Ora vi vengo a un vizio
che regna spessamente
in queste donzellette,
lo qual vorria, s'io potessi, sturbare.
E' ne son molte, che quando per vezzi,
e tal fïata per una sciocchezza,
ch'àn voglia di vedere
com'elle sono amate da lor gente;
e talora per alcuno disdegno
d'alcuna paroletta
ch'odon, ch'a lor non piace;
e tal fïata perch'altri le lasci
poi fare a lor senno;
tale s'infìnge che le duole il fianco,
e tale lo dente,
e tale la testa,
e tal dice mattezze,
. . . . . . . . . . . . . . . .
E tal comincian questo,
non credendo durar gran tempo in questo;
ma poi ch'àn cominciato
van pure innanzi,
temendo ch'altri non dicesse poi:
«Vedi che s'infingea».
Altrove[168] si propone un punto, intorno al quale lo scrittore «ha
trovate molte varie usanze, e di molte openioni», circa i saluti e
gl'inchini della novella sposa, cavandosene col consigliarla che ella
dimandi della sua terra l'usanza
e del paese dov'ell'è menata,
e quella servi com' può temperata.
E basti ormai per conchiudere che chi in libro siffatto (nè
guari diversa intonazione ha l'altro dello scrittor medesimo, i
_Documenti d'Amore_) non voglia vedere il deliberato proposito,
da me sopra indicato, d'ingentilire i costumi popolani con una
teorica, poeticamente ideata, di signoril vivere e cortigiano,[169]
dovrebbe spiegarci come mai un Fiorentino, e dimorante in Firenze, e
vissuto quando gl'influssi poetici provenzali e siculi erano oramai
trapassati, come potesse, naturalmente e senza un preconcetto disegno,
provenzaleggiare e franceseggiare con tanta e sì passionata intensità,
«mescolando» (dic'egli in un luogo,[170] ma troppe volte è piuttosto
un sovrapporre o addossare) «il volgare toscano ad alcuni volgari
consonanti con esso», e fissare in un tipo così ricisamente foggiato
sopra realtà, per lo meno, non immediate la donna che l'etica amorosa
del tempo soleva comporre (e ne abbiamo graziose testimonianze) con
elementi svariatissimi, ove si mescolavano «la galanteria provenzale e
cavalleresca, la sensualità pagana, la prosaicità borghese, l'austerità
e ruvidezza ascetica, elementi del Rinascimento che contrastano
insieme, e sono sul divenire qualche cosa che non vorrebb'essere
nessuno di essi».[171]
*
* *
Nè di tali mescolanze, chi sottilmente indagasse, mancherebber forse
riscontri nelle realtà della vita d'allora: ma di siffatte realtà
troppi documenti, per la loro natura essenzialmente intima, fu
inevitabile che di que' secoli andassero perduti. Dirò tuttavia che
almeno uno, e assai grazioso, ne possediamo in un carteggio coniugale,
di poche e brevi lettere, scritte da una Fiorentina della seconda
metà del Trecento, Dora Del Bene, al marito mentr'egli era Vicario pel
Comune in Val di Nievole.[172] Ella scrive di campagna, e lo informa
delle faccende villerecce, degl'interessi domestici, della salute delle
figliuole: i figliuoli sono col padre, avvezzandosi così per tempo,
o ne' traffici o nel governo, i giovinetti a imparare la vita operosa
in servigio sì della famiglia e sì del Comune, e a conoscere il mondo,
in tante parti del quale portavano poi il nome fiorentino e d'Italia.
Ora in codesto carteggio, la reverenza affettuosa al marito, che
nelle soprascritte è chiamato «savio e discreto uomo, carissimo uomo,
reverendissimo uomo», e perfino «venerabile», è accompagnata da certi
urbani motti, i quali provano come alle donne fiorentine non isgradisse
mostrarsi verso i loro mariti, secondochè ad esse raccomandava un
anonimo espositore di Ovidio,[173] «non villane femine, che nulla
altra cosa sappiano fare se non lana carminare», ma savie e cortesi,
e «mostrare il suo bene e li suoi sollazzi e sue cortesie, tali che il
suo marito non possa altra femina trovare, che tanto gli possa piacere
o fare suo talento». Scrive la Dora: e premetto che nessuno certamente
può chiedere a quelle austere e robuste nature le espansioni fremebonde
della nostra età malaticcia. Scrive ella dunque: «Istiamo tutti bene,
lodato Idio: ma meglio ci parrebbe istare se fussimo teco. Addio;
t'accomando la Dora tua. Salute mille». E altrove: «Tu mi scrivi che
non puo' dormire la notte, per pensieri che hai dell'Antonia....»;
cioè della figliuola che pensavano a maritare. «Ma l'Antonia non è
quella che ti toglie el sonno. Ma quando non potrò più, assalirotti
che non te n'avvedrai, e non verrò se non solo per garrire». Scherzi,
come si sente, simulanti gelosia; e di quella gelosia che il solito
espositor d'Ovidio dice venire «da buono amore, «quando la donna ama il
suo diritto signore», e la distingue da un'altra gelosia ch'egli dice
venir da «follia». Questo medesimo linguaggio ritroviamo nei rimatori
e nostri e provenzali, e in una frase di Dante «il folle amore», una
delle molte, che i commentatori non riconoscono, da lui non trovate, ma
appropriatesi del comune parlare e sentire del tempo suo.[174] Quelle
lettere della Del Bene sono talvolta datate così: «Fatta dì XVIII
d'aprile all'Avemaria.... Fatta addì VIII di maggio. Dopo vespro sotto
la loggia.... Fatta addì XIX maggio dopo l'avemaria nella loggia;» con
ricordo amorevole, al marito e padre, dell'«ora che volge il disio»,
e del luogo che raccoglieva sulla sera la famiglia a geniale riposo
dalle giornaliere fatiche, che infine si conchiudeva con la preghiera.
L'ultima poi di esse lettere, quella della gelosia, è sottoscritta:
«la Dora tua nimica»; ossia col linguaggio, nè più nè meno, de'
rimatori verso le loro signore e tiranne. Questa figura di donna
vera non mi sembra scomparire poi troppo, e sia pure men compassata
e meno irreprensibile, appetto alle donne modello effigiate da messer
Francesco da Barberino.
*
* *
Una sola condizione di vita femminile ebbe in Firenze, non cortigiani,
ma popolani precetti: la vita coniugale; consacrati in quelli
_Avvertimenti di maritaggio_, de' quali, in prosa o in verso d'ottava
rima, ci rimane più d'un testo; formulati in dodici o quattordici
regole, con le quali la madre accompagna la figliuola all'altare.
Anche i teologi casisti aggravarono di cautele la vita matrimoniale,
mettendo in volgare anche ciò che era meglio rimanesse latino.[175]
Io qui, volgendomi a quelle altre più gentili e, ripeto, veramente
popolane scritture, riferirò da una di esse il preambolo e il commiato
materni:[176]
«Carissima mia figliuola, Molto ti prego, e ancora comando, che tu
non ti turbi perchè io t'abbi maritata, e convengati partire da me;
acciocchè non si adiri il tuo novello sposo al quale io t'ho sposata.
Bella mia figliuola, s'e' fosse lecito di starti meco infino alla mia
fine, non ti partiresti da me, tanta dolcezza d'amore ti congiunge
meco. Ma la ragione il concede, e l'onore nostro il vuole, e la tua
condizione e il tempo lo richiede, che tu sii oggimai accompagnata,
acciò che il tuo padre e io e i parenti nostri ricevino allegrezza di
te e de' tuoi figliuoli, i quali, alla speranza di Dio, avrai. Ora ti
traggo dal mio seno; ora escirai della signoria del tuo padre e andra'
ne al tuo marito e signore, onde non solamente gli sarai compagna
ma serva e ubbidiente. E sopra tutto, acciò che tu sappi come te
gli converrà esser serva e ubbidiente, intendi i miei ammonimenti, e
ricevili in luogo di comandamento; imperocchè, se bene gli manterrai,
in amore e grazia del tuo marito e di tutte le altre genti verrai».
Questo il preambolo. E queste altre poche parole, che paiono sfiorar
lievi lievi con tocco d'ala il velo nuziale della vergine, sono il
commiato: «Allora la gentil madre e savia donna benedisse e segnò
la benigna figliuola e mansueta pulzella, e raccomandolla a Dio, e
pregolla teneramente che sempre osservasse i suoi comandamenti, e che
sopra tutto avesse cara l'anima sua».
*
* *
Cotesti avvertimenti erano legislazione che veniva dal cuore e dalle
realtà della vita; non come quella del Barberino, dal paese d'utopia.
Francesco da Barberino moriva in tarda età nel 1348. Ma la pestilenza
che portò via, con tanti altri, anche il precettor cortigiano delle
donne fiorentine, doveva ispirare, ben altramente ascoltato, un altro
e ben più potente ingegno. Quel furore di godimento che inebriò,
come Matteo Villani ci attesta,[177] i sopravvissuti alla strage e al
terrore, ebbe il suo interprete in Giovanni Boccaccio: nella cui arte
il lussureggiar dei colori, la morbidezza ridondante delle linee, la
vistosità degli atteggiamenti, e pur troppo anche la depressione del
senso morale, accusano origine siffatta. Poca o nessuna idealità può
rinvenirsi nelle sue donne, in quanto idealità significhi attinenza,
più o meno visibile, che la figura ha con un tipo vagheggiato
dall'artista; ma efficace mirabilmente e profonda è nel borghese
fiorentino la rappresentazione drammatica del reale.[178] Non parlo
delle sue immaginarie raccontatrici, che Santa Maria Novella non vide
mai certamente incontrarsi sotto le sue volte sublimi, a profanare con
propositi da brigate la santità dell'infinito, e nessuna delle nostre
colline ospitò in ozio vile coi giovani vagheggianti, mentre giù al
piano la gente moriva: coteste donne, quelle Pampinee, quelle Elise,
quelle Fiammette, non dissomigliano guari, e taluna ha comune anche
il nome, alle figure dei suoi giovanili romanzi in prosa od in verso:
ninfe o donne, e talvolta un che di tramezzato dell'una e dell'altra,
ma sempre, anche quando donne vere come nel romanzo della _Fiammetta_,
figure tirate fuor dell'orbita reale e storica delle cose, in posa, più
o men classica, di dolore o d'amore, di sconforto o di gelosia, non mai
però sollevate sino a quella regione dove vivono immortali le creature
del pensiero, da Beatrice alla promessa sposa di Renzo, da Laura a
Margherita, da Erminia e Fiordiligi a Tecla Wallenstein ad Ermengarda.
Le figure femminili che il Boccaccio ha propriamente dato all'arte
sono le figure operanti nei brevi drammi di quel libro che a buon
dritto, in contrapposto al dantesco, è stato chiamato l'Umana Commedia:
delle quali forse una sola, che il Petrarca distinse come «di gran
lunga dissomigliante alle altre», contiene una idealità preconcetta,
ed è quella virtuosissima Griselda, la plebea degnata di nozze e poi
sottoposta a prova dal signor feudale; mito di storia e di moralità,
come altri ha giustamente rilevato,[179] e onorata di popolarità, nella
tradizione e nell'arte. Ma le più vivaci sono senza dubbio quelle che
messer Giovanni ritrasse dal vero del costume fiorentino: gentildonne
e borghesi, della città e del contado, allegre o maliziose ed anche
talvolta nobili figure, che egli o foggiava secondo i viventi modelli o
evocava da tombe da non molti anni dischiuse. In queste figure di sul
vero, non trasformate da nessun procedimento ideale, non alterate di
proporzioni per nessuna simpatia affettiva, si sente che il Medio Evo,
l'età mistica e contemplante, l'età dei grandi concepimenti interiori
nel seno fortemente travagliato, sta per morire: la realtà mondana
trionfa, e offre l'ignudo corpo alle vesti eleganti e sinuose che
l'umanismo prepara per adornarla, ed anche per travestirla.
*
* *
Ma noi, quando vogliam rivivere l'età de' padri nostri lontane,
torniamo, non che volentieri, ma naturalmente e come ricondotti
inconsapevoli, al Medio Evo: e le paganità del Rinascimento, che
incontriamo per via, potranno sodisfare curiosità acri, lusingare
istinti vivaci, avvivare genialità fantastiche di erudita incubazione;
bensì il cuore nostro riman chiuso, e insodisfatto il sentimento che
ci spinge a ricongiungere il presente col passato. Una pagina di Dante,
anche torturato dai grammatici o abbuiato dagli allegoristi, risponderà
sempre a più dimande del nostro spirito, acqueterà più intimamente
il cuor nostro, che non possano mai la _Mandragora_ o la _Calandra_
galvanizzate co' più squisiti artifizi sulle scene moderne. Di che
molte sono le cagioni; e principalissima, che dove troviamo maggiori
rispondenze ai sentimenti nostri migliori, ivi l'animo più volentieri
si acqueta. Ma io credo altresì, perchè tutta la civiltà della quale
siam figli ci ha assuefatti a cercare nelle opere d'arte effigiatrici
della vita, cercare e proseguire secondo i concetti spiritualmente
umani del Cristianesimo, la idealità femminile, che il Rinascimento (le
cui benemerenze grandi non ci debbono far dimenticare i suoi torti e
mancamenti) o disconobbe, o non valse a conservare in quelle altezze
dove l'avea portata, per tacer d'altri, il grande sintetizzatore
poetico del pensiero medievale.
La nostra letteratura ebbe per base un Poema, che da una donna
primigeniamente ispirato, tre donne ha, moventi l'azione, le quali
dall'alto de' cieli la preparano in terra, da svolgersi pe' regni
eterni e ne' cieli far capo: Maria misericordiosa, Lucia veggente,
Beatrice lode vera di Dio come specchio e dichiarazione delle opere
sue e de' misteri.[180] Se l'uomo, soccombente ai travagli della
vita, può, per le vie ardue della contemplazione, incamminarsi a
salvezza, sono le «tre donne benedette» che «curano di lui nella corte
del cielo»:[181] se Virgilio, dai sacri «luminosi» penetrali della
sapienza, si muove in aiuto di quel pericolante, è «Beatrice che lo fa
andare»:[182] del nome e delle virtù di Maria tutto il Purgatorio è,
per segni visibili o suoni o visioni soprannaturali, improntato:[183]
sulla vetta del sacro monte, sede della umana smarrita felicità,
egli sogna in Lia e in Rachele le armonie della vita operativa con la
contemplativa;[184] e già prima, sognando sè trasportato dall'imperiale
aquila, è stato da Lucia di sulla valle fiorita trasferito alla soglia
del Purgatorio:[185] nel Paradiso Terrestre è da Matelda iniziato
alla misteriosa trasfigurazione degli ordinamenti politici e religiosi
della società; da Matelda guidato verso Beatrice; da Matelda, mercè le
mistiche abluzioni in Lete e in Eunoè, da Matelda figura di gentile
umanità che ai poeti parla «donnescamente», dispogliato dell'uomo
antico, e rinnovellato e fatto abile all'ascensione pei cieli:[186]
son gli occhi di Beatrice sua, che di questa ascensione gl'infondon
virtù:[187] e infine per entro alla rosa de' Beati,[188] le tre donne
salvatrici e liberatrici dell'uomo tengon seggio di gloria nella
luminosa rappresentanza della cristiana umanità; e a' piedi di Maria
divina sta Eva la creatura bellissima, fra il peccato e la redenzione
comprenditrici e consumatrici della storia universa. Tanta parte, e
siffatta, ha la donna nel fondamental concetto del Poema dantesco! E
di su tale libro alzando la mano stanca il Poeta, ben poteva, alla
figliuola di Folco che dalle soglie dell'eternità gli accennava
aspettante, ripetere con l'esultanza del voto disciolto le estreme
parole della _Vita Nuova_[189] arcanamente promettitrici: «Io ho detto
di te quello che mai non fu detto d'alcuna».