V.

Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le

apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe,

quale fu poi nel segreto della vita reale, tra le pareti domestiche,

figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età,

fu la donna?

Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere introdotti

la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio poi le

signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di quel

personaggio che sapete, _le Diable boiteux_, sollevato da Renato

Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di

filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa,

quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti

il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo zoppo

di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a'

figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì

cardinale di Santa Chiesa: l'autore della _Calandra_, il Bibbiena;

che in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito[355]

anzi fra le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da

camera a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al

nudo una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella,

sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera

in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo

Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da

messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata

erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata

dei nostri vecchi.[356]

E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella

e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del

Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga

troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente

satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il

Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in

verità, quanto a buon diritto si possano accettare anche solo come tipi

della famiglia in un dato momento della storia di Firenze, i personaggi

della _Mandragora_: ma è poi certissimo che la buona Marietta Corsini

moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con

quella alla quale egli, nel suo _Belfagor_, fa sposare il diavolo, e

poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo

all'inferno.[357]

E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e

commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma

sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico

consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza.[358]

Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il

popolo memore dice ancora «da Annalena», e le annunzia: «Madonna, il

marito vostro messer Baldaccio lo hanno morto a ghiado nel Palagio

de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mòzzagli la testa come

a traditore e malfattore». Ed ella, che al venturiero d'Anghiari,

valoroso e brutale come condottiere ch'egli è, ha dato, sposa poco

più che tredicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di

ferro l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene

da Paolo Malatesta, — il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni

l'amore e la pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; — essa,

l'Annalena, che da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello; corre,

povera donna, a' Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e

per quella creatura innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca

i suoi beni. Poi quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta

la vita della madre fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella,

ancor giovanissima, si trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora

Annalena, fatta donna dal dolore, di quella sua casa in lutto fa

chiostro, in quelle mura chiude per sempre e consacra il breve romanzo

della sua giovinezza, le sue nozze e la sua maternità, le amorose

imagini e le micidiali, i ricordi d'una culla e di due bare; nelle

stanze stesse dove fu madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini

invecchia soavemente.[359] Affettuosa madre, e compassionevole agli

splendori e alle lusinghe del mondo; se uno degli umanisti celebratori

di Albiera,[360] proprio a lei, ad Annalena ormai quasi cinquantenne,

rivolgeva una di quelle elegie latine, e le chiedeva la preghiera sua e

delle sue monacelle per la morta degli Albizzi, «per la giovinetta» le

dice «che tu hai amato come una tenera madre ama l'unico suo»: parole

non so dire se pietose o crudeli, che il latinista forse scandiva

senza pensarci su, ma che dal cuore della vecchia monaca avran fatte

risalire agli occhi le lagrime della giovine madre. Il monastero

d'Annalena, la quale morendo a sessantaquattr'anni lo raccomandava a

Lorenzo de' Medici, fu sin da' suoi principii tutto cosa della potente

famiglia: e nelle stanze abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del

condottiero, ebbe asilo e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo,

un fanciullo che doveva essere il principe di quelli armigeri, Giovanni

delle Bande Nere.

Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce la

famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto, esempio

e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la moglie e

la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in necessaria

relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri di

«reggimento o costume o castigamento» femminili,[361] così per questo

secolo XV i trattati di _Governo della famiglia_: o con intendimento

piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de'

nomi di Agnolo Pandolflni e di Leon Battista Alberti,[362] e in quella

parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio;[363] o

con prevalenza del sentimento religioso, siccome nella _Cura familiare_

del beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna,

Bartolommea degli Alberti.[364] Quel tipo ideale o, diciam meglio,

tradizionale, e derivato dalle memorie delle «buone e care» delle «care

compiute et oneste» donne,[365] che tanta fragranza di gentili virtù

spargono nelle _Cronache domestiche_ del Trecento,[366] Vespasiano lo

effigiò, e anche con un po' di retorica a suo modo lo colorì, tra le

figure illustri dell'età sua, in Alessandra de' Bardi,[367] la moglie

di Lorenzo di messer Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta.

L'Alessandra è ritratta da Vespasiano[368] «bellissima e venustissima

del corpo, quanto gnuna n'avesse la città di Firenze»; vantaggiata di

statura tanto, da fare a meno delle «pianelle», supplemento prezioso,

pare, per altre fanciulle men favorite di proporzioni: educata dalla

madre sua «con ogni diligenzia» (maggiore, forse è da credere, che

l'esilio del marito e le altre vicende della famiglia non consentissero

poi a lei nell'educazione di quella sua figliuola) dall'«amare e temere

Iddio indotta a uno moralissimo vivere»: avvezza a «mai perdere tempo

che ella non fusse occupata», a «mai colle serve di casa non parlare,

se non in presenza della madre»; e «la prima a levarsi la mattina in

casa esser lei»: ammaestrata in «tutte le cose s'appartengono sapere a

una donna, che abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni

cosa, e di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne», e «imparare

tutto quello che, bisognando, potesse viverne», e a «saper fare

ogni cosa e sapere insegnare», dal leggere sino a «ogni minima cosa»

attinente alle faccende domestiche. «Rarissime volte era mai veduta o a

uscio o a finestra» (ah Marietta!), «sì perchè non se ne dilettava, e

perchè occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre, il più

dei dì, la mattina a una grandissima ora a udire la messa, tutte col

capo coperto, e col viso ch'appena si vedevano». Ma questa stessa, che

comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa,

e venendo a Firenze una ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come

le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della

casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale

«in questo tempo» dice il buon Vespasiano «era abbondante e di virtù

e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo»; città che «a

quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità

di uomini nobili e degni che v'erano in quel tempo, e non meno donne

bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con

pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le

più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto

il mondo n'era «la fama». E descrive un ballo che a quei gentiluomini

dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco

dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere,

e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti

tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle

sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate

fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore

deputate due dame; che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata

in quello stesso anno (era il 1432, ed ella n'aveva appena diciotto),

e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la

colezione: ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori,

«con una tovaglina di rensa in sulla spalla..., con una ismisurata

gentilezza..., facendo riverenza con inchini infino in terra, naturali

e non isforzati, che pareva che non avessi fatto mai altro». Poi, ballo

di nuovo; e infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo,

ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua

e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo,

«il primo ambasciadore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo

all'Alessandra; di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna».

Dopo di che, «salutati le giovani e i giovani gli ambasciadori», furono

le giovani riaccompagnate alle case loro.

Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva

di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente

(l'Alessandra morì nel 65), non finisce mai di far paragoni tra esse e

le donne fiorentine del tempo suo, deplorando lo scadimento del costume

e delle consuetudini più virtuose e severe. In questi lamenti, un po'

di parte va fatta certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti

i tempi, del rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato;

un'altra poca, inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che

ridire su troppe cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive[369]

che le donne «imparino a non parlare, massime in chiesa» egli dice;

e poi, come se fosse poco, soggiunge «e in ogni altro luogo»): pur

tuttavia, fatte queste eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che

que' suoi lamenti, specialmente quando li formula, com'è spesso, in

osservazioni positive, attengano a condizioni reali; e propriamente

a quella mutazione che anche nella vita domestica, di cui la donna è

custode e gli atti suoi sono specchio, avevano indotto le splendidezze,

a un poco per volta sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui

potenza attraeva oramai, volere o non volere, con l'interesse e la

fortuna delle famiglie, anche gli affetti, le speranze, i disegni,

che più disposta e inchinevole ad accogliere, in pro della famiglia, e

fomentare è la donna.

«Ricòrdoti che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el

contradio; che sempre sono disfatti»: così scriveva (e s'era solamente

al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra

Alessandra pur maritata negli Strozzi,[370] e che essa pure, come la

Bardi, dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore

di moglie e di madre, ma altresì la consolazione, prima che morisse,

di veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera

di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della

sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il

loro meraviglioso palazzo: Alessandra Mancinghi negli Strozzi, alla

quale un altro monumento con la pubblicazione delle sue _Lettere ai

figliuoli esuli_, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi

care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e

scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle

grandezze.[371]

Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle della Macinghi

Strozzi, matrona del cui costume e pietà avrebber potuto compiacersi

la bontà di Antonino arcivescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola

(e a qualche pratica durezza, piuttosto de' tempi che sua, conviene,

ciò ripensando, essere indulgenti), lo avvicinarsi, dico, di tali

anime e famiglie (ne cito un'altra, i Rucellai) ai Medici, mostra

che l'opera di questi era stata non tanto di corruzione, quanto di

acquistare potenza fra i cittadini, prendere dello Stato (è la frase

del Machiavelli,[372] e del tempo) quanto a mano a mano ne veniva ad

essi concesso, cosicchè la forza loro sormontasse invincibilmente su

tutte le altezze, preponderasse su tutte le resistenze, schiacciasse

quasi fatalmente tutto ciò che si levasse contro di loro. «Co' Medici,

e non co' Pazzi!» A quell'affettuoso ammonimento materno risponde

tragicamente, a breve distanza d'anni, nel maggio del 78, un'altra

voce di donna, anzi lo schianto d'un cuore, d'un cuor di figliuola,

ne' giorni che l'uccisione di Giuliano de' Medici e le ferite di

Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di chiunque paresse averli

comecchessia favoriti, vendicate come delitti contro la patria. La

figliuola d'uno di costoro, giovine sposa di vent'anni, Ginevra di

Piero Vespucci (cognata della bella Simonetta; e Piero, uomo, del

resto, di poco senno, era stato un tempo deditissimo a Lorenzo, e

giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggiatore col Benci

sotto le finestre della Marietta), scrive, la Ginevra a Lorenzo, queste

parole spezzate dal pianto. La lettera è inedita,[373] e sfuggita alle

ricerche e curiosità erudite. «Amantissimo in luogo di buon padre.

La cagione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi potei

parlare come desideravo, per potervi pregare e ricordare l'amore e

benivoglienza avete portata in questa casa, e le parole e promesse

fatte a me, e l'umanità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però

vi priego vogliate accettare e' mie' prechi, e ogni amore e promesse

rivolgere in questo, e avere misericordia e compassion di noi tutti.

Vorrei vi fussi di piacere considerare la condizione di mio padre, e

specchiarvi in me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso,

chè non è solo in questo. E priegovi quanto più posso, mi facciate

questa grazia; e questo si è, me lo rendiate senza altro segno, e che

la penitenzia di questo peccato sia quella che à avuta: chè quando

penso, della età che gli è e poco sano, come è stato buon pezo, e ora

di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere e' ferri in piè;

che quando ci penso, mi scoppia el cuore. Priegovi abiate pazienza se

questi versi vi danno tedio, e priegovi per l'apportatore mi mandiate

qualche buona risposta; però che chi misericordia fa misericordia

aspetti: e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate istasera:

e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo renderesti: e ora

di nuovo ò inteso à avuta della fune. Priegovi non ci vogliate fare

disperare più. Ginevra isventurata».

Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano e l'aureo volume

del Guasti (che, potendo essere a mano di tutte, io mi son proposto

di lasciare pressochè intatto alla curiosità del cuor vostro, Signore

e Signorine[374]) e le pubblicazioni che di altri documenti femminili

si sono venute facendo, non solamente si vede essere tutta per la

famiglia; ma che quelle poderose famiglie, Medici, Strozzi, Salviati,

Rucellai, Guicciardini, Soderini, Ridolfi, debbono a coteste donne non

piccola parte della forza che ebbero, a fare quello che fecero.[375] Il

Savonarola, che sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire

saldamente l'edificio del governo popolare, sentì quanto importasse al

suo intendimento avere a ciò profonde basi nella famiglia: pensò, come

la prima delle sue riforme, la riforma del costume; e si rivolse alle

donne. E non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdomini,

una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai; com'a dire le Giacobine di

quello che poc'anzi ho chiamato Terrore Piagnone; giacobine, bensì,

che poi finivano monache, anzi una di esse Beata.[376] Ma alle madri

proprio di famiglia, il Savonarola si rivolgeva:[377] alle donne e

a' fanciulli, che è quanto dire alle forze dell'affetto materno,

si rivolgeva, come a instrumenti politici, con la fede con cui

l'avversario suo papa Borgia si appoggiava alla spada e al pugnale del

suo Valentino. «O donne e fanciulli, la vostra riforma non è ancora

vinta. Dite da mia parte alla magnifica Signoria, che questa non è

cosa umana ma di Dio; e fateli questa imbasciata: che la racconcino

se vi è cosa che non stia bene, e che gli diano la sua perfezione;

e che se non lo faranno, e si faranno beffe delle opere di Dio o le

contradiranno, che il Re gli punirà. E diteli che non sono Signori,

ma ministri del Signore e del Re nostro Cristo.... A voi, padri e

madri, dico: confirmate questa cosa a' vostri figliuoli, perchè non

vi è dentro se non buon vivere. Altrimenti Dio ha apparecchiato la

punizione a chi contradirà alle cose sue. Io ve lo dico certo, tenetelo

a mente.»[378] Il magnanimo frate fu arso; e il profeta, smentito dai

fatti: ma molta parte di quella generazione informata da lui rimase

fedele a _Popolo e Libertà_, l'antico grido del Comune glorioso: e

que' fanciulli, che nei carnevali de' Piagnoni avean ballato intorno al

Bruciamento delle vanità (cotesto bruciamento altra cosa è approvarlo,

ed altra intenderlo pel suo verso[379]), que' fanciulli, fatti uomini,

sostennero e combatterono, dalle mura di Firenze assediata, contro il

Papa e l'Imperatore, le ultime battaglie della libertà italiana.

Un'egual gagliardia di sentimenti e di opere; un intenso sforzo di

tutte le energie morali, e un cupo raccoglierle e quasi appuntarle

alla vita pratica, al riuscire; durante que' trentacinqu' anni, che

intercedono fra il rivolgimento del 1494 e la caduta della Repubblica

nel 1530, animano del pari l'un campo e l'altro: gli eredi e

rivendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e sostenitori delle

splendide ambizioni di chi la vuole ormai sopraffatta. Anche sulle

manifestazioni dell'arte, e nella elaborazione del pensiero, incombe

il travaglio dell'ignoto avvenire. Il giardino mediceo di San Marco,

dove il Poliziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli scultori,

e nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava in Platone

conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e la fede di Cristo,[380]

quel giardino è deserto. Ora è il Machiavelli che nelle conversazioni

degli Orti Oricellarî[381] idealizza le togate figure di Roma

antica, e ne entusiasma i giovani che congiureranno contro i Medici,

mentr'egli da quella grande nostra storia romana dedurrà dottrina di

Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tristi mezzi, sappia far

trionfare, per la salvezza d'Italia, un'idea generosa. Ma i Medici,

ne' quali egli vagheggia il suo principe, muoiono giovani: e sulle

loro tombe Michelangiolo scolpisce il Pensiero doloroso e la Notte.

Ben diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro famiglia

preparano, fattone strumento le somme Chiavi, Leon X e Clemente VII:

ma per tutto cotesto periodo, di resistenza e di contrasto, durante

il quale difesa, ritorni, congiure, cacciate, si alternano, per poi

conchiudersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua luce

il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono più ne possono

essere il gaio vivere, a sicura letizia intonato, nel quale, da Cosimo

a Lorenzo, Firenze avea sorbito lentamente la dissuetudine dalla

libertà. I carnevali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come

lo chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che col ducato

d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per coronarsi in Firenze

la loro secolar cupidigia, quei carnevali non tornano più: nè valgono

a rattizzarli le Compagnie del Broncone e del Diamante, nelle quali,

sotto le imprese e i motti e l'auspicio di que' passati splendori, si

raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca.[382] I tempi non sono

più quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo la calata di Carlo

VIII, per tutto il resto d'Italia.

E la donna? Fedele custode delle sue tradizioni, in cotesta vita che

è divenuta tutta una guerra guerreggiata di foschi interessi, essa ha

vegliato e veglia agli interessi del focolare: specialmente la madre.

Quando il magnifico Lorenzo perdette la sua, «Ho perduto» scrisse

«non solamente la madre, ma un unico refugio di molti mia fastidii

e sollevamento di molte fatiche, uno instrumento che mi levava di

molte fatiche.»[383] «Tornate a vostra madre che con tanto desiderio

vi aspetta»; scriveva la Macinghi Strozzi:[384] e ai figliuoli

esuli la voce di quella valente vecchia era come la voce cara della

patria, della patria che riapriva loro le braccia, per tanti anni

sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come l'Alessandra hanno

quasi con le loro proprie mani fatto i matrimonî de' loro figliuoli;

sottoponendo al sindacato del loro occhio materno, nelle possibili

nuore, tutto, dalla persona all'animo, ai costumi, al parentado, alla

dote: e fra le passate in rivista dall'Alessandra è, con non troppo

favore, la bella Marietta delle armeggerie e della neve.[385] Ora la

Maria Salviati, vedova del gran capitano Giovanni delle Bande Nere,

attende alla futura grandezza del suo Cosimo, che a diciott'anni

improvvisamente duca di Firenze, saprà, educato da quella donna di alto

animo,[386] sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino

Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le pericolose ambizioni

de' partigiani, se anche si chiamino Francesco Guicciardini. Al buon

avviamento, prima, poi alla salvezza, del suo sciagurato figliuolo

Lorenzino de' Medici, si adopera inutilmente la Maria Soderini: ed

essa e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudomia e

la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi la Maria figliuola

di Filippo, il gran gentiluomo del secolo, parteciperanno, con gli

accorgimenti animosi e le ispirazioni de' loro cuori di madre, di

sorella, di moglie, all'affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso,

de' fuorusciti, contro l'afforzamento del principato mediceo.[387]

Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo hanno insediato,

la figliuola d'uno di quei fuorusciti, Giulia di messer Salvestro

Aldobrandini; che nella corte d'Urbino richiesta da Fabrizio Maramaldo

di ballare con lui, «Levatemivi dinanzi,» gli risponde «voi che

ammazzaste così vigliaccamente il Ferruccio».[388] Ma tra le vittime

del novello principe cadrà una gentile di quella schiera, Luisa

Strozzi; sulla cui tragedia, e su quella che pochi anni appresso

involge nel mistero la morte del padre suo Filippo,[389] aleggiano

sinistramente le parole dell'ava veggente: Chi è contro a' Medici,

sarà disfatto. Parole, del resto, che nella casa degli Strozzi non ha

ascoltate una Medici stessa, la madre della Luisa, la Clarice moglie

di Filippo e cospiratrice zelante alle fortunose ambizioni di lui;

anima, piuttosto che di donna, d'uomo e dei più fieri di quel fiero

Cinquecento; la quale ai giovinetti bastardi, nelle cui mani, sotto

i non dissimili auspicii di papa Clemente, il moto popolare del 1527

trova le redini della signoria medicea, ha rinfacciato la passata

grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore del popolo; e in nome

di questo, nel palagio de' Medici, essa una Medici autentica, ha loro

additata e quasi intimata la via dell'esilio.[390]

Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il nome commettere

con fede le faccende domestiche, de' figliuoli e del patrimonio, della

casa e della villa: come messer Luigi Guicciardini, mentr'è fuori

Commissario pei Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda,

che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campagnuole:[391]

commettere e raccomandare la custodia del palagio, e il decoro della

casata; che alle mani della moglie di Pierfrancesco Borgherini, madonna

Margherita, saranno sicuri.[392] E quando un Della Palla, incettatore

per re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della nostra

città, si presenta con mandato (pur troppo!) dei Priori alla casa di

monna Margherita, a mercanteggiare una sua camera, meravigliosa pe'

lavori di Iacopo da Pontormo, quella davvero nobilissima gentildonna lo

riceve così: «Adunque vuoi essere ardito tu, Giovambattista, vilissimo

rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di sconficcare gli ornamenti

delle camere de' gentiluomini, e questa città delle sue più ricche

ed onorevoli cose spogliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per

abbellirne le contrade straniere ed i nemici nostri? Io di te non mi

meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma dei magistrati

di questa città, che ti comportano queste scelerità abbominevoli.

Questo letto che tu vai cercando per lo tuo particolare interesse e

ingordigia di danari, come che tu vada il tuo mal animo con finta pietà

ricoprendo,» cioè di conciliare a Firenze assediata la benevolenza del

Re, «è il letto delle mie nozze, per onor delle quali Salvi mio suocero

fece tutto questo magnifico e regio apparato, il quale io riverisco

per memoria di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo

col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci di questa casa

con questi tuoi masnadieri, Giovambattista; e va', di' a chi qua ti

ha mandato comandando che queste cose si lievino dai luoghi loro, che

io son quella che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa

e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vogliono il re

Francesco di Francia presentare, vadano e sì gli mandino, spogliandone

le proprie case, gli ornamenti e' letti delle camere loro. E se tu sei

più tanto ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto rispetto

si debba da' tuoi pari avere alle case dei gentiluomini, ti farò con

tuo gravissimo danno conoscere.» La conservazione o, se anche vogliamo,

l'amplificazione di queste generose parole di donna in una pagina del

buon Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'oratoria dei

Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del Podestà passate innanzi

ad un mirabile cammino in pietra di Benedetto da Rovezzano, che da

una sala appunto delle case che furono de' Borgherini colà trasferito,

è ormai assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana,

siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra concittadina; e

se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio ch'ella vi ha dato.[393]

Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la Maria Salviati

Medici rappresenta essa stessa potentemente, quella parte medicea dalla

quale, almeno in quel truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono

le simpatie di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista

dotto e sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissuto una

genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo[394]); se la Clarice

Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti, agitano in petto,

insieme con altre passioni più nobili, gl'interessi altresì e i

rancori di ambizioni men della medicea fortunate; non mancano poi

alla libertà che muore, non mancano dal popolo che per lei combatte

senz'altra ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà, le

sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, generosa de' nomi non

meno che del sangue (così non ne fosse prodiga anche a chi la inganna

e la sfrutta!); anonime, e nella veglia del malinconico inverno de'

casolari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti figlinese,

che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle brutali violenze della

soldataglia imperiale e papale:[395] matura sposa quarantenne, ma

che il popolo vuole restituita alla poesia dell'intatta giovinezza,

mentre alla novella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi

umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esalteranno in

Lorenzino de' Medici.[396] E dalle popolari memorie, nella storia del

tempo raccolte, effigiò modernamente il Guerrazzi, quando ne' duri anni

della servitù d'Italia volle essere l'Omero della libertà fiorentina,

quella che egli denominò monna Ghita setaiola in Borgo San Friano:[397]

«alta della persona, magra, adusta dal sole, sicchè sembrava di colore

del rame; i muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide,

le labbra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose,

gli occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato all'altro;

i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta»; una Parca di

Michelangiolo: la quale, vedova e povera, dà alla difesa della patria

le buccole d'oro delle dónora maritali, e il figliuolo unico; «il mio

Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' diciassette

come si arriva alla festa di San Zanobi»; dopo fattogli giurare sul

Crocifisso il giuramento con che la Spartana consegnava al figliuolo

lo scudo: O con questo, o su questo. Ultima espansione da cuore di

madre popolana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia.

Succederanno i tempi, ne' quali il popolo italiano dovrà dimenticare

d'avere una patria, cercar nelle gride (povero Renzo!) il diritto

d'avere una famiglia: e agli oppressi dalla doppia tirannide, politica

e sociale, non rimarrà altra voce, se non il pianto di Lucia che dice

addio ai suoi monti.[398]

La donna fiorentina del buon tempo antico · 第 35 / 62 题