[300] _Ricordi storici de'_ RINUCCINI; Firenze, 1840; pag. CXXI-XXII.
Pei particolari delle feste di San Giovanni al tempo della Repubblica,
vedi CESARE GUASTI, _Le feste di San Giovanni Batista in Firenze_;
Firenze, Loescher e Bocca, 1884.
[301] Nella VIIª fra le _Elegiae_ del POLIZIANO, a pag. 238-248 delle
sue _Poesie latine e greche_ pubblicate per mia cura; Firenze, G.
Barbèra, 1867.
[302] Vedi nel cit. volume delle _Poesie latine_ del POLIZIANO, a pag.
145-147.
[303] Di Bartolommeo Scala, l'epitaffio in nome del padre di lei; che
riferii, con altra epigrafe, nel cit. volume polizianesco a pag. 145.
Di Naldo Naldi, _Eulogium in Albieram Albitiam morientem, ad Sismundum
Stupham eius sponsum_, e una sequela di epitaffi. Di Ugolino Verini,
_in Albieram_. Di Alessandro Bracci, _Epigrammata in Albieram Masi
Albitii filiam, puellam formosissimam, immatura morte peremptam_. E
adespoti, più altri epitaffi, epigrammi, ec. E poi in prosa, epistole
consolatorie allo sposo, di Marsilio Ficino, di Carlo Marsuppini,....
Da farne, insomma, un volume, se meritasse la pena, compulsando i
codici Laurenziani (sulla scorta del _Catalogus_ del Bandini), e un
Corsiniano 582, e i _Carmina illustrium poetarum italorum_ (Florentiae,
1719-1726).
Nel Catasto fiorentino del 1470 (_San Giovanni, Chiave_, c. 199) questa
è la «portata» di «Maso di Luca di messer Maso, malsano, di anni 42:
madonna Caterina sua donna, gravida, d'anni 30; Luca suo figliuolo,
d'anni 14; _Albera sua figliuola_; Maria sua figliuola; Danora sua
figliuola; Bartolomea sua figliuola; Lisabetta sua figliuola; Giovanna
sua figliuola». E nel _Libro dei morti_ dal 1457 al 1501: «L'Albiera di
Tommaso di Luca degli Albizi, riposta in San Piero Maggiore, a dì 15 di
luglio 1473». (_Archivio fiorentino di Stato_).
[304] Quel giovenile matrimonio è registrato nel Catasto fiorentino del
1469-70 (_Santa Maria Novella, Unicorno_, II, c. 213): «Marco di Piero
di Giuliano Vespucci, d'età d'anni XVI. Simonetta di messer Guasparri
Catani sua donna, d'anni XVI». Taluno ha dubitato dell'età di questo
marito: ma il confronto con altre portate ai Catasti (del 58, dell'80,
del 95) comprova che Marco Vespucci era proprio nato nel 1453. Dalla
Simonetta non apparisce aver avuto figliuoli; sì dalla seconda moglie,
che fu nel 1478 Costanza Capponi.
[305]
Vivebam, fato sum rapta Albiera; coniux
Sismundus vitam reddidit en iterum:
Nam faciem et claram caelato marmore formam,
Ingenium et mores carmine, restituit.
[306] Sui ritratti della Simonetta, non che sulla interpetrazione della
_Primavera_ del Botticelli, vennero riassunte autorevolmente le diverse
e disputate opinioni da _I. B. Supino_, _Sandro Botticelli_ (Firenze,
Alinari-Seeber, 1900), pag. 31-37, 69-82. Cfr. anche E. MÜNTZ,
_Histoire de l'Art pendant la Renaissance_, II (_Italie, L'âge d'or_),
pag. 636-38, 641; Paris, 1891.
[307] I soliti epitaffi, come per l'Albiera, ed epigrammi latini:
di Piero Dovizi da Bibbiena, di Tommaso Baldinotti pistoiese, di
Francesco Borsellini, nel cit. codice Corsiniano. E poi: una _Elegia
di Bernardo Pulci fiorentino, della morte della diva Simonetta, a
Iuliano de' Medici_; e dello stesso Bernardo un sonetto petrarchevole,
_La diva Simonetta a Iulian de' Medici_; e di un veronese Francesco
Nursio Timideo, pur terzine elegiache intitolate latinamente _Carmen
austerum in funere Symonettae Vespucciae florentinae, ad illustrissimum
Alphonsum Calabriae ducem_: da vedere nello scritto di A. NERI, _La
Simonetta_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_; vol. V,
1885, pag. 131-147, riassunto nell'_Illustrazione Italiana_, n.º 13 del
1886.
[308] Vedi _La Giostra di Giuliano_, nel mio libro _Florentia_
(Firenze, Barbèra, 1897) a pag. 391-393.
[309] «In Simonettam», a pag. 149-150 della cit. mia edizione delle
_Poesie latine e greche_. Quello nel quale «Iulii est sententia a me
versibus inclusa» dice così:
Aspice ut exiguo capiatur marmore quicquid
mortali possit a superis tribui.
Hic Simonetta iacet, cuius mortalia cuncta
concipere immensum non poterant animum:
quam neque mors potuit visa exterrere, Deumque
mox petiit cui se nympha dedit moriens.
[310] Vedi _Alcune prose di Lorenzo de' Medici per dichiarazione e
storia de' suoi Sonetti e delle Canzoni_, nel volumetto (Firenze,
Barbèra, 1859) delle _Poesie_ di L. DE' M. per cura di G. Carducci; a
pag. 35 e segg.
[311] _Carte Medicee avanti il principato_ (nell'Archivio fiorentino
di Stato), filza XXXIII: lettere da Firenze di Piero Vespucci, suocero
della Simonetta, al magnifico Lorenzo a Pisa, che gli aveva mandato il
suo proprio medico.
_18 aprile 1476_ — .... La Simonetta si sta quasi nelli medesimi
termini che quando Voi partisti, et poco v'è di meglioramento.
Attendevisi et per maestro Stefano et per ogni homo cum
diligenzia, et così sempre si farà....
_20 aprile._ — .... Pochi dì fa vi scrissi e avvisa'vi del male
di Simonetta; el quale, per grazia di Dio, e per virtù di maestro
Stefano mediante Voi, è alquanto meglio, chè à meno febre e meno
rimessione, ed à meno afanno del petto, mangia meglio e dorme
meglio: e per quanto dicano e' medici, el male suo sarà lungo,
e pochi rimedi ocorre fare, se none buono governo. E sendo stato
cagione di questo bene, tutti noi e sua madre, che è a Piombino,
asai vi ringrazia e ubrigati vi siamo della dimostrazione
avete fatto di questo suo male; e non volendo peccare nella
ingratitudine verso el maestro, di nollo tenere qui quanto
potrebe durare el male, e anche nonn è molto neciesario, e anche
perchè non potremo sodisfare con pagamento tale obrigo per la
imposibilità nostra; e per tanto vi priego mandiate per detto
maestro Stefano, e avisate quello se gli à a dare, che venerdì
santo venne. E noi senpre siamo presti a fare ogni cosa dove
richiede el debito nostro, e masime avendo riguardo a conservare
ogni vostro onore, come questo e ogni altro. Aspetterò da voi
aviso, e tanto seguiremo....
_26 aprile._ — Magnifice ac praestantissime vir, compater
honorandissime ec. Scripsivi nelli giorni passati del
melioramento della Simonetta, el quale invero non ha perseverato
come io credetti et come saria stato nostro desiderio. Questa
notte sono stati alla disputa maestro Stephano et maestro Moyse,
di darle una medicina; la quale concluseno doverseli dare, et
così le hanno data. Non si pò ancora comprendere che fructo farà:
Dio voglia che facci quanto desideriamo! Et perchè altra volta
io vi scripsi della incomodità mia circa alla mercè et salario
di maestro Stefano, et da voi non ho risposta alcuna, non m'è
parso pigliare partito alcuno; et ancora per otto giorni lo
stare suo mi piace, chè pure in questo termine si doverà vedere
quello debba sequire: benchè non limito detto termine, se non
cum conditione che la intenzione vostra sia così; di che mi sarà
caro due versi di risposta di vostro parere. Questi medici sono
del male suo discordi: maestro Stephano dice, epsa non essere
nè etica nè tisica, et maestro Moyse tiene el contrario: non so
chi meglio sene vede. Raccomandomi alla M. V. Florentiae, xxij
aprelis MCCCCLXXVI. M.tie V. quicquid est Petrus Vespuccius
eques.
[312] Sforza Bettini; Firenze, 27 aprile 1476 (_Carte medicee av. il
princ._, cit. filza XXXIII).
[313] _Stanze per la Giostra_; II, 33.
[314] Cfr. nota 10.
[315]
Dum pulchra effertur nigro Simonetta pheretro,
blandus et exanimi spirat in ore lepos,
nactus Amor tempus quo non sibi turba caveret,
iecit ab occlusis mille faces oculis.
Mille animos cepit....
[316]
Stirpe fui, forma, natoque, opibusque, viroque
felix, ingenio, moribus atque animo.
Sed cum alter partus iam nuptae ageretur et annus,
heu! nondum nata cum sobole interii.
Tristius ut caderem, tantum mihi Parca bonorum
ostendit potius perfida quam tribuit.
Ioannae Albitiae uxori incomparabili
Laurentius Tornabonus
Pos. B. M.
_Poesie lat. gr._ cit. pag. 154-155.
[317] Quanta pietà, su que' cinque decapitati ma in particolare sul
giovine Lorenzo, in questa linea di diario contemporaneo!: «.... de'
quali ne 'ncrebbe a tutto el popolo.... E féciogli morire la notte
medesima, che non fu senza lacrime di me, quando vidi passare a'
Tornaquinci, in una bara, quel giovanetto Lorenzo, inanzi dì poco».
_Diario fiorentino_ di LUCA LANDUCCI, ed. Del Badia; Firenze, Sansoni,
1883; pag. 156-57.
[318] Due sono le medaglie in onore di Giovanna. Identico in ambedue
il ritratto, scrittovi in giro, «Ioanna Albiza uxor Laurentii
de Tornabonis»: e alla figurazione dell'un rovescio, «Castitas.
Pulchritudo. Amor»; dell'altro, «Virginis os habitumque gerens et
virginis arma». Vedi a pag. 442-43 dello scritto di E. RIDOLFI, cit.
nella seguente nota.
[319] Non Ginevra Benci, ma Giovanna Tornabuoni. Vedi ENRICO RIDOLFI,
_Giovanna Tornabuoni e Ginevra de' Benci nel coro di S. Maria Novella
in Firenze_; nell'_Archivio Storico Italiano_ Ser. V, to. VI, an. 1890;
pag. 448 segg.
[320] Lo ebbero i Pandolfini, per eredità dai Tornabuoni, nel loro
palazzo di Via San Gallo, sino a quasi un cent'anni fa; ora è in
Inghilterra: vedi a pag. 444-49 del cit. scritto di E. Ridolfi. Il
quale alla descrizione della tavola del Ghirlandaio soggiunge: «Dietro
la persona vedevasi appeso alla parete un filo di coralli ad uso di
collana, sotto il quale in una cartelletta il seguente distico, che per
la grazia sua potrebbe ben essere dettato dal Poliziano.... _Ars utinam
mores animumque effingere posset! Pulchrior in terris nulla tabella
foret. 1488._»
[321] Affreschi della villa Lemmi, scoperti nel 1882. Vedi il
cit. scritto di E. RIDOLFI, pag. 439-42; e I. B. SUPINO, _Sandro
Botticelli_, pag. 92-96; e CAVALCASELLE E CROWE, _Storia della pittura
in Italia_ (Firenze, Succ. Le Monnier), VI, 1894, pag. 258-262.
[322] «An. MCCCCLXXXX, quo pulcherrima civitas, opibus victoriis
artibus aedificiisque nobilis, copia salubritate pace perfruebatur.»
Vedi a pag. 169 delle cit. _Poesie lat. gr._
[323] I particolari della descrizione che segue sono forniti
dall'Ammirato, riferito nel cit. scritto di E. RIDOLFI, pag. 438-39.
[324] Vedi, nel mio cit. volume delle _Poesie latine e greche_
la dedicatoria della IIIª fra le _Sylvae: Ambra, in poetae Homeri
enarratione pronuntiata_; MCCCCLXXXV: pag. 333-335: ed ivi, dalle
_Epistolae_ pur del Poliziano, riferito ciò che risguarda Lorenzo
Tornabuoni.
[325] Antonia di Francesco Giannotti fu moglie a Bernardo Pulci,
fratello di Luca e di Luigi. Scrisse le _Rappresentazioni sacre di
Santa Guglielma, Santa Domitilla, il Figliuol prodigo, San Francesco_.
Vedi A. D'ANCONA, _Origini del teatro italiano_; Torino, Loescher,
1891; I, 268-69: e F. FLAMINI, _La vita e le liriche di Bernardo Pulci_
nel periodico _Il Propugnatore_, Nuova serie, vol. I (1888), pag.
224-25.
[326] Su madonna Lucrezia vedi _Lucrezia Tornabuoni donna di Piero di
Cosimo de' Medici, Studio_ di G. LEVANTINI-PIERONI: Firenze, Successori
Le Monnier, 1888: e _Le Laudi di Lucrezia de' Medici per cura di_
GUGLIELMO VOLPI; Pistoia, 1900. A lei a Careggi scriveva da Fiesole,
nell'estate del 79, il Poliziano (a pag. 72 del cit. mio volume di
_Prose volgari e Poesie latine_ ecc.): «Madonna Lucrezia, o vero
Lucrezia,» cioè la nipotina «aveva apparato a mente tutta la Lucrezia»
cioè «laude e sonetti e ternarii» della nonna. In alcun altro di que'
documenti della vita domestica medicea, è nominata fanciullescamente
«Lucezia» quella che al Varchi (_Stor. fior._, VI, XXXIX) doveva
parere «la più degna e la più venerabile matrona, che forse giammai per
nessun tempo in alcuna città si trovasse». Ed enumera poi tutte le sue
attinenze di sangue e di parentela; il che mostra com'e' sentissero
la parte pur della donna nella storia civile: «figliuola di Lorenzo
de' Medici, sorella carnale di papa Leone, cugina di Clemente, zia
d'Ippolito cardinale de' Medici e di Lorenzo duca d'Urbino, moglie
di Iacopo e madre di Giovanni Salviati cardinale, suocera del signor
Giovanni [delle Bande Nere], avola materna del duca Cosimo».
Delle letterine scritte dai bambini di casa Medici, e delle materne
della Clarice moglie di Lorenzo, con altri documenti domestici, si
potrebbe fare un bel mazzolino, chi lo legasse poi con garbo. Io
raccolsi (per nozze Bemporad-Vita; Firenze, 1887) le _Letterine d'un
bambino alunno di messer Angelo Ambrogini Poliziano_, cioè Piero de'
Medici. Aggiungi: _Nonna, Mamma e Nipotina. Lettere femminili di casa
Medici_ (1477-1479); Firenze, Civelli, 1892. E _Affetti di famiglia nel
Quattrocento, Spigolature di_ GUGLIELMO VOLPI; Firenze, 1891, estr. da
_Vita Nuova_, II, 50.
[327] Vedi I. BURCKHARDT, _La civiltà del secolo del Rinascimento in
Italia_, trad, da D. Valbusa; Firenze, Sansoni, 1876; II, 166-69: e G.
VOIGT, _Il Risorgimento dell'antichità classica_, trad, da D. Valbusa;
Firenze, Sansoni, 1888-97; I, 439-40, 589: e VITTORIO ROSSI, _Il
Quattrocento_; Milano, Vallardi; pag. 41-42. E a pag. 291 del mio libro
_Florentia_; Firenze, Barbèra, 1897.
[328] Così ne scriveva al magnifico Lorenzo, da Venezia il 20 giugno
1491: «_Item_, visitai iersera quella Cassandra Fedele litterata, e
salutai ec. per vostra parte. È cosa, Lorenzo, mirabile, nè meno in
vulgare che in latino: discretissima, _et meis oculis etiam_ bella.
Partì' mi stupito.... Verrà un dì in ogni modo a Firenze a vedervi;
sicchè apparecchiatevi a farli onore.» A pag. 81-82 delle _Prose
volgari_ ec. da me pubblicate.
[329] Vedi nel mio cit. volume polizianesco di _Poesie lat. e gr._,
a pag. 199-204, 214, 215; e V. ROSSI, _Il Quattrocento_; Milano,
Vallardi; pag. 275.
[330] Vedi nel cit. volume gli epigrammi _In Mabilium_ (contro il
Marullo), pag. 131-140: e a pag. 273-74 l'ode in _Bartholomaeum
Scalam_.
[331] La prima delle tre, Eleonora Nencini. Le altre due: Maddalena
Marliani Bignami di Milano, e Cornelia Rossi Martinetti di Bologna.
Nell'Inno secondo dei Frammenti del Carme _Le Grazie_.
[332] Per l'Ambra, vedi nel cit. volume la IIIª delle _Sylvae_,
intitolata _Ambra_, con allusione alla villa medicea del Poggio a
Caiano; e fra i poemetti di Lorenzo (ed. Carducci, pag. 261-277) quello
pure intitolato _Ambra_. Del Boccaccio poi vedi il _Ninfale fiesolano_,
i cui protagonisti, Affrico e Mensola, finiscono tragicamente ne' due
ruscelli così anc'oggi chiamati.
[333] La pietosa storia di questa sposa giovinetta (_puella_; nel
senso generico di donna giovine: come anche _fanciulla_, vedi il quinto
Vocabolario della Crusca), di nome «Alba» o «Albiera», ma non sappiamo
di chi figliuola nè a chi moglie, morta appena a vent'anni, è diluita
negli slombati distici dei due umanisti fiorentini e medicei, Naldo
Naldi e Ugolino Verini.
Canta il Verino (Cod. Laurent. XXXIX, XLII, c. 27-28):
_De Albera puella quae sub porticu attrita est._
Tam dira heu miseris fati mortalibus instat
sors? heu quam magnum porticus ausa nefas!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Porticus annoso ligno subfulta vigebat,
quod carie attrivit longa senecta malo.
Rusticus hic imbrem atque aestus vitare solebat
nam _tusca hanc quartus signat ab urbe lapis_.
Venerat huc multis comitata Albera puellis,
infoelixque illic dum manet illa perit.
Porticus ingentem traxit collapsa ruinam:
pignora dum protegit, concidit ipsa parens;
occidit, et caro vitam servavit alumno,
carior et nati quam sua vita fuit.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quid lachrymae, quid vota, pii valuere mariti?
quid quod eras Scalae vatis amica tui?
E poi:
_Epitaphium Alberae puellae_
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vix me bisdenos numerantem, porticus, annos,
dum ruit, elysias compulit ire domos.
Alberae fuerat nomen mihi, lector amice:
ne pigeat tumulo collachrymare meo.
E Naldo Naidi (Cod. Laurent. XXXV, XXXIV), che viva l'afiligge con
ismaniosi elegiaci (c. 4-6, 7-9, 11, 18-20), nè può saperla andata in
campagna a bagnarsi senza restarne in timore, che, mentre le faranno
corteggio le ninfe aquatiche, non le abbiano a dar noia quelli sguaiati
de' Satiri silvestri, canta egli pure l'
_Eulogium in Albam morientem_
Vos igitur mortis causas praebetis acerbae;
estis et exitio, rura, molesta gravi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nam dum rura colit, prima est abrepta iuventa,
dum ruit in tenerum trabs inimica caput.
Quid labor heu fuerat, fugeret dum cara puella,
labentem murum substinuisse Lares?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nam dum forte cupis nimia pietate puellum
pellere ab extremis, Alba benigna, malis,
occidis infelix, fato moritura severo,
dum cadit in tenerum dira ruina caput.
Heu quis tunc matri, cernenti talia, sensus,
qualis in exangui corpore vita fuit,
candida cum natae morientia viderat ora,
ferre nec extremo tempore posset opem?
Et nisi quod subito stupuit devicta dolore,
in medio linquens languida membra solo,
non potuit tanto cernens superesse dolori,
sed fuit in natae morte casura, parens.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nona dies aderat, crudeli funere rapta
cum iacuit gelido cara puella thoro,
cum venit absentis miseras ad coniugis aures,
uxorem fato succubuisse gravi.
Ut rediit tandem, rumore accitus amaro,
sensit et in tristi condita busta solo,
arserat impatiens uxoris membra pudicae
visendi subito, qualiacunque forent.
Instabant cuncti graviter ne vellet amici
flaccida iam longa membra videre mora:
attamen e nigro promatur ut illa sepulchro,
vicerunt miseri vota dolenda viri.
Ergo ubi dimotus, qui cygnea colla tegebat,
atque palam, gelidus, fecerat illa lapis,
qualia viventis patuerunt ora puellae,
candida nec turpi commaculata situ.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
An quoque te livor carpit, Venus aurea, divam,
et premit invidia pectora sancta gravi?
Sic est: heu carae nocuit pia forma puellae,
invidia superas nec caruisse deas.
[334] _Decameron_, Introduzione.
[335] Non disdico quanto scrissi. È bensì vero, che nel medioevo, e
suoi strascichi, la carità pubblica parve quasi respingere da sè la
pietà femminile, relegata, spesso crudelmente, nei chiostri. Nella
peste del 1630 e 33 in Firenze, l'uso che gli Ufficiali della Sanità
facevano delle donne era di «rinchiuderle», cioè vietar loro d'uscire
di casa, salvo che potessero andare in carrozza loro propria. E una di
esse, che anche era una brava donna, se ne sfogava nientemeno che con
Galileo: «Qua si fa la quarantena per noi altre povere donne, per la
quale sono passati già venti giorni: e questa mattina è andato il terzo
bando per altri dieci giorni, con speranza che S. Giovanni ci scarceri
e dia libertà; ma purchè giovi: e sia fatta la volontà del Signore».
Lettera de' 14 maggio 1633; la 2507 nel _Carteggio_ galileiano
(Edizione nazionale, to. XV, 1904, pag. 122): cfr. i n. 2477, 2479,
2503, 2511, 2534.
[336] Nel _Saggio di Rime di buoni autori_ ec.; Firenze, 1825.
[337] _Delle bellezze delle donne, Discorsi due_; nel secondo de'
quali si legge: «Ma ditemi il vero: non vi par egli che questa nostra
dipintura (_della perfetta bellezza d'una donna_) sia riuscita, nella
mente vostra, più bella con quattro di voi, che la famigerata Elena di
Zeusi con cinque Crotoniate? E questo è un fortissimo argomento, che a
Prato sono oggi molto piú belle le donne, ch'elle non erano in Grecia
anticamente». Del resto, al trattato umanistico del Firenzuola avevano
preceduto, intorno a quel leggiadro argomento, le graziose goffaggini
medievali, di forma tra il popolano e il dottrinale. Vedi, per esempio:
_El costume de le donne, con un Capitolo de le_ XXXIII _bellezze_ (per
cura di S. MORPURGO); Firenze, Libreria Dante, 1889. Della sede e scena
dei dialoghi Firenzoliani dove oggi il Collegio Cicognini, vedi CESARE
GUASTI, _Memorie di Giuseppe Silvestri_; Prato, 1874; II, 5-6.
[338] _Purg._ XIV, 109-10; _Inf._ XXXI, 17.
[339] Vedi, per quanto qui riferisco sulla Giostra del magnifico
Lorenzo, le indicazioni contenute a pag. 407-408 del cit. mio libro
_Florentia_.
[340] Mi piace riferire (parte della prima, e della seconda l'intero)
le due lettere di Francesco Tornabuoni al magnifico Lorenzo, dei 4 e
degli 11 gennaio 1469 (le pubblicai per nozze Levi-Bondi: _La fidanzata
di Lorenzo de' Medici_; Firenze, Landi, 1897).
.... E' non manca mai giorno, che io non sia a vedere la vostra
madonna Clarice, che mi fa impazare; che ogni giorno me ne pare
meglio: lei bella, e piena di tutti i buon costumi, e à uno
spirito mirabile; e sono circa viij giorni che l'à cominciato
a imparare a ballare, c'ogni giorno à imparato un ballo: che
non li è prima mostro, che l'à imparato. Maestro Agnolo l'avea
pregata che la dovessi scrivervi di suo' mano, e per niente non
lo volea fare: io l'ò tanto pregata, che per amore mio disse
essere contenta farlo; ma ben mi disse che voi dimostravi essere
molto occupato in questa giostra, chè dapoi è venuto Donnino non
à avuto vostre lettere. Poi che voi non la potete vicitare con
la persona, fatelo almanco con lettere spesso, chè gliene date
gran consolazione. E in effetto, voi avete la più digna compagna
d'Italia....
X.º Al nome di Dio, adi xj di febraio 1468 (_stil fior._).
Magnifice vir et maior honorandissime. Questo dì c'è suto
lettere di Giovanni Tornabuoni, come avevi fatto la giostra,
e n'era uscito sano e con grandissimo onore V. M. La qual cosa
subito ebbi intesa, l'andai a dire a la vostra madonna Clarice,
e li portai una lettera di Giovanni, che non vi potrei dire la
consolazione n'ebbe: che sono iiij giorni non s'è rallegrata
se none oggi, perchè stava continovamente in sospetto di V. M.
per rispetto de la giostra; e ancora à avuto un poco di doglia
di testa, e subito intese questa nuova li passò la doglia, e
sta tutta allegra. E di madonna Madalena non vi dico nulla, chè
sarebbe impossibile a dirlo con quanta consolazione e allegreza
sta, e solo li resta avere una consolazione: e questo ène, che
voi vegniate fin qua questa quaresima, chè dice che vuole che
voi vegiate la vostra mercanzia avanti l'abiate a casa: la quale
ogni giorno migliora. In questa fia una lettera sua. Madonna
Clarice non à voluto scrivere, e àmi detto che io vi scriva per
suo' parte che v'à da dire un grandissimo segreto, e che non si
fida di persona, nè lo vuol fare per lettera perchè dubita non ne
fussi fatto mal servigio: e in effetto, vi chiama a più potere, e
dice, ora s'è fatto la giostra, non arete più scusa da arecare. E
a V. M. si raccomanda, e vi priega la raccomandiate al magnifico
Piero e a madonna Contessina e a madonna Lucrezia e a la Bianca
e a la Nannina e a Giuliano. Ieri levai panno pagonazo di Londra
per una gonna a la romanesca, perchè questa quaresima vuol
Madonna che la vadia a la romanesca, che credo non istarà punto
male, e vuole andar vicitando tutti questi perdoni, pregando
Iddio per voi.
Per questa terra non si fa altro che dire de la gran magnificenza
avete fatto, e massimo de la persona, che si dice vi siate
aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire, e che
giamai fu paladino facessi quello à fatto V. Magnificenza, che
ciascheduno se n'è ralegrato grandemente, e massimo li amici
vostri. Messere Giovanfrancesco figliolo del Marchese di Mantova
si raccomanda a V. M., e per Dio se n'è molto rallegrato e
avutone grandissima consolazione, confermandovisi sempre parato
ai piaceri di V. M.
Per questa non m'accade a dire, se non che sempre mi raccomando
a V. M., che l'altissimo Iddio di male guardi e la conservi in
felicità.
Vostro Francesco di Filippo Tornabuoni in Roma.
La fidanzata scriveva a Lorenzo il 28 gennaio: e ne rispetto la
grafìa, che è ben diversa in altre lettere della Clarice dopo fattasi
fiorentina:
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho hauta una vostra
lettera, e inteso quanto scrivete. Che a Voi sia cara la mia
lettera me piace, como a collei che sempre desidera fare cosa
che ve sia grata. Et più dite, che avete poco scritto: remagno
contenta a tanto quanto vi piace, governandome sempre in bona
speranza. Madonna mia matre ve benedice. Piacive recomandarme a
vostru et mio patre, a vostra e mia matre, e a quelli altri che
vi pare. Sempre me recomando a Voi. A Borna, die xxviii gennaio
1469. Vostra Clarice de Ursinis.
E il 25 febbraio, dopo che Lorenzo stesso le aveva scritto della
giostra, rispondeva:
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho auta una vostra
lettera, la quale a mi è molto grata, dove mi avi sate de la
giostra, che havete hauto l'onore. A mi molto mi piacce che
sia sodisfato l'animo vostro in quelo che v'è sì a piacere; et
se le horationi mia sonno hesaudite in questo, me è caro, como
a culei che desidera fare cosa che ve sii a piaccere. Pregovi
me recommandate a mio patre Piero, a mia matre Lucretia, et
a madonna Contissina, et tucti l'altri che ve pare. Io mi
recommando a Voi. Non altro. In Roma, die XXV febr. 1469. Vostra
Clarice de Ursinis.
Caratteristico de' costumi, non meno che squisito per pittura dal
vero, è quanto, due anni prima, aveva scritto da Roma, nel marzo del
67, madonna Lucrezia al marito Piero de' Medici, dopo aver messo gli
occhi sulla Clarice come buon partito pel loro figliuolo. Così le due
letterine della fidanzata, come questa della Tornabuoni, le pubblicò
Cesare Guasti (_Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici
ed altre lettere_, ec.) per nozze Uguccioni-Del Turco; Firenze, tip. Le
Monnier, 1859.
.... Giovedì mattina, andando a San Piero, mi riscontrai in
madonna Maddalena Orsina, sorella del Cardinale, la quale avea
seco suo' figliuola, d'età d'anni 15 in 16. Era vestita alla
romana, co'l lenzuolo; la quale mi parve, in quello abito, molta
bella, bianca e grande: ma perchè la fanciulla pure era coperta,
non la pote' vedere a mio modo. Accadde ieri che andai a vicitare
il prefato monsignor Orsino, il quale era in casa la prefata suo'
sorella, che entra in nella sua; quando, fatto per tuo' parte con
suo' Signoria le debite vicitazioni, vi sopraggiunse la prefata
suo' sorella colla detta fanciulla; la quale era in una gonna
istretta alla romana, e sanza lenzuolo: e stemoci gran pezzo a
ragionare; e io posi ben ment' a detta fanciulla. La quale, come
dico, è di ricipiente grandezza, e bianca, et à sì dolce maniera,
non però sì gentile come le nostre; ma è di gran modesta, e da
ridulla presto a' nostri costumi. Il capo non à biondo, perchè
non se n'à di qua (_cioè, a Roma non son comuni le bionde, che
erano le più pregiate di bellezza_): pendono i suoi capegli in
rosso, e n'à assai. La faccia del viso pende un po' tondetta;
ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma mi
pare un po' sotiletta o, a dir meglio, gentiletta. Il petto
non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate; ma mostra di
buona qualità. Va col capo non ardita come le nostre, ma pare
lo porti un po' innanzi: e questo mi stimo proceda perchè si
vergogniava; chè in lei non vego segnio alcuno, se non per lo
star vergogniosa. La mano à lunga e isvelta. E tutto racolto,
giudichiamo la fanciulla assai più che comunale; ma non da
comparalla alla Maria, Lucrezia e Bianca (_loro figliuole_).
Lorenzo lui medesimo l'à vista: e quanto esso se ne contenti,
tu lo potrai intendere. Io giudicherò che tutto che tu et lui
ditirminerete sia ben fatto, e me n'accorderò. Lassiamne Idio
pigliar il meglio partito.... Tua Lucrezia.
E in altro foglio di sua mano soggiungeva:
Come ti dico per letera di mano di Giovanni (_Tornabuoni, suo
fratello_), noi abiàno vista la fanciulla, con buono modo e sanza
dimostrazione; e quando la cosa nonn'abia avere effetto, non ci
si metterà nulla del tuo, chè nallo ragionamento s'è avuto. La
fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e biancha: non à uno
bello viso, nè rusticho; à buona persona. Lorenzo l'ha veduta:
intendi da lui se la li piace; chè ci è tante altre parti, che
s'ella soddisfacessi a lui, ci potremo contentare. El nome suo è
Clarice. Lucretia tua.
[341] _Delle nozze di Lorenzo de' Medici con Clarice Orsini nel 1409;
Informazione di Piero Parenti fiorentino_: Firenze, tip. Bencini, 1870.
[342] Vedi nel mio libro _Florentia_, a pag. 212 e 307.
[343] Vedi la XXIIIª delle lettere del Poliziano, da me date nelle sue
_Prose volgari_.
[344] Vedi _Un cappellano mediceo_, a pag. 422 e segg. del mio
_Florentia_.
[345] _Nota dell'armeggeria fatta da Bartolommeo Benci alla Marietta
degli Strozzi il 14 di febbraio 1464 in Firenze_; Firenze, tip.
Galileiana, 1876: pubblicata, per nozze Paoli-Martelli, da A. GHERARDI
con lettera dedicatoria illustrativa.
[346] «Ritrasse di naturale» scrive di Desiderio da Settignano il
Vasari (IV, 228) «la testa della Marietta degli Strozzi; la quale
essendo bellissima, gli riuscì molto eccellente»: e dal Boschetto degli
Strozzi, fuor di Porta S. Frediano, è oggi nel loro palazzo in città.
Altri ha creduto riconoscerla in un busto, pure strozziano, che è nel
Museo di Berlino. «Ad Laurentium Strozam de Mariettae sororis laudibus»
sono distici del solito eulogista mediceo Naldo Naldi, nel codice
Laurenziano XXXV, XXXIV, c. 15-17.
[347] Fra le _Vite_ di contemporanei scritte da Vespasiano da Bisticci,
è anche quella dell'Alessandra Bardi Strozzi: ma vedi di lei anche
nell'aureo libro di CESARE GUASTI sull'altra degna donna entrata
nell'altro ramo della grande famiglia, Alessandra Macinghi negli
Strozzi: _Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai
figliuoli esuli_; Firenze, Sansoni, 1877; pag. XII-XV.
[348] Nel cit. carteggio domestico pubblicato dal Guasti, si può vedere
(pag. 589-90, 594-96) com'era giudicata la Marietta, quando si trattò
di farne la moglie d'uno de' figliuoli dell'Alessandra, Lorenzo. A
questo Lorenzo, che n'era innamorato fino a dare per certo che o lei
o nessuna, il fratello maggiore Filippo scriveva nel 69: «Confessoti
che sia da mettere per bella fanciulla, o vuoi dire donna, e che ha
buona dota: ma in opposito mi pare vi siano tante parti, che pesono
assai più che le buone. Di prima faccia, a chi lo sentirà parrà che
noi vi manchiamo di riputazione, perchè la mercatanzia non va, tanto è
soprastata e suta percossa» (allude a trattative d'altri matrimoni) «e
costì e altrove; e l'essere trasandata di tempo, e sanza padre e sanza
madre,» (era morta nel 65) «e fuori di casa sua, essendo bella, non
sarebbe gran fatto che ci fussi qualche macchia. Poi penso, ec.»
[349] È del febbraio 64, a Lorenzo, giovine di diciott'anni, a Pisa,
nell'Archivio fiorentino di Stato, _Carte Strozzi Uguccioni_, filza
CIII, a c. 72. Questo e qualche altro po' del latino che, leggendo
alle signore, tradussi, non disdice forse all'argomento umanistico....
nè ormai a leggitrici parecchie, che vengon sapendo di latino più di
taluni laureati.
.... ea ad te scribam, quae neque ah amicitia nostra aliena sunt,
simulque in legendo tibi aliquam voluptatem possint afferre.
Cum enim haec scribebam, nix totam pene urbem oppleverat: quam
aliis taedio atque languori, aliis exercitio atque voluptati,
fuisse scias; sed in primis incredibili voluptati fuit Laucterio
Neronio, Priori Pandolfino et Bartholomeo Bencio, spectatissimis
sane nostrae civitatis hominibus. Hi enim, hac oblata rerum
opportunitate, in id convenerunt, ut aliquid memoria dignum
ederent. Quapropter, circiter secundam horam noctis, ante aedes
Strozzae puellae, cum summa hominum frequentia, nam ad id undique
populus confluxerant, se obtulerunt, scilicet parati et simul
iacere atque recipere quasi ad invicem multam nivem. Partiti
igitur sunt cum puella nivem. Quod spectaculum, Dii immortales!
nam pro dignitate, et innumerorum funalium luminibus, et tubarum
clangore atque tibiarum suavitate, exornatum erat. Hic autem
vereor ne mea inculta oratione assequi possim quid ea nocte meis
oculis conspicatus sum. Quid enim dicam de variis circumastantium
studiis? quid de multorum applausu? Liceat haec breviter
perstringere, mi Laurenti, cum assequi nostris verbis nequeamus.
Quisque enim illorum aliquid egregium se adeptum putabat, si nive
niveae puellae faciem conspersisset, adeo ut facile diceres,
hanc totam rem non nivis ludum fuisse, sed potius sagittatorum
certamen ad scopon, tanta gloria pugnabant! Ipsa vero puella ita
se gessit, ob summam, quae in illa est, ludendi venustatem atque
dexteritatem, non dicam ob pulchritudinem quae satis omnibus
innotescit, ut probata ab omnibus atque commendata discederet.
Adolescentes vero ii, qui tam liberaliter luserant, nullo pacto
prius, quin digno munere eam afficerent, discedendum putarunt.
Itaque discessum est, ut unusquisque sibi accumulatissime
satisfecisse videretur...»
[350]
Nix ipsa es virgo, et nive ludis. Lude; sed ante
quam pereat candor, fac rigor ut pereat.
A pag. 143 delle cit. _Poesie lat. e gr_. Vedi ivi da me indicati
altri consimili ghiribizzi nivali. Del resto si hanno, de' giuochi di
neve, anche riscontri medievali popolari. Nei Sonetti di Folgore da
San Gimignano (_Le Rime_ ec.; Bologna, 1880; pag. 5) per la Brigata
spendereccia senese, uno de' divertimenti invernali dev'esser di
uscir di fora alcuna volta il giorno,
gittando della neve bella e bianca
a le donzelle che staran dattorno.
E uno dei _Canti carnascialeschi_ fiorentini (Firenze, 1559; pag. 61),
dei tempi appunto della Marietta, è il _Canto della neve_, gentilissima
cosa, come bastano questi versi a mostrare:
Chi vuol con questa neve trastullarsi,
o belle donne, ei non è tempo a starsi.
La bella neve, donne, oggi v'invita:
l'è oggi bianca, e doman fia fuggita;
e così fa la vostra età fiorita:
chè tosto è vecchia; e poi bisogna starsi.
[351] FOSCOLO, _Sepolcri_, vv. 20-22.
[352] Delle nozze episcopali fiorentine ebbi a far cenno nella prima di
queste monografie, a pag. 28. Sono descritte in un frammento di Cronaca
del 1342, pubblicato dietro a quella domestica di Donato Velluti, da
D. M. MANNI (Firenze, 1731), che alcune pagine della sua prefazione al
libro spende su questo argomento, riferendone autorità di scrittori
e di documenti. Dal latino notarile di quei documenti e di altri,
concernenti il matrimonio della badessa di San Piero, si atteggiano
pittorescamente costumi e figure di coteste età singolari.
In quelle nozze del 1342, il vescovo novello viene (così descrivono
memorie d'un Libro della famiglia Visdomini, riferite dal Manni) viene
da Porta Romana. Gli vanno incontro «con tube e cennamelle e altra
sorta strumenti» il Potestà e il Capitano con tutti i loro cavalieri
e giudici, e grande popolo dietro: così pure, tutti i canonici e
il clero e le fraterie, processionalmente. Alla porta i Visdomini e
i Tosinghi (le quali due famiglie sono i «visdomini» del vescovato
fiorentino, i proverbiati da Dante [_Parad_. XVI, 112-114] del «farsi
grassi» in sede vacante) scendono da cavallo, e «con serto e ghirlande
in capo» aspettano 1 vescovo. All'arrivo di lui, che viene, «parato
pontificalmente con mitra e piviale», e passa a cavallo la porta,
quattro dei suddetti visdomini lo ricevono sotto un palio di drappo
dorato retto su quattro bigordi o aste da giostra: altri due, in
ufficio di «addestratori», prendono il freno del cavallo. E così, da
Porta Romana la comitiva giunge a San Pier Maggiore. Scende il vescovo
da cavallo: e i visdomini «lo ricevono nelle loro braccia, e con esso
vanno all'altare»; e poi, mentr'e' si para, «sempre lo tengono fra le
braccia», aiutandolo a vestirsi, e «vanno con esso fino alla camera, e
dentro la camera, della badessa». Ivi il vescovo trova «un bellissimo
letto che la badessa ha fatto fare per lui», e in quello si riposa a
piacer suo. Poi esce di camera, e viene nel chiostro, dove si fa il
banchetto. Il cavallo del vescovo resta alla badessa. Il giorno dipoi
tornano i visdomini alla camera dov'è rimasto il vescovo; e al solito
inghirlandati lo accompagnano in chiesa all'altare e lo insediano
solennemente: poi viene il clero, vengono i religiosi, e lo conducono,
scalzo, da San Piero a Santa Reparata, dove prende possesso.
Centoventuno anni dopo, il 27 agosto 1473, il vescovo (anzi
allora l'arcivescovo) arriva a San Piero, siede pontificalmente;
la badessa gli s'inginocchia dinanzi, supplicandolo di «essere
da lui spiritualmente sposata»; egli «con ilare faccia» le dà
l'anello; un Albizzi ha il privilegio di tenere il dito della sposa
nell'inanellamento. Della camera, del letto, della notte nuziale,
l'istrumento notarile non dice nulla.
Le nozze episcopali in San Piero le aveva anche Pistoia: vedi
_L'ingresso in Pistoia del vescovo Matteo Diamanti, e il suo sposalizio
con la badessa di San Piero il 30 maggio 1400; Descrizione di un
contemporaneo;_ pubblicata da C. GIGLIOTTI (Camaiore, 1898) per nozze
Rostagno-Cavazza.
[353] Nelle nozze del 1301, lo stesso notaro che si roga dell'anello,
ha testè ricevuto una protesta del sindaco e procuratore del monastero,
con riserva di diritti ec., perchè al pranzo nuziale in San Piero
sono stati ammessi, e delle due famiglie visdominali e de' canonici,
più di quelli che soli n'avevano il diritto. La cerimonia del
1383 è accompagnata da tumulti e proteste, e seguita da un lodo di
giurisperiti.
[354] Di questa sella, «anzi sella e freno», vedi le lettere XIVª e
XVIª della Macinghi Strozzi, e relative annotazioni del Guasti. Ne'
tempi dell'Alessandra pare che la cerimonia andasse un po' in disuso:
ma non mancano testimonianze del secolo successivo. Una _elucubratio_
su tale argomento, di Dionisio Lippi pievano di Castelfiorentino, ha
occasione dall'ingresso del 1567.
Queste mie noterelle 352, 353, 354, si appoggiano a documenti
dell'Archivio notarile, o contenuti nel così detto _Bullettone_ o Libro
dei visdomini, che si conserva nell'Archivio arcivescovile di Firenze.
[355] Ora da me pubblicato in _Florentia_, pag. 357 e segg.
[356] Nella conferenza che ebbi occasione di indicare a pag. 56, nota
10.
[357] Vedi P. VILLARI, _Niccolò Machiavelli e i suoi tempi_; I, 393;
III, 194-196.
[358] «E restata Annalena priva del figliuolo e del marito, non volle
più con altro uomo accompagnarsi; e fatto delle sue case un munistero,
con molte nobili donne che con lei convennero si rinchiuse, dove
santamente visse e morì. La cui memoria, per il munistero creato e
nomato da lei, come al presente vive, così viverà sempre». _Istorie
fiorentine_, VI, VII.
[359] Vedi G. ZIPPEL, _Le monache d'Annalena e il Savonarola_; nel
fasc. di ottobre 1901 della _Rivista d'Italia_.
[360] Il solito Naldo Naldi: _Ad Annalenam feminam castissimam_ (Codice
Laurenziano XXXV, XXXIV):
Surge, liber; nigram tristis nunc indue vestem
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
atque Annae casta sacella pete.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quae surgunt fesulis .... suffulta columnis
candida tempia petes spirituamque domum.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . Annalenam .... visas
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vestales ........ spectabis in ordine castas,
fundentes sacras in sua vota preces.
E dopo avere fatto piangere e disperarsi, nel cenobio d'Annalena,
quella sua poesia poveraccia, soggiunge:
...... non est minor ille supremum,
sit quamvis sapiens, quem capit Anna dolor.
Dicitur haec etiam lachrymas fudisse pudicas
Albitiae fato virginis acta gravi.
Nec mirum: sic Anna piam dilexit alumnam,
pignora sola velut anxia mater amat.
E conchiude che, tra la pia Annalena e la poesia di esso Naldo, faranno
a gara, per l'Albiera, l'Annalena di pregare, e la poesia di cantare,
per farla star meglio di là e di qua.
[361] Come quello ch'ebbi altra occasione di citare (pag. 232, nota
38), pubblicato da S. MORPURGO, _El Costume de le donne_ ec. Per tutta
una letteratura medievale, italiana e francese, di «castigamenti» o
«reggimenti» domestici o femminili, alla quale esso appartiene, vedi la
recensione fattane da E. GORRA, nel _Giornale storico della letteratura
italiana_; XIV, 269 segg.
[362] Quello che fu lungamente conosciuto per _Trattato del Governo
della famiglia_ di AGNOLO PANDOLFINI, dialogizzante in esso co'
figliuoli e nipoti, è oggi restituito, come libro terzo, all'opera
_Della famiglia_ di LEON BATTISTA ALBERTI: e ciò specialmente dopo
il bel libro di GIROLAMO MANCINI, _Vita di L. B. Alberti_; Firenze,
Sansoni, 1882.
[363] _Vite di uomini illustri del secolo XV_; ediz. L. FRATI, Bologna,
1892-93. Al tema nostro più strettamente attiene la parte che il buon
Vespasiano assegnò alle _Donne illustri_, scrivendo distesamente la
Vita dell'Alessandra Bardi negli Strozzi, e incominciando il _Libro_,
biografico insieme e didattico, _delle lode e commendazione delle
donne, mandato a madonna Maria donna di Pierfilippo Pandolfini_: nella
citata edizione, III, pagg. 245 segg. Non dissimilmente ispirata,
sebbene in tutt'altre circostanze di vita civile, apparisce una
_Defensione delle donne_ (Bologna, Romagnoli, 1876) di anonimo, uomo di
chiesa, di dicitura piuttosto toscana, ma che scriveva in Mantova pur
in quella seconda metà del Quattrocento. Non appartengono, o ben poco,
al tema di questo mio libro, ma pure si congiungono comecchessia a
quella foggia di scritture, le _Difese delle donne_, la _Nobiltà delle
donne_, e simili altre compilazioni cinquecentistiche, sulle quali vedi
la dotta bibliografia di SALVATORE BONGI, _Annali di Gabriel Giolito
de' Ferrari_ (Roma, 1890-97), I, 246-49.
E qui anche ritorna (cfr. nota 38) il nome del leggiadro monaco
Firenzuola, coi _Ragionamenti d'amore_ premessi alle _Novelle_,
e preceduti dalla _Epistola in lode delle donne_ a messer Claudio
Tolomei, sentenziatore che le donne siano «persone, alle quali più
si converrebbe cercare quante matasse faccian mestieri a riempire una
tela, che entrare per le scuole de' filosofanti». Ma la filosofia del
Firenzuola era, invero, troppo più femminile che monastica. E così
quando messer Giovanni Boccacci esalta (_Corbaccio_, pag. 57-58) i
colloqui spirituali con le Muse, quanto potrem noi credergli ch'ei li
preferisse daddovero a quelli con le donne di questo mondo? sebbene
e' metta a carico di queste la trivialità de' loro discorsi: «e quanta
cenere si voglia a cuocere una matassa d'accia, e se il lino viterbese
è più sottile che 'l romagnuolo, e se troppo abbia il forno la fornaia
scaldato, e la fante lasciato meno il pane levitare, o che da provveder
sia donde vegnano delle granate che la casa si spazzi, o quel ch'abbia
fatto la notte passata monna cotale e monna altrettale, e quanti
paternostri ell'abbia detti al predicare, e s'egli è il meglio alla
cotale roba mutar le gale o lasciarle stare....»: il che tutto, o quasi
tutto, non guasta a noi l'«ideale nella realtà» della donna di casa del
buon tempo antico e di tutti i tempi.
[364] _Regola del governo di cura familiare, compilata dal beato_
GIOVANNI DOMINICI _fiorentino de' Frati Predicatori_; ediz. Salvi,
Firenze 1860.
[365] Affettuoso abitual modo di ricordarle, che già rilevai a pag. 64,
nota 96.
[366] Alle già fino dal Settecento date a stampa, di Donato Velluti,
di Giovanni Morelli, di Bonaccorso Pitti, altre oggi e _Croniche
domestiche_ e _Ricordanze_ si potrebbero aggiungere: incominciando dal
ristampare, con migliori cure, quelle tre, e restituendole a quel loro
vero titolo, di _Croniche domestiche_, che è quanto dire presentandole
per ciò che veramente esse sono.
[367] Vedi qui a pag. 61, nota 95. Anche il Burckhardt (op. cit., II,
167) attribuisce tale significato e valore alla biografia della Bardi
scritta da Vespasiano.
[368] Nella cit. ediz., a pagg. 257, 258, 259, 263, 266, 267, 268.
[369] «... la seconda regola» (di due, date da San Paolo) «della quale
ell'hanno grandissimo bisogno, è questo, ch'elle imparino, e massime in
chiesa, a non parlare. E io vi aggiungo, e in ogni altro luogo; perchè
con questo mezzo del parlare favellano molti mali...» _Proemio alla
Vita di Alessandra Bardi_, pag. 256.
[370] Nella XXVIª delle già citate _Lettere_, pag. 256.
[371] _Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli
esuli_, pubblicate da CESARE GUASTI; Firenze, Sansoni, 1877.
[372] _Istorie fiorentine_; IV, XVI.
[373] Archivio fiorentino di Stato; _Carte Medicee avanti il
principato_, XXII, 347. Era la Ginevra moglie, da due anni, di Bernardo
Bartolini Salimbeni.
[374] Mi è caro ricordare come una fra le gentili che mi ascoltavano,
pubblicasse tre anni dipoi pagine nelle quali Cesare Guasti avrebbe
potuto riconoscere non infruttuosa la dedica da lui preposta al
suo libro: «Alle donne italiane — le quali prego — leggano questo
volume — col cuore». Il libretto di quella gentile s'intitola: GIULIA
FRANCESCHINI, _Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi_; Firenze,
Stab. tip. fiorentino, 1895.
[375] Delle _Donne di casa Medici avanti il principato_ (Contessina,
Lucrezia, Clarice, Alfonsina, Maria Salviati) ha raccolto le memorie,
dall'edito e dall'inedito, una studiosa alunna dell'Istituto Superiore
fiorentino di Magistero femminile, signorina Berta Felice; ed io
benauguro della non lontana pubblicazione. — La Macinghi Strozzi è
rivissuta nel libro del Guasti. — Di Maria Salviati nei Medici, di
Maria Soderini nei Medici, di Maria Strozzi nei Ridolfi, vedi qui
appresso, note 87, 88. — Nella Isabella Guicciardini effigio io,
in questo stesso libro, _Una madrefamiglia del Cinquecento_. — Ne'
Rucellai, famiglia di gran valentuomini in quell'età di transito da
repubblica a principato, e fra questo e quella ondeggiante, entrò la
Nannina Medici sorella del magnifico Lorenzo, moglie di Bernardo uom di
stato e umanista; e seguaci fervorose pur vi ebbe il Savonarola (vedi
appresso nota 77).
[376] Vedi P. VILLARI, _La storia di G. Savonarola_; II, CXCIJ. E ne'
_Documenti e Studi intorno a G. Savonarola per cura di_ A. GHERARDI
(Firenze, Sansoni, 1887, a pag. 216) si legge che all'invito per la
prova del fuoco, a provar vera, contro le scomuniche, la dottrina del
Frate, erano «tanti che desiderano entrare in questo fuoco, che è uno
stupore, così secolari come religiosi, come femine et giovanetti. In
modo, che invitando iermattina in pubblico fra Domenico a questo, si
levorono a un tratto molte donne gridando: Io, Io....»
Una di coteste donne è credibile fosse la «diletta in Cristo sorella,
ancilla del Nostro Signore», alla quale, senza ne apparisca altramente
il nome, fra Domenico Bonvicini, il più animoso dei seguaci del
Savonarola e uno de' due suoi compagni di rogo, scriveva:
Sorella mia in Christo domino dulcissima. Le nostre cose sono da
Dio: et se Voi starete umile, e non le comunicherete con molti,
nè le direte se non forzata o per grande utilità, pregando il
Signore che non vi lasci ingannare; se farete, dico, queste tre
cose, non vi si mescolerà mai alcuno errore, e cresceranno in
magior lume e grazia. Dunque pregate Dio che mi mandi uno demonio
come egli ha mandato a Voi; ciò è di quella ragione spirito,
della quale ragione avete Voi; perchè io vorrei essere spiritato
come siete Voi. De', fate d'essere exaudita. Oh quanta cecità
della Chiesa nel tempo presente! poi che e' ministri di quella
non sanno discernere tra la luce e le tenebre qual differenza
sia, cioè tra 'l pazzo e lo spiritato; e tra lo spiritato di
Dio spirito santo, e lo spiritato del demonio spirito maligno.
Ma io mi credo che la passione e disordinata affezione, e poca
allegrezza del bene e della grazia del fratello, faccia a molti
dire quel che per nessuno modo essi non credono. E basti....
GUIDO BIAGI, _Spigolature savonaroliane_ (per nozze Rostagno-Cavazza;
Firenze, 1898), a pag. 9-10. È probabile che costei fosse monna
Bartolomea Gianfigliazzi; «la quale avea sue divozioni e sua spiriti,
secondo diceva»; così il Savonarola nel processo (VILLARI, loc. cit.);
«ma» soggiunge «a questa non prestava molta fede, perchè li pareva
pazza.»
Le due Rucellai savonaroliane furono una Cammilla, venuta dai Bartolini
Davanzi, e una Marietta entrata negli Albizzi (vedi L. PASSERINI,
_Genealogia e Storia della famiglia Rucellai_; Firenze, 1861; pagg.
130-131). La Cammilla, scioltasi dalla vita coniugale (prima annuente,
poi renuente, il marito), si fece terziaria domenicana col nome di suor
Lucia; e nel _Diario sacro_ ec. fiorentino, ch'ebbi occasione di citare
a pag. 59, è sotto il 28 ottobre: «Beata Lucia Bartolini Rucellai
domenicana». Se di tempra _giacobina_ fosse costei, lo mostra una
pagina del Processo savonaroliano (VILLARI, II, CLXJV, CCXXVIJ), che
si riferisce al truce episodio (vedi sopra, nota 18) della condanna e
decapitazione dei cinque Medicei nel 97: «Filippo Arrigucci, che allora
era de' Signori, voleva gittare dalle finestre del Palazzo Bernardo del
Nero, che era allora Gonfalonieri di Iustizia: e in quel tempo il ditto
Filippo mandò a dimandare madonna Camilla de' Rucellai quello si aveva
a fare allora; e lei gli mandò a rispondere che lei aveva avuto in
revelazione, che gittassero dalle finestre Bernardo del Nero....».
[377] Vedi fra i citati _Documenti e studi_ del Gherardi, come
scriva, il 25 maggio 1495, una Guglielmina della Stufa al marito Luigi
Commissario per la Repubblica in Arezzo: «Fra Girolamo, stamani, ci à
rafermo el bene che noi avemo avere che non mancherà per nulla, ma che
prima abbiamo avere del male; e perchè el male sia meno, ci ha detto
faciamo quaresima da qui a lo Spirito Santo, e stiamo in orazione;
e che non dubita che messer Domenedio è piatoso, che ci alegerirà le
nostre fatiche che avemo avere. Sì che qua ognuno stimo la farà. El
simile devereste far Voi, a ciò che Dio ci liberasse da tanti affanni
e tribulazione che si trova questa città e, per dire meglio, tuto el
mondo».
Ma singolare documento savonaroliano e femminile è la _Lettera
di una Monaca a fra Jeronimo Savonarola_, pubblicata (per nozze
Carnesecchi-Bini; Firenze, 1898) da Guido Biagi; dove è sollecitata «la
riforma delle donne» quasi con senso di gelosia, che il riformatore si
occupi meno di loro, che «degli uomini e de' fanciulli».
✠ yhs.
_Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. Si enim
secundum carnem vixeritis, moriemini: si autem spiritu facta
carnis mortificaveritis, vivetis_. Ad Romanos, 8 cº.
Essendo noi, reverendissimo in Christo Yhesu padre diletto,
debitori non alla carne, ma per mortificare le opere della carne
collo spirito e vivere; e questo desiderando moltissime persone,
e maxime le fanciulle, le quali zelanti e fervide che l'onore di
Dio in loro sia magnificato, avuto più volte da Voi predicando
consiglio e documenti si debbino reformare ad uno onesto e
semplice vivere, e con ardente caritate e mirabile fervore
eccitate a fare la reforma; pare a loro che, poi eccitasti et
a reformare cominciasti li uomini et i fanciulli, delle donne
non vi curiate. E benchè siàno manco degne, non è però che da
Dio non siàno molto amate, poi che di donna volse nascere, e
la Chiesa dice: _Intercede pro devoto femineo sexu_. Le quali
vorrebbono, per zelo di iustizia, fussi pregato notificare e
pubblicare questa reforma, acciò possino el desiderio nel quale
si ritruovono perficere. E sapete non essere manco virtute il
conservare lo acquistato, che il congregare: _immo_, più; come
dice Jovanni Cassiano nelle sue Collazioni. Et avendo voi assai
tempo laborato e ben seminato, è necessario provedere non venisse
lo inimico omo per seminare la zinzania; e maxime che viene il
tempo della state, e le fanciulle di nuovo si rivestono: vorrebon
sapere che foggia e forma abbino a fare. Sapete che 'l senso
tira: se non provedete con questa reforma, transcorreranno in
troppa dilazione. Sì che, per caritate, siate contento più presto
potete manifestarla. Non altro. Christo Yhesu sempre sia in
vostra guardia. La nostra sorella et io, vostre sempre spiritual
figliuole, vi preghiamo nelle vostre orazione di noi facciate
memoria; e così tutta la casa nostra è al vostro comando. Addì 2
di maggio, l'anno di salute MCCCCLXXXXVI.
Per la Vostra in Christo spiritual figliuola Margarita di
Martino.
[378] _Predica_ dei 15 maggio 1496; a c. 42-43 dell'edizione di
Venezia, 1540.
[379] Vedi VILLARI, op. cit., I, 505-511; II, 95. In una _Canzona_ (da
me ripubblicata; Firenze, 1864) _d'un Piagnone pel Bruciamento delle
vanità nel carnevale del 1498_, la quale al Tommaseo (_Dizionario
estetico_, pag. 910) parve palinodia insieme e parodia dei canti
carnascialeschi Medicei, fra le cose che il fiorentino piagnone dice a
Carnevale, mentre questi si accinge a tramutarsi da Firenze, convertita
cristiana, a Roma curiale e pagana, è anche:
Le tue donne vane e stolte
sonsi mai contra te volte,
che l'avevi fatte erede?
E Carnasciale risponde:
Ciascun m'ha per derelitto;
fin le donne m'hanno afflitto,
rinegando la mia fede.
[380] Vedi in iscorcio quelle e altre figure in _Mecenate e Cliente
medicei_, a pag. 206 segg. del cit. mio libro _Florentia_.
[381] P. VILLARI, _Niccolò Machiavelli e i suoi tempi_; III, 44 segg.,
77, 136 segg.
[382] Vedi _Carnasciale postumo_, a pag. 412-421 del mio cit.
_Florentia_; e _Repubblica medicea_, a pag. 143-149 delle mie
_Conferenze fiorentine_ (Milano, Cogliati, 1901).
[383] A pag. 68-69 del cit. Studio di G. LEVANTINI-PIERONI su Lucrezia
Tornabuoni.
[384] Lettera LIXª, de' 15 novembre 1465, a pag. 517: «.... l'angiolo
Raffaello,.... come guardò Tubbiuzzo da pericoli e da inganni, e poi lo
rimenò al padre e alla madre,.... così rimeni voi a vostra madre, che
con tanto disiderio v'aspetta».
[385] Vedi sopra, a pag. 236-37, nota 348.
[386] Anche questa madre fiorentina ci fu rivelata da Cesare Guasti,
quando illustrò coi documenti _Alcuni fatti della prima giovinezza
di Cosimo I de' Medici_ (ora negli _Scritti storici_, vol. I delle
_Opere_, a pagg. 91 segg.). Vedi poi L. A. FERRAI, _Cosimo de' Medici
duca di Firenze_; Bologna, Zanichelli, 1882: PIERRE GAUTHIEZ, _Jean des
Bandes Noires_; Paris, 1901.
[387] Anche in quel dramma finale della libertà fiorentina, la parte
che, madre e sorella, figliuola e nuora, ha la donna, accennata già
pur negli storici contemporanei, emerge oggi e rileva dalle belle
monografie di L. A. FERRAI, _Lorenzino de' Medici e la società
cortigiana del Cinquecento_, Milano, Hoepli, 1891; e di PIERRE
GAUTHIEZ, _Lorenzaccio_, Paris, 1904.
[388] Questo _Aneddoto della corte d'Urbino_ fu, con parole degne e
della donna e della patria, tratto fuori dagli _Opuscoli_ di SCIPIONE
AMMIRATO, e ravvivato, da PIETRO GIORDANI; _Opere_, ed. Gussalli, VIII,
136-37.
[389] Le due tragedie strozziane sono state modernamente riprodotte, in
un dramma, il _Filippo Strozzi_ del Niccolini, e in un romanzo (qual ei
si sia) di Giovanni Rosini, la _Luisa Strozzi_. Su «la fine della Luisa
Strozzi, involta ancor oggi in profondo mistero, senza speranza di
squarciare il fitto velo che la ricopre», vedi L. A. FERRAI, op. cit.
pag. 146-49.
[390] Clarice, figliuola di Piero del magnifico Lorenzo de' Medici
e dell'Alfonsina Orsini, rinnovava il nome della nonna. «Altiera
e animosa donna» la ritrae il Varchi (_Stor. fior._ III, V), che
alla vigilia della cacciata Medicea del 1527, va in lettiga, «come
cagionevole» ch'ella era (e morì l'anno dopo) al palagio dei Medici;
e rinfaccia ai due giovinastri, Ippolito e Alessandro, che ivi
rappresentano indegnamente quel gran nome, come e quanto «i modi che
essi hanno tenuti e tengono siano dissimili a quelli che hanno tenuti i
loro maggiori»; e che «i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze,
quanto aveva conceduto il popolo; e alla volontà di quello avevano
ceduto, andandosene; e essendo richiamati dalla volontà di quello,
erano altre volte ritornati: e così giudicava che fusse da fare al
presente».
Col nome di Clarice Medici Strozzi è fra le _Rime diverse di alcune
nobilissime donne, raccolte da_ L. DOMENICHI (Lucca, 1559), questo
madrigale patriottico a Firenze:
Flora, ninfa superba,
che di Dïana sprezzi
l'arco le reti le fontane e l'erba,
non viver tanto in vezzi;
chè, a te stessa increscendo,
cangi la propria forma in strani lezj.
Già, se il vero io comprendo,
poco stimi i pastor che t'ebber cara,
poco la libertà c'ognuno apprezza:
tal che, la tua bellezza
pigliando nova forma, or non più rara
sarai, nè altrui sì cara.
Di ciò mi doglio, e il mio dolor sia vano,
che l'amaro tuo fin non è lontano.
Madrigale che ne ricorda un altro, nel quale pur sotto imagine di donna
amorosa, ma con ben altro vigor di linee e profondità di sentimento,
Michelangiolo Buonarroti raffigura, com'è il titolo appostogli dal
Guasti editore delle sue _Rime_ (Firenze, F. Le Monnier, 1863),
«Fiorenza e gli esuli fiorentini». Versi che in sè hanno alcun che di
sacro mistero, da ricordare, dell'immortale artefice, le Laurenziane
figurazioni dell'agonia della patria.
(_Gli esuli fiorentini alla Patria_)
Per molti, donna, anzi per mille amanti
creata fusti, e d'angelica forma.
Or par che 'n ciel si dorma,
s'un sol s'apropia quel ch'è dato a tanti.
Ritorna a' nostri pianti
il sol degli occhi tuoi, che par che schivi
chi del suo dono in tal miseria è nato.
(_La Patria agli esuli_).
Deh! non turbate i vostri desir santi:
chè chi di me par che vi spogli e privi,
col gran timor non gode il gran peccato.
Chè degli amanti è men felice stato
quello, ove 'l gran desir gran copia affrena,
ch'una miseria di speranza piena.
[391] _Di villa, Lettere di Isabella Guicciardini al marito Luigi negli
anni 1535 e 1542_. Per nozze Guicciardini-Martelli. Firenze, Succ. Le
Monnier, 1883. Vedi in questo volume qui appresso.
[392] VASARI, _Vite_, XI, 268.
[393] Ripeto, dopo alquanti anni, queste parole, con la speranza
altresì che il Governo, ammaestrato da dolorose esperienze, cooperi
efficacemente, mediante provvedimenti degni dell'onor nazionale, alla
buona volontà e al sentimento gentilizio delle nostre antiche famiglie.
[394] _Lorenzo il Magnifico, Conferenza d'_ERNESTO MASI; fra quelle su
_La vita italiana nel Rinascimento_; Milano, Treves, 1893.
[395] VARCHI, _Stor. fior._, X, XXVII. All'Incisa di Valdarno, un marmo
ricorda: _1529, Lucrezia de' Mazzanti | donna d'alto cuore | plebea |
dagli amplessi aborrendo | di soldato alla patria nemico | inviolata
| qui nell'Arno | annegossi nè a lei | maggiore dell'altra Lucrezia |
i tempi consentirono un Bruto | e la Repubblica fiorentina | periva.
|| Questa memoria | dopo 309 anni | Antonio Brucalassi | poneva_.
Egisto Sarri, pittore del cui nome Figline si onora, raffigurava, con
fedeltà storica, nelle belle matronali forme di popolana nobilissima
quel femminile eroismo, in un quadro che si conserva presso il cav.
Giovanni Magherini Graziani. Il capitolo VI dell'_Assedio di Firenze_
del Guerrazzi è intitolato «Lucrezia Mazzanti».
[396] VARCHI, _Stor. fior._, XV, XXIII. Della iscrizione latina di esso
Varchi per la «Lucrezia etrusca,» vedi nell'_Assedio_ del Guerrazzi la
Nota al cit. cap. VI.
[397] Nel cap. VII dell'_Assedio_, immaginando e colorendo di suo
sopr'un accenno di IACOPO NARDI, _Istorie di Firenze_, VIII, LV.
[398] _Promessi sposi_, cap. VIII.
[399] _Isabella Orsini duchessa di Bracciano, Racconto di_ F. D.
GUERRAZZI.
[400] Nei capitoli IX e X dei _Promessi Sposi_.
[401] NARDI, _Istorie di Firenze_; IX, I.
[402] Le _Lettere spirituali e familiari di_ S. CATERINA DE' RICCI
per cura di C. Guasti (Prato, 1861), e quelle _alla Famiglia_ per cura
di A. Gherardi (Firenze, 1890), hanno avvivato i lineamenti umani di
questa donna fiorentina del buon tempo antico, inalzata agli onori
della santità. Delle altre, ben diverse, due Ricci fa cenno il Guasti
a pag. VI del Proemio al suo libro. E da _Marietta de' Ricci, ovvero
Firenze al tempo dell'Assedio_, s'intitola un coacervato di romanzesco
e di erudizione, di A. ADEMOLLO e L. PASSERINI; Firenze, 1811 e 1845.
[403] Vedi il bel libro di ANTONIO FAVARO, _Galileo Galilei e Suor
Maria Celeste_; Firenze, Barbèra, 1891.
[404] Sulla tomba di Maria Alinda Brunamonti Bonacci, è oggi pio
doveroso ufficio aggiungere anche il suo nome.
[405] Emilia Peruzzi nata Toscanelli: anche lei passata! Vedi E. DE
AMICIS, _Un salotto fiorentino del secolo scorso_; Firenze, G. Barbèra,
1902 Nella cappella domestica della Torre all'Antella essa fece
scrivere: _Dal 9 Settembre 1891, | XLIº anniversario delle nostre nozze
felici, | al 27 aprile 1892, | che Firenze memore ti richiese nella
sua Santa Croce, | posasti qui presso la madre | alla pia ombra del
sacrario domestico, | o mio Ubaldino. || Ma se disgiunte nell'estrema
quiete le ossa, | la concorde anima d'Emilia tua | tornerà a te in
quell'angelico tempio | che solo amore e luce ha per confine._ Ma anche
la lapide, che ora in quella cappella cuopre le ossa di Lei, aspetta
d'essere sollevata; e il sepolcro gentilizio di Santa Croce l'attende.