Più tardi, aspirando al posto di portinaio in un palazzo di persone

civili, o alla mano di una donna di udito delicato, tenta di

abbandonare il suo stromento; ma il gusto delle note e delle bibite

forti gli rimane per tutta la vita. Intrattenendosi coi padroni di

casa, o udendo parlare la moglie, verrà sempre il momento in cui egli

si lascierà sfuggire dei brr...! brr...! brr...! portando il pugno

sinistro alle labbra e simulando colla mano destra l'allungamento e

l'accorciamento della pompa.

Dopo aver continuato fino a 78 anni ad eseguire furtivamente sul

trombone la grande aria:

Era anch'io di quella schiera

Di Venezia anch'io guerrier....

muore di cordoglio perchè l'acquavitaio non volle dargli a credito un

bicchierino di grappa.

__L'Accordeon.__

Primo istrumento dei cuori candidi.

L'individuo che esce generalmente dalla classe dei farmacisti,

comincia a suonarlo nella retro bottega di suo babbo e continua fino a

quindici anni.

A questa età, se non è morto, lascia l'_Accordeon_ per

__L'Harmoniflûte.__

L'_Harmoniflûte_, per la natura de' suoi monotoni suoni e del suo

tremulo piangente, agisce sui nervi di coloro che lo ascoltano e

predispone alla malinconia colui che lo suona.

L'Harmoniflûtista è tenero, linfatico, ha gli occhi azzurri, non

mangia che carni bianche o farinacei.

Si chiama Oscarre se è uomo, ed Adelaide se appartiene all'altro

sesso.

In casa, al _Dessert_, va in cerca del suo istrumento, e quando gli

stomachi sono pieni, cioè quando gli spiriti sono disposti

all'allegria, egli vi regala: «_Fra poco a me ricovero_» oppure il

_Miserere_ del _Trovatore_.

L'Harmoniflûtista piange facilmente. Dopo un esercizio di quindici

anni sul suo istrumento, egli si converte in ruscello.

__L'Organo.__

Istromento complicato e maestoso, di indole clericale, destinato, per

la sua grande sonorità, a soperchiare le stonature del clero e del

popolo.

L'Organista, ordinariamente, è un uomo venuto al mondo colla vocazione

di fare molto strepito senza troppo consumo delle proprie forze; un

uomo che vuol soffiare più forte degli altri, senza logorare i proprii

mantici.

Diviene, a quarant'anni, l'amico intimo del parroco e il membro più

influente della fabbriceria. Ripete per cinquant'anni alla Messa ed ai

Vesperi gli stessi ritornelli; e frattanto egli impara il latino, e sa

a memoria tutte le antifone da vivo e da morto. A cinquant'anni sposa

una zitellona devota, raccomandata dal coadiutore della parrocchia.

È buono e mansueto ne' suoi rapporti coniugali, ma alla vigilia di

ogni solennità ecclesiastica, ha il difetto di sognare ad alta voce.

Alla notte del sabbato santo, è raro ch'egli non svegli la moglie,

gridando a tutta voce: _ressurexit!_--La brava donna si desta di umor

lieto per rispondergli col debito cerimoniale: _alleluja!_

All'età di sessant'anni divien sordo, e allora comincia a credere di

suonare perfettamente. A 70 anni muore di cordoglio, perchè il nuovo

parroco, in luogo di farlo assidere alla grande mensa coi sacerdoti e

coi fabbricieri, lo ha fatto pranzare al _tinello_, in compagnia del

sacrista e del becchino.

__L'Ottavino.__

Lo sciagurato che soccombe all'ottavino non è mai un uomo che goda il

perfetto sviluppo delle sue facoltà intellettuali. Egli ha

necessariamente il naso appuntito, sposa una donna losca, e muore

schiacciato da un omnibus.

L'ottavino è il più fatale di tutti gli istrumenti. Esso esige una

coltura ed una conformazione particolare dell'unghia del pollice pei

buchi che non devono chiudersi che per metà.

L'ottavinista aggiunge sovente a questa infermità la mania di

addomesticare le faine, le tortore ed i porcellini d'India.

__Il Violoncello.__

Per suonare il violoncello bisogna aver le dita lunghe e magre; ma più

indispensabile è ancora il portare capelli lunghissimi che

voluttuosamente accarezzino il collo grasso del paletot.

Il violoncellista scorgendo in pericolo di incendio la propria moglie

ed il proprio violoncello, salverà prima quest'ultimo. Poscia penserà

a ... lasciar bruciare la moglie.

Parlando del suo strumento, egli lo chiama _Violonscello_; con ciò non

la male ad alcuno, ed egli prova un'estasi voluttuosa.

La sua maggior soddisfazione è quella di _far piangere le corde_;

qualche volta, infatti, egli riesce a far piangere la moglie ed i

figli con un regime di sobrietà troppo stretto. Gli avviene anche di

far ridere e di far sbadigliare, ma ciò dipende, a suo dire, dagli

influssi atmosferici.

Parimente fa esprimere dalle sue corde esaltate tutti i dolori

possibili, meno quelli dei suoi uditori e dei suoi creditori.

Il violoncellista si occupa anche di magnetismo; queste due passioni

sono quasi sempre inseparabili.

Il carattere malinconico di quest'istrumento porta al misticismo, e il

suonatore giunge quasi sempre fino all'invocazione degli spiriti.

Si alza di notte, risveglia la moglie, e le suona in camicia la frase

del manzanillo nell'_Africana_.

Sua moglie si riaddormenta mormorando:

--Come sega!

__Il Contrabasso.__

Un critico-musicista ha chiamato il contrabasso l'_Elefante delle

orchestre_.

Nessun istrumento può infatti rivaleggiare con esso nella ampiezza

della mole. Gli è forse per questa ragione che gli uomini alti e

stecchiti sono attratti a suonarlo da una irresistibile simpatia.

Applicando il contrabasso all'abdome, un suonatore della famiglia dei

merluzzi può illudersi di aver un gran ventre, e un ventre sonoro per

giunta.

Il contrabassista tende alla serietà, e si atteggia, nelle riunioni

pubbliche e private, da uomo grave e profondo. Parla poco, e prima di

esporre la propria opinione, attende che tutti gli altri abbiano

finito di discutere. Ama con trasporto il tabacco da naso, e profitta,

per assaporare la sua _presa_, degli intervalli d'aspetto.

Qualche volta numera i detti intervalli ribattendo voluttuosamente

sotto le narici il pollice e l'indice ingrommati di tabacco.

È raro che un suonatore di contrabasso rimanga celibe oltre l'età di

trent'anni. La moglie lo tiene in gran conto e lo venera credendolo

dotato di una energia formidabile. Questa specie di venerazione ella

suol anche riportarla sullo strumento, ch'ella pone a giacersi nelle

assenze del marito, al lato deserto del talamo. In tali casi,

destandosi la notte, ella da un pizzico alle corde e poi brontola:

«meno male! questi almeno, se lo tocco, grugnisce.... Ma lui.... mio

marito.... dà mai segno di comprendermi?»

__L'Arpa.__

Stromento ascetico, già suonato dal Re Davide con irresistibile

successo. Serve di accompagnamento obbligatorio ai _canti celesti_.

L'arpista nasce cogli istinti del gatto, ma all'età di dieci anni fa

voto di castità. Si nutre di vermicelli al brodo e, all'estate, di

lattuche. Ammesso a far parte di una orchestra, si innamora

platonicamente della prima donna contralto, nella cui voce ermafrodita

gli par di sentire il canto degli angioli.

Dato ch'ei prenda moglie, usa con essa celestialmente. In casa suona

di rado, ma quando ciò gli avvenga, si pone in capo una corona d'oro e

si figura di essere il Re Davide. La moglie, ordinariamente, lo regala

di altre corone meno splendide.

Oggidì, nelle orchestre, il posto dei Re Davidi venne usurpato dalle

Bersabee, le quali pizzicano più leggermente, ottenendo degli effetti

più omogenei; a venticinque anni muoiono consunte d'amore pel primo

flauto.

__Il Timpano.__

Un testone di legno e di pelle, ripieno d'aria e di sinistri presagi.

Il rullo dei timpani serve nel melodramma ad annunziare l'arrivo di un

personaggio fatale, che il più delle volte suol essere un marito

becco. Qualche volta il suo funereo brontolío serve a descrivere il

silenzio, o la intima disperazione di una prima donna colta in

flagrante adulterio.

Il timpanista è un uomo serio, compreso della sua alta missione

drammatica; ma sa dissimulare il proprio orgoglio, dormendo sul

proprio strumento quando gli altri suonatori fanno il maggior

strepito.--Egli incarica il più prossimo de' suoi colleghi di

orchestra di svegliarlo a tempo debito.

Al destarsi, afferra i due battenti e percuote; ma quando il vicino si

dimentica di svegliarlo, egli prolunga i suoi sonni fino al calar del

sipario. Allora, si riscuote, si accorge che l'opera è finita, si

stropiccia gli occhi; e se avviene che il direttore di orchestra lo

rimproveri di aver mancato all'_attacco_, risponde, crollando le

spalle: «tanto, anche senza i miei rulli, il tenore è morto lo

stesso.... Rullo più, rullo meno, così la deve finire!»

__Gran Cassa.__

Inutile parlarne.--È lo strumento dell'epoca; e Ministri, Deputati,

Scienziati, Poeti, Parrucchieri, Cavadenti hanno imparato a suonarlo

per eccellenza... Le cretine moltitudini accorreranno sempre al

richiamo del _poum!... poum!..._ e avrà sempre ragione chi batterà più

forte.

CIÒ CHE SI VEDE

IN UN TEATRO POPOLARE

A dirvela schietta, lettori miei, io non ho mai capito perchè il

teatro debba chiamarsi scuola di civiltà. Chi va in teatro per

educarsi? E quali insegnamenti si attendono da un dramma, da una

commedia, da un'opera in musica, da un ballo? La tragedia antica

insegnava l'incesto; il dramma moderno insegna l'adulterio; l'opera in

musica insegna l'assurdo; il ballo insegna a misurare collo sguardo la

periferia di cinquanta o più mappamondi di carne femminina. Il palco

scenico è, per le figlie del popolo, una scuola di prostituzione; pei

giovani artisti una scuola di ciurmeria e di vagabondaggio. Ecco la

grande educazione che il teatro può dare a quanti vi si consacrano per

professione.

Quanto al pubblico.... Mio Dio! Lo avete mai sviscerato, questo ente

collettivo che si chiama il pubblico? Su mille spettatori che

assistono all'opera, io ve ne do una sessantina, un centinaio al più,

che comprendano qualche cosa del dramma e della musica. Tutti gli

altri sono in teatro per guardarsi, per far all'amore, per vedere

delle spalle nude e delle coscie in maglia.

Era una bella giornata del giugno 1858, ed io pranzava all'albergo

della Gran Bretagna in compagnia di un Inglese che un anno prima avevo

conosciuto a Parigi. Questo Inglese apparteneva alla classe

aristocratica, e si vantava grande dilettante di musica e adoratore

fanatico dell'opera italiana.

In quella stagione non c'era a Milano altro spettacolo d'opera fuor

quello del teatro dei Giardini Pubblici, dove si rappresentava

l'_Attila_ di Verdi da una compagnia di cantanti accozzati da un certo

Corti di Bergamo, il quale, oltre ad essere impresario, aveva assunto

nel melodramma la parte del baritono.

Il mio Inglese, in mancanza di meglio, accolse il partito di recarsi

al teatro dei Giardini Pubblici, ed io ve lo accompagnai di buon

grado.

Entrammo nel circo ad ora conveniente per prendere un posto di nostra

elezione. Saliti alla galleria--«mettiamoci nella seconda fila delle

sedie, dissi all'Inglese; così potremo distendere le gambe a nostro

bell'agio.»

E queste parole mi venivano ispirate da un sentimento di pietà,

perocchè il signor Jhonnes era fornito di un paio di gambe così lunghe

ed inflessibili, ch'egli durava molta pena a raccorciarle fra la sedia

ed il parapetto.

Ma come le gambe, così anche il cervello del signor Jhonnes era di

fabbrica inglese. Egli si ostinava a rimanere nella prima fila; e dopo

sforzi incredibili era riuscito ad impiombarsi là dentro come un conio

nella spaccatura d'una quercia. Che fare? Per debito di cortesia mi

convenne inchiodarmi al di lui fianco.

La gente comincia a farsi spessa; e mentre l'Inglese col libretto alla

mano sillaba i versi alla meglio, ecco quattro donne ci sovrastano

colle immani crinoline e domandano di scendere nella prima fila....

--Mammina! qui vi sono due posti, grida una fanciulletta di circa

dodici anni--se quel signore volesse ritirare le sue _pertiche_

dall'altra parte....

--Impertinente! esclama una grossa matrona che domina il

drappello--son questi i modi di chiedere un favore? Mille perdoni!--se

_monsù_ vuol far la gentilezza di _rettificare_ le sue gambe....

Ma l'Inglese non dà retta; e la più giovane delle ragazze piomba colla

persona fra il parapetto e la sedia, appoggiandosi senza misericordia

sui piedi del mio onorevole compagno.

--_Goddem!_--esclama il sig. Jhonnes; mio piete non statte

scapello!....

Ma la ragazza, senza badare, attira la compagna sull'altra sedia

vacante.

--Noi siamo ancora dei fortunati, dico io sotto voce all'Inglese; se

invece delle ragazze fossero scese le due matrone che ci stanno dietro

la schiena, c'era da morirne asfissiati.

--Io non posse rimanere in posizione! esclama l'Inglese.--Signorina,

la preghe tenere campe più corte.

--Cecilia! grida di nuovo una delle matrone....; ricordati che siamo

in teatro!....

--Ma che colpa ci ho io, mammina, se questo signore ha certe

_stanghe!_

--Di nuovo ti dico di _misurare i termini_.... Bada che se mi fai la

matta, ti riconduco a casa...

--Eh! ora, a casa non ci torno più, dice la ragazzetta all'orecchio

della vicina.... E poi, infin dei conti.... il signor Domenico i

biglietti li ha dati a me.... Sono io che stamattina glieli ho

chiesti.... a nome della mamma.

Frattanto, dietro le nostre spalle si vanno agglomerando nuovi

spettatori. Un uomo di circa trent'anni, sparuto nel volto, coi

capelli lunghi e ben pettinati, cogli abiti alquanto luccicanti sotto

le maniche, si è collocato a fianco delle matrone, divorando cogli

occhi una delle giovinette che seggono al nostro lato. Tre o quattro

giovinetti superano la barricata d'un salto, volgono saluti a destra e

a sinistra, chiamano a nome i vicini e i lontani, e si studiano di

attirare l'attenzione delle donne colla vivacità dei loro epigrammi.

--Che vuol dire questo miracolo? Anche lei qui, signora Caterina!

--Lei.... signor Pedrino!... Abbiamo avuto i biglietti da un comico

della compagnia, che alloggia in casa nostra, al quinto piano.

--Ma brava, la signora Caterina! E chi è questo comico? senza dubbio

il primo amoroso....

--È il primo tenore....

--Oh! Oh! il primo tenore.... che abita al quinto piano!.... A

proposito: come si chiama? Ehi, di là! nessuno ha un libretto?....

Forse quel signore là abbasso....

--Cecilia! tira fuori il libretto!

--C'è forse bisogno del libro per sapere il nome del nostro vicino di

casa? Egli si chiama Domenico Scanagatta....

--Diavolo! Scanagatta! che razza di nome.... per un primo tenore....!

--Primo dei primi.... lo ha detto egli stesso, esclama la donna

grossa, indispettita dalle risa e dalle maligne esclamazioni dei

circostanti.

L'Inglese che ha prestato orecchio a quelle ciarle, consulta l'elenco

dei personaggi e degli attori, poi volgendosi a me:--quella signora

s'incanna, mi dice--non trovate in lipretto Cane e Gatta, ma Napoleone

Moriani.

--Il libretto che voi avete fra le mani porta la data del 1847, quando

l'_Attila_ si rappresentava alla Scala.

--Oh! oh! vere! verissime! Tata tel 1847! Mi più niente capite....

Frattanto, uno dei giovani che sta dietro di noi si è preso l'incarico

di leggere a voce alta, e di spiegare il melodramma alla comitiva

femminina. Ma non appena egli ha declamato i primi versi:

Urli--rapine Stupri, rovine, ecc.

la Cecilia interrompe la lettura esclamando: che razza di parole son

queste! Ci capisco io niente, signor Pedrino?.... Mamma: cosa sono gli

stupri?

--Vuoi finirla? Son domande da farsi codeste? Saprai tutto a suo

tempo....

--Vi spiegherò io, popolina, mormora il giovine sparuto, il quale

insensibilmente si è avvicinato alle ragazze.

La più grande volge indietro uno sguardo melanconico--uno sguardo che

rivela cento segreti.... Lo sparuto dalle maniche luccicanti è

l'amante corrisposto. La giovinetta taciturna e contemplativa sa di

averlo alle spalle.... e aspetta trepidando qualche prova palpabile

del suo amore.

Ma ecco, i suonatori si mettono al loro posto e cominciano ad

accordare gli stromenti.... Dalla platea e dagli ordini più elevati si

grida: _sonèe_! si battono le mani e i bastoni.... Il pubblico sovrano

minaccia di farsi riottoso.... Mentre l'Inglese per istinto di

curiosità spinge il capo fuori del parapetto, quattro o cinque

individui che stanno di sotto gli rivolgono la parola e gli fanno dei

gesti insolenti: «_Ehi lûu, sur sciloster! El ved no che ghè de la

gente chi abbasso?_--Parlatte con me quei signori?.--Avreste forse

gettato qualche cosa sulla testa di quella brava gente?--Mentre io

scambio tali ciarle col signor Jhonnes, la Cecilia, che da qualche

tempo sta rosicchiando dei semi di _mellone_, sputa parecchi gusci sul

naso degli spettatori irritati. Fortunatamente una violentissima

esplosione di applausi, di fischi e di grida, obbliga il direttore di

orchestra a dare il segnale dell'attacco. I suonatori distendono

l'arco e imbeccano i tromboni.--Silenzio!--Abbasso!--Giù il

cilindro!... limonata fresca!--E in mezzo al gridío, finisce il

preludio--il sipario si leva--quattro o cinque servitori di scena

fuggono tra le quinte come sorci colpiti dalla luce; e otto coristi si

avanzano urlando da Unni.

--Oh! vedi, mamma! ecco là il signor Domenico! Io l'ho subito

riconosciuto.... Non vedi, mamma, ch'egli ci saluta?

--Zitto!.... Ma vediamo!. Dov'è questo signor Domenico?

--Ah! gli è dunque il primo tenore dei cori, che vi ha dato i

biglietti, signora Caterina!

--Sì.... il primo tenore.... dei primi!... Proprio lui! Con quella

barba non lo avea riconosciuto....

--Hai veduto, mamma? Il signor Domenico si è messo in ginocchio....

--Sicuro! i coristi.... cioè gli Unni.... si mettono in

ginocchio--dice il nostro vicino sentimentale, che si è dato a

conoscere per un parrucchiere di Viarenna--tutti fanno onore ad Attila

_flagellum Dei_, che viene in sulla biga per sentir cantare i

soldati....

--Perchè quella carrozza è tirata da due uomini vestiti come

gl'infermieri dello spedale!...

--Perchè.... a quei tempi non erano inventati i cavalli....

--Ma, ecco la prima donna! replica il parrucchiere gravitando sulle

protuberanze più soffici della nostra vicina; essa viene per ammazzare

il basso.

--Il basso? ma dov'è questo basso?...

--Là, in piedi!... il più alto di tutti.--Ora, vedremo il baritono,

cioè il romano....

--Il baritono non è romano ma bergamasco....

--Goddem! ripiglia il signor Jhonnes.--Come capire musiche?...

--Cos'ha quella mummia da brontolare?... Sta a vedere ch'io gli do sul

naso questa fetta di mellone!...

--Non capite poesia, mi dice l'Inglese all'orecchio; perchè tante

critare Ottapella?

--Attila le ha fatto dono di una spada, ed ella per riconoscenza giura

di piantargliela nel ventre alla prima occasione.

--Veritable gentelman Attila; veritable porche Ottapella!...»

Frattanto i galanti, che seggono presso di noi, hanno chiamato il

venditore di birra per offrire un rinfresco alle donne.... Mentre il

tenore sta per cominciare la cavatina, uno scoppiettío di turaccioli

sprigionati fa trasalire i circostanti....

--Presto! a te Ghittina.... a te Cecilia! Bada alla spuma! Cisti....

Adagio! Ma basta! signor Pedrino! Ahi!...

L'Inglese, disturbato dai rapidi movimenti e dalle risa sguaiate delle

donne, si volge indietro per imporre silenzio; ma al tempo stesso una

tazza colma di birra viene ad urtargli nello stomaco, e un'onda di

spuma gli si riversa sulle gambe.

A tale eran giunte le cose, che il mio Inglese cominciava a perdere la

pazienza. Ma ciò che d'un tratto lo fece balzare dalla seggiola fu un

pizzicotto venutogli di contrabbando attraverso le gonnelle delle

nostre vicine. Quel pizzicotto non era diretto a lui e mirava

probabilmente a delle carni più floride; ma lord Jhonnes non volle

attendere nuovi guai, e levandosi da sedere: «Signore, mi disse,

lacciù in procenio, federe palchette vuote. Andiamo là codere meglio

musiche più sciutte.»

Molta pena ci volle per uscire da quella siepe di gente. Mentre noi

colle gambe levate tentavamo sormontare le seggiole, una mezza dozzina

di gambe sconosciute si intralciava colle nostre per contendersi i due

posti vacanti. Una gamba del mio Inglese (probabilmente la più lunga)

rimase per alcuni minuti inforcata a quella del parrucchiere e stretta

come in una smorza.

Quando Dio volle, riuscimmo a superare, più o meno illesi, quella

barricata di sedie e di ginocchi; tanto che, al cominciare del secondo

atto, ci trovammo comodamente seduti nel palchetto di proscenio.

E là, un altro genere di spettacolo. Noi eravamo collocati sì

fattamente, da dominare tutta la scena non solo, ma anche da vedere

tutto ciò che si passava tra le quinte.

Libro allegro · 第 1 / 4 段