XXII.

Nebiolo orbato e solo nella squallida casa, sempre dolente, chiamava

e nella mesta notte e nel giorno affaticato la figlia, e rinnovellava

ad ogni istante la storia dell'acerbo dolore. Era il colombo che

trova deserto il nido, e va di fronda in fronda e plora e chiede i

figli; era l'allodola abbandonata che piange la solitudine, e assorda

di lamenti il bosco e la campagna.

Trascinava l'antico fianco sulla erta funerea vetta, e prostrato

sotto la pianta amica versava interminati omei su quella sacra terra,

evocava gli estinti a sollievo nella sua ambascia: di là volgendo il

sospiro anche alla moglie, e alle nuove associando le ricordanze

degli antichi mali, ponea le tremole pupille al cielo, quasi volesse

chiedergli di ricongiungerlo a quanto avea di più caro.

Così ognor genuflesso, sovente colle mani congiunte, giaceasi a lungo

quasi rapito o dimentico di sè, e lo avresti tenuto inanimata pietra,

se non manifestava in lui la vita il rivo copioso che gli sgorgava

dal ciglio. Indi riscosso richiamava le sue cure sui cari figli,

pronunziando i diletti nomi, strappava le erbe malefiche che

crescevano sopra la loro fossa, invocava propizia la stagione e mite

il vento a quel terreno e a quella pianta, baciava innanzi partire le

pie zolle e raccoglieva qualche virgulto per ornarsene il petto

finchè ritornasse.

Tale era il pietoso uffizio, cui intendeva ogni giorno il derelitto

veglio col nascere e col tramontare del sole, finchè la cadente età e

il continuato duolo, gli schiusero il desiato asilo di pace, solo

certo porto ai travagli dei miseri mortali.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 107 / 120 题