VI.

Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a

Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de'

suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre,

a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin

sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò

come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e

tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.

Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere

voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men

generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida

questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal

modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di

Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì

apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile,

sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante

sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel

sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle,

e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che

da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in

poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.

De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a

quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li

mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che

s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì

portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto

richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri,

che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior

vedetta del baluardo.

Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi

sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile,

e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.--Ma

troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del

valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami

insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni

vena.--

Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e

meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con

quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine

di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di

ferri.

Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle;

talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che

pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando

miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse

per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul

suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio

d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si

concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.

Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e

il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta

all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli

appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle

imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il

passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo

scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne

tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli

non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che

esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non

ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 38 / 120 题