II.

In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo s'informa,

effigiavano, mentre fioriva l'umanismo mediceo, la donna. Alla

quale, nelle realtà della vita e dell'esser suo, sola, io credo, di

tali omaggi era accessibile e gustata e compresa quella parte che

prendeva consistenza in figure consacrate dalla religione, sotto le

volte maestose delle chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la

luce misteriosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie,

sugli affreschi e le tavole di Masaccio e di Benozzo, de' Lippi e de'

Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Cosimo, sui marmi e

sui bronzi di Mino, di Donatello, del Ghiberti, del Verrocchio, del

Pollaiuolo. Da quelle figure, genuflesse alla preghiera, o nel sonno

della morte distese, o atteggiate vive all'azione delle leggende

evangeliche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a ciò che

nel tempo è di qua e di là dal momento che si vive; congiungevansi i

ricordi, gli affetti, le glorie umane della famiglia, con le speranze

immortali. E questa poesia, sentita nel cuore, sapeva anche trovar

forma nella parola, la forma paesana e casalinga della Lauda e della

sacra Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia

Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia, nata dei Giannotti, moglie e cognata

di poeti,[325] in famiglia che tutti erano cosa de' Medici, potè con

madonna Lucrezia madre del magnifico Lorenzo conferire le sue ascetiche

ispirazioni nell'atto di fermarle in quello stampo fra drammatico ed

epico, pel quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pienezza

all'istinto plastico della fantasia popolare; e madonna Lucrezia, fra

un canto e l'altro che Luigi Pulci le recitasse del suo _Morgante_,

e altresì fra l'una e l'altra delle provvide cure per le quali casa

Medici le dovè tanto, scriveva senza pretenzione di letterata le

religiose canzonette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternarî le

istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fiesolani e

di Careggi i suoi nipotini.[326]

Gentili donne non letterate, nello stretto senso professionale e (con

vostra buona grazia, e senza che troppo debba rincrescervene) non

femminile, della parola; le quali serbando nette d'erudizione le mani

delicate, coglievano dall'arte il fior dell'affetto, e pur conversando

coi dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costantinopoli

aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel vestire, delle forme

che egli intende e crea, il pensiero e l'affetto; dalla realtà, quale

il popolo per linea diritta la vede, cavar fuori e animare il fantasma.

Le giovinette istituite nel latino e nel greco, non era difficile

trovarle nelle case principesche o signorili di Lombardia e di

Romagna: era una, fra le altre, delle splendidezze cortigiane di quelle

regioni.[327] Una addirittura «meraviglia di donna» umanista, la trovò

il Poliziano a Venezia: Cassandra Fedele; e la salutò entusiasticamente

col virgiliano, _O decus Italiae virgo!_[328] Ma i grandi cittadini

della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata, e molto più

i Medici che a combattere quell'oligarchia, e sulle ambizioni di lei

insediare la propria, usavano artifizi democratici, rimasero (dico gli

Albizzi, i Ricci, gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i Medici), anche

attraverso agli splendori dell'umanismo, principalmente e visibilmente

mercanti: e la donna, nelle loro case, fu pur sempre e soprattutto la

donna di grandi mercatanti, donna massaia, avvisata, e più che della

libreria e del medagliere curatrice dell'azienda domestica, o, se

volete anco, della credenza, del celliere (com'allora dicevasi), della

colombaia, del pollaio.

Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha lasciato libri),

ebbe Firenze in quel secolo, ma non da alcuna delle grandi famiglie,

sibbene nella figliuola d'un Cancelliere della Repubblica, venuto,

come tanti altri, dal contado alla città, e qui arricchitosi e fatta

fortuna. Ella fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala:[329]

alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il Calcondila,

furon maestri; un altro, venuto in Italia umanista e soldato, Michele

Tarcaniota Marullo, fu suo marito; e spasimato di lei il Poliziano

(nonostante tutti i canonicati e priorati e pievanie, di cui poco

degnamente lo rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo

collo torto e l'occhio losco e il naso sformato e gli anni ormai

quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei nemico feroce

e con terribili giambi laceratore del marito e del padre.[330] Non

vi meraviglierete che una passione amorosa fra persone di questo

calibro si sfoghi in greco. Si rappresenta nientemeno che una tragedia

di Sofocle, l'_Elettra_: protagonista, Alessandra Scala; cronista

teatrale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione, ahimè, non

corrisposta, il povero Poliziano in sei distici di squisita fattura,

che vi traduco liberamente: «Una mirabile Elettra, la giovinetta

Alessandra: mirabile nel pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene,

nella intonazione vera della voce, nel curare l'artificio della scena,

nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo, il gesto,

il movimento; nel conservare al linguaggio della passione il decoro,

nel suscitare col volto in lacrime la pietà degli spettatori. Tutti

ne fummo percossi; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella,

stringendo al seno Oreste, gli dice, — T'ho io fra le braccia? — ed

egli, — Oh così tu m'abbia sempre!» Un passo ancora, ossia un altro

epigramma greco, e il critico drammatico, l'ammiratore entusiasta,

si scuopre amante. «Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che

sempre cercavo; l'amor mio sospirato, quella che vedevo ne' sogni:

una fanciulla d'intègra bellezza, di adornezza non accattata ma

naturale; una fanciulla, culta di greco e di latino, eccellente nella

danza, eccellente nella musica; de' cui pregi, velati dalla modestia,

contendono a gara le Grazie. L'ho trovata: ma a che pro, se appena

una volta l'anno posso io, che di lei ardo, vederla?» Ma l'Alessandra

era in grado, non solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in

greco rispondere; e rispondeva così: «Nulla di più bello, che la lode

d'un valentuomo: ed oh qual gloria a me dalla lode tua! Quanto ai tuoi

sogni, bada, interpretali bene: tu non puoi aver trovato in me quanto

dici. È sentenza del divino Omero: — Avvicina un Dio i consimili. —

Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocchè tu sei come il

Danubio, che da occidente a mezzodì, e poi di nuovo verso oriente,

diffonde largo corso di acque. Glorioso filologo, tu discacci le

tenebre dai monumenti di più lingue: greca, romana, ebraica, etrusca.

Ercole dell'erudizione sei a gara chiamato, per le tue fatiche intorno

a testi di astronomia, di fisica, di aritmetica, di poesia, di leggi,

di medicina. I miei scritti di fanciulla son cosette leggiere, come

i fiori e la rugiada. Io accanto a te, perchè so un poco di lettere!

Ma sarebbe com'a dire, secondo il proverbio, la zanzara accanto

all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due; la gatta accanto

a Minerva, per via degli occhi cerulei.» Che ve ne pare? Fu mai con

maggior dottrina, o con più squisita crudeltà, rimesso al suo posto

un adoratore stagionato? Non credete voi che messer Angelo abbia

questa volta dovuto imprecare alle similitudini, alle perifrasi, alle

antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale retorico? mandare al

diavolo i proverbî greci, e magari anche le sentenze del divino Omero?

Persiste tuttavia, come pur troppo avviene le più volte in simili casi;

e persiste, il che è assai meno frequente, in greco: «Tu mi mandi, o

Sandra, le pallide violammammole: e io nell'amore di te impallidisco

e mi struggo. Fiori e foglie, imagine gentile della tua primavera; ma

il dolce frutto io vorrei!» Al che Alessandra non risponde; anzi: «Nè

vederti, o Alessandra, mi è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno,

due versi di risposta.» E finalmente (del buon gusto poi di questa

pensata lascio a Voi, Signore e Signorine, il giudizio): «O giovinetta,

gradisci per la tua chioma questo pettine d'osso: così potessi io avere

i capelli del tuo bel capo.» I capelli d'Alessandra Scala, come già

quelli dell'Albiera sul feretro che la portava in San Pier Maggiore,

furono (questa credo non ve l'aspettereste) recisi più tardi sulle

soglie di quello stesso convento, dove, rimasta vedova del suo greco,

ella si fece monaca benedettina, e vi morì giovanissima nel 1506.

La donna fiorentina del buon tempo antico · 第 32 / 62 题