XLIX. Lettera 3ª da Moulins 31 maggio '33: «... Una parte dei rifugiati

si ritiene piú abietta di un'altra, perché meno facoltosa ed educata,

inveisce, minaccia, figura di essere oltraggiata, dirige accuse di

ambizione e di superbia perché non è seguita nei suoi vizi, si raduna,

elegge capi di sua soddisfazione, diviene ad insolenze forti, ed ecco

che la parte offesa se ne risente, dalle parole si passa ai fatti, e

ieri sera sul boulevard des Italiens successe una seria baruffa,

battaglia a bastonate, fortuna che non comparirono ferri. Io mi trovai

in mezzo alla faccenda, come parte passiva; non feci altro, unito ai

buoni, che di sedare il tumulto, e pare assopito e pare che non abbia a

rinnovellarsi, si sono ritirati i ricorsi dal procuratore reale. Ho la

consolazione di dire che nessun romagnolo vi ha avuto la benché minima

parte: intanto il nome italiano soffre; ecco il mio rammarico, il mio

piú acerbo dolore: fratelli contro fratelli, che orrore!»; ha ottenuto

in via provvisoria la pensione mensile di 45 franchi e si duole che gli

amici di Romagna non abbiano saputo raccogliere qualche scudo per lui;

vivono insieme, sei romagnoli «idest io, due Morandi di Lugo, Morri di

Faenza, Montallegri e Spada» e per poco tempo è con essi Palombi di

Ancona, che ritornerà a Marsiglia, e cosí provvedono ai pasti in comune

spendendo 16 soldi a testa per giorno; «Abbiamo fatto i funerali a due

rifugiati modenesi, uno vecchio morto di etisia senile e l'altro di

mezza età rapito da un accidente, uno ricco e l'altro povero; noi tutti

li abbiamo accompagnati alla chiesa, indi al cimitero, e sulla tomba

venne proferito energico discorso, riportato sui fogli francesi»; dà

notizia della sua «degna ed ammirabile scolara», lasciando intendere di

esserne innamorato: «Dirai a Scala che non è molto che ho avuto notizia

de' miei compagni d'infortunio, so che si trovano a Tofari; il di lui

padre, scrivendomi, mi rese sicuro che in giugno si sarebbe diretto a

queste parti; rapporto alla sua domanda, posso dire che molti italiani

medici fanno qui fortuna, conosco Pironi, Tampellini di Modena, i quali

agiscono assai; so ancora che un altro medico italiano è al servizio

militare in Algeri; se decisamente si arruolano medici per le colonie, è

cosa che qui non si sa precisamente, prenderò altre informazioni

dall'alto e.... gliele farò note»; Angelo Frignani è a Parigi, rue de

Bac, 13, «povero giovane, la letteratura lo ha di troppo alterato!»; si

rallegra che il fratello Terzo siasi dato a un mestiere e manda saluti

ai parenti e agli amici Venturi, Rambelli, Romanini, Ortolani, Guerrini,

Bosi, Casacci, Casali, ecc.--Lettera 4ª. da Moulins, 14 giugno '33:

«.... Sai tu il fatto ultimamente avvenuto nel deposito di Rodez?

Ascoltane il dettaglio preciso. Quasi 200 rifugiati italiani lo

componevano; puoi credere che la concordia è esclusa dal numero e dalla

diversità delle opinioni e dai diversi modi di procedere; aggiungi certe

mire dettate dall'interesse e dall'ambizione e potrai dedurre qual ne

dovesse essere la posizione tra individui di poco plausibili principi ed

alquanto fantastici. Tutto ciò fin dal primo momento produsse una

alienazione di animo negli abitanti, e divise il deposito in due

fazioni. Allora una mano occulta se ne prevalse, animò una di queste

fazioni a divenire ad atti risoluti, onde trar causa di sciogliere il

deposito, peso da cui il Governo, si vuole liberare. Emiliani di Modena,

l'avv. Lazzareschi di Lucca ed altri pochi furono di questa terribile

fazione; appoggiati in ogni loro azione, insultavano, minacciavano di

continuo il resto degli emigrati, e tutto ponevano in opera, onde la

popolazione, per sé superstiziosa e nemica d'ogni liberalismo,

coadiuvasse alle loro manovre. Difatti le vessazioni, gl'insulti che

hanno sofferto i rifugiati, non addetti alla linea Emiliani, sono

incredibili; io ne ho avuto un preciso ragguaglio da persone imparziali,

ed è maraviglioso come non sia colà avvenuto un fatto terribilissimo,

prodotto di una forte esasperazione. Ma pure qualche cosa doveva nascere

ed è nata: Emiliani un giorno affronta con uno stile alla mano molti

emigrati; questi a propria difesa respingono l'assalitore con sassi, gli

assaliti sono presi e posti in prigione e l'Emiliani n'è escluso, altri

sono confinati fuori del deposito. Viene il giorno 31 maggio; il

tribunale diviene alla condanna dei prigionieri e sono inflitti a loro 3

e 5 anni di galera; cosa incredibile. Già in tal epoca il deposito non

contava che 60 individui, chi era partito per una direzione e chi per

un'altra, stanchi di soffrire ulteriori vessazioni. Fu quello il giorno

in cui un certo Gavioli di Modena, preso da uno straordinario furore per

la disgrazia de' suoi colleghi, entra nel caffè Cavez; assale con un

coltello alla mano il Lazzareschi e lo stende a terra morto; indi si

rivolge furente all'Emiliani, e gli dona un colpo terribile; questi,

quantunque ferito, insegue il Gavioli, ma cade estinto sulla porta del

caffè; la moglie cerca vendicare il marito, presso al quale ella

trovavasi, e riceve anche una ferita mortale, da cui però va a riportare

guarigione. Alle grida, _all'assassino! all'assassino!_ quantità di

popolo accorre addosso al Gavioli, egli si difende maravigliosamente, ma

preso a sassate e circondato da ogni parte, si arrende ed è condotto in

prigione. Il Gavioli è un giovine di 25 anni; il coraggio e l'energia

che ha dimostrato nell'azione, lo dimostra anche tra i ferri. Tra i

condannati vi è Budini di Castel Bolognese. Raimondi è stato dimesso.

Già, come puoi credere, quel deposito è interamente sciolto ed il

progetto in tal modo effettuato; tutti i giornali parlano di questo

avvenimento; i ministeriali incolpano il fatto a Mazzini, come

presidente di non so qual congrega detta la Giovine Italia, e riportano

una sentenza emessa in suo nome; ma tutto ciò viene con fondamento

smentito dal giornale _La Tribuna_ e da altri fogli...»; in conseguenza

di questo fatto di Rodez, molti rifugiati sono espulsi dalla Francia per

ordine del Ministro dell'interno; cosí sopra 27 rifugiati del deposito

di Moulins, 15, che sono «il fiore dei galantuomini, persone probe e

distinte», sono espulsi, tra essi lo Spada e il Montallegri; di un altro

deposito sono esiliati 50 rifugiati, fra i quali il generale Ollini; si

dice che anche il deposito di Moulins sarà sciolto--Lettera 5ª, da

Moulins, 16 giugno '33: annunzia lo scioglimento del deposito e il

trasferimento dei rifugiati nei dipartimenti della Bretagna: «Io mi sono

accordato coi migliori, che dopo gli esigli annunziati....sono qui

rimasti, e specialmente con la famiglia del colonnello Maranesi, con

quella del commissario Reggianini di Modena, con Morri e Morandi, ed

abbiamo scelto il dipartimento di Morbihan e la città di Vannes per

dimora..... Io aveva deliberato di rinunziare alla pensione, e coi 90

franchi che il Governo accorda ai rinuncianti, voleva correre la sorte

de' miei compagni d'esilio e seguirli nella Svizzera. Ma vengo ad

intendere che essi non saranno ricevuti; e quando arriveranno a Nantua

il Governo gl'intimerà di partire per Tolone, e da qui tradotti in

Algeri; la cosa non è per ora ancora positiva, ma se si verifica,

guardate un poco come sono trattati i poveri rifugiati. Ho meglio

riflettuto; e mi sono deciso di restare ancora a respirare l'aria di

Francia, quantunque non molto sana. E dove andare? Ormai non abbiamo

suolo che ci accolga. O trista vita dell'esiliato! Il Governo ci accorda

un tanto per lega a titolo d'indennità di via; ma in modo scarso, cosí

che sarò costretto di ricorrere alla pietà de' miei camerata per

superare questa nuova crisi. Essi pure sono in critica posizione, onde

il sagrificio che per me faranno gli sarà da me compensato col risultato

di altrettanti sagrifici, ai quali mi anderò ad assoggettare per fare

buona figura presso i miei amici e per adempire ai doveri che mi

prescrivo... Vado ad abbandonare una famiglia, che mi adorava di tutto

cuore e che io pure teneramente amo; con quante lagrime e con quanto

dolore mi lascia, è impossibile esprimerlo.... Ieri sera alle 10 partí

l'amico Spada; datene avviso alla sua famiglia, io gli scriverò da qui a

Nantua».--Lettera 6ª, da Moulins, 21 giugno '33: fra poche ore partirà

per Vannes; fa un lungo sfogo confidenziale pel dolore della separazione

«da una giovine di 17 anni, gentile, educata e piena dí nobili e

virtuosi sentimenti», della quale è amante riamato; hanno formato il

proposito di riunirsi presto e madre e figlia sono disposte a

trasferirsi in Italia, dove, con il loro patrimonio superiore a 40 mila

franchi, potrebbero vivere agiatamente: «....So che Ghiselli ha ottenuto

di e restare in Toscana, so che i miei compagni d'infortunio sono

tuttora in Lucca, e sperano non solo di restare in Italia, ma di

ritornare in patria; dunque pare che non senza risultato si potrebbe

chiedere il mio ritorno, se non in Romagna, almeno in Toscana; tu

promovi l'istanza, tu fa di tutto onde sia ben appoggiata, induci mio

padre a tal passo senza notificargli il motivo [lo sperato matrimonio

con la giovine Praneraque, della quale ha parlato prima].....»--Lettera

7ª, da Vannes 1º luglio '33: «Nuovi tormenti e nuovi tormentati. Eccomi

in Vannes, separato dall'Italia per un enorme spazio, in terra presso

che barbara e circondato da mille pericoli. Io non posso trascurare di

darti un preciso dettaglio del mio viaggio per le molte particolarità

che presenta. Ebbi il passaporto dalla Prefettura di Moulins, unitamente

all'indennità di via assegnataci, il giorno 17 scorso; ma ritardai

quattro giorni a partire. Mi scelsi compagni di viaggio tre modenesi ed

un bolognese, persone a me cognite per merito e prudenza. La sera del

21, alle ore 9 e mezzo montai in diligenza, abbandonando con indicibile

rammarico la città di Moulins, che io riteneva come una mia seconda

patria. Tutta la notte si viaggiò senza posa, e la mattina del 22 alle

ore 11 arrivai alla Charité. Presa ivi una piccola rifocillazione, si

proseguí il viaggio sino a Bourges, in cui giunsi alle 7 della sera.

Prima nostra cura fu quella di vedere la Cattedrale, tempio magnifico e

sorprendente, indi si pensò a rinforzare il corpo; ed alle ore 8 si

montò di nuovo in vettura. A noi si aggiunsero compagni di viaggio due

giovani polacchi del deposito di Bourges, uno de' quali si trasferiva

alla Rochelle a prendere i bagni di mare per tentare la guarigione di

una perdita concepita nel maneggio del cannone: giovane gentile e molto

educato. La mattina del 23 pervenni a Châteauroux, e la sera a Tours.

Non eravamo distante da Tours che una lega, quando saltò via dalla

vettura una ruota. Noi tutti che eravamo piazzati dentro al legno, fummo

illesi da percosse; ma due francesi che stavano sull'imperiale,

all'impeto della caduta del legno, stramazzarono a terra, e ne

riportarono qualche tenue contusione. Fu forza di percorrere la lega a

piedi, poco incomodo invero a confronto di quanto poteva accaderci. Si

fece soggiorno in Tours, bella e galante città, tutto il giorno 24 e

parte del 25 sino alle ore 10 del mattino, momento in cui montai in

diligenza per Angers, ove pervenni la sera alle ore 11. È dilettevole il

viaggio da Tours ad Angers per l'amenità delle campagne, abbellite da

deliziosi casini, che in gran numero sono lungo la strada. La Turenna è

decisamente il giardino della Francia e mi ha consolato, facendomi

sovvenire il dolce suolo della mia patria. Giunti ad Angers il

conduttore della diligenza scoperse un pericolo, che poteva esserci

fatale se il viaggio fosse stato piú lungo; cioè che una ruota

cominciava a prender fuoco. Si pernottò in Angers; e la mattina del 26

verso le ore 8 montai sul battello a vapore, che ogni giorno percorre la

Loire fino a Nantes. La Loire, atteso la stagione, ora è scarsa d'acqua;

quindi non tardò il vapore ad arenarsi e nello sforzo che si fece per

rimetterlo in cammino, ricevè un largo foro, onde, cominciando a

condurre molta acqua e ad affondarsi, il capitano ordinò che tutti i

passeggieri, i quali erano in forte numero, disbarcassero sin che si

fosse riparata la rottura. Difatti sopra vari battelli fummo condotti a

riva presso un villaggio di montagna, ove rimanemmo 4 ore consecutive.

Due ore me le passai dormendo sotto un albero. Finalmente suonò la

campana del battello e fummo di nuovo imbarcati. Ma in ogni istante il

legno era arenato ed il pilota, per il terribile vento che soffiava e

per la dirotta pioggia che cadeva, non potendo conoscere la corrente del

fiume, si trovava in un serio imbroglio. Quindi il capitano deliberò di

fermarsi la notte in Ancenis, piccolo paese di fianco alla Loire,

distante 9 leghe da Nantes, e di riprendere il viaggio solamente la

mattina. Colà giunti, ci fece tutti disbarcare. Era un freddo terribile;

cosicché sopra _les chemises_ da viaggio avevano i miei compagni

indossati i ferraiuoli; e cosí vestiti passeggiavamo il paese. Tutti gli

abitanti ci guardavano con ammirazione: noi di ciò non femmo alcun caso,

ma tutto ad un tratto sentimmo a gridare dietro alle spalle: _i San

Simoniani, i San Simoniani_, e donne e uomini e fanciulli cominciavano

ad inseguirci con insulti e minaccie. Allora noi, allungando

frettolosamente il passo, ci ricovrammo a bordo del battello, ove

trovammo due vecchi del paese che ci avevano tenuti d'occhio, e ci

chiesero da qual parte venivamo. Fatta a loro nota la nostra condizione

di rifugiati italiani e la nostra destinazione, partirono, e credo che

ad essi fosse dovuto lo dileguamento del complotto. Noi deponemmo subito

e la _chemise_ ed il tabarro, ed andammo alla piú prossima osteria a

rifocillarci: ivi giunti trovammo delle faccie poco omogenee; tuttavia

con complimenti divennero meno truci. Accettarono quei signori ospiti di

bere in comune; i discorsi però d'esterminio che tra loro tenevano

contro i San Simoniani e i liberali in genere ci tenevano in qualche

agitazione. Niun moto ed atto di risentimento demmo a conoscere e la

nostra prudenza ci fu di salute. Era l'ora di notte circa, quando

sopravenne un caporione del paese; si mise a sedere alla nostra tavola,

chiese da bere, senza togliere giammai da noi lo sguardo. Poi prese

parola con uno de' suoi che gli era vicino, levò il cappello e frugando

dentro di esso, levò due piccoli involti, ne svolse uno che era pieno di

cartuccie e battendole sopra la tavola, esclamava con un sorriso

ironico: _Questo è pepe di buona qualità per tutti i chouans_. Allora

ognuno in nostro cuor disse: _la commedia vuol finir male!_ Partí egli

poco dopo e vennero in seguito due gendarmi, i quali ci chiesero i

passaporti, e ne segnarono in un taccuino i rassegnamenti. Si fece l'ora

del riposo, noi tutti convenimmo di non restare nell'osteria e si

recammo a bordo del battello, ove dormimmo alla meglio. La mattina del

27 si riprese il viaggio, non senza ulteriori intoppi e si arrivò a

Nantes verso le 10. Colà trovammo altri italiani. Magnifica oltre ogni

credere è la città di Nantes, è la migliore che io abbia visto dopo

Marsiglia e Lione; è quasi tutta fabbricata di nuovo, e non tarderà ad

essere annoverata tra le prime città della Francia. Ho visto la casa

dove fu arrestata la duchessa di Berry, posta in rue Chateau n. 3. Si

fece soggiorno colà tutto il giorno 27 e 28. Io era rimasto senza un

soldo, ed i miei compagni non potendo per me incontrare dei sagrifici,

mi deliberai di fare il viaggio sino a Vannes a piedi che è di 26 leghe

di posta, cioè di 65 miglia incirca. Un certo Mellini di Modena seguí la

mia deliberazione e noi partimmo la sera del 28. Non avevamo percorso

che poche leghe quando cominciò a piovere, tuttavia non ci arrestammo, e

la mattina del 29 fummo a Mont-château, distante 12 leghe da Nantes,

paese orribile, tana di lupi; cercammo una vettura da spender poco, ma

inutile fu la ricerca, onde disperati ci demmo a proseguire il viaggio

sino a la Roche-bernard, ove giungemmo alle ore 10 antimeridiane,

cosicché in meno di 12 ore noi avevamo percorse 16 leghe. Io era stracco

ed affaticato all'ultimo segno. Si diede una buona mangiata, ed alle 2

pomeridiane ci accolse il letto, ove rimanemmo sino alle ore 5 del

mattino seguente. Che bella dormita di 15 consecutive ore! Indi si tirò

di lungo sino a Vannes, in cui entrammo ad un'ora pomeridiana. Prima

cura fu quella di far ricerca de' nostri compagni, e si seppe che per

reclamo fatto dagli abitanti, il Governo ci ha destinato per deposito un

luogo che si chiama Auray, piccolo paese e porto di mare posto nel

dipartimento. Vannes è una città che non comprende che 10 mila anime, è

murata, brutta e mal costruita. È lungi dal mare una lega, col quale si

comunica col mezzo di un canale. Non v'è che scarso commercio, manca di

vino e quel poco che si trova è carissimo. Gli abitanti sono

infinitamente devoti, hanno chiesto al Governo di fare un giubileo,

invece di perdersi in vani passatempi impiegano gran parte della

giornata in preghiere ed orazioni. Ieri mi trovai in una libreria a

prender carta, quando una quantità di paesani ivi era raccolta ad

acquistare uffici e libri di devozione. Non v'è persona che passando

innanzi ad un Santuario non tenghi il cappello in mano qualche minuto, e

non reciti preghiera. Se Dio mi concedesse tanti anni di salute quante

croci ho vedute innalzate ad onor suo da Nantes sin qui io vivrei

certamente piú del doppio che visse Noè. Io sono alloggiato alla Croce

bianca, piazza di Luigi 18º. Molti alberghi hanno insegne di simil

genere. Il vestiario sa pure di religioso. Le donne portano un abito

nero lungo, di vita cortissima, chiuso sino al collo, con un grembiale

che si annoda dietro sulle spalle e che copre tutto il petto, portano in

testa una piccola cuffia stretta che copre tutta la capigliatura, e

sopra la cuffia un altro arnese a guisa di mitra con due grandi code sul

di dietro; non diversifica che dalla testiera la quale è assai piú

bassa: gli uomini portano un grande gilè, ad uso dei nostri antichi, di

panno bianco filettato di rosso, e sopra al gilè una larga giubba a

quattro falde, due toccano i fianchi e due restano sul di dietro; un

cappello di bassa testiera, ma di un'ala immensa, piegata in mille

diversi modi, copre loro la testa; hanno i capelli lunghissimi di dietro

e sono nel davanti rasati. Tal modo di vestire abbruttisce e dà un'aria

atroce. I costumi loro, trattandosi di civismo, sono incolti, non hanno

degenerato dai Bretoni, loro ascendenti. Non si vede un'ombra di

gaiezza, non un viso che spiri un generoso sentimento. Gran quantità di

bestiame: ieri, che fu giorno di mercato, tutto il paese erane pieno di

vitelli e di buoi: vi è gran commercio di butirro. Ho visto in qualche

casa di campagna a dormire gli animali insieme coi contadini; sono

sucidi all'ultimo segno e pieni di scabbia. Il migliore paese che sia

nel dipartimento è Lorient, fabbricato non è molto dalla compagnia

dell'Indie, ma il Governo non vuole concederci di andare colà. Quello

che assai incomoda e ci riesce di pena è il linguaggio: è un misto di

francese, d'inglese e d'antiche espressioni bretoni, pronunziate in

guisa che si rende impossibile l'intenderle. Tutto giorno si odono degli

eccessi commessi dai chouans, di cui il dipartimento è pieno: l'altro

giorno fu da loro massacrato un povero soldato che veniva a Vannes da

Auray. Messo tutto in complesso, e riflettendo bene alla nostra

situazione, ai pericoli da cui siamo attorniati, alle mire del Governo

tendenti a sgravarsi del peso dei depositi, riflettendo che nel

preventivo del 1834 non si fa menzione che dei sussidi per i polacchi, e

che il pane che or la Francia ci porge, oltre di essere duro, è per

cessare, riflettendo che una semplice insinuazione nell'animo di gente

ignorante può rovinarci, che una mancanza d'uno dei nostri può segnare

il nostro esterminio, che il fatto di Ancenis ne è una prova, ed il

reclamo di Vannes ne è un'altra ben chiara, messo tutto a ponderazione,

si va decidendo di rinunziare ad un sussidio il quale non apporta che

persecuzioni ormai insopportabili. Chi ha mezzi si reca in Inghilterra;

chi è povero si dedica al militare. Io che non ho mezzi; che il mio

debole fisico m'impedisce di fare il soldato, che mi resta di risolvere?

Sia quello che si vuole, io pure rinuncio. Io sono stanco di condurre

una vita tanto penosa, e d'essere strascinato da una parte e dall'altra,

sempre in preda a nuove tribolazioni: avvenga ciò che può avvenire, io

rinuncio. Ma prima tenterò di poter ottenere Lorient per deposito,

tenterò ogni via per sortire da queste tane e di avere un miglior sito

per vivere in pace. Sarà difficile di ottener la grazia, lo vedo pur

troppo: converrebbe recarsi di persona a Parigi, ma è vietato di

rilasciare a qualunque rifugiato il passaporto per quella capitale. Il

certificato, che Valli mi ha promesso di fornirmi se ne ottiene

l'autorizzazione, forse potrà servirmi allo scopo. Ma in ogni modo, ed

anche ottenendo l'intento, io non resterò in Francia, stando le cose

come sono, che 4 mesi al piú, nel quale tempo voglio bene consultare me

stesso, e prendo una tal proroga per avere un riscontro dalla patria.

Questa mattina ci siamo portati presso al Prefetto: è un buon uomo, ci

ha accolti favorevolmente e ci ha fatto conoscere che non può concederci

di scegliere Lorient per deposito; che se in Auray non ci troveremo

contenti, allora potremo avanzare un'istanza al Ministro per un

traslocamento di deposito, ed egli ci sarà di appoggio in ogni

occorrenza. Egli stesso ha convenuto che il paese è pieno di _chouans_.

Il bisogno m'induce di adattarmi alla circostanza, è forza partire,

domani vado a prendere il passaporto e il tributo della prima quindicina

di luglio, compenso ben scarso agli appuntamenti che mi trovo avere: da'

miei sacrifici tutto saprò conseguire ed appena sarò in pareggio, allora

mi risolvo a rinunciare, dimandando di restare in quel luogo della

Francia che mi può aggradire. Farò il cameriere, farò di tutto piuttosto

che vivere in tanta agitazione. Il pane che trangugerò non sarà mai

salato come quello che ora assaggio, sarà il prodotto del mio sudore,

non dell'altrui ostentazione. Ma per ottenere di restare in Francia,

anche rinunciando alla pensione, mi è duopo di un appoggio, ed il piú

adattato ed opportuno è il certificato di Valli; e caso non ottenesse di

rilasciarmelo in via autentica, bisogna pregarlo di rilasciarmi una

lettera, ampia, che specifichi appieno i mali che per titoli politici ho

sofferti, e faccia elogio alla mia civile condotta, e concluda col

dichiararmi degno di tutta l'assistenza e protezione. In ultimo per

condurre a un punto meno terribile la mia situazione mi è necessario un

ultimo sforzo di pietà da miei concittadini romagnoli. Io ritengo che

rese loro cognite le mie traversie, si presteranno di buon animo a

soccorrere un disgraziato, vulnerato da tutte le parti, ed io spero col

loro mezzo di sortire da tanti affanni. Già tu sai qual luogo io posso

destinare qua in Francia per mia dimora e tu sai che un lampo di sorte

mi balena sul capo. Non per questo che io mi risolvo a rinunciare,

perché anche qui restando so che non svanisce; ma è decisamente la

situazione difficile e pericolosa, in cui il Governo ci pone; e da

quanto ti ho esposto chiaramente si ravvisa senza ulteriori

schiarimenti. Impegna dunque l'amicizia a mio favore, procurami dalla

Romagna un sussidio, da cui unicamente dipende il mio miglioramento; e

quando avrai esaurito tutti i mezzi per riuscire nell'intento tu mi

scriverai ad Auray, dipartimento di Morbihan, aggiungendo nella mansione

il titolo di _refugié italien_. Se le tue premure restano inefficaci, io

allora mi darò totalmente in braccio alla fortuna; e le mie risoluzioni

saranno quali convengono ad un disperato: sarà di me ciò che il destino

vuole. Appena giunto ad Auray ti darò mie notizie e ti spiegherò la

posizione di quel paese e come gli abitanti ci riguardano, e poi chiudo

la mia corrispondenza sino al punto della mia rinuncia. Tu hai tempo nel

corso dei 3 o 4 mesi che qua resterò, di tentare tutti i mezzi che

possono favorirmi. Addio: domani parto per la mia destinazione. Salutami

gli amici che sai essermi cari, rapporta loro la mia trista situazione,

abbraccia per me tutta l'intera famiglia. Io godo una perfetta salute

nonostante le traversie che soffro. Ricordami alla buona famiglia di

Orioli. Procura che nessuno mi scriva perché le lettere costano 3

franchi: io non attendo che la tua in riscontro alla presente, la quale

spero mi sarà di consolazione. Amerò di sapere il risultato delle

premure di Medri presso il Marchese Cavalli. Salutami Signorini. Addio.»

L. Da Auvray sono scritte le lettere seguenti dall'8ª alla 12ª delle

quali riferisco la sostanza.--Lett. 8ª. 10 luglio '33: descrive il

soggiorno di Auvray, dov'è da 8 giorni, chiamandolo «asilo di _chouans_

e di refrattari»; parla del costo dei viveri, della mancanza di vino,

dell'uso del _cidre_; desidererebbe di essere trasferito a Valence, «ove

è stabilito un nuovo deposito»; soggiunge: «Qui non siamo che 15

circa.... Le persecuzioni contro i rifugiati sento che proseguono

tuttora in Marsiglia e in altri luoghi. Pare che i nostri esiliati da

Moulins ripassino la Francia per andare nel Belgio e nell'Inghilterra,

giacché la Svizzera li ha rifiutati. Montaliegri ha ottenuto di restare

in Orleans».--Lett. 9ª, 7 agosto '33 al padre: da 15 giorni malato di

febbri, è in tanta miseria che si è deciso a vendere il tabarro; insiste

per avere un sussidio e il certificato del viceconsole francese.--Lett.

10ª, 10 settembre '33: ha ricevuto il certificato rilasciato a suo

favore dal Gonfaloniere di Ravenna, legalizzato dal viceconsole, e se ne

varrà per chiedere di esser trasferito al deposito di Dijon, dove

potrebbe far gli studi alla facoltà di diritto; se non ottiene, seguirà

a Lorient i compagni che già vi sono andati: «Duillio mi scrive che

entro il corr. mese spera di rientrare in Italia»; ha sentito con dolore

che il padre è malato; si lamenta del proprio stato; «Spada è nel Belgio

insieme con altri esigliati da Moulins, ed ora si trova in Gand: sono

stati distribuiti in tre alberghi e percepiscono 40 soldi al giorno; si

va ad aprire una forte sottoscrizione: egli si lagna perché la famiglia

non ha spedito ad esso alcun soccorso».--Lett. 11ª, 29 ottobre '33:

ringrazia per l'aiuto procacciatogli di denari raccolti tra gli amici;

credeva di aver ottenuto di andare a Dijon, non senza indennità di via,

ma invece gli hanno concesso di andare a Poitiers, dove è pure la

facoltà di legge: «Barbetti passò da Moulins ai primi di giugno, deciso

di andare in Portogallo; non valsero ragioni per farlo prendere altra

direzione, era in compagnia di altri due romagnoli. Ieri sera parlai con

un ufficiale proveniente da Oporto, esso è italiano e ci diede contezza

di molti nostri; io gli ricordai alcuni romagnoli, e precisamente

Barbetti, ma egli non me ne seppe dar nuova. A quello che asserisce il

numero degli italiani è d'assai diminuito; si contano due terzi tra

morti e feriti, disse che i rimasti non son piú guardati di buon occhio

e ben trattati come era per l'avanti, cosí è degli altri stranieri:...

tale fu sempre il guiderdone di chi serví fuori di casa sua»; ha avuto

lettera del 19 dallo Spada, «il solo oramai tra gli esigliati di

Moulins, che non abbia ottenuto di rientrare in Francia;.... io credo

che viva sulla generosità di Batuzzi e di Catti, di cui mi fa cordiali

saluti»; si lamenta che i ricchi di Ravenna, già a lui benevoli, siano

stati renitenti ad aiutarlo, e insiste sulle difficili sue condizioni:

«uno che sapesse lavorare stenterebbe averne il permesso per

l'opposizione degli _ouvrieri_, i quali dicono che, avendo un assegno

dal Governo, potressimo arrecare un ribasso ai lavori: ciò non è una

asserzione, ma un fatto positivo avvenuto a Quimper ad un certo Simoni.

Certo non è cosí di tutta la nazione, ma dai buoni dipartimenti noi

siamo esclusi, che è quanto dire sottratti ad ogni risorsa. Tutti quelli

che avanzavano dal deposito di Rodez entrano in Brettagna, dispersi in

vari siti».--Lett. 12ª, 16 dicembre '33: «L'amico Frignani coll'appoggio

del generale Sebastiani mi ha fatto finalmente conseguire il permesso di

recarmi a Dijon»; partirà perciò fra pochi giorni, con la idea di

fermarsi a Moulins, dove abbraccierà il Frignani «il quale da Parigi si

rende a Marsiglia»; a Dijon si darà agli studî legali; auguri agli amici

e alla famiglia.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 17 / 23 段