NOTE:

[406] Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli

altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini;

Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli

nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello

Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario

ducale a Pisa, dove morì nel 57.

[407] «Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa

signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto

luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini,

alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con

varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale

di Poppiano.» Così il Repetti (_Dizionario geogr. fis. stor. della

Toscana_), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal

Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî

di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello

Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.

[408] Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo di _messere_,

che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e

il fratello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il

figliuolo Niccolò. _La brigata_, intendi la famiglia di lui, che dal

1526 aveva in moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.

[409] lo stare, il soggiorno.

[410] con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non

si strapazzino.

[411] cantine.

[412] casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel

qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hanno _arca_ il Boccaccio

(IV, X), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (_Parad._, XII, 120;

XXIII, 131).

[413] Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (_Inf._, II, 69)

«L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne

fiorentine: la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macinghi

negli Strozzi (_Lettere a' figliuoli_ pubblicate da C. Guasti, pag.

72): «Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata»;

e anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o

tormento.

[414] Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15

settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla

Simona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo

Vettori; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni conto

quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran dota, più

che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo Pier Francesco

Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico di Lionardo

suo avolo: non ci essendo, bisogna pensare ad altri mezzi. Credo

che l'essere mio costì gioverebbe: pure lo star qui non doverrebbe

nuocere. La importanza è risolversi, e non guardare in 300 scudi più

per acconciarla bene, essendo l'ultima. Però va' disegnando di qualcuno

spicciolato e non così nominato, purchè sia ricco, non ignobile, et

abbi cervello: chè essendo tu costì, «e parlandone con Piero Bini, non

potrà essere non troviate, delli due sopradetti e quello de' Nerli,

chi sia a proposito.» Ella sposò poi, come vedremo, Pierantonio di

Pierfrancesco de' Nobili, uno _spicciolato_, ossia d'una di quelle

minori famiglie che Luigi e gli altri, al pari di lui, appartenenti a

famiglie, come dicevano, grosse o di consorteria, guardavano d'alto in

basso (cfr. F. GUICCIARDINI, _Opere inedite_; III, 130, 239).

[415] Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha

solo un esempio del Burchiello.

[416] risicano d'esser presi da altri.

[417] il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove

Luigi era Commissario.

[418] con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri

meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo

le bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6): «.... in verità non

ce n'è un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti».

Dove l'editore di quelle _Lettere_, che l'hanno anche altrove, cita

in raffronto ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio

libro, a pag. 236) Lucrezia Tornabuoni ne' Medici: «La fanciulla à dua

buone parti, ch'è grande e bianca....»

[419] ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.

[420] se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).

[421] attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».

[422] Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la

nota a pag. 252.

[423] Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico,

maritata a Piero Capponi. Aggiunse _di messere_ (confronta la

cit. nota) nell'interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato

in una figliuola il nome della propria madre, Simona di Bongianni

Gianfigliazzi.

[424] Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha

«quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo

cacio»; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i raviggiuoli,

cioè sei coppie».

[425] Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava.

Confronta le lettere III e V.

[426] persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre

d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del

Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a

risolversi, irresoluto: «Io non mancai dimostrargli che quelli rispetti

erano vani,... e combatte'lo un pezzo; tanto che se egli non fosse un

uomo un poco legato, io ci arei drento una grande speranza».

[427] Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete

a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore:

vedi la lettera di lui a pag. 267. «Negotia pro solatiis accipiens»,

ha il grande Annalista (IV, XII): e il nostro Davanzati, «pigliandosi

per conforto i negozi»; tutt'altro che preferibile, mi pare, alla

inconsapevole traduzione della sua concittadina.

[428] da vecchi.

[429] a San Casciano.

[430] Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa

l'olio.

[431] quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo

tempo. Quest'uso del verbo _servire_, che ricorre anche nella pagina

seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolarî: vivo anc'oggi nel

contado.

[432] Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de'

fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne

rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi

sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere le

acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli. Qui

si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio o

Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano; e ne aveva scritto a Luigi

anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firenze: «Al

Vergigno s'è acconcio la gora e quasi el resto.»

[433] di questa gente del contado. I _contadini_ proprio del podere,

sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso

e in altri luoghi di queste lettere, _lavoratori_ (vedi la Crusca, Vª

impressione).

[434] quercia, sottintendi. _Mal fastello_ è, come altri di sopra,

nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure

la seguente, _da' capperi_. Noterò poi qui che io stampo _ghiande_,

sebbene la penna, facile del resto a trascorrere, dell'Isabella

abbia _chiande_; e lo stesso dico di _pacherà_, _custo_, _ciornata_,

e cosiffatti. Ho rispettato altre sue grafie, dissuete ma che hanno

ragion d'essere.

[435] secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo

permetta. Confronta a pag. 260.

[436] i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una

giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'_Agricoltura_

del Crescenzio (I, XIII) il padrone «fa ragione col villano, ovvero

castaldo, delle opere e de' dì»: schietta frase, che ricorda Esiodo.

[437] Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non

credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.

[438] com'è la sola acconciatura degli usci.

[439] mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso

prender purganti. Forse _al purgarmi_ o _in el purgarmi_.

[440] Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È

ricordato frequentemente nelle loro lettere.

[441] cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.

[442] Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per

le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua

lettera, da Poppiano, al figliuolo: «... Ècci istato 2 giorni tenpo

terribile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintadecima

(_luna piena_), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito el

quale migliore ci parrà.»

[443] _Opinione_ di gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu

comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale in _la

opinione_, pronunziato come si suole _l'opinione_, frantendeva l'art.

masc. _lo_; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima

sillaba del nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.

[444] Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo

«onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di

ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.

[445] visitare.

[446] La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.

[447] e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.

[448] Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo

e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè

lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi

non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto

e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto

sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso

ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con

altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non

mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro,

mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre

alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più

amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro

dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare

benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci

possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e

con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna

Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare,

che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere

che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e

non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo,

non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi

raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia

mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose

sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo

mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di

dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»

Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo

ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei

gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio

(chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso

non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto

alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita

che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età

vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi

sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la

prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di

experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro,

se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende

per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa

sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime

la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio, _quod summebat solatium

a negociis_. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con

e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se

avete Marco Tullio _de senectute_, leggetelo; chè mi dilettò assai,

leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma

ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui

viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e

poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un

carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non

però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da

Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «....

chè _nemo dat quod non habet_, e come dice la Canzona di Daniel, _Ogni

animal fa simil creatura_....»; la quale ultima sentenza, a chiunque

ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa

dottrina il magnifico Commissario.

[449] Vedi a pag. 260.

[450] Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini,

che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue

lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho

poi pubblicate col titolo di _Lettere d'un campagnuolo fiorentino_], se

ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.

[451] «.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno» DINO COMPAGNI, II,

X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.

[452] Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (FRANCO

SACCHETTI, nov. CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa

vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile

intendimento, diciamo, _non si sbaglia_; in costrutto con l'infinito,

mediante la prep. _a_, come l'Isabella (che ve la sottintende), e

altrove (nov. CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai

errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua

propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro

che bene».

[453] Sorta di pera autunnale.

[454] l'uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era

Commissario.

[455] Il torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.

[456] Questo suo male, che in altre lettere chiama «l'accidente

grande», o «quel mal grande», e che ogni tanto l'assaliva con maggior

violenza che «que' piccoli», le aveva disturbato gli ultimi giorni di

villa. Sentiamolo da alcune delle lettere che ne scriveva, fra il 19

e il 25 dicembre, al figliuolo Niccolò in Firenze: «yhs. Carissimo

figliuolo, Ieri vi scrissi di mio essere: dipoi mi so' istata

all'usato, e istòmi volentieri nel letto calda; se io mi lievo, mi

sento le ganbe debole; e' polsi s'alterano, e non potrei istar troppo

levata; mangio bene e non dormo male. Da domenica in qua non ho auto

accidente d'inportanza, salvo che in questo levarmi; chè se io istessi

alla dura, dubito non venissi: e qualche volta mi sento, come altre

volte ho fatto, certo freddo nel capo tra l'osso e 'l cervello. Io

pensavo esser oggi guarita, e potere fare le mie faccende: e in fatti

e' non mi riesce. Non so come farò; non posso indovinare quello s'abbi

a essere: o indrieto o inanzi. Ma quando io penso esser ne' 62 anni,

mi fa pensare a più cose. Qui è istato oggi un tenpo terribile, e 'l

maggior vento mi paia mai averci sentito, e rotti tegoli enbrici e

rovinato e iscomesso ciò che in 15 giorni s'era assettato; e bisognerà

da capo rifarsi. El fattoiano mi dice che parendovi da dare l'olio per

uno ducato, crede arebbe uno che lo torre' tutto; benchè a San Casciano

non valse tanto: domani s'intenderà quello che farà. Non dirò altro. A

voi mi raccomando, e pregate Idio per me. El Signore sano voi conservi.

Addì 22 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano. (_Fuori:_ Egregio

dottore messer Niccolò Guicciardini figliuolo carissimo, in Firenze).»

E due giorni dipoi: «yhs. Carissimo figliuolo, Ebbi la vostra, e per

quella mi dite che bisognando verrete voi, la Caterina, la Simona: e

lo credo, e sonne certa, e tutti vi ringrazio, e bisognando vi si farà

intendere. Dammi noia alcuna volta questo battito al cuore, e qualche

triemito; e se non fussi questo freddo, mi starei alcuna volta levata.

Se accadrà cosa che inporti, vi si farà intendere, se non fussi qualche

cosa istrana che l'uomo non pensassi; io non so indovinare. Penso,

se 'l tenpo mi serve, venirne presto, e farassi un poco di senprice

cataletto, chè la lettina non sono usa; e forse potrei migliorare

di sorte torrei la mula....» E in poscritta, non dimenticando mai

la masserizia: «Voi non avete risposto dello olio.» Se non che la

famiglia, inquieta, insisteva perch'ella si rimettesse in città. E la

buona massaia, che pure aveva scritto «.... istommi così tristerella, e

pensate che del tornare io me ne istruggo, e ch'io vorrei esser costì»,

a quelle insistenze, mezza scorruccita, replicava: «yhs. Carissimo

figliuolo etc. È vero che ieri e oggi mi sono istata comodamente, come

vi scrissi, e non bisognava pigliassi briga venire; perchè bisognando

che io me ne venissi, ci è Bongianni e Cavalcante che tutto potrebbono

ordinare; e benchè voi vegnate domani, mi sarà tranbusto e non piccolo,

esser a ordine giovedì. E pensate che questo avere ogni dì a pensare a

nuova fantasia e iscrivere, non mi giova niente. Io farò quello potrò,

e Idio m'aiuti: di venire o non venire, la rimetto in voi. Sono tenpi

freddi, e voi non siate molto gagliardo; non vorrei avessi disagio

e malassi: chè infatti inporta più e' casi vostri che el mio. Io non

posso sapere se 'l miglioramento s'andrà inanzi o indrieto, perchè di

sana vedete come mi fa: e pensate che io arei più caro esser malata

costì che qui: ma poi che la mia sorte vuole così, bisogna pigliare

que' partiti che altri pensa sieno meglio, sanza tanto tribolarsi. Io

non vo' più tanto iscrivere e leggere, e fate di me quel che vi pare;

chè un sano, faccendo a questo modo, amalerebbe. Non altro. Cristo vi

guardi. Addì 25 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano.» Ma il corruccio

della massaia si sente, dalla lettera al marito, aver presto ceduto

il luogo all'affetto materno, riconoscente verso le premure e le

apprensioni del suo caro Messere e delle giovani spose, che l'avean

rivoluta in Firenze.

[457] Di stile fiorentino.

[458] Ciò che segue è in foglio a parte o, come dicevano, polizzino.

[459] costipazione, infreddatura, reuma: e dicevano _scesa_, perchè si

credeva che il catarro scendesse dal capo nelle altre membra.

[460] La figliuola e la nuora.

[461] Nelle _Carte Strozziane_ del R. Archivio di Stato in Firenze.

Vedine l'_Inventario_, pubblicato per cura della R. Soprintendenza

degli Archivi Toscani.

[462] Vedi nella seguente pagina l'Alberetto, che non sarà inopportuno

alla migliore intelligenza delle Lettere di madonna Isabella.

La donna fiorentina del buon tempo antico · 第 55 / 62 题