Nè intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti
restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte,
e più annebbiato il dì venturo: fra' tuoi lavori innalzavi lo sguardo
a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la prossima festa onde
vedere la bella dal colle solitario. Già per te si meditava lieto
fine a tanti desiderj, timore ti stringea di non esser gradito
all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il dubbio ed il
timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua vigna, i tuoi
armenti e la tua casa, perchè volesse corrisponderti d'amore e
dividerli teco.
Non era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna.
Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una
placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco,
d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommità di questa siede il suo
albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole, saluta
l'ultimo crepuscolo della sera.
Bella è Mancapane, sebbene l'antica infecondità del terreno vi
apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai le
quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri
dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio
Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del
burrascoso mio cuore, e più volte vi feci risuonare il caro sospiro
di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io incisi il
nome degli amici più diletti alla mia ricordanza; da quella casetta
io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria, numerava le sue
torri, e rimembrava le antiche sue glorie.
Nella terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva
coprire le lontane città: ivi ideai le sventure degli amanti infelici
del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere
in altri, e colà sentii narrarmi la dura istoria di Marcellina,
mentre io stesso era a parte d'una scena più bella che possa offerire
la semplicitade agreste.
Era un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo,
vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia,
ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una
lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi più dal crescente
caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e sediamo
all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la castalda
dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam mestieri.
Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno
meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto
ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si fermò e
volle esser quarto al nostro desco, sicchè io ridendo e sovvenendomi
il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a quegli amici
innocenti e innocui parte del mio cibo.
Allora un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto
sorridendo, per chè io il volli a parte della brigata e della
colezione. Entrò egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di
Nebiolo, appoggiato ad un bastone narrò le sventure che ripeto alle
anime sensitive.