XI.

Nè intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti

restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte,

e più annebbiato il dì venturo: fra' tuoi lavori innalzavi lo sguardo

a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la prossima festa onde

vedere la bella dal colle solitario. Già per te si meditava lieto

fine a tanti desiderj, timore ti stringea di non esser gradito

all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il dubbio ed il

timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua vigna, i tuoi

armenti e la tua casa, perchè volesse corrisponderti d'amore e

dividerli teco.

Non era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna.

Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una

placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco,

d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommità di questa siede il suo

albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole, saluta

l'ultimo crepuscolo della sera.

Bella è Mancapane, sebbene l'antica infecondità del terreno vi

apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai le

quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri

dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio

Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del

burrascoso mio cuore, e più volte vi feci risuonare il caro sospiro

di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io incisi il

nome degli amici più diletti alla mia ricordanza; da quella casetta

io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria, numerava le sue

torri, e rimembrava le antiche sue glorie.

Nella terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva

coprire le lontane città: ivi ideai le sventure degli amanti infelici

del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere

in altri, e colà sentii narrarmi la dura istoria di Marcellina,

mentre io stesso era a parte d'una scena più bella che possa offerire

la semplicitade agreste.

Era un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo,

vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia,

ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una

lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi più dal crescente

caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e sediamo

all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la castalda

dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam mestieri.

Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno

meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto

ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si fermò e

volle esser quarto al nostro desco, sicchè io ridendo e sovvenendomi

il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a quegli amici

innocenti e innocui parte del mio cibo.

Allora un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto

sorridendo, per chè io il volli a parte della brigata e della

colezione. Entrò egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di

Nebiolo, appoggiato ad un bastone narrò le sventure che ripeto alle

anime sensitive.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 22 / 120 题