Se per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di
Marcellina, dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima.
Non più brillavale negli occhi la festività dell'innocenza, non più
ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di
primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor
della chioma e il sorriso della verdura.
Non era più l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; chè
rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente
le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano
sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non più
correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non più rallegrava il
sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano dimentichi i suoi
polli e le altre cure predilette: invano l'agnelletta, già sua
delizia e cura, veniva a lambirle la mano, a stropicciare il capo a
lei d'intorno; invano quand'era seduta s'innalzava coi primi piedi
sulle di lei ginocchia, e con teneri belati parea richiederle le
carezze usate. L'altrui affetto le accresceva mestizia e le
richiamava forzate le lagrime sul ciglio.
Spesso facea rampogna a sè stessa della propria miseria, nè sapea
trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente quand'era sola
si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo, gli dimandava
compassione se questo era un castigo, pietà se era una follìa che la
prendeva.--Oh cielo! chi, chi mi toglie il fiero malore che mi
uccide? E che cosa è mai questa nuova inquietudine che mi turba, mi
rende indifferente a quanto m'era sì diletto in prima? Quai nuovi
pensieri agitano i miei sonni? Che cosa è che io sento qui nel mio
seno, che mi preme, mi avvampa, mi dà dolore e mi piace?--
Così spesso fra sè si doleva la misera, ma pur temendo un qualche
gran male la prendesse, nè più sapendo patire il dolente suo stato,
pensò che assai bene le starebbe ove pigliasse consiglio.