«Ravenna sin dall'istante che i Carbonari fecero un ultimo sforzo fuor
di tempo sulle rive della Dora, aveva per legato il cardinal Rusconi,
vescovo d'Imola, chiamato per derisione il cardinal Coccardina. Costui
fu l'esecutore degli ordini esosi, emanati dalla Corte romana contra i
liberali della provincia a lui soggetta. Le vessazioni s'iniziarono la
notte del 13 luglio 1821. Orde di fanatici carabinieri, divise in
diversi drappelli, guidati da quegli stessi sgherri che nell'anno
addietro avevano bevuto coi patrioti alla salute d'Italia, invasero di
notte ad ora avanzata le case dei pacifici cittadini, di quelli notati
nel libro dei reprobi o registro dei sospetti. Dove gli sgherri
penetravano era un guasto, una ruina, una desolazione. I mobili che non
si potevano di subito aprire per investigare ciò che racchiudevano,
venivano messi in pezzi: gli stramazzi, i pagliacci, gli origlieri,
squarciati colle sciabole e minutamente frugati. Ed intanto altri
sgherri si gettavano sulle persone da arrestare, le ammanettavano
strettamente alla presenza degli esseri i piú cari al suo cuore; e per
accrescerne lo strazio le maltrattavano orribilmente, onde le urla, i
gemiti, i pianti echeggiavano d'ogni intorno. La rabbia fu maggiore
contro gl'individui di una compagnia di cacciatori, denominata degli
Americani, fattasi invisa al Governo per una cavalcata eseguita nel
carnevale antecedente con tuniche e berrette rosse. Che dire di tale
avversione? che i preti, i quali distinguono col color rosso i piú alti
dignitari del lor rango, non vogliono che si adotti in cosa profana;
perché si riputarono rei di leso Papato quelli che alla cavalcata
appartenevano, e quasi tutti furono colpiti di arresto. Gli arrestati
vennero in parte trascinati in lontane carceri, rinchiusi o per meglio
dire seppelliti in orride segrete, in parte scacciati dal suolo natío ed
in perpetuo condannati all'esiglio. Molte famiglie furono cosí travolte
nella miseria e negli affanni; e non pochi giovani bene avviati nelle
arti o nelle utili discipline, si videro astretti, rimasti privi
dell'aiuto de' congiunti, di ritirarsi dall'intrapresa carriera con
sommo danno proprio, de' suoi e del paese. E chi può narrare in
dettaglio tutti i mali che allora s'inflissero alle Romagne? L'odio
contro la tirannide clericale non ebbe piú freno, s'infiltrò anche dove
non era mai penetrato, ed estendendosi diede facil modo di riempire
nella fila del Carbonarismo il vacuo avvenutovi per le sofferte
persecuzioni. Allora nel rannodarle si presero migliori cautele, e si
risolse di non dare piú ascolto alle insinuazioni dei moderati, che
tanto nocquero alla causa dell'indipendenza, coll'aver impedito che si
assalissero gli Austriaci nel loro passaggio per Napoli.--Non val meglio
morire, esclamavasi, con un'arma in mano, che marcire in un fondo di
carcere, o morire soffocato dal duro ed amaro pane dell'esiglio?»
ANTONIO RUSCONI, nato in Cento nel 1743, fatto cardinale e vescovo di
Imola da Pio VII l'8 marzo 1816, fu Legato di Ravenna dal 1820 al 1822,
poi tornò al governo spirituale della sua diocesi, dove morí nel 1825.
XI. AGOSTINO RIVAROLA, nato a Genova nel 1758 e morto in Roma nel 1842,
governatore di Roma nel 1814 e prefetto della Congregazione del
Buongoverno, promosso cardinale diacono di S. Agata alla Suburra da Pio
VII il 1º ottobre 1817, fu fatto legato _a latere_ della città e
provincia di Ravenna, con breve 4 maggio 1824, nel quale si legge: «...
frattanto, per le circostanze delle cose della sopradetta provincia, e
per un enorme delitto stato commesso da non molti giorni, .... sembrando
del tutto necessario alla testa di detta provincia la presenza di
qualche persona decorata di dignità cardinalizia, e dotata di destrezza,
ingegno e prudenza nel governare, onde possa coll'aiuto delle facoltà
che Noi Le accordiamo, provvedere alla sicurezza e alla tutela degli
abitanti della provincia, adoperando validi mezzi...» Il Rivarola,
giunto a Ravenna il giorno 11 maggio, emanò subito i provvedimenti piú
restrittivi della libertà personale; i quali si possono leggere nella
ormai rara _Raccolta di tutti gli editti, notificazioni, avvisi ed altro
pubblicati dalla Legazione, Arcivescovato, Magistratura, ec. di Ravenna
dalli 10 maggio a tutto dicembre 1824_ (Ravenna, stamp. Roveri, in-8º,
pp. 132). Ivi si ha (pp. 10-15)) l'editto generale del Rivarola del 19
maggio 1824, che reca al § 9 la seguente prescrizione: «Le Città, Terre
e Luoghi murati della Legazione sono tutti piú o meno illuminati, ma non
quanto basta per la vigilanza ch'esigono: perciò ordiniamo e comandiamo
che alla mezz'ora e di notte tutti individualmente, nessuno eccettuato,
portino il lume, sotto pena di essere tenuti per sospetti, ed arrestati,
e ritenuti a nostra disposizione.»--Il delitto cui accennava il papa nel
breve di nomina, era l'assassinio accaduto il 5 aprile 1824 del conte
Domenico Matteucci, direttore provinciale della polizia di Ravenna; su
che si veda la nota al cap. XX. La chiusura delle bettole (non tutte, ma
quelle sole «conosciute in Ravenna e Provincia sotto il nome di bettola
a comodo, ch'è quanto dire a trattenimenti di scioperatezza ed
intemperanza») fu ordinata con editto 12 luglio 1826 (_Raccolta_ cit.,
p. 43-45).
Riguardo alle missioni, accennate dall'UCCELLINI, esse furono annunziate
per 10 giorni, a cominciare dal 24 luglio 1824, con una notificazione
dell'arcivescovo Antonio Codronchi, che le definiva «apostoliche fatiche
dei fervorosi operai, chiamati dall'ottimo e saggio Principe che ci
governa» (_Racc._ cit., p. 51); e seguí il 22 luglio un'altra
notificazione del legato Rivarola (_Racc._, p. 53-55), che per
assicurare la felice riuscita delle missioni prescriveva la sospensione
di ogni pubblico spettacolo, la vigilanza della pubblica forza, la
chiusura delle botteghe di qualunque specie e il divieto di lasciar
entrare in chiesa i cani! Del resto chi volesse saperne di piú veda il
breve e succoso scritto dell'UCCELLINI, _I missionari del 1824 e
l'Arcivescovo Codronchi_ nel _Diario Ravennate per l'a. 1879_ (Ravenna,
tip. Alighieri, 1878, pp. 30-33), dove sono anche i Ricordi ironici che
i missionari divulgarono a scherno dell'onorando prelato.
XII. Del modo onde furono condotti questi processi l'UCCELLINI scrisse
anche nelle citate _Persecuzioni pol._, pagine 12-13, e con maggiori
particolari che non siano quelli dati da L. C. FARINI, _Lo Stato romano
dall'a. 1815 al 1850_, libro I, cap. II, da F. A. GUALTERIO, _Gli ultimi
rivolgimenti italiani_, vol. I, capp. II e XVI e da C. TIVARONI,
_L'Italia durante il dominio austriaco_, vol. II, pp. 153 e segg. È
opportuno pertanto riferirne il tratto principale: «Intanto che la
Carboneria riattivavasi, s'iniziavano i processi ai detenuti cogli
elementi forniti dalle liste dei sospetti, compilate a capriccio dai
devoti del Papato; dalle indicazioni raccolte dai birri sulla condotta
degl'imputati; da alcune denunzie di malevoli, suggerite spesso da
spirito di vendetta o da altro perverso intento; tutti elementi respinti
dalle sane massime della giustizia, quando non sono avvalorati da prove;
ma di prove il Governo non faceva mai incetta nelle pendenze politiche:
accusa e pena, ecco i due estremi pei suoi giudizi. Ciò posto, il modo
di regolare i processi si trasse interamente dalle norme del Santo
Offizio, e furono queste: torturare l'imputato con cibi scarsi e
cattivi, con ferri, con carceri strette ed insalubri; poi sottoporlo ad
esame; fargli travedere un miglioramento se addiveniva a confessioni;
dargli a credere che già altri ne avevano emesse, onde si distogliesse
da una insistenza inutile; porre in opera il direttore di spirito, o
cappellano di carcere, se il primo tentativo rimaneva sterile; creare
col di lui mezzo lettere di congiunti i piú prossimi, nelle quali si
annunziassero gravi disgrazie, reclamanti la presenza del detenuto in
famiglia; dargli a sperare l'uscita di carcere ed altri benefici, se si
arrendeva; mostrargli il danno degli anatemi, in cui era incorso, ed
assicurarlo dell'assoluzione per la salute dell'anima; temperare i
rigori, se dava segno di piegarsi; porgergli ogni sorta di conforto se
cedeva, ma in guisa che ciò fosse visibile agli altri detenuti, onde
perderlo nella stima dei pertinaci e farlo servire d'eccitamento agli
incerti; accrescere la tortura, se non si riusciva a domarlo. Un altro
raggiro praticavasi dal Giudice istruttore, quando l'imputato gli
compariva innanzi pei debiti costituti. Dopo alcune interrogazioni egli
usciva, come per soddisfare ad un bisogno corporale, e lasciava nel suo
posto il sostituto. Costui alzavasi tosto con affettata premura;
chiudeva con cautela l'uscio, ed accostatosi al prevenuto, si protestava
liberalissimo; anzi dichiaravasi esso pure carbonaro; dava i segni e le
parole di convenzione; asseriva di prestar servizio alla tirannide a
solo scopo di giovare a quelli che colpiva; si offriva pronto a recare
al di fuori lettere ed incarichi ed esibivasi di dar l'occorrente per
iscrivere. In carcere pure s'introduceva presso l'inquisito un liberale
del genere del sostituto, che con accortezza cercava di ricavare quanto
al Governo premeva di sapere....»
Documento insigne di questi processi e preziosa fonte di notizie per la
storia del patriotismo romagnolo, è la famosa sentenza del cardinale
Rivarola, 31 agosto 1825, la quale, poiché ormai è piú agevole citarla
che leggerla, riproduco qui dalla stampa originale: SENTENZA |
PRONUNCIATA | _da Sua Eminenza Reverendissima_ | IL SIGNOR | CARDINALE
AGOSTINO RIVAROLA | LEGATO A LATERE | DELLA CITTÀ E PROVINCIA DI RAVENNA
| Il Giorno 31 Agosto 1825. | SUGLI AFFARI POLITICI (Ravenna, Antonio
Roveri e figli, in-4º gr. di pp. 29); la riproduco fedelmente quanto
alla dicitura, salvo che i molti nomi dei condannati (perché se ne
sappia finalmente la cifra esatta) segno con numeri progressivi e
dispongo testo e nomi e punteggiatura in modo da agevolare la retta
intelligenza del documento:
SENTENZA
_Oggi 31. Agosto 1825._
Noi AGOSTINO di Sant'Agata alla Subburra, della S. R. Chiesa
Diacono Cardinale RIVAROLA, della Città e Provincia di
Ravenna Legato _a Latere_.
Nelle Cause che vertono tra il Fisco e gl'Individui qui
sotto descritti, Carcerati, Contumaci o Assenti, Prevenuti
di Congiura contro lo Stato e di altri delitti; proposte e
discusse avanti di Noi nella qualità di Giudice per la
definizione delle Cause stesse nelle quattro Legazioni e
Delegazione d'Urbino e Pesaro, con special Breve
straordinariamente delegato dalla Santità di Nostro Signore
PAPA LEONE XII felicemente Regnante.
_Pro Tribunali sedendo_, Invocato il Santissimo Nome di Dio,
ed avuta la sola Giustizia innanzi degli occhi, in virtú
delle facoltà come sopra compartiteci, e sentito il parere
dei quattro Signori Giudici da Noi scelti a comporre la
Nostra Politico-Economico-Consultiva Congregazione,
Abbiamo emanato ed emaniamo il seguente Giudicato.
Letti e maturamente ponderati li Processi tutti della
presente Causa, inclusivamente agli Atti contumaciali per
vari dei Prevenuti prescritti ed eseguiti,
Letto il Ristretto di ciascheduno Imputato sui titoli di
Delitto particolarmente a ciascuno di essi imputati,
Esaminate le eccezioni a propria discolpa da essi addotte,
ed i documenti per loro parte fattici esibire,
Visti gli Editti di Segreteria di Stato 4 Gennaio 1739, 15
Agosto 1814, 11 detto mese 1815, 10 Agosto 1821 ed i Bandi
Generali in osservanza nelle Provincie suddette, non che le
Leggi _Julia Maiest._ e _Cornel., ff. de Sicar._,
Avuto riguardo alle Canoniche prescrizioni e consuetudini
dei Tribunali dello Stato, nel giudizio di cui si tratta:
RITENUTO che costa pienamente dal Processo l'esistenza della
Società Massonica nei Dominii Pontificii, infausto retaggio
del cessato Regime, e che varie altre Unioni segrete dalle
leggi egualmente proscritte, conosciute sotto la
denominazione dei _Guelfi_, _Adelfi_, _Maestri-Perfetti_,
_Latinisti_ sin dall'anno 1815 si aggiravano in diversi
punti dei Domini medesimi, ma specialmente annidassero in
piú città e luoghi delle Legazioni, associando ai vessilli
della Rivoluzione alcuni incauti abitanti delle medesime;
che a queste Unioni susseguisse poscia quella dei
_Carbonari_, la quale erettasi in grado di Superiorità sulle
altre, concentrò a sé i loro piani ed i loro proseliti, e
dopo avere attentato nel 1817 alla pubblica tranquillità
nelle Marche, dirigendo principalmente le sue operazioni
dalle Romagne, attese con ogni studio a propagare le sue
massime distruggitrici dell'Ordine, e ad accrescer partito e
seguaci in altre città e terre dello Stato colla diramazione
dell'altre ad essa subalterne Unioni denominate della
_Turba_, della _Siberia_, dei _Fratelli-Artisti_, del
_Dovere_, _Difensori della Patria_, _Figli di Marte_,
_Ermolaisti_, _Massoni-Riformati_, _Bersaglieri_,
_Americani_, _Illuminati_, le quali Unioni ebbero
principalmente occulta sede nelle quattro città di Cesena,
Forlí, Faenza e Ravenna ripartite in _Consigli_, in
_Vendite_, in _Sezioni_, in _Squadre_;
RITENUTO che tutte le suddette Società miravano allo
sconvolgimento dell'Ordine Sociale e d'ogni buona
Istituzione per sagrificar tutto all'ambizione, alla
vendetta, alla rapina, allo spoglio, all'immoralità d'ogni
specie ed all'irreligione, e però a questo fine rivolte, e
profittando esse dei sconvolgimenti per opera dei
_Carbonari_ di Napoli e del Piemonte suscitati nel 1820 e
1821 in quelle due estreme parti d'Italia, impresero ad
organizzare una Congiura contro lo Stato, per insorgere
quindi all'opportunità in una generale rivolta, valendosi a
tal uopo dei mezzi derivanti dalla Carboneria che solo
intende al rovesciamento dei Legittimi Governi; che fu
difatti questa _Congiura_ portata al conato piú prossimo,
mediante gli accordi presi tra i principali Settari
Romagnoli, i quali furono il risultamento di piú Congressi
tenuti da loro sul declinare del 1820 con principiare dal
1821 a Cesena, a Faenza, a Forlí ed in un Casino di campagna
del Conte Ruggero Gambi di Ravenna, e tutto avevano curato
di predisporre allo scoppio di una rivolta: avevan essi a
tale oggetto fatto ogni studio e diligenza onde aumentare in
tutti i luoghi delle Legazioni il numero dei congiurati con
frequenti associazioni alle Società d'individui di ogni
classe e condizione, che in quelle provincie rapidamente
l'una all'altra succedevansi; né si ommise d'imporre tasse
pagabili da ciascun settario onde provvedere ai bisogni
sociali, e furono designati appositi Cassieri a riscuoterle;
erano già stati sedotti vari Impiegati addetti agli Officii
del Governo, e piú individui nelle Milizie attive del
medesimo avevan prevaricato; le nuove cariche civili,
militari ed amministrative eransi assegnate; stampati
proclami incendiari; pronunciato sul piano di rivolta; per
ben due volte fissato il giorno agli orrori dell'anarchia;
avvisati i Settari tutti onde fossero pronti allo scoppiare
della Rivoluzione stoltamente progettata e preparata;
distribuite loro armi e munizioni in antecedenza apprestate;
decretato il rubamento e la manumissione delle pubbliche
Casse, l'eccidio delle piú oneste persone, e approntato
quant'altro agevolar potesse l'esecuzione dell'immaginata
rivolta; e se queste disposizioni non sortirono il loro
pieno effetto, ciò fu solo per circostanze del tutto
estranee all'intenzioni dei Congiurati, che nello zelo e
fedeltà dei buoni Sudditi ben dovettero scorgere un
invincibile ostacolo ai pravi loro disegni;
RITENUTO che costa pure che come mezzi preparatorii
all'esposto fine, onde alienare lo spirito pubblico dal suo
legittimo Governo, piú fogli anonimi periodici insultanti la
dignità e giustizia del medesimo, o de' suoi Rappresentanti,
si fecero circolare per le Romagne e specialmente nella
città di Forlí; che piú tumulti anche con resistenza alla
pubblica forza, piú complotti e conventicole di faziosi, piú
insulti e minaccie con scritti e fatti, vari ferimenti,
omicidi o appensati o proditorii caduti a danno di onesti
cittadini si riprodussero in quegli anni malaugurati in piú
luoghi delle Legazioni, o in odio di parte o per fatto dei
Settari, volti col loro criminoso procedere ad allontanare
ogni ostacolo, tentando di sgomentare i buoni con misteriosi
delitti nella quasi certezza di rimanere impuniti per lo
spavento dei loro pugnali e per le _coartate_
artificiosamente preordinate o prima o dopo il fatto col
favore dei loro aderenti; che tutte le cose _in fatto_, come
sopra eseguite e dedotte, oltre i fatti notorii, la pubblica
voce ed opinione, le deposizioni testimoniali, l'esistenza
di piú corpi di delitto, gl'indizi e legali congetture, sono
pure constatate in Processo da piú rivelamenti spontanei di
Individui appartenenti alle stesse Segrete Unioni,
dall'Impunità di altri di essi e dalle Confessioni in _caput
prop._ d'irreflessibile numero di correi, e tra questi di
vari Capi congiurati, giuridicamente negli atti ricevute in
diversi luoghi e tempi, ma concordi tra loro e
simultaneamente verificate;
RITENUTO poi che il Conte Giacomo Laderchi di Faenza, già
Vice-Prefetto sotto il cessato Regime Italico, Carcerato, si
è reso in _cap. prop._ confesso di pertinenza in gradi
elevati a piú Sètte, ed in particolare alla Guelfia, alla
Massonica ed a quella dei Carbonari; di avere procurato e
fatto in effetto eseguire la propagazione delle medesime
nelle Legazioni, operando in concorso di altri principali
Settari che fosse stabilito a Faenza un Consiglio Guelfo ed
una Vendita Carbonica e susseguentemente che si riaprissero
anche le Loggie e Templi Massonici; di essere intervenuto e
di avere assistito a piú Recezioni massoniche e carboniche,
a piú Adunanze e Congressi di congiurati a Faenza nella
propria sua abitazione ed in quella dei consettari Giuseppe
Benedetti e Carlo Villa, a Cesena nella casa dell'ex
ufficiale Sante Montesi e nel Casino di Luigi Bassetti, a
Forlí in casa del conte Orselli e di Scipione Casali e nel
Casino di campagna del conte Ruggero Gamba di Ravenna per
discutere sui piani della rivolta e stabilire il giorno alla
esplosione della medesima; di avere assunto il grado di uno
dei quattro Membri del cosí detto _Consiglio Superiore
Carbonico_ nelle Romagne insieme al nominato conte Orselli,
a Vincenzo Gallina di Ravenna, a Mauro Zamboni di Cesena; di
essersi mantenuto in stretta relazione con tutti i
principali Settari delle Legazioni e con vari altri anche di
estero Stato; confessione che in seguito maliziosamente
tentò di ritrattare, senza però addurre o giustificare
alcuna causa di errore, rimanendo invece una tal confessione
pienamente verificata dal concorso di legali prove, indizi e
congetture ed in particolare da piú manifestazioni spontanee
di piú Consettari e dall'incolpazione di vari altri di essi
ammessi al beneficio dell'Impunità ed infine dalle
confessioni in capo proprio di piú correi e capi della Sètta
e congiura sostanzialmente verificate;
che Onofrio sedicente Luigi Zuboli nativo di Ravenna, già
fornitore carcerario a Bologna, ora domiciliato a Forlí,
carcerato, è convinto della stessa pertinenza in grado
superiore a piú segrete Società, ma particolarmente alla
Carboneria e Massoneria; di avere cooperato alla
propagazione in Bologna della prima ed alla riforma della
seconda, facendo che si riaprissero anche in quella città i
Templi Massonici; di avere tenuto una corrispondenza colle
principali Vendite Carboniche delle Romagne e con altri Capi
Carbonari delle Legazioni per l'effetto della rivolta;
d'intervento a piú Unioni e Congressi con altri Carbonari a
Bologna e Forlí per l'effetto stesso; di aver dato accesso e
comodo per le riunioni stesse nella propria abitazione; di
avere nel tempo della guerra tra i Costituzionali di Napoli
e gli Eserciti Imperiali eccitati i Carbonari delle Romagne
perché irrompessero in una generale rivolta contro il
legittimo Governo, promettendo ai medesimi l'appoggio dei
settari bolognesi, dei quali egli spacciavasi alla testa;
che Gaetano del fu Giovanni Baldi di Faenza, ufficiale
pensionato della disciolta Armata italiana, carcerato,
rimase convinto di appartenere anch'egli alla Carboneria ed
all'altra Unione degl'Illuminati, essendo segretario della
Vendita; di piena intelligenza e cooperazione con gli altri
soci nei propositi e piani di congiura; d'intervento a piú
recezioni settarie seguite nel 1820 e 1821 a Faenza; di
direzione nei complotti e conventicole notturne dei faziosi
di quella città; _urgentemente_ indiziato di correità
nell'omicidio premeditato seguito in odio di partiti a
Faenza per fatto di una conventicola armata di faziosi sulla
pubblica strada del Corso la sera del 29 decembre 1820
mediante esplosione di piú armi da fuoco, a danno del
vetturino Sante Bertazzoli detto _Santetto della Posta_;
che Vincenzo Succi, negoziante di Faenza, contumace,
convinto Carbonaro, di aver dopo gli arresti ed esili del
luglio 1821 seguiti a Faenza di piú Carbonari, occupato il
grado di _Reggente_, conservando presso di sé li Statuti,
arredi ed Emblemi Carbonici, nel qual grado mantenne
continuamente viva l'effervescenza ed il partito, ascrivendo
nuovi proseliti alla Sètta; di avere nella qualifica stessa
_mandato_ l'omicidio di Francesco Gamberini, figlio del già
Gonfaloniere di Castel Bolognese per esser questi in voce
presso i settari d'essersi ritirato dalla società; e questo
omicidio fu consumato nella anzidetta terra di Castel
Bolognese nella casa del medesimo Gamberini, con qualità
anche di prodizione, per opera del settario contumace Pietro
Barbieri la sera del 2 aprile 1822 mediante esplosione
d'arme da fuoco;
che il nominato Pietro Barbieri soprachiamato _Civilino_ di
Castel Bolognese, scrittore e musicante, contumace, oltre
esser convinto di appartenere alla Sètta, è provato che
istigasse non senza effetto piú individui acciocché si
ascrivessero alla medesima, che assistesse a varie
recezioni, che avesse piena conoscenza e che cooperasse alla
congiura, non che di aver mantenuta stretta relazione con i
principali settari di Faenza, è rimasto anche gravato in
complicità dell'altro settario contumace Marco Pezzi di
appensata esplosione notturna d'arme da fuoco per spirito di
parte contro il custode carcerario di quella terra Giuseppe
Gentilini; è convinto qual autore principale dell'omicidio
proditorio di Francesco Gamberini; indiziato anche
gravemente di complicità nell'avvelenamento di alcuni
biscottini fatti appositamente preparare nel caffè detto
della Speranza di Faenza e da lui col mezzo di altro
settario propinati all'ucciso la stessa sera poco prima
dell'avvenuto omicidio;
che contro Battista Franceschelli detto _Carrozza_,
causidico di Castel Bolognese, carcerato, risulta provata la
sua pertinenza alla Sètta degl'Illuminati; di esser con
effetto stato causa che altri si ascrivessero alla medesima,
assistendo alla loro recezioni; di mantenuta relazione con i
principali Carbonari di Faenza e di altri luoghi delle
Legazioni; gravato pure di complicità nell'esimizione dalle
mani della forza dei carabinieri dei consettarii Giuseppe
Budini e Marco Pezzi arrestati nel luglio 1821, e finalmente
convinto di correità nel citato omicidio Gamberini essendo
risultato dal processo uno dei principali istigatori ed
accaloratori del medesimo; gravemente anche indiziato d'aver
provveduto una certa quantità d'oppio col quale furono
attossicati gl'indicati biscottini che come si è detto
furono apprestati all'ucciso;
che Francesco Garaffoni soprachiamato _Barchetta_ di Cesena,
contumace, dalla concorrenza di tutte le prove ed indizi
cumulati in processo a suo carico, rimase convinto qual
autore dell'omicidio, colle gravanti qualità di mandato,
avvenuto in odio di parte la sera del primo aprile 1822 a
Cesena mediante colpo di stile a danno del cavaliere Don
Angelo Bandi, per il qual delitto si rese immediatamente
fuggiasco e si mantiene tuttora contumace; indiziato anche
gravemente di appartenere alle Società degli Ermolaisti, che
esisteva in quella città;
abbiamo perciò condannato e condanniamo i nominati 1. _conte
Giacomo Laderchi_; 2. _Onofrio Luigi Zubboli_; 3. _Gaetano
Baldi_; 4. _Vincenzo Succi_; 5. _Pietro Barbieri_; 6.
_Battista Franceschelli_; 7. _Francesco Garaffoni_, come rei
di alto tradimento o di altri delitti capitali alla pena
dell'ULTIMO SUPPLIZIO.