— Iba, signor Perelà.
La cella è rischiarata da pochi raggi di luce che vengono su da una
grata a terra, una di quelle buche dove alloggiano i piccioni nelle
cattedrali. La porta, ermeticamente chiusa, ha un occhio di vetro dal
quale si può osservare il prigioniero.
Ma bisogna rimanere a lungo fissi, immersi nell'oscurità del tugurio
prima di potervi distinguere. Poco a poco si avanzavano, come da una
nube che si dilegua, i contorni di un involucro che solamente con molto
stento si può riconoscere per un involucro umano.
Ecco apparire un enorme naso bitorzoluto come tre grosse sorbe paonazze
in un ruffello di lana. La faccia è tutta ricoperta da un vello oscuro,
e cadono giù sulla fronte a nasconderla, grandi ciocche di capelli
ispidi, si vedono in ultimo due punti neri lucenti immobili; gli
occhi, che non si ricuoprono mai di palpebra ma che si restringono e si
dilatano nel loro cerchio come sotto la potenza del calore.
Moriva dieci anni or sono, non fu bene precisato se di colica naturale
o procurata, moriva dunque re Gallo. Saprete che non si approfondiscono
mai le indagini sopra la morte di un Re, il Re nuovo interrompe ogni
ricerca, e se il colpevole fosse pure indiziato, quell'uomo può stare
sicuro sopra ogni altro cittadino di essere il favorito nella grazia
sovrana.
Allo stato non rimaneva che dichiarare la bancarotta. Era la rovina
e la vergogna. La dinastia ne usciva malconcia. Fu deciso allora per
risolvere la tragica situazione, un estremo espediente: il cittadino
più ricco che intendesse rovesciare fino all'ultima stilla le proprie
sostanze nelle sacche vuote dello stato sarebbe stato il Re, chiunque
si fosse.
Era la mattina del contratto di Stato.
I gentiluomini più ricchi del regno, i banchieri più cospicui erano
nella sala del trono coll'inventario delle proprie ricchezze.
Ognuno salendo lo scalone della reggia colle tasche rigonfie di oro ne
scorgeva già in lontano la fusione, e si vedeva già ridiscenderla con
una corona sulla fronte.
La reggia presentava quel giorno un aspetto imponentissimo e insolito,
tutte le guardie d'onore, le scorte in alta uniforme, i domestici
nelle livree più smaglianti, facevano siepe all'ingresso e su per lo
scalone e ai lati della sala del trono. Quel giorno il silenzio vi
regnava pronto per l'unico rumore tintinnante dell'oro, perchè un pezzo
soltanto non sfuggisse al conteggio.
Chiunque poteva essere il Re, signor Perelà, chiunque volesse donare
allo Stato sofferente, il suo oro, per risanarne le piaghe.
Ecco avvicinarsi alla soglia della reggia, Iba, l'uomo che voi vedete
laggiù nell'angolo oscuro. Iba, l'alcoolizzato, notissimo in città,
il più famoso ubriacone, l'uomo a cui l'alcool aveva poco a poco
ingrossata la lingua fino a impedirgli di parlare, il lazzo dei monelli
nella strada e di tutti gli ubriaconi nelle più immonde bettole, l'uomo
che la mattina i vigili raccoglievano per le vie come uno sconcio
ammasso di lordure....
Sul momento si vuole impedirgli il passaggio ma l'uomo ha nelle
braccia, uno per parte, due grossi sacchi, e quel giorno ogni cittadino
godeva uguale diritto di entrata, tutti erano un po' il Re, come tutti
i giuocatori sono un po' il vincitore della lotteria prima che i numeri
vengano estratti.
Iba si avanza barcollante, ma il peso dei sacchi serve quasi a tenerlo
in equilibrio sulle gambe, e si regge meglio del solito, ma, come al
solito, la sua capigliatura è sconciamente arruffata, lanosa, intrisa
di polvere, di fango, di paglia, di tutto ciò ch'egli raccatta nei
suoi notturni giacigli, che sono per lo più la via o i fossati. La
barba bestiale gli ricuopre la faccia, il naso enorme e fungoso,
violaceo, sembra debba spruzzare il sangue di cui è rigonfio, il suo
riso sganasciato mostra due soli denti ai lati, e le sue vesti cadono
a brandelli di fango e di lordura.... sale, sale su per lo scalone
della reggia tra le file dei gallonati, il luccichìo delle decorazioni
delle sciabole, i colori fiammanti delle uniformi delle livree, sale,
sale fermandosi bene sopra ogni scalino con tutti e due i piedi per
stabilirvisi prima di tentare l'ascensione allo scalino superiore.
Quando giunge alla sala del trono, i gentiluomini si fanno tutti
indietro d'un colpo in un oh!... oh!... oh!... prolungato, interrotto
in tutti i toni, un oh!... di disgusto e di meraviglia, e non perchè
quell'uomo sia lì, ma perchè lo abbiano lasciato entrare.
Al salone del trono si forma una cornice nera di inappuntabili
_redingotes_, tutti si sono scansati e si fanno indietro incorniciando
di stupore il quadro, sembra un _presentat'arm_ a Iba che nel mezzo
barcolla, ride.... guarda senza distinguere....
Quando egli è al centro della sala e lascia cader giù, pesantemente i
due sacchi, nessuno rifiata più, torno torno è una fila di occhi che
s'ingrossano.... l'uomo si lascia andare in terra disteso e con mosse
infantili slega uno dei due sacchi e rovescia sul pavimento.
Vengono gli astanti su di lui come attratti dall'esorbitare dei loro
occhi, e senza più pensare al ribrezzo di quella lercia persona si
stringono attorno all'alcoolizzato. I sacchi sono pieni di oro, di
carta moneta, di gemme, denaro, denaro, denaro... pacchi di biglietti
di banca, già tutti ben disposti e contati, sacchetti colmi di monete
d'oro, di ben scelte fulgidissime gemme, un tesoro!
Quello che Iba veniva a gettare ai piedi del trono per potervi salire,
superava di molto quello di tutti i gentiluomini e di tutti i banchieri
del regno.
E l'uomo, carponi in terra, cacciava le mani nel suo tesoro come un
fanciullo giuoca colla sabbia sulla spiaggia del mare; e via via che
gli veniva tolto per essere contato e inventariato, alzava la testa
orrenda, guardava e rideva, rideva il mostro.
Nessuno seppe in quel momento trovare una parola.
Rideva, rideva il lupo di mare, disteso in mezzo alla sala del trono,
mostrando dal suo riso sganasciato i due soli denti bestiali ricoperti
di un orribile strato verde.
Dove aveva trovato il denaro? Il più vile degli straccioni, il più
vilipeso di tutti gli uomini, che aveva rubato spesso qualche soldo
per alimentare la sua arsione feroce di alcool, era lì con tutto quel
denaro.... era venuto a farne donazione allo stato.... diveniva.... il
Re! Era enorme!
Dove lo aveva trovato? Rubato? Aveva forse scoperto il tesoro?
Fu subito minutamente cercato in città, ma nulla, non fu possibile sul
momento rinvenire una traccia. Nessuno era stato derubato, nessuno era
stato assassinato.... dunque? E non era possibile rimandarlo, la legge
era chiara: _chiunque si fosse_ non si poteva, non c'era via di scampo,
quell'uomo diventava il Re. Bisognava incoronarlo.
Come di legge, ventiquattro ore dopo Iba fu incoronato Re.
La reggia si vuotò di tutti i gentiluomini, di quasi tutti i militi e
domestici, rimasero alcuni vigili. La berlina dell'incoronazione era
pronta nel cortile, e Iba vi saliva per presentarsi al popolo, al suo
popolo, percorrendo le vie principali della città. A mezzogiorno in
punto, fra lo scalpitare dei cavalli esce dalla reggia il nuovo Re.
Ha nella destra alzata un bicchiere, e ride, il lupo di mare, ride,
il suo sorriso estatico che sembra tenuto aperto dai due canini verdi
come da due puntelli, e i suoi occhi sfolgorano, e la faccia vellosa
immonda non è stata toccata per la circostanza, ha le vesti stracciate
ricoperte di fango e d'immondizie, non ha indossato il manto regale, ha
cinto la gemmata corona e vi è salito col suo bicchiere.
La berlina dell'incoronazione, culla preziosissima di argento con fregi
d'oro, è foderata di porpora, vi sono attaccati otto cavalli bardati in
oro e con zoccoli d'oro, e la guidano quattro postiglioni in livrea di
altissima solennità.
Appena fuori, non urla, non fischi, le vie sono deserte, non un solo
cittadino saluta il nuovo Re, da una ignota finestra parte intanto una
fucilata ma a vuoto, e durante il percorso glie ne furono tirate almeno
una ventina senza che nessuna lo potesse cogliere, una palla gli staccò
nettamente uno di quei ricci lanosi fischiandogli sopra la testa, e
lui impassibile, incolume, alto il braccio col bicchiere, alta la testa
bestiale, e avanti ridendo.
Ecco che una finestra cautamente si apre e ne viene giù un grosso
involucro che va ad infrangersi proprio sulla testa del Re: merda!
Allora, da tutte le finestre di tutte le case di tutta la città piovve
su lui nelle più svariate maniere la stessa cosa! I postiglioni
saltarono via, abbandonarono i cavalli per sottrarsi al getto, i
cavalli incominciarono ad andare piano, colla testa bassa, come ad
un convoglio funebre, come se lo sfregio li avesse irreparabilmente
avviliti, e il convoglio continuò lentamente per le vie deserte, senza
nessuna guida, sotto l'oscura bufera.
Solamente il Re, impassibile sorrideva, ma il suo sorriso non si vedeva
più, la bocca ne era piena, oramai, gli occhi.... tutto ne grondava,
e il bicchiere ancora alto ne traboccava continuamente, e i cavalli,
la berlina, tutto ne era ricolmo. Signor Perelà, non solo uomini, nè
fu affidata una tale impresa ad apposite persone di servizio, ma i
migliori gentiluomini della capitale lasciarono andare di propria mano
il loro fardello, e si videro piccole mani bianche, delicate, sporgersi
dalle finestre e gettare in fretta un loro fagottino ben confezionato
di detta cosa.
Dai tetti se ne rovesciavano recipienti enormi, non una persona rimase
sulla via dell'intera città, il percorso dell'incoronazione del nuovo
Re fu in breve un fiume così torbo, così torbo... come nessun fiume fu
mai.
Quando il convoglio reale rientrò così trionfalmente nella reggia, fino
all'ultimo domestico, tutti erano fuggiti esterrefatti.
Iba sale al trono e va a sedercisi sopra, le tracce ne furono gli unici
testimoni.
Le tappezzerie della sala del trono, la porpora della berlina reale
che aveva servito a più di cento incoronazioni di re, fu dovuto tutto
bruciare, la reggia inondata di acqua, e tutta la città allagata per
alcuni giorni onde pulirla dall'incoronazione di questo Re. Nessuno osò
aprire le proprie finestre per una settimana per l'esalazione orrenda.
Iba fu solo nella reggia.
Tutti intanto studiavano la maniera di risolvere la situazione e la
maniera fu presto trovata. In una capanna dove Iba, nelle rarissime
sere che ritrovava la via, andava a distendersi, in quell'oscuro e
immondo cantuccio furono rinvenuti due sacchi di denaro e di gemme
uguali a quelli ch'egli aveva portato il giorno del contratto. Il
delitto non aveva bisogno nemmeno di processo «_fino all'ultima
stilla_» diceva la legge, egli aveva sottratto metà del suo denaro, la
condanna era a vita.
Iba detronizzato, fu brevissimamente interrogato e rinchiuso: regnò
quattro giorni. Il suo favoloso patrimonio rimase proprietà del paese,
e con esso fu salvo e si potè dar nuovo corso nella dinastia.
Come potè avere somme così enormi? Nel borgo dove agli abitava era
morto in quei giorni uno di quei piccoli banchieri oscuri che fanno i
loro affari nelle provincie, un vecchio ebreo d'oriente, ritenuto pieno
di denaro che non fu trovato, dopo la sua morte, in possesso di un
soldo solo.
Avrebbe egli consegnato a Iba il denaro? O Iba capitando nella casa
del misterioso uomo dopo la sua morte se ne sarebbe impossessato? Forse
il vecchio strozzino anelava a divenir lui il Re, e vistosi alla fine
volle vendicarsi della sua sorte mettendo la fortuna in quelle mani? O
volle così rendere al bene di tutti il denaro che a tutti aveva poco a
poco tanto disonestamente carpito?
Iba non disse mai una sola parola.
Ecco, signor Perelà, l'uomo che fu Re quattro giorni e che salvò la
patria dalla rovina. Vedete, egli ha ai piedi un orciuolo colmo di
vino. Lo Stato glie ne passa quanto ne può assorbire. E può giungere
a cento litri nello spazio di ventiquattro ore. La cella è murata, il
vino nell'orciuolo ci va per un condotto. Venite, guardate, questa è
la botte che glie lo fornisce, questo vigile in alta uniforme ne è il
custode. Il miglior vino delle nostre vigne è per lui, per questo Re
prigioniero, è la grazia che il paese gli accorda. Forse egli è felice,
affonda la sua pancia oscena nell'immondezza colla quale un giorno
venne fatto Re.