Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a
Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de'
suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre,
a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin
sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò
come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e
tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.
Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere
voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men
generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida
questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal
modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di
Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì
apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile,
sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante
sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel
sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle,
e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che
da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in
poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.
De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a
quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li
mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che
s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì
portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto
richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri,
che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior
vedetta del baluardo.
Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi
sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile,
e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.--Ma
troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del
valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami
insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni
vena.--
Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e
meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con
quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine
di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di
ferri.
Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle;
talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che
pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando
miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse
per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul
suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio
d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si
concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.
Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e
il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta
all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli
appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle
imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il
passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo
scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne
tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli
non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che
esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non
ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.