delitto segreto deve essere denunciati al superiore, sia per correggere
il colpevole, sia per stornare un male che minaccia il pubblico e i
privati: così devono denunciarsi, anche senza previa ammonizione, gli
eretici che spargono l'errore, i ladri, i masnadieri, i traditori della
patria, gli avvelenatori, i farmacisti che vendono a chiunque sostanze
velenose, i falsificatori di monete, i corruttori di giovani e di
ragazze, i congiurati a dar morte a qualcuno, ecc., ecc. Ora non c'è
dubbio che un prete il quale commette queste enormi ignominie cagiona a
sè stesso rovina, alle anime perdizione, e alla religione discredito.
Per queste ragioni, la Chiesa, prima dell'ordinazione, annuncia ai
fedeli astanti, a nome del Pontefice, che «se alcuno ha qualche cosa
contro gli _ordinandi_ si mostri e--con Dio e per Dio parli con tutta
fiducia.» (_Pont. Rom._)
E' per ciò che in molte diocesi, il nome dei giovani che devono avere
l'ordine sacro si pronuncia pubblicamente durante la solennità della
messa, come si fa coi bandi matrimoniali, e ciascuno che conoscesse
qualche impedimento all'ordinazione è obbligato a rivelarlo; dunque a
più forte ragione, coloro i quali sanno che un sacerdote o un prete
qualunque vive in modo vergognoso, o si fa eccitatore di cose turpi,
devono parlare. Questa dottrina è espressamente insegnata da _S.
Tommaso, nella 4 sent. tit. 19, q. 2, art. 3_, ove dice: «Se poi questo
peccato tocca altri, deve essere denunziato al prelato, affinchè esso
metta in guardia il suo gregge.»
_Pontas_, al vocabolo _denunciare, caso 5_, insegna la stessa cosa,
benchè al vocabolo _confessore caso 7_, non risolva con eguale
precisione un caso simile.
Si può obbiettare: 1. Che i superiori ecclesiastici, ordinariamente, non
possono togliere il sacro ministero a un sacerdote così denunciato; 2.
Che una tale denuncia rende odiosa la confessione; 3. Ch'essa espone i
complici al pericolo dell'infamia e del vituperio; 4. Che tanto ripugna
questa rivelazione ai complici, ch'essi spesso preferiscono di non
accostarsi ai sacramenti della Chiesa. Perciò, tale denuncia non può
essere prescritta che con molta prudenza.
R. alla 1. obbiezione. Nego la conseguenza Benchè un sacerdote così
denunciato non posssa essere subitamente rimosso dal ministero sacro,
per le mormorazioni, gli scandali ed altri mali che ne verrebbero, non
è, per questo, inutile una tale denuncia. Avvertiti i superiori, lo
sorvegliano, o lo fanno sorvegliare; lo interpellano, lo ammoniscono, lo
esortano e gli ingiungono di fuggire ogni occasione di peccato e di
allontanare l'oggetto dello scandalo: lo traslocano, e non gli
conferiscono l'avanzamento che potrebbegli essere destinato. Se poi egli
perdura nella sua depravazione, raccolgono nuove informazioni, e
finalmente lo cacciano ignominiosamente dal santuario come se fosse una
peste.
Alla 2. obbiezione. Nego la premessa: infatti, chiunque attentamente
riflette a ciò che si deve pensare, davanti a Dio, d'un sacerdote
corrotto e corruttore, tosto giudicherà essere egli un demone piuttosto
che un ministro di Cristo e ch'egli vive più per perdere che per salvare
le anime; e facilmente comprenderà che è obbligo naturale il
denunciarlo, come si denuncerebbero i ladri e i masnadieri, a benefizio
del prossimo. L'obbligo di denunciare i ladri e i masnadieri non rende
certamente odiosa la confessione; egualmente non può essere resa odiosa
dalla denuncia contro pravi sacerdoti.
Alla 3. obbiezione. Nego la premessa. La confessione può esser fatta
tanto cautamente da non mettere in pubblico il complice. Ordinariamente
si fa così:--Se il penitente può scrivere deve mettere il puro nome del
denunziato su una scheda; indi consegni la scheda ben chiusa al
confessore, il confessore la trasmette al vescovo o al vicario generale
con una lettera nella quale espone il fatto, dichiara quale sia il suo
parere circa la sincerità del denunciatore, badando però di non
manifestare il nome del denunciatore al superiore. Egli stesso poi non
deve preoccuparsi di sapere il nome del sacerdote corrotto
Se la persona non sa scrivere, la si deve esortare affinchè,--munita
d'una lettera del confessore, attestante la di lui sincerità,--si rechi
presso il superiore e ad esso sveli la verità, senza farsi conoscere, se
così desidera.
Se questa persona stima molto imbarazzante questo modo di denunciare,
può allora designare al confessore il sacerdote impudico, dandogli
licenza di denunciarlo.
Vi ha un altro modo di denunciare il reo al superiore; il complice che
non sa scrivere, può, con un pretesto qualunque, rivolgersi a persona
che sa scrivere, affinchè, gli metta in iscritto il nome del tale
sacerdote, dicendo per esempio, che qualcuno glielo richiese. Chiuso e
sigillato lo scritto lo rimetterà al confessore.
Il colpevole, redarguito dal superiore, rimprovererà fortemente al
complice o alla complice di averlo denunciato!. ma ciò non e un gran
male. Non è forse male peggiore il tollerare un prete corrotto?
Alla 4. obbiezione. Nego la premessa, imperocchè molti colle ragioni,
colle preghiere, colle esortazioni, col mostrar loro l'interesse e la
salvezza della religione delle anime, si lasciano indurre a rivelare le
turpitudini dei sacerdoti. D'altronde, se l'obbiezione reggesse,
bisognerebbe dire che erano ben sciocchi i Pontefici che ordinavano tali
denuncie.
Il confessore, che adempie rettamente il suo incarico deve in questi
casi deplorabili, procurare con prudente modo che la denuncia avvenga, o
sospendendo o negando l'assoluzione. Se poi accade che un penitente non
si possa persuadere con ragione alcuna ch'eglì è obbligato a rivelare,
noi pensiamo doversi esso finalmente assolvere, quando però giudichiamo
prudentemente ch'egli è in buona fede: non assolvendo in questo caso il
penitente si priverebbe esso dei sacramenti, e non si otterrebbe la
denuncia del perverso corruttore. Meglio è dunque che il confessore, pur
sollecitando il penitente a far la denuncia non gli dica però, ch'esso
vi è obbligato sotto pena di peccato mortale.
Lo stesso obbligo di far conoscere un sacerdote corrotto l'hanno le
mogli e le ragazze ch'egli eccitò a cose vergognose, e tutti coloro che
ebbero notizia di coteste infamie per altro mezzo che non sia stato
quello della confessione.
Similmente, per le stesse ragioni, devesi denunciare quel sacerdote, o
quel prete qualunque, il quale, per delitti ignoti ai superiori, abbia
recato o fosse per recare grave nocumento alla religione o alla salute
delle anime.
CAPO III.
_Delle diverse specie di lussuria consumata contro natura._
La lussuria consumata, contro natura, è l'emissione del l'umore
seminale, in modo non consentaneo alla generazione, avvenga poi esso
all'infuori dell'accoppiamento carnale, ovvero nell'accoppiamento
stesso. Tre sono le specie di codesta lussuria, cioè: la polluzione, la
sodomia e la bestialità.
ARTICOLO I.--_Della polluzione_.--La polluzione che chiamasi anche
incontinenza secreta, o mollezza[5], è l'emissione del seme umano,
all'infuori d'ogni accoppiamento carnale.
[5] Il testo latino ha _mollities_ vocabolo che, in italiano, sarebbe
forse meglio tradurre colle parole _sensualità semi-libidine_, ma che od
ogni modo non renderebbero mai esattamente il significato della
_polluzione_ come non lo rendono affatto nè _mollezza_ nè _incontinenza
secreta_.
Il seme umano è un umore vischioso, destinato dal Creatore alle
generazioni e alla conservazione della specie: differisce essenzialmente
dall'orina' la quale è una secrezione degli alimenti, che si emette, a
sollievo della natura, come gli escrementi.
La polluzione si divide in:
1. Semplice e qualificata;
2. Volontaria e involontaria;
3. Volontaria in sè stessa, e volontaria nella sua origine.
La polluzione _semplice_ è quella a cui non si aggiunge una estranea
malizia: vale a dire, è quella di chi, obbligato a nessun vincolo
personale con altri, si abbandona al piacere venereo unicamente con sè
stesso.
La polluzione dicesi _qualificata_ quando, oltre la sua propria
malizia, un'altra ve se ne aggiunge, o da parte d'un oggetto a cui si
pensa, o da parte di chi è passivo nella polluzione, o da parte di chi è
agente.
1. La polluzione acquista la peccaminosità dell'adulterio, dello
incesto, dello stupro, del sacrilegio, della bestialità o della sodomia
sè, nel compierla si pensa ad una donna maritata, ad una parente ecc.,
ecc. Così quegli che desiderando la Beata Vergine, si abbandonasse alla
polluzione davanti alla sua statua od immagine, commetterebbe un
orribile sacrilegio.
2. La stessa peccaminosità acquista se chi è l'oggetto passivo della
polluzione è una persona coniugata, ovvero consacrata a Dio col voto o
coll'Ordine sacro.
3. Egualmente, se chi opera la polluzione, è per esempio, un religioso o
altro sacerdote.
Tutte queste circostanze è necessario rivelare in confessione, perchè
fanno cambiare la specie del peccato.
La polluzione _volontaria_ è quella che si compie in modo diretto o di
cui si cerca volontariamente la causa. È _involontaria_, se avvenga
senza la cooperazione della volontà, sia vegliando, sia dormendo.
Siccome la polluzione affatto involontaria non può essere un peccato noi
qui non ne parleremo se non in quanto può aver relazione a un peccato.
Perciò noi tratteremo:
1. Della polluzione volontaria, in sè stessa;
2. Della polluzione volontaria, nella sua origine;
3. Della polluzione notturna;
4. Dei movimenti sregolati;
5. Norme del confessore verso coloro che hanno l'abitudine di darsi alla
polluzione.
§. 1. _Della polluzione volontaria in sè stessa_.
Molti _probabilisti_ negarono seguendo _Caramuel_, che la polluzione
fosse per diritto naturale proibita, imperocchè la emissione del seme
umano puossi paragonare ad una emissione di sangue, di latte, di orina e
di sudore, e per conseguenza, se non la proibisce la legge positiva
divina, lecito sarebbe e necessario il compierla ogni qualvolta la
natura lo richiedesse. Nessun teologo però è di questo parere.
PROPOSIZIONE.--_La polluzione, considerata in sè stessa è un peccato
contro natura_.
Questa proposizione è provata dalla Sacra Scrittura, dalla autorità di
Innocenzo XI, dal consenso dei teologi e dalla ragione.
1. Sacra Scrittura: _I. ai Corint. 6. 9_. «Sappiate che nè i
fornicatori, nè gli adoratori d'idoli, nè gli adulteri, nè _i
segretamente incontinenti_, nè i sodomisti possederanno il regno di
Dio.» _Ai Gal, 6. 19_; «È certo che coloro i quali, come dissi e ripeto,
si abbandonano a cose carnali, cioè alla fornicazione, all'impurità,
alla impudicizia, alla lussuria e cose simili, non entreranno nel regno
di Dio.
Colle parole _segretamente incontinenti_ intendesi alludere a coloro che
volontariamente si fanno, o si fanno fare da altri delle polluzioni
manuali: questa vergogna va certamente collocata a livello delle
impurità e delle impudicizie, l'Apostolo dichiarando, che questi peccati
escludono dal regno dei Cieli, non li presenta solo come trasgressioni
al diritto positivo, ma evidentemente come cose che deturpano la natura.
2. Innocenzo XI condannava, il 2 marzo 1679, la seguente proposizione di
_Caramuel_: «La polluzione manuale non è vietata dal diritto naturale, e
se Dio non la proibisse, spesso essa sarebbe conveniente e qualche volta
obbligatoria.»
3. La ragione: E' certo che fu nella mente del Creatore che la
destinazione dell'umore spermatico e d'ognì atto venereo fosse quella di
provocare e perpetuare la specie umana. Se si permettesse la polluzione
per una volta, non si saprebbe capire la ragione, per cui non si potesse
permettere ulteriormente: è appunto per questo che non si può
permetterla mai. Di più il piacere annesso alla polluzione volontaria
espone al pericolo di contrarne l'abitudine; e noi dimostreremo che è
un'abitudine questa gravemente colpevole imperocchè conduce a mali
enormi: la polluzione dunque, che avviene all'infuori del naturale
accoppiamento, è manifestamente contro natura; lo riconobbero gli
stessi Pagani, come appare dalle seguenti parole di Marziale, _Epig.
42_: «_Credimi, la stessa natura t'insegna il vero, o Ponticio; ciò che
tu perdi colla polluzione manuale, è un uomo_.»
Devesi quindi concludere, non essere mai lecito eccitare direttamente la
polluzione, nemmeno collo scopo di conservare la salute e la vita;
imperocchè non è egualmente lecito il fornicare, collo stesso scopo. Il
paragone col sangue, col latte, coll'orina e col sudore, addotto da
_Caramuel_ non regge, imperocchè la destinazione di questi umori è ben
diversa da quella dell'umore spermatico. Nè giova dire che è talora
permesso cavar sangue dalle vene, o tagliar un membro del corpo ed anche
i vasi dello sperma, imperciocchè il sangue e i membri sono parti del
corpo, subordinate alla salute dell'individuo, e perciò, per salvarlo,
possono benissimo essere lese; ma il seme umano non fu creato per la
sanità del corpo, ma per la propagazione della specie. Non si va
incontro ad alcun pericolo con una cavata di sangue o coll'amputazione
d'un membro: ma non è così colla polluzione.
§. _II Della polluzione volontaria nella sua origine_.
Si suole distinguere due cause di polluzione, una prossima, e l'altra
remota.
La causa prossima è quella che porta per se stessa alla polluzione, come
il palpeggiare le proprie o le altrui parti genitali il contemplarle, il
parlare d'oscenità o amori, il volgere in mente turpi immagini, ecc.,
ecc.
E' causa remota quella che meno direttamente spinge alla polluzione,
come sarebbe il bere e il mangiare smoderato, lo studio delle questioni
veneree, l'ascoltare i peccati al confessionale[6] ecc., ecc.
[6] Preziosa concessione in bocca d'un vescovo: il Sacro Tribunale della
Penitenza si schiera imperturbabilmente fra le cause delle polluzioni
veneree. Che onore!
Queste cause possono essere lecite, venialmente cattive o mortalmente
cattive: così, possono sedurre alla polluzione in modo prossimo o in
modo remoto.
Egli è certo: 1° che quegli il quale volontariamente, anche per un
istante, si abbandona al piacere della polluzione, sia pure senza un
dato intendimento e per sola causa accidentale, pecca mortalmente:
nessuno negherà ciò; 2° che pecca pure mortalmente quegli che dà motivo
prossimo, diretto, alla polluzione, come sarebbe, per esempio, toccando
o rimirando libidinosamente le proprie o le altrui parti vergognose in
modo che sembri si voglia la polluzione, ancorchè ad eccitar questa
veramente non si miri. Anche questo è evidente.
Esaminiamo ora se la polluzione prodotta da causa lecita, o solo
venialmente cattiva, sia peccato e quale peccato.
1. Fare un'azione lecita in se stessa, ma senza necessità o utilità, e
che si prevede ch'essa ecciterà una polluzione, è peccato mortale,
perchè si coopera efficacemente ad un risultato mortale, senza alcuna
ragione scusante.
2. Quegli che per vantaggio proprio o d'altrui fa una azione in sè
lecita ma che, per ragione di sue particolari disposizioni, ha una
prossima influenza sulla polluzione, pecca mortalmente, semprechè esso
sia esposto a dare il suo consenso ad un pericolo prossimo di essa,
imperocchè nessuno nega che l'esporsi a tale pericolo sia peccato
mortale, a meno che ci sia la scusa di una grave necessità.
3. Se poi urge una grave necessità, e il fine a cui si tende è buono,
non v'è peccato, imperocchè è permesso, per grave causa, fare la
polluzione in guisa che ne conseguano due effetti, uno buono e l'altro
no, e che si dia tutto il proprio assenso al primo, negandolo all'altro.
Così un chirurgo, il quale guarda o tocca le parti genitali d'una donna,
sia per curarne una infermità o per agevolare un parto, si espone certo
all'occasione d'una polluzione, ma esso perciò non pecca, purchè non vi
presti consenso alcuno, contuttochè si esponga ad un prossimo pericolo
di acconsentirvi.
4. Non pecca colui il quale, per sua o per altrui utilità, fa una
azione, dalla quale prevede che ne può seguire una polluzione, alla
quale però egli non si mette nel pericolo prossimo di acconsentire,
perchè si suppone ch'egli non provi nè secondi il male che ne può
venire. Così _S. Tommaso_ e in generale i teologi.
E' permesso di studiare le cose veneree, per un fine onesto; di
ascoltare le confessioni delle donne: di conversare con esse utilmente e
onestamente; di far loro visite; di abbracciarle decentemente come se
fossero parenti; di cavalcare; di usare moderatamente delle bibite
riscaldanti, prescritte dalla salute; servire gli infermi; metterli nei
bagni; esercitare la chirurgia, ecc., benchè si preveda che ne possa
seguire polluzione; ma non ci si deve pensare se non col fermo proposito
di non acconsentirvi e colla fondata speranza di perseverare in questo
proposito.
Se però, per nessuna utilità o ben lieve, ci fossero da compiere azioni
influenti sulla polluzione, bisogna astenersene; se no, si commetterebbe
peccato veniale o mortale, a seconda della gravita o leggerezza della
polluzione che si provocherebbe. Per esempio: se l'uso del caffè,
dell'acquavite, del vino puro, ecc. non suggerito dalla salute come
ordinariamente lo è, eccita in te polluzione, devi astenerti da esso,
sotto pena di peccato veniale se l'eccitamento è soltanto probabile, e
di peccato mortale se, per qualche causa a te particolare, l'eccitamento
è diretto e l'effetto quasi moralmente certo.
5. È peccato mortale fare un'azione venialmente cattiva, la quale
influisca in modo prossimo sulla polluzione: ciò risulta da quanto or si
dirà. Se alcuno, per ragioni di sua particolare debolezza, è solito
provare polluzione guardando voluttuosamente una donna in qualche parte
sensuale del corpo; o toccandole una mano; premendole le dita;
conversando con lei; abbracciandola onestamente, ma senza una ragione;
assistendo a balli, ecc., deve astenersi da tutti codesti atti sotto
pena di peccato mortale.
6. Se dei peccati veniali in materia di lussuria, e a più forte ragione
in altra materia, influiscono sulla polluzione soltanto remotamente,
come, per esempio, se negli atti or ora esposti essa non avvenga che di
rado, la castità non si trova che venialmente lesa. Quanto al sapere se
essa sarebbe mortalmente violata, o nella polluzione in sè stessa, o
nella causa della polluzione medesima, si può rispondere con una
duplice negazione: non nel primo caso, quando si suppone mancare
qualsiasi assenso _attuale_; non nel secondo caso dell'ipotesi, se la
causa è lieve, e quindi soltanto lievemente influisce sulla polluzione.
Così pensano, con _S. Tommaso_, molti teologi contro pochi.
7. Un peccato mortale, diverso dalla lussuria, come, per esempio, l'ira,
l'ubriachezza, che solo remotamente influisce sulla polluzione, non si
considera che come un peccato veniale di lussuria, perchè l'influenza
non dovendosi qui riferire che alla ragione, non può che supporsi essere
una influenza lieve. Così _S. Lig., l. 3, n. 484_, e molti altri dopo di
esso.
Evidentemente si dovrebbe dire il contrario, se questo peccato, per
speciali circostanze annesse, per esempio la sua frequenza, lo si
giudicasse influire sulla polluzione in modo prossimo.
§ III.--_Della polluzione notturna_.
Per polluzione notturna s'intende quella soltanto che avviene nel sonno.
Se il sonno è imperfetto, la polluzione può essere semi-volontaria, e
non ne conseguirebbe che un peccato veniale. Se poi il sonno è perfetto,
la polluzione non è in modo alcuno volontaria, e non ne deriva peccato:
non potrebbe essere peccaminosa se non nella sua origine.
E' certo che quegli il quale predispone una cosa colla intenzione che da
essa derivi una polluzione durante il sonno, per esempio, giacendo in
letto in un dato modo, coprendosi ben bene, palpeggiandosi, ecc., pecca
mortalmente.
Eccettuati questi casi, si deve esaminare quale sia la causa della
polluzione notturna e come essa influisca sulla polluzione stessa.
Triplice è la causa secondo _S. Tommaso, 22, q. 154, art. 5_, ed altri
teologi: corporale, spirituale intrinseca e spirituale estrinseca.
I. Cause corporali sono:
1. La sovrabbondanza di materia seminale, della quale la natura, troppo
gravata, si scarica colla emissione spontanea;
2. Le immagini della fantasia provenienti dalla stessa sovrabbondanza di
materia seminale, o da altra disposizione di corpo;
3. L'intemperanza nel bere e nel mangiare, o le qualità eccitanti dei
cibi e delle bevande;
4. I motivi che sciolgono il seme, come, per esempio, l'equitazione, la
vista di cose lascive, o il pensare ad esse nella veglia;
5. Un certo prudore di umori, un sangue molto caldo, i nervi irritabili,
i palpeggiamenti nei sogni, la morbidezza del letto, ecc.;
6. La debolezza degli organi, che può nascere da un difetto di
costruzione, o dalla contratta abitudine alla polluzione; debolezza che
frequentemente provoca uno spargimento di seme che spesso reca grave
nocumento alla salute.
II. La causa spirituale intrinseca, che _S. Tommaso_ chiama _animale_,
perchè risiede nell'anima, è il pensiero, prima del sonno, di cose
lascive; e vi si comprendono i desideri, le protratte fantasie
voluttuose, i cattivi discorsi, il frequentar donne, l'assistere a
spettacoli e a balli, la lettura di libri osceni, ecc.
III. La causa spirituale estrinseca è opera del Demonio, il
quale--secondo _S. Tommaso_ e tutti gli altri dottori--illudendo la
immaginazione e commovendo gli spiriti genitali, eccita la polluzione.
Questo genere di polluzioni, quando provengono da causa estranea alla
volontà, e se vi manca il consenso _attuale_, non si possono imputare a
peccato.
Similmente non sono peccati le polluzioni che avvengono nel sonno per
naturale sovrabbondanza di umore simile, per debolezza di organi, per
disposizione nervosa, o per il non soddisfacimento d'un'abitudine,
semprechè non nascano con deliberato proposito e non sieno perciò in
alcun modo acconsentite.
Nelle altre polluzioni è da esaminare se la loro origine sia lecita, se
venialmente o mortalmente cattiva, se prossimamente o remotamente
influente su di esso: per ciò si giudicherà prudentemente se vi sia
peccato e quale peccato sia. Se una cosa, benchè lecita, influisca
prossimamente sulla polluzione, non basta la sua utilità, ma richiedesi
la necessità, affinchè possa la cosa essere scusata: ove poi l'influenza
sia remota, basta una semplice scusa ragionevole.
_Si domanda_: 1. Cosa deve fare chi, svegliandosi, si avvede di aver
compiuta una polluzione.
R. Deve elevare la mente a Dio, invocarlo, fare il segno della santa
croce, non compiere cosa alcuna che provochi in seguito l'emissione del
seme, rinunciare ad ogni voluttuoso diletto: così operando, può stare
colla coscienza tranquilla: ma egli però non è obbligato a far
resistenza all'impeto della natura, qualora ei senta che nei vasi
spermatici la secrezione dell'umore è già avvenuta; in questo caso è una
necessità che l'emissione, subito o no, abbia luogo, altrimenti il seme,
già uscito dai reni, si corromperebbe internamente a detrimento della
salute.
_Si domanda_: 2. Se sia permesso compiacersi della polluzione non
colpevole, in quanto essa è di sollievo alla natura, o desiderarla sotto
questo rispetto.
R. Generalmente i dottori insegnano essere lecito compiacersi dei buoni
effetti della polluzione involontaria, sia avvenuta nel sonno, sia nella
veglia, perchè sotto questo riguardo, essa non dà un risultato cattivo.
E un maggior numero di dottori e con maggiori probabilità insegnano
essere lecito per le stesse ragioni, compiacersi di un tale effetto, che
la polluzione deve produrre.
Ma è lecito compiacersi della polluzione, volontariamente compiuta o da
compiersi, considerandola come un sollievo della natura? Molti
affermano, e dicono che da nessuna legge essa è proibita: così _S.
Tommaso, in 4, Sent. tit. 9, q. I, art. I_, dice: «Se la polluzione si
gradisce come una scarica o un sollievo della natura, non credesi che
sia peccato.» Si avverta che non dice _se si gradisce l'effetto della
polluzione_ ma _se si gradisce solo la polluzione_. Questa opinione
sembra a noi molto probabile in teoria, ma molto pericolosa in pratica,
e non è quindi a tollerarsi.
_Si domanda_: 3. Che si deve dire del gocciolìo!