Nebiolo orbato e solo nella squallida casa, sempre dolente, chiamava
e nella mesta notte e nel giorno affaticato la figlia, e rinnovellava
ad ogni istante la storia dell'acerbo dolore. Era il colombo che
trova deserto il nido, e va di fronda in fronda e plora e chiede i
figli; era l'allodola abbandonata che piange la solitudine, e assorda
di lamenti il bosco e la campagna.
Trascinava l'antico fianco sulla erta funerea vetta, e prostrato
sotto la pianta amica versava interminati omei su quella sacra terra,
evocava gli estinti a sollievo nella sua ambascia: di là volgendo il
sospiro anche alla moglie, e alle nuove associando le ricordanze
degli antichi mali, ponea le tremole pupille al cielo, quasi volesse
chiedergli di ricongiungerlo a quanto avea di più caro.
Così ognor genuflesso, sovente colle mani congiunte, giaceasi a lungo
quasi rapito o dimentico di sè, e lo avresti tenuto inanimata pietra,
se non manifestava in lui la vita il rivo copioso che gli sgorgava
dal ciglio. Indi riscosso richiamava le sue cure sui cari figli,
pronunziando i diletti nomi, strappava le erbe malefiche che
crescevano sopra la loro fossa, invocava propizia la stagione e mite
il vento a quel terreno e a quella pianta, baciava innanzi partire le
pie zolle e raccoglieva qualche virgulto per ornarsene il petto
finchè ritornasse.
Tale era il pietoso uffizio, cui intendeva ogni giorno il derelitto
veglio col nascere e col tramontare del sole, finchè la cadente età e
il continuato duolo, gli schiusero il desiato asilo di pace, solo
certo porto ai travagli dei miseri mortali.