Un re.... assoluto, non si sa bene di dove. La Regina di Saba si veste
per recarsi da Salomone, Messalina guarda con disprezzo il gladiatore
addormentato, Nerone canticchia senza entusiasmo perchè Roma è già
bruciata da un pezzo. Napoleone si accorge troppo tardi che il mondo
è troppo grande, osservate com'ei si gratta la testa. Maria Stuarda
piange la sua testa caduta e Elisabetta d'Inghilterra s'infuria
vedendogliene un'altra. Luigi XIV, Federico Barbarossa, Cristoforo
Colombo pone la barchetta nel bicchiere. Vedete quello che trafora quel
pezzo di legno? È la testa dello Zar. Questo è un anarchico, costui
spiega sempre di un certo suo congegno politico ma non si arriva mai a
capirne una parola.
— I religiosi, signor Perelà. Tre cardinali in conclave, qua ci
dovrebbe essere la messa cantata. Ehi! Ehi! Ehi! Fate silenzio!
— E tacciono sempre?
— Purchè la voce sia molto robusta. Costei parla con Santa Caterina
da Siena. Prendete prendete pure signor Perelà, se volete avere la
bontà d'inginocchiarvi.... le ostie gli vengono fornite nuove tutte
le mattine ed egli le conserva nel suo ciborio con tanta cura come
in pochi altri, credo, vengano conservate. È il più buono, il più
squisitamente gentile di tutti i ricoverati. Solamente passando dinanzi
a lui non bisogna dimenticare l'atto cristiano. Osservate con quale
espressione di dolcezza e di serenità egli vi guarda. Tutto il suo
volto è composto al sorriso più candido. Se taluno passando in fretta
non si ferma a prendere l'ostia ch'egli porge, il suo viso si fa
doloroso, gli occhi affacciano due lagrime del più profondo dolore. Non
rivolge mai la parola ad alcuno, e, interrogato, non risponde, la pace
è in lui colla follìa, pare felice. La Veronica, essa rasciuga tutti
i volti ma non vi accostate perchè il suo fazzoletto è bagnato. Di
solito lo mantiene teso per dodici ore consecutive nella più assoluta
immobilità. San Francesco d'Assisi fa la predica alla tartaruga, è
la sola bestia che gli è rimasta fedele. San Pietro, le chiavi non le
ha più perchè una volta ruppe la testa a un inserviente e gli furono
tolte. La Maddalena, il Battista, badate badate, quel pentolo è pieno
d'acqua, l'esperimento non è molto piacevole, se può arrivare non
risparmia. Noi gli mettiamo sotto qualche volta la Maddalena, quando si
lamenta troppo.
Dio. Quei veli bianchi e neri ch'egli avvolge incessantemente attorno
alla sua persona sono le nubi, attraverso a quel giuoco di danza egli
guarda, appare, scompare. Quest'uomo si era figurato la divinità
un'immensa pergola sopra la testa degli uomini. Da essa, dai suoi
grappoli d'oro, scendeva su loro il liquore della divina clemenza.
Un giorno egli intese dalla viva voce del suo vescovo dire che Dio
era tremendo nella sua giustizia, e la sua mente ne uscì sconvolta,
non vide più la beata pergola sopra di sè, ma si vide dinanzi un uomo
come gli altri, con le sue ire e le sue passioni. Guardate quali lampi
satanici sprigionano i suoi occhi e a quali orribili atteggiamenti
ritorce i muscoli del suo viso.
E ora passiamo a manìe varie, tutti più o meno furiosi. In questo
stabilimento, signor Perelà, è in vigore il sistema di coricare e
legare non in piena crisi, ma appena la crisi si accenna. Il malato
allacciato in pieno del suo furore sciupa una quantità enorme di
energie, ciò si usa generalmente negli stabilimenti o nei reparti dove
non si paga, qui, siccome tutti pagano la loro pensione, nulla si fa
per abbreviare di un sol giorno la loro esistenza.
Questo, vedete, assicura di non essere un uomo e crede che tutti sieno
in errore su tale fatto, l'uomo secondo lui sarebbe un'altra cosa, non
ha mai saputo dire però che cosa sia. Egli ha, per tutti quelli che gli
vengono dinanzi, una smorfia di disprezzo: «ah tu credi di essere un
uomo!» egli vuol dire, «no! no! no!». In certe mutazioni di tempo o di
stagione egli grida furiosamente il suono «no!» a tutti.
Il nemico. Fate osservazione agli occhi dilatati di questo giovinotto.
Egli ha in sè il nemico e fissa tutti nella più terribile angoscia di
trovarsi da un momento all'altro di fronte ad esso. I suoi occhi non
si serrano più, egli non può riposare, solo veglia e guarda. Fuori era
ridotto a camminare girando continuamente su se stesso per assicurarsi
che il nemico non gli giungesse alle spalle.
— Esiste forse quell'uomo, o egli lo imagina?
— Può esistere, anzi esisterà certamente, il caso è abbastanza
comune, ed è al tempo stesso uno degli stati d'animo più spasmodici.
Una signora aveva questa orribile manìa, la faccia odiata esisteva
realmente, quella persona per una strana combinazione aveva potuto a
caso impossessarsi di un terribile segreto della sua vita, la signora
visse nella tema di incontrarla per ben vent'anni, lo stato di tensione
tutti i giorni saliva in lei di un grado, ella non poteva più pensare
che a questa cosa: «eccola, quella faccia io la vedrò ora dinanzi a
me!» Pur non conoscendo quella persona la sua faccia le si era scolpita
tanto di dentro da prendere il posto del suo cervello, della sua
coscienza, di tutto l'essere suo. Sapete dove ella finalmente incontrò
quel viso dopo venti anni? Nel cimitero, in un piccolo ritratto di
porcellana incastrato in una di quelle colonnette che si pongono ai
defunti per ricordo. La persona temuta, da tanto tempo era morta. La
signora ne perdette la ragione e poco dopo morì. La tensione del suo
spirito l'aveva tanto inalzata e alimentata ch'ella si sentì d'un
tratto lasciare come un corpo nel vuoto, e cadde giù sfasciandosi di
scoppio.
Manìa suicida, questo è il solo ricoverato guardato notte e giorno, non
si può abbandonarlo un istante, è il più furioso di tutti e al tempo
stesso può parlarvi con tale ragionevolezza da lasciarvi convinto che
non sia pazzo; ha una sua curiosa filosofia che sempre finisce nel
suicidio, ha tentato suicidarsi colle sue stesse mani aprendosi il
ventre, rovesciando la testa furiosamente sul pavimento, qualche volta
si è posto a non volere più respirare per soffocarsi, ci sono voluti
quattro uomini per aprirgli la bocca. Non è possibile lasciarlo per
due secondi, notte e giorno è guardato, e a passeggio, mentre egli si
reca conversando come la più equilibrata e tranquilla persona di questo
mondo, viene condotto per mano da due robusti inservienti.
— Lasciato solo egli si ucciderebbe subito?
— Istantaneamente. Impazzì perchè fu riacchiappato per le gambe mentre
si era gettato da una finestra.
— Vi saluto, mio caro signore, io leggeva appunto di voi stamane sopra
questo giornale, siete l'uomo di fumo non è vero? Mi sono molto in
questi giorni interessato di voi, ma perdonatemi, non posso approvarvi
che per metà. Voi avete un merito infinito senza dubbio, ma giacchè
foste capace di una cosa così grande, dovevate rimanere sul fuoco in
maniera da bruciare davvero. Voi siete nelle mie stesse condizioni,
quel vile di mio padre mi prese per i piedi quando mi ero già lasciato
andare nel vuoto, voi vi siete saputo fermare quando non eravate più
che a un metro da terra. Voi amate Dio?
— L'uomo che abbiamo visto poco fa?
— Ma no, quello è un povero scemo, Dio, non sapete che cos'è Dio? Dio è
nulla. È la perfezione inventata dagli uomini, essi hanno voluto dare
una parola al nulla, e l'hanno per conseguenza fatto diventare una
cosa. Come voi, voi siete ancora uomo, voi siete qualche cosa, fumo
non è nulla, è fumo, come Dio che non è nulla non può essere nulla se
è Dio. Voi potreste essere benissimo un Dio per gli uomini. Essi hanno
bisogno di un nulla che non sia proprio nulla, e che si possa dipingere
sopra la tela e scolpire nella pietra. Gli uomini pregano Dio, sapete
perchè? Perchè esso li tenga il più possibile lontani da lui, se il
diavolo fosse sopra la terra il diavolo sarebbe il loro Dio. Essi non
muoiono mai, e considerano la morte come un caso eccezionale. Quando
hanno un morto a mano non la finiscono più, fanno vomitare i sassi, li
avete veduti? lo girano, lo rigirano, lo portano a spasso a piedi e in
carrozza, lo posano, lo ripigliano su, lo posano ancora, è una bellezza
credetemi, ne aspirano le fetide esalazioni con tutta la voluttà dei
loro sensi, e non si stancano mica di cullarselo sopra le spalle, e
non si seccano mai la gola di gridargli attorno. Gli è che sono nati
carcassa, caro signor Perelà, e sentono già dalla nascita il fetore del
morto venir fuori dal loro corpo, e si ricuoprono di cenci colore del
cielo e delle rose, si soffocano di fiori e d'incensi nè più nè meno
come si fa nei cimiteri, e il bello è che il puzzo lo sentono di più.
Quando poi un d'essi muore, ecco la cuccagna, gli si stringono tutti
addosso bene bene, e si assicurano così che il fetore che annebbia
l'aria è tutto di quello morto, e gli si accerchiano più che sia
possibile, anzi, se lo pigliano in collo addirittura, e via in giro
per parteciparne l'esalazione al prossimo, e si gonfiano, si gonfiano
in una loro espressione sodisfatta, sentite, essi vi dicono con quella
loro faccia beata, sentite questo orribile fetore che noi andiamo
spargendo per l'aria? Questo sconcio che attossica tutto? Sentite
che riprovevole cosa? Ebbene non siamo mica noi sapete, è costui che
abbiamo qua disopra, è lui, è lui solamente!
Gli uomini innalzarono a Dio grande quantità di torri per avvicinarsi
a lui, e per gabbarlo, mio caro signore, quelle torri non servono che
per salvarli dal fulmine, esse dovrebbero invece essere le stazioni
dalle quali gli uomini partono per giungere al loro Dio, si dovrebbe
dai tetti lasciarsi cadere giù sulle folle ad ogni istante, e uomini
imbevuti di dinamite e di alcool dovrebbero fragorosamente scoppiare
nei pubblici teatri, nella piena dei più importanti ritrovi....
— Legatelo legatelo, bisogna prevenire, egli può essere attaccato da
un crisi. Sentite se sua eccellenza può ricevere il signor Perelà.
Vi faremo conoscere il principe Zarlino, il pazzo volontario, ovvero
il pazzo dilettante, o meglio ancora il pazzo cosciente, come dice
lui, il più pazzo di tutti qua dentro, come diciamo noi. Un cervello
appositamente costruito per la follìa che non ha trovato nel suo
cammino un appiglio per giustificarla, esso non ha alcuna manìa
precisa, è pazzo per essere pazzo, la raffinatezza del morbo. È uno
degli uomini più ricchi del regno, ed avrebbe potuto essere il re ai
tempi della bancarotta. Egli profonde tutte le sue ricchezze in questo
sanatorio dove abita, ha al suo comando venti o venticinque uomini che
lo assecondano in tutto, una specie di compagnia per mettere in scena
ogni sua nuova creazione. Molti ricoverati sono sussidiati da lui, egli
vive fra loro per elezione, è il patrono, e vengono da esso ricoperti
di doni; asseconda ogni manìa, si immedesima in tutti i cervelli, non
avendo lui una manìa fissa e spiegata può sentirsi pazzo in tutte le
diverse forme che gli faccia piacere.
— Il Principe attendeva con ansia il signor Perelà. Sia fatto entrare
sul momento.
— Oh! Caro, caro, caro amico mio, venite pure avanti. Io vi sono tanto
grato della vostra visita, e permettetemi prima di tutto che vi osservi
attentamente, da alcuni giorni voi esercitate sopra di me un fascino
straordinario. Mi sono sempre informato di voi e delle vostre cose e
anelavo il momento di potervi conoscere, e di parlarvi. Certo che voi
dovete avere destato in tutti una grande meraviglia. Gli uomini che non
hanno la fortuna di essere ricoverati in un manicomio sono facilissimi
alla meraviglia, una mosca che vola gli fa fare degli oh! eh! uh!
ih! ah! non è vero, ve ne siete accorto? voi sentirete sempre ronzare
intorno queste vocali. Qua dentro è una cosa ben diversa, non si sciupa
il fiato per così poco, e non si spende il proprio cervello se non per
occuparsi della cosa che ne vale la spesa.
Vi avranno detto che io sono il pazzo volontario.... il pazzo
dilettante non è vero?... che io sono il matto più matto di tutti
i matti! Non vuol dire mio caro, questo a me non interessa, ciò
che si può dire non mi riguarda. Io ho parlato di voi con tutti i
ricoverati ed ho cercato di farvi comprendere nel vostro giusto grande
significato, nel vostro eccezionale valore. Sono rimasto addolorassimo
di non avere trovate certe menti preparate a comprendervi, ma state
sicuro vi riuscirò, bisogna cogliere il quarto d'ora dei varî cervelli.
Quando accade un fenomeno per il quale fuori tutti sono rimasti a
bocca aperta per ore intiere non sapendo trovare per argomenti che quei
famosi ah! eh! ih! oh! uh!, di cui vi dissi, lo stesso fatto qua dentro
non desta alcuna meraviglia e lo si definisce spesso con l'espressione
più semplice, più vera, più giusta un gesto risoluto può bastare a
definirlo sicuramente.
Tutti quelli che s'introducono qua dentro noi li vediamo passare con un
guardo ebete e pietoso, e alla fine li sentiamo con la massima gravità,
frutto di tutta la loro ponderatezza, dire una profonda coglioneria.
Essi dicono delle cose profonde e finiscono per essere degli imbecilli;
ma bisogna invece dire delle cose imbecilli ed essere profondi, mio
caro amico. Coloro passano commiserando tutto senza aver capito nulla,
e compiangono questi poveri di cervello con una parola che svela subito
l'irreparabile miseria che ne hanno essi. Oh! stieno pure tranquilli,
essi non impazziranno mai! Per divenir pazzo, Signor Perelà non occorre
che una cosa: un grande cervello da gettare magnificamente in un sol
pugno al vento, loro non ne hanno tanto da poterlo tirar su con due
dita. Qui sono i grandi signori, i miliardari delle teste umane, che
spesero per un solo capriccio tutto il loro denaro, essi sono ora paghi
e felici, l'oggetto che poterono acquistare colma la loro vita.
Signor Perelà, io poteva essere il re, voi saprete della famosa
bancarotta? ma sentivo che dopo due giorni io sarei stato quel re che
voleva essere tutti fuori che il re. Io vivo qua dentro la mia vita
sommamente cerebrale che mi fa essere tutto! Dicono che sono pazzo,
benissimo, e che cosa me ne importa, sono venuto ad albergare in un
manicomio per questo, dunque.... ma badate però non sono pazzo come
vogliono gli altri, sono pazzo come voglio io. Ecco il mio sistema. Il
pazzo non annunzia mai quello che farà e io invece annunzio sempre e
tutto. Io dico per esempio: ora emetterò ottantotto grida altissime. Un
altro pazzo al secondo o terzo grido è già legato. Tutti si preparano
rassegnatamente al mio esercizio polmonare. All'ottantottesimo grido
in punto mi fermo. All'ottantanovesimo mi avrebbero già legato. È
l'istante che loro attendono e che io non gli darò mai.
Non meno di una volta la settimana io mi diletto impartire la
benedizione papale. Fuori questa operazione mi era quasi impossibile,
credetemi era impossibile. Vedeste come tutti sono prostrati a terra,
in mezzo a quale devozione io posso brandire il pastorale e cingere la
tiara e il piviale.
Mi piace di spogliarmi nudo innanzi a tutti, poi sono re, sono fabbro,
sono ragno, sono tavola, sono il sole, sono la luna, sono tutto quello
che mi pare e piace. Una notte io fui cometa, fra le due torri della
villa era appesa la mia coda di tela d'argento illuminata da appositi
riflettori elettrici, e rimasi lassù un'intera notte, e mi sentii
veramente cometa, io non fui più uomo, nulla, io fui astro. Udii
tutto ciò che si disse di sotto, l'osservazione dei ricoverati, degli
inservienti, e intanto mi sentivo così lontano dalla terra, su su alto
nel cielo....
Raccolsi tanto di sensazioni che sono nella mia mente come un bel poema
vissuto che si intitola: La Cometa.
Ora ditemi un poco mio caro amico, posso io uscire per le comuni vie
con una coda di tela d'argento lunga settantacinque metri? Appena mi
scorgono mi prendono, mi legano e mi portano qua dentro come un matto
qualsiasi....