A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare così schiettamente
donnesche, sì urbanamente fiorentine, con tal semplicità assennate,
con tanta dignità affettuose, se non dove un po' di malinconia talvolta
le annebbia, chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me,
cavandole dagli originali,[461] si aggiravano per la mente. E prima
lo chiedo a Lei, gentile ANNETTA, che non isdegnerà riporre questo
libretto fra i preziosi ricordi della casa donde esce, figliuola e
sorella dilettissima, per adornare del suo ingenuo sorriso, allegrare
del suo tenero affetto, confortare della sua mite e serena bontà, la
nuova famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le braccia.
Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo bennato: e il lustro
del nome, la nobiltà dei natali, ne impongono più gelosa la custodia,
quando esse non sono patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio
culto, pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano, gli
esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo e congiungono gli
spiriti. Nè con altri intendimenti io ho quasi chiamata partecipe alla
gioia delle sue nozze questa onoranda matrona dei Guicciardini, moglie
di Luigi, cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane è
delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.
E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto la Isabella
ritragga in atto di quell'ideale di donna, che ne' loro libri di
governo familiare delinearono i nostri buoni antichi. I quali, «avendo
sopra tutte le cose per la più gioconda il far bene i fatti propri»
(diciamolo con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non
per essi dimenticando il dovere di «attendere e servire alle cose
pubbliche», volevano ripartiti acconciamente i carichi e le incombenze,
e lodavano «chi alla donna sua lascia il governo della casa e delle
cose minori, e per sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli
uomini»; di guisa che «l'uomo rechi a casa, la donna serbi e difenda
le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo difenda la casa la
donna e i suoi e la patria, non sedendo, ma esercitando l'anima e il
corpo, con virtù con sudore e con sangue.» Così madonna Isabella, pel
marito Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia, curava
le faccende domestiche; e gliene scriveva di villa queste lettere, che
tanto è a dolere non ci siano rimaste in maggior numero, quant'è certo
che il marito, uomo di poco facil contentatura, le aveva carissime.
«Quando sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi stanno le
cose,» leggiamo in una sua «.... e se la frasconaia posta questo anno
mette bene, et e' capperi et e' nocciuoli posti questo anno,.... e come
mostrono li ulivi e le vite....». Ed ella medesima a lui: «Abbiatemi
per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io
ancor vorrei....».
Intendo le difformità che i mutati tempi pongono tra il vivere,
anche domestico, di ora e di allora: leggi, costumanze, istituzioni,
dissimili; differenza di sentimenti, impressioni, affetti; relazioni
sociali altramente determinate; civiltà che dell'invecchiamento ha
le migliorie e le magagne; agi alla vita procacciati dalle gloriose
vittorie dell'umano ingegno sulla natura; animi e corpi diversamente
temperati: nè Ella certamente ritornerebbe oggi di villa in città, nel
modo che all'ava sua, ancorachè di salute mal ferma e di età inoltrata,
pareva non disadatto, cioè «sulla mula», lasciando stare la lettiga
come morbidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a noi
poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume di lucerna gli
splendori di quelle età, credere che anche nel pratico della vita,
fatta pur ragione di quante diversità ed eccezioni si vogliano, le
memorie de' nostri vecchi possano utilmente risuscitarsi; che possa
qualche volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi
opportunamente di ciò che facevano e come facevano quelle che hanno
portato il suo nome tre o quattrocent'anni fa. Al qual proposito mi
sembra che in queste pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è
ormai invalsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferissero
scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano comecchessia del
domestico: lettura più da sposi; e contributo alla storia, sì de' fatti
e sì delle parole, non meno importante di qualsivoglia altro.
PIERO
di Iacopo di Piero di Luigi
1454-1513
m. Simona di Bongianni Gianfigliazzi.
|
| — FRANCESCO
| 1482-1540
| m. Maria d'Alamanno Salviati.
| |
| | — SIMONA
| | 1509-1512
| |
| | — SIMONA
| | m. Piero Capponi
| |
| | — LUCREZIA
| |
| | — LAUDOMIA
| | m. Pandolfo Pucci.
|
| — LISABETTA
| m. Alessandro Capponi.
|
| — DIANORA
| m. Giov. Arrigucci.
|
| — GIROLAMO
| 1497-1555.
| Senatore nel 1551.
| m. Costanza de' Bardi.
|
| — BONGIANNI
| 1492-1549
|
| — BONGIANNI
| † 1490 fanciullo.
|
| — IACOPO
| 1480-1552
| oratore per la Repubblica e a quella
| rimasto devoto, m. Cammilla de' Bardi.
|
| — MADDALENA
| m. a) Bartolommeo Nasi.
| b) Iacopo Vettori.
|
| — COSTANZA
| m. Lodovico Alamanni.
|
| — LUIGI
| 1478-1551.
| m. ISABELLA di Niccolò Sacchetti 1480-1559.
| |
| | — GUGLIELMETTA
| | † 1509 fanciulla.
| |
| | — MARGHERITA
| | m. a) Francesco Tornabuoni
| | b) Piero Bini.
| |
| | — PIERO
| | 1511-1527
| |
| | — LORENZO
| | 1505-1509
| |
| | — NICCOLÒ
| | 1500-1557
| | m. Caterina di Lorenzo Iacopi.
| | |
| | | — Cinque figliuoli, tra' quali
| | | una Isabella e un Francesco.
| |
| | — SIMONA
| | m. Pierantonio de' Nobili.
Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteggio di
Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano; e lungo anche
sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque figliuoli di messer
Piero,[462] aspetta uno studio, e darebbe materia importante a un
volume: e della vita di Francesco e degli atti suoi temo non si darà
con sicurezza un giudizio compiuto, se prima non si faccia, poichè
lo possiamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e per
quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più valenti,
l'amore della libertà e della patria e della roba si contemperassero
nella devozione alla fortuna, di lunga mano preparata e quasi casa
per casa, de' discendenti di Cosimo e Lorenzo de' Medici; e darebbe
delle ambizioni, che ci paiono oggi pressochè parricide, non di messer
Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri altrettanto famosi,
le ragioni di fatto, se non la morale giustificazione. Di quel libro
personaggio principale sarebbe Luigi; e documenti importantissimi, le
lettere fra lui e il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia
presumeva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con la dignità
di dottore la grandezza dello zio Francesco: ma da questa era Luigi,
almanco per certe qualità, un po' meno lontano. Fiero uomo Luigi
Guicciardini; ed ebbe occasione di dimostrarlo: con lode di valore e
di fermezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nell'aprile del
27 a reggere la città che si rivoltava contro i Medici; con biasimo
di crudeltà, quando Commissario mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la
città dal suo predecessore per la Repubblica, fece lui morire fra'
tormenti. Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fratello
dopo caduta la libertà, discordano da tali atti; come la descrizione,
ch'ei volle dedicata a Cosimo duca, del _Sacco di Roma_ lo chiarisce
avverso a quella prepotenza straniera o, come dicevano, di barbari,
della quale i Medici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a
valersi nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cercare i
suoi dialoghi e trattati; che ne scrisse e di politici (in alcuno de'
quali pare intendesse vendicarsi del Machiavello, che l'avea figurato,
tra gli altri medicei, nell'_Asino d'oro_), e di altro argomento
intitolandoli dagli Scacchi. «Luigi se ne stava in villa,» scrive al
Varchi il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai tempi
della libertà, «dove compose gli _Scacchi_, agguagliando quel giuoco
a un buon padre di famiglia»: ma in effetto cotesto trattato (che si
conserva fra i manoscritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza
esso pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte militare»; e mi
par da rincrescerne, e da desiderare che il Busini non avesse sbagliato
nell'attribuire a Luigi ciò ch'e' credette, al vedere, cosa da lui:
perchè, invero, lassù in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo
de' suoi maggiori, con la valente sua donna, erano luogo e compagnia
adattissimi a scriver bene di quella materia familiare, come dimostrano
le Lettere che io oggi do in luce.
Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio delle parole: e
parole vuol dire cose parecchie e importanti. Perocchè la parola, o la
congegni il magistero d'uno scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi
spontanea, ha, come testimonianza storica, tanto grande valore morale,
quanto forse nessun altro de' segni con che all'uomo è dato figurare
il pensiero e l'affetto: massime se di secoli, come a noi i tre primi
della nostra cultura, durante i quali lo scrivere, sì meditato e sì
usuale, esemplava dalla consuetudine de' parlanti tuttavia incorrotta
le schiette e native proprietà dell'idioma. Non so se cento, od anche
meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna fiorentina
una così graziosa pittura villereccia, come in queste di madonna
Isabella, nè con tanto senso del vero. Leggendole, noi la vediam
proprio, quell'accigliata massaia, tra le fantesche e i lavoratori, e
i mugnai, e i maestri muratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare,
distribuire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire
col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi dicesse il
castaldo; poi scrivere un po' per giorno, tra l'una faccenda e l'altra,
le sue lunghe e particolareggiate lettere al marito, e riferirgli,
e dimandare, e rammentare, e suggerire, e proporre: e il grano, e il
vivaio, e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno e
le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da soma col garzon
che le mena, e le provviste invernali compresovi un porcellino per
insalare, e i lavori alla casa e alle fosse e al mulino; e poi le
ragioni di chi dee dare e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi
e i nuovi che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che
par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete di Poppiano,
afflitto da malattia disperata; e tribolarsi con le fanti, pur
raccomandando al marito d'aver egli pazienza co' servitori; e dietro a
tutto questo, «le sue faccenduzze», che teme per tanto lavorìo e tanto
scrivere debbano «andarle in disordine». Ma ell'era donna da riparare
a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare e alla figliuola
sua Simona, prima da maritare e maritar bene, in modo da «esserne
consolati», poi allogata e da doverle mandar le nuove e riceverne; e
al suo messer Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di
ogni altra cosa del mondo; e al marito, cui consiglia della salute,
o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che in quelle sue
commesserie non gli piaccia portarla seco e far una casa sola, come
e' farebbe (dice amaramente) se gli fosse toccata moglie più degna; ma
in quella stessa lettera non crede poter lasciar la villa e le «molte
cose» nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni, salvo che
proprio egli voglia così, chè allora verrà, anche se «dovessi lasciare
ogni cosa andare in perdizione».
La vena del malumore trapela spesso da queste lettere, «essendo lei di
natura» scriveva Luigi al figliuolo «che si accuora assai le cose che
non li vanno per el verso»; ed ella stessa al marito, «Pensate che io
non posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso sempre al
peggio»; e in quasi tutte essa fa un lungo discorrere de' suoi malori:
ma come quelli non le impedirono di arrivar presso agli ottanta (nata
de' Sacchetti nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due
dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura alquanto rubesta
e inquieta e crucciosa non la faceva sdare nè rimetter punto della
operosità di madrefamiglia e massaia. Del resto le lettere di Luigi
mostrano che l'austerità de' loro caratteri non impediva l'amore.
«Benchè sia vero» le scriveva una volta dalla Romagna «che io sia
qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi stia inanzi senza
nulla in capo, e che abbi quelli servidori voglio, e che secondo el
paese non mi manchi le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per
certo, che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di
costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o consolazione alcuna,
chè non che altro chi ordinariamente conversa meco non mi satisfa;
e che arei più senza comparazione piacere potere vedere le cose mie,
te e la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di villa,
che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci sono qua e che ci
posso avere. Però mi pare mille anni ogni ora, potere venire costì per
8 giorni almeno.» E altra volta, che ella da buona moglie e madre si
sgomentava di certe grosse spese domestiche, così egli, anche allora
Commissario, piacevolmente e con affettuosa confidenza la rassicurava:
«Circa alle spese grande abbiamo avuto questo anno, e per l'advenire
aréno ancora, per finire le muraglie e fornire le case, è verissimo;
e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, non aremmo potuto reggere
a cosa alcuna, non che fare tutto; che penso si finirà ogni cosa e
fornirà le case bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma
non pensi, per le cose che potessino accadere: e se non ho trovato qui
una cavetta d'oro, come scrivi, ci ho trovato una certa vena che getta
in modo dolcemente che col tempo comparisce; e sta' di buona voglia,
chè a tutto si riparerà facilmente.... Stammi un tratto allegra, e
pensa che questa volta siamo usciti del fango, e resteremo in modo che
non ci potremo dolere della sorte; perchè le cose ragionevole non ci
mancheranno, e presumi che questa vena che getta sopperirà a tutto. A
Iddio piaccia possiamo goderci insieme lo stato nostro, e che noi siamo
sani.» E tutto il carteggio di Luigi con la sua «carissima Isabella»,
o dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fiducia e
reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di altro, come per esempio le
superstizioni astrologiche; secondo le quali e' le designa e prescrive
i giorni e le ore a punti di luna e di stelle, per andare o stare,
partire o tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantina, far
manipolare medicamenti dallo speziale.
Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ricordano la più
viva e fiorita lingua de' comici e novellieri di quel secolo; in altri
potrebbe il lessicografo abbellirsi di voci e locuzioni specialmente
attinenti a cose di villa; ve n'ha infine che ci offrono pensieri
e sentimenti espressi con singolare potenza. La discendente dai
collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di Francesco Guicciardini,
non fa torto al suo sangue nè al suo parentado.
Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia alla giudiziosa
signora, ci par di vederlo: «molto debolino d'animo, d'ingegno, e
di cervello, e di persona»: dove ciò che un valga, e per le facoltà
morali e per le intellettive e per le animali e per le fisiche, è
annoverato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile. Piena
di gentilezza, ed espressa come meglio non si potrebbe, è questa
sentenza (da altra lettera, di quelle che lascio inedite) sul correr
troppo a credere, massime se vi si mescola l'apprensione per coloro
che ci son cari: «Sempre si dice e pensa più che non è; e chi sente e
teme non può fare non gli dispiaccia». E in un'altra, più da giovane,
del 1517: «Sapete che la mia condizione è, sempre pensare a quello
che io non vorrei». E prima aveva detto che contro tali apprensioni
ricorreva alla «orazione»: ma «el timore era maggiore, perchè mi
pareva meritare ogni male»; con finir poi a riconoscere, lietamente
e grata, «esser Iddio più misericordioso che giusto.» È parlante il
ritratto di quel servitore che dà tanta briga al magnifico Commissario
in Arezzo: «faceva così in casa: ha una mala lingua, e commettitore di
scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla»: e qui l'Isabella, senza
di certo volerlo, danteggia garbatamente (vedi _Inf._ XXVIII, 35);
cioè attinge anche questa volta (confronta a pag. 253) dalle medesime
sorgenti popolari donde il Divino Poeta; come altrove gli rivendica
una desinenza dalla tirannia della rima (vedi _Inf._, XXXIII, 120),
quando ripetutamente scrive «fighi» e non «fichi». Rivendicazione più
compiuta che non quella filologica del Nannucci (_Nomi_, pag. 64),
il quale di altre desinenze in _igo_ per _ico_ adduce esempi, ma non
proprio di _figo_. (E nelle lettere del cognato Bongianni, _grego_; e
qui a pag.269, 275, _bianghi_: _bianchi_, invece, a pag. 263). E que'
suoi contadini? l'uno «un bel promettitore, e fassi di buono animo
a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene» (e soggiunge
modestamente, «a questo voi ci sarete, a Dio piacendo»); l'altro
«parla poco, par sensata persona». E d'ambedue poi si rimette alla
più antica sapienza del mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come
dice il proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio; e puossi
male vedere se non si pruova.» Così dov'ella descrive il vivaio de'
pesci, toccatole non sa da chi: e alle sue grida e «molto rimore», i
lavoratori «pareva che tutti si maravigliassino», e le dicono ragioni,
ma non la persuadono. E dov'ella è tutta dolente per la «botte del
vecchio» che s'è sfasciata: così «l'avess'ella venduto tutto! chè
pensava, e le riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi, e era
buono, e aranne a ricomperare....». E dove al marito ritrae sè medesima
malaticcia, «così trista per camera, come molte volte m'avete vista»; e
in altra lettera, delle inedite, «e così per casa mi sto tristerella»:
quando poi a scrivere dei malanni proprî o degli altrui la si mette a
distesa, ne fa relazioni da disgradarne il Redi.
Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto:
anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure
materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che
ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un
quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore
Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna
sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è
malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se
ne pigli il migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»;
da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E
il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di
sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto
à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e
mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi
veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso
a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io:
pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco
sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo
si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra,
che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella
futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio
l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco
vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci
io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in
questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle
cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento;
e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito
Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e
Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni,
che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con
cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate
donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a
Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da
avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e
donne, nell'atto che l'invocavano, se ne facevano degni menando attorno
gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della
Isabella «e isperare in lui».
Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze,
mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei, ANNETTA gentile. Nomi e
ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma
ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione
e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi
e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà
di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure
avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.
_San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883._