NOTE

[114] Augusto Alfani.

[115] _La Donna fiorentina nei primi secoli del Comune._

[116] «.... chorda qui semper oberrat eadem» _Ep. ad Pisones_, v. 356.

[117] _Istorie fiorentine_, proemio. E il GIOBERTI, _Rinnovamento_,

II, 462-63: «Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da

questi potendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano

le vicende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano; laddove

le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa e

piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica».

[118] _Purg_. XXIV, 49-54; II, 91-114. Sul «dolce stil novo», e la sua

storia, si vedano specialmente i belli studi di GIULIO SALVADORI (_La

poesia e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti_; Roma, Soc. ed. Dante

Alighieri, 1895: _Sulla vita giovanile di Dante_; Roma, Soc. ed. D. A.,

1901), e quello recente (_Il dolce stil nuovo_; Palermo, Reber, 1903)

di LIBORIO AZZOLINA.

[119] TOMMASEO, _Il Duca d'Atene_; Firenze, 1879; pag. 58: «A te,

gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie

immortali, conservatore d'un'immortale parola....»

[120] _Vita Nuova_, § VI.

[121] Vedi l'uno e l'altro nel Commento del D'ANCONA alla _Vita Nuova_

(Pisa, 1884), l. c., pag. 45 segg.

[122] G. VILLANI, VII, LXXXIX. DINO, I, XXII, 5.

[123] _Rime_, ediz. FRATICELLI, pag. 74. — Vanna (Giovanna) con Guido,

Lagia (Adelasia) con Lapo, e Bice con Dante, secondo la Volgata di quel

Sonetto, il quale non è tra le Rime di _Vita Nuova_. Ma sulla traccia

dei manoscritti si fa strada un ragionevole dubbio, che non Bice, ma

un'altra donna gentile, forse la prima «dello schermo» di _Vita Nuova_,

sia l'una delle tre fantasticate per l'amorosa comitiva. Vedi _Un

Sonetto e una Ballata d'amore dal Canzoniere di Dante_, per cura di M.

BARBI; Firenze, 1897.

[124] _Rime_, pag. 186.

[125] _Rime_, pag. 123.

[126] _Parad_. XXX, 28-29.

[127] §§ II (cfr. ediz. D'ANCONA, p. 6-7), III, V, XIV.

[128] §§ XVI, XVIII.

[129] _Purg_. XXX, 127-128.

[130] _Parad_. II, 22. L'_Esame della bellezza e del riso di Beatrice e

della facoltà visiva di Dante_ di TEODORICO LANDONI (_Dichiarazioni al

Paradiso_ ec., Firenze, Le Monnier, 1859) è gentile scrittura, da non

doversi dimenticare.

[131] _Purg_. XXX, 73.

[132] _Rime_, pag. 108.

[133] _Inf_. II, 112, 104.

[134] _Inf_. II, 116; _Purg_. XXXI, 19-21; XXXIII, 127 segg.; _Parad_.

I, 95; II, 52; III, 25, e altrove; _Parad_. XVI, 13-15.

[135] G. TODESCHINI, _Scritti su Dante_; Vicenza, 1872; I, 329.

[136] _Parad_. VII, 13-14.

[137] Vedi, qui appresso, il mio Studio su Beatrice.

[138] Da quel valentuomo del TODESCHINI, _Scritti_ cit., I, 328 segg.

Cfr. il Commento del D'ANCONA alla _Vita Nuova_, pag. 28-30, e 76-77. E

vedi il mio Studio su _Beatrice_.

[139] Mi compiaccio di conservare queste parole così come le dissi e le

pubblicai nell'87, perchè oggi il documento si ha: vedi il citato mio

Studio su _Beatrice_.

[140] Intorno a questi malauspicati matrimonî di Corso Donati, ho avuto

a dire in più luoghi del mio libro su _Dino_ ec.: vedili indicati a

pagina 52 del vol. III. E cfr. lo Studio di GUIDO LEVI su _Bonifazio

VIII e il Comune di Firenze_; Roma, 1882; pag. 20 segg.

[141] Vedi la _Tenzone di Dante con Forese Donati_, a pag. 435-461 del

mio _Dante ne' tempi di Dante_; Bologna, 1888.

[142] _Purg_. XXIII, 85-95.

[143] _Vita Nuova_, §§ XXXVI segg. Vedi nel Commento del D'ANCONA

(pag. 236-37) accennata, e non accettata, questa e alcun'altra

interpetrazione della «donna gentile».

[144] Vedi ancora, qui appresso, l'indicato luogo del mio Studio su

_Beatrice_.

[145] Vedile svolte egregiamente da R. FORNACIARI ne' suoi _Studj su

Dante_ (2ª ediz.; Firenze, Sansoni, 1901), pag. 180 segg., e accettate

dal D'ANCONA (l. c.). E a me, quando pubblicai la prima volta queste

mie pagine, pareva che la più comune interpetrazione della dantesca

Matelda per la Matilde contessa famosa fosse la meno accettabile. E

accennavo alle ipotesi di A. LUBIN e di G. PREGER, dietro le quali si

continua da alcuni a trovare analogie tra la Matelda e questa o quella

Matilde, religiose e misticografe tedesche. E poi dicevo che, tutto ben

considerato, dovesse prevalere il principio, che la realtà di questa

figura, la quale nel Poema ha sì stretta relazione e vicinanza con la

simbolica Beatrice del Paradiso terrestre, s'abbia a cercare fra le

donne che nella _Vita Nuova_ sono poste in altrettal vicinanza con

Beatrice Portinari. E adducevo, a tal concetto ispirata, la recente

ipotesi di A. BORGOGNONI, il quale ravvisava la Matelda in altra donna

pur della _Vita Nuova_ (§ XVIII), premurosa interrogatrice del Poeta

intorno all'amor suo; rilevando una giusta osservazione di lui, sulla

opportunità, in quell'ordine d'idee, di trovare, fra le gentildonne

fiorentine di quel tempo, una veramente chiamata Matelda o Matilde: e

che io avevo già tentata qualche indagine, la quale altro resultato non

mi aveva offerto, se non che nella famiglia dei Ricci (dalle cui case

in Por San Piero, non è improbabile che potesse «una gentil donna da

una fenestra riguardare» verso quelle degli Alighieri) ricorre nella

prima metà del Trecento il nome di Telda. Del resto, soggiungevo, non

esser tanto vero, che dopo la celebre contessa il nome di Matelda fosse

comune in Firenze (una Telda dei Bardi è nella _Battaglia delle donne_

del SACCHETTI, I, 18); perchè il nome che in onor suo ebbe voga, e

fu davvero comune, fu propriamente quello di Contessa e popolarmente

Tèssa. E la persona storica della Contessa credo io oggi, specialmente

dopo i validi studi di L. ROCCA (_Matelda_, nel volume _Con Dante e

per Dante_; Milano, Hoepli, 1898) e di A. BERTOLDI (_La bella donna

del Paradiso terrestre_; Firenze, 1901) e di G. PICCIOLA (_Matelda_;

Bologna, Zanichelli, 1902), e una genialissima lettura di EMMA BOGHEN

CONIGLIANI (_Il canto XXVIII del Purgatorio_; Brescia, 1902), debba

senz'altro restituirsi e confermarsi nella figura ideale della Matelda

dantesca.

[146] _Purg_. XXVIII, 40-69.

[147] B. ZUMBINI, _Studi sul Petrarca_; Napoli, 1878, pag. 68. Vedasi

poi la fina analisi che del _Carattere del Petrarca_, e delle relazioni

fra _il Petrarca e Laura_, fa il BARTOLI nel VII volume della sua

_Storia della Letteratura italiana_; Firenze, Sansoni, 1884.

[148] Non mi sembra inopportuno qui riferirli, con qualche cura della

lezione (cfr. _Opera omnia_ F. PETRARCAE; Basilea, 1554, pag. 1338-39:

F. PETRARCHAE, _Poemata minora_, ed. D. ROSSETTI; Mediolani, 1834, III,

100-105; B. ZUMBINI, op. cit., pag. 62-63).

_Breve panegiricum defunctae matris._

Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,

atque aures averte pias, si praemia coelo

digna ferens virtus alios non spernit honores.

Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantis

regna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,

sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestas

Musarum celebranda choris, pietasque suprema,

maiestasque animi, primisque incoepta sub annis

corpore in eximio nullam intermissa per horam

tempus ad extremum vitae notissima clarae

cura pudicitiae, facie miranda sub illa?

Iam brevis innocuae praesens tibi vita peracta

efficit, in populo maneas narranda futuro,

aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.

Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,

sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessos

Pythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.

Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundum

non sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.

Egregiam matrem sequitur fortuna relictae

spesque domus, et cuncti animi solatia nostri:

ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem.

Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,

dicta velim: sed plura alias; tempusque per omne

hac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.

Has longum exequias tribuam tibi: postque caduci

corporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quo

vivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urna

hos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,

vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.

Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram

extinctura venit fragili cum corpore famam,

tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes

vive, nec immerito vocent oblivia Lethes.

Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annos

vita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,

dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,

ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.

Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (riassunte

e conchiuse da G. O. CORAZZINI, _La madre di Francesco Petrarca_;

Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza

la interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase

«Pythagorae in bivio» nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del

tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni; e così

ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale

nella sua _Chronica_ (pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d'un

giovinetto «qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae,

ultimum diem clausit», soggiunge: «idest finitis tribus lustris,

quia tria lustra complent cyclum Indictionum»; dal che sembra che

l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera

biforcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si

aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male.

Dunque il _Panegiricum matris_ fu scritto dal Petrarca a quindici anni,

nel 1319; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la

madre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser

Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.

[149] _Le Rime_, CCLXXXV e CXXVIII.

[150] FOSCOLO, _Sepolcri_, vv. 175-79.

[151] PIO RAJNA, _Le Corti d'Amore_; Milano, Hoepli, 1890.

[152] _Le Rime_, CCXXXVIII. _Il bacio a madonna Laura_, che dà

argomento a quel Sonetto, fu magistralmente illustrato da GIOVANNI

MESTICA (_Nuova Antologia_, fasc. del 1º aprile 1892).

[153] X, VII.

[154] Lettera di Giovanni Rucellai da Avignone, il 13 maggio 1506, a

Lorenzo di Filippo Strozzi in Venezia; a pag. 243-44 delle _Opere di_

GIOVANNI RUCELLAI per cura di GUIDO MAZZONI; Bologna, Zanichelli, 1887.

Anche Giambatista Marino, descrivendo nel 1615 le usanze francesi,

e ancor egli come il Rucellai facendo tirocinio di quella lingua,

scriveva da Parigi: «Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare

in publico; e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire

alla sua ninfa commodamente il fatto suo». (_Lettere_; Venezia, 1627;

pag. 181).

[155] _Morgante_, XXV, 301.

[156] Vedi la edizione, fedelissima alla lezione dell'antico testo

Barberiniano, procurata dal conte CARLO BAUDI DI VESME per la R.

Commissione de' Testi di lingua; Bologna, 1875.

[157] Nella parte quinta e sesta, a pag. 100-165, 174-188, 230-235,

della citata ediz.

[158] _Histoire de Florence_ par F. T. PERRENS; tomo III (Paris,

1877), pag. 339 segg. Questa e alcun'altra esagerazione, e qualche

inesattezza, non tolgono però il suo pregio a quel capitolo su _la vie

privée_ in Firenze tra i secoli XIII e XIV.

[159] A pag. 118-119.

[160] A pag. 119-120, 125-126.

[161] La «cameriera» era pe' Fiorentini del Trecento personaggio da

corti: tantochè il Borghini, trovando in certi registri di popolazione

sul principio appunto del secolo XIV una «cameriera di Guido Benzi»

annotava: «Ci è alcuna volta questa voce _cameriera_. Non so se è il

medesimo che _servigiale_ ec.; chè non mi pare che quel tempo usasse

molte delicatezze e varietà di servitori» (a pag. 232 del quadernetto

_Il Fornaio_ di VINCENZIO BORGHINI; nell'Archivio fiorentino di Stato,

Manoscritti varî, n.º 482). Infatti le donne fiorentine delle dieci

Giornate, sebbene «reine», non hanno «cameriere» ma «fanti»; così le

due che attendono alla cucina, come le altre due che «al governo delle

camere delle donne». (_Decameron_, Introduzione).

[162] A pag. 123-125.

[163] A pag. 139.

[164] A pag. 62.

[165] A pag. 173-174.

[166] A pag. 31-32.

[167] A pag. 71-72.

[168] A pag. 120-121.

[169] Vedi, a tale proposito, alcune pagine (117-24) del mio Studio _La

gente nuova in Firenze_ nel volume _Dante ne' tempi di Dante_: Bologna,

Zanichelli, 1888. Cfr. G. Melodia, _Dante e Francesco da Barberino_,

Venezia, Estr. dal _Giornale dantesco_, 1896: A. THOMAS, _Francesco da

Barberino et la littérature provençale en Italie au moyen-âge_; Paris,

1883: O. ANTOGNONI, _Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani_,

a pag. 59-79 del _Saggio di studi sopra la Commedia di Dante_; Livorno,

Giusti, 1893.

[170] A pag. 15.

[171] Mi sia lecito ripetere parole mie, e indicare la illustrazione

che mi occorse fare d'alcuni documenti letterarî fiorentini d'etica

amorosa, appartenenti a quell'età. Vedi _Dino Compagni e la sua

Cronica_, I, 418 segg.

[172] Stanno a pag. 46-55 di _Alcune lettere familiari del secolo XIV

pubblicate da_ PIETRO DAZZI, nel fasc. XC delle _Curiosità letterarie_;

Bologna, Romagnoli, 1868.

[173] Di queste chiose detti saggio nel libro e luogo testè indicati in

nota 58.

[174] _Parad_. VIII, 2. Vedi nella Crusca (Vª imp.), s. v. _Folle_, il

§ VII.

[175] Vedi le _Regole della vita matrimoniale_ di frate CHERUBINO DA

SIENA ristampate per cura di F. ZAMBRINI e di C. NEGRONI; Bologna,

1888, disp. CCXXVIII delle _Curiosità letterarie_.

[176] Vedi il libretto _Strenne nuziali del secolo XIV_ (Livorno,

Vigo, 1873), pubblicato da O. TARGIONI TOZZETTI. «Popolani precetti»

ho detto, sebbene in alcune di quelle scritture figurino a darli alla

loro figliuola un re e una regina: contaminazione che ha un po' del

barberinesco. Di quella, fra le dette scritture, che non ha in scena

codesti fantocci, e dalla quale ho già addotto il preambolo e il

commiato, credo far cosa grata alle gentili lettrici, abbellendone per

disteso almeno quest'angolo del mio libro sulla _Donna fiorentina_.

A pag. 37-40 delle cit. _Strenne nuziali_: ma mi son valso anche del

testo che pel primo ne dette F. TRUCCHI, in un opuscoletto di 15 pagine

(Firenze, Tofani, 1847) dedicato «alle gentili donne italiane».

COME DEE DIRE LA MADRE ALLA FIGLIUOLA

QUANDO LA MANDA A MARITO

Carissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora comando,

che.... (ved. a pag. 89)

Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte quelle

cose per le quali egli si potesse adirare o ragionevolmente

crucciare. E guardati di non stare allegra nè ridere, quando

lo vedi crucciato; e similmente di non stare crucciata, quando

lo vedi allegro; e quando egli è turbato, o carico d'ira e di

pensieri, non te gli ficcare sotto; arrecati da parte, insino che

si rischiari.

Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di sapere

qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e fa' che

diligentemente gli sia apparecchiato: e avvegnadio che talora

non ti piacesse quella tale vivanda, voglio che mostri pure che

la ti piaccia; però che molto è convenevole che la donna sappia

condiscendere al piacere del suo marito.

Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito fussi

affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro accidente,

ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare senza legittima

ragione: e se pure tel conviene chiamare, guarda di non destarlo

subitamente, nè in fretta, ma piano e suave lo sveglia, acciò che

teco non s'adirasse; imperò che di cotal cosa gli uomini se ne

sogliono molto sdegnare.

Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guardia del

tuo onore e del suo; e non gli trassinare nè cassa, nè borsa,

nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò non prenda

sospetto di te; e se per avventura ti venisse ciò fatto, o per

altra ragione, non gliene tôrre veruno, ma ripongli saviamente;

e a veruna persona in verun modo del suo non dare, senza sua

licenzia, e non prestare; però che egli è in tal modo tuo

signore, che per l'amor di Dio, non che per altro modo, del suo

non puoi dare ai poveri, senza sua richiesta: onde con sommo

studio t'ingegna di guardare il suo; chè siccome l'uomo è lodato

d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose del

marito.

Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri troppo

volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo marito; e

se addiviene che lui te le dica, guarda che tu non lo ridica a

veruna persona. E ancora ti guarda di ridire fuori della casa tua

le parole dette familiarmente in casa tua, qualmente che sieno di

piccolo valore; però che troppo è villana cosa che altri sappi i

fatti della tua famiglia, principalmente per la tua bocca; e la

donna di ciò n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in

odio.

Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede, come si

conviene, a' servidori e alla famiglia, e principalmente a

coloro che sono in amore del tuo marito; e che per leggiere

cagioni non gli biasimi e non gli accomiati, però che sempre ne

saresti odiata, e potresti per loro e per la famiglia esserne

abbominata di tale infamia, che quasi mai non ti cadrebbe il

biasimo, e agevolmente ne potresti venire in odio del tuo marito

e dell'altre genti.

Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo tuo

senno alcuna grande cosa senza il consentimento del tuo marito,

qualmente che quella cosa ti paresse da fare; e guarda che tu non

gli dichi, per alcuno modo: «Il mio consiglio era migliore che 'l

tuo», eziandio che fosse bene migliore; perciò che il condurresti

agevolmente in grande sdegno verso te e in grande odio.

L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di cosa il tuo

marito, che non si convenga, e che gli fusse troppo malagevole a

fare; e massimamente cosa tu creda che gli dispiaccia, e che sia

contro al suo onore, acciò che tu non sia cagione di suo male,

danno, o struggimento.

Il nono comandamento si è, che tu t'ingegni di mantenere la tua

persona fresca e bella e adorna e netta, in forma e modo che sia

onesta, senza alcuna cosa disonesta o brutto adornamento: imperò

che quando il tuo marito ti vedesse disonestamente ornare oltre

al suo piacere, leggermente ti potrebbe avere a sospetto; chè

tenendoti onestamente adorna, te ne amerà e terrà più cara.

Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo domestica

colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezialmente a quelle

persone che ti dovrebbono servire, o donzello o servigiale che

sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio,

e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere

un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già

buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde

volgarmente dice la gente: _la serva signoreggia, se la madonna

folleggia_.

L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo randagia, nè

che tu non vada troppo fuori di casa tua; imperò che la donna

che sta costantemente a casa, e va poco a torno, è allegrezza

del marito suo, siccome dice Salomone, che 'l seppe bene: chè

all'uomo bisogna provvedere a' fatti di fuori di casa, per

fare quelli di dentro alla casa: e così conviene che la donna

provvegghi a' fatti della famiglia e della masserizia: i quali

giammai non faresti bene, figliuola mia, se tu randagia fussi.

Ancora voglio e cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo;

però che il poco parlare principalmente sta bene nelle donne,

e significa onestà; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella

parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia modesta,

cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a indovine, nè a

loro fatture o incantazioni: perciò che molto è sconvenevole alle

donne voler sapere come gli uomini nell'operare degli uomini.

Il duodecimo comandamento, e maggiore che io ti possa fare e

onde io più ti gastigo, si è, che tu non facci cosa, per opere

o per parole o per sembianti, onde il tuo marito possa entrare

o incorrere in alcuna gelosia; però che quello è quella cosa

che più tosto ti potrebbe il suo amore tòrre che altra cosa, e

sempre ne verresti a sospetto, e lui faresti stare in ardente

fiamma, e tu verresti non solamente nel suo odio ma ancora in

quello de' parenti e degli amici; e tale infamia t'assalirebbe,

per modo che mai non ti cadrebbe: però che questo fallo porta

tal macchia, che mai non si può lavare. E questo ti sia sopra

tutti i comandamenti; certificandoti, che la moglie in nessun

modo può far cosa al marito che tanto gli sia cara, com'ella sia

onesta di suo corpo: e così per l'opposto. Che però ogni onore,

ogni riverenza, secondo che s'avviene sia sollecita di rendergli:

e quando egli torna a casa, sempre gli fa' buona ricoglienza:

e lietamente fa' onore a' parenti suoi, maggiormente che a'

tuoi, però che così farà egli a' tuoi. Che se per avventura,

nell'avvenimento d'alcuna altra onorevole persona, tu facessi

alcuna opera vile della masserizia di casa, incontanente riponi

la rócca e il fuso, nascondi l'opera servile, qualunque si sia;

acciò che non pai allevata in villa. Nelle opere amorevoli non ti

partire dall'onestà, secondo gli atti che io ti ho detti i quali

tra me e te abbiamo ragionati, acciò che troppa amorosa voglia

innanzi al tempo non ti togliesse il suo affetto: e per sì fatto

modo il guarda, che amore, e non sdegno, sia cagione della sua

guardia: e lascialo sempre un pochettino quasi usare un'amorosa

forza; imperò che quella amorosa forza ritorna in tua onestà.

Facendo adunque le dette cose sarai corona d'oro del tuo marito.

Allora la gentile madre e savia donna benedisse e segnò.... (vedi

a pag. 89).

[177] _Cronica_, I, iv.

[178] Vedi, con brevi ma acconcissime parole, svolto questo pensiero da

R. FORNACIARI, nel suo _Quadro storico della letteratura italiana nei

primi quattro secoli_; Firenze, 1885; pag. 88-90.

[179] FELICE TRIBOLATI nel IVº de' suoi eleganti _Diporti letterarii

sul Decamerone_; Pisa, 1873; pag. 160-62. Vedi ivi anche il giudizio

del Petrarca sulla _Griselda_, la quale egli tradusse in latino: e cfr.

le _Senili_ del Petrarca, date dal FRACASSETTI, II, 541 segg.

[180] _Inf_. II.

[181] _Inf_. I e II.

[182] _Inf_. II e IV.

[183] _Purg_. X-XXVI.

[184] _Purg_. XXVII.

[185] _Purg_. IX.

[186] _Purg_. XXIX-XXXIII. Di quel «donnescamente» dantesco, che

s'interpetra comunemente per «con grazia e gentilezza femminili», o

simile, mi sembra singolare e vera la dichiarazione che nel suo latino

esplicativo ne fa un frate del Quattrocento (GIOVANNI DA SERRAVALLE,

_Translatio et Comentum totius libri_ DANTIS ALDIGHERII; Prato,

1891; pag. 813): «_dominabiliter_, scilicet more suavis et nobilis

_dominae_»: insomma «signorilmente»; con attinenza al bello e possente

significato della parola «donna» per «signora», abbracciato sì dai

poeti e sì dal popolo nelle locuzioni «la mia donna» e «madonna». E

a cotesto «donnescamente», rintegrato (com'io credo) nel senso che

volle imprimergli il Poeta, porge illustrazione e conferma il verbo

«donneggiare», cristallizzatosi in un antico proverbio che ammoniva

le «signore» di poco savia condotta, le quali si lasciano, diremmo

oggi, pigliar la mano dalla servitù: «Quando madonna folleggia, la

fante donneggia», cioè fa lei da signora, diventa lei la padrona.

Proverbio, la cui efficace dicitura o guastano o snervano i

lessicografi che a «donneggia» o sostituiscono, o aggiungono come

variante, «danneggia». La quale, o sostituzione o variante, che sia da

rigettare senz'altro, se anche non lo dicessero l'orecchio e il buon

gusto, lo imporrebbe il raffronto di quella trecentistica scrittura

fiorentina degli _Avvertimenti di maritaggio_ testè riferiti in una

delle precedenti note; nel decimo dei quali (pag. 102) abbiam letto:

«Troppa «dimestichezza» della padrona verso la «famiglia», cioè verso

la servitù, «importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde

troppo è meglio essere un poco verso di loro _altiera e signorile_:

imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la

madonna; onde volgarmente dice la gente: — La serva _signoreggia_, se

la madonna folleggia».

[187] _Parad_. II, 19-30; V, 86-93; ecc.

[188] _Parad_. XXXI e XXXII.

[189] § XLIII.

La donna fiorentina del buon tempo antico · 第 17 / 62 题