Così Alice cominciò a raccontar loro i casi suoi sin dal momento che

incontrò il Coniglio bianco: ma bentosto cominciò a sentire un poco di

paura che le due bestie le si erano appiccicate ai fianchi, slargando

gli occhi e spalancando le bocche, però in pochi istanti la piccina si

riebbe dal timore. I suoi uditori si mantennero quieti sino a che ella

giunse alla ripetizione del "_Guglielmo, tu sei vecchio_" da lei fatta

al Bruco, e siccome le parole le uscivano tutte diverse dal vero

originale, la Falsa-Testuggine diè fuori uno de' suoi sospironi, e

disse, "È curioso davvero!"

"È curioso come la curiosità," sclamò il Grifone.

"È uscito fuori tutto diverso!" soggiunse la Falsa-Testuggine dopo

averci riflettuto sopra. "Vorrei che ella ci recitasse qualche cosa ora.

Dìlle che cominci." E guardò il Grifone pensando ch'egli avesse autorità

sopra Alice.

"Levatevi," disse il Grifone, "e ripeteteci la canzona piemontese

'_Trenta quaranta----_'"

"Oh come queste bestie comandano! e fanno recitar le lezioni!" pensò

Alice. "Sarebbe lo stesso per me che fossi a scuola." Ciò non di meno si

levò, e cominciò a ripeter quel Canto; ma la sua testolina era tanto

piena di Gamberi e di Contraddanze, che non sapea che si dicesse, e i

versi usciron fuori assai male:--

_"Son trenta e son quaranta"--il Gambero già canta

"M'han troppo abbrustolito--mi voglio inciprïare,

In faccia a questo specchio--mi voglio spazzolare,

E voglio rivoltare--e piedi e naso in su!"_

[Illustrazione]

"Ma cotesto costì gli è diverso da quello ch'_io_ recitava quando era

bimbo," disse il Grifone.

"Non l'ho mai sentito prima," osservò la Falsa-Testuggine; "ma gli è

sciocco oltremisura."

Alice non rispose; ma sedette con la faccia nascosta fra le mani,

pensando se _mai_ le cose tornassero una volta al loro corso naturale.

"Vorrei che me lo spiegaste," domandò la Falsa-Testuggine.

"Non sa spiegarlo," disse il Grifone: "Cominciate la seconda strofa."

"A proposito di piedi," continuò la Falsa-Testuggine. "Come _poteva_

egli rivoltarli, e col naso per giunta?"

"È la prima posizione nel ballo," disse Alice; ma era talmente

imbarazzata con quell'argomento, che non vedeva il momento di mutar

soggetto.

"Continuate la seconda strofa," replicò il Grifone con impazienza;

"comincia '_Bianca la sera_.'"

Alice non osava disubbidire, benchè fosse sicura che la reciterebbe

tutt'al rovescio, e disse con voce tremante:--

_"Bianca la sera appare--nel lor giardino, in fretta,

Mangiavano un pasticcio--l'ostrica e la civetta--"_

"Perchè recitarci tutte coteste sciocchezze?" interruppe la

Falsa-Testuggine, "se non ce le spiegate? È una vera Babelle di

confusione!"

"Sì, fareste meglio di smettere," disse il Grifone, e Alice fu lieta di

terminare quella filastrocca.

"Vogliamo provare un'altra figura della contraddanza de' Gamberi?"

continuò il Grifone. "O preferireste invece una canzona dalla

Falsa-Testuggine?"

"Oh sì, una canzona, se la Falsa-Testuggine vorrà cantarcela," rispose

Alice, ma con tanta premura che il Grifone gridò con una voce di bestia

offesa. "Ah! Chi può spiegare i gusti altrui? Compare, cantaci la

canzona della _Zuppa di Testuggine_."

La Falsa-Testuggine sospirò profondamente, e con voce talvolta soffocata

da singhiozzi, cantò così:--

_"Astro di sera! O verdeggiante e ricca

Zuppa che fumi in concava zuppiera!

In te rapito il cucchiaion si ficca,

E ne riempie una scodella intiera!

Astro di sera! deliziosa Zuppa!

In te il mio pan s'inzuppa!

E di te canto--o Zup--pa!--

Canto all'Astro di sera;

Canto la tua bontà, civile Zuppa!_

_"Astro di sera! E chi sarà lo sciocco

Che a te preferirà sia pesce o caccia,

S'ei di te può comprarne anche un baiocco

Per lavarsi lo stomaco e la faccia?

Astro di sera! deliziosa Zuppa!

In te il mio pan s'inzuppa!

E di te, canto--o Zup--pa!

Canto all'Astro di sera;

Canto la tua bonTA CI--VILE ZUPPA!"_

"_Bis_ il Coro!" gridò il Grifone, e la Falsa-Testuggine si preparava a

ripeterlo, quando s'udì una voce in distanza: "Comincia il processo!"

"Vieni, vieni!" gridò il Grifone, e prendendo Alice per mano, fuggì con

lei, senza aspettar la fine del coro.

"Che processo?" domandò Alice, tutta affannata mentre fuggiva, ma il

Grifone rispose soltanto "Vieni!" e scappava più lesto, mentre il vento

portava sempre più debolmente alle loro orecchie l'eco fuggevole delle

parole soavi e malinconiche:--

_"Canto all'Astro di sera;

Canto la tua bon--ta ci--vile--Zuppa!"_

CAPITOLO XI.

CHI HA RUBATO LE TORTE?

E giunsero; e videro che il Re e la Regina di Cuori erano seduti in

trono, circondati da una gran folla composta di uccellini, di bestioline

e da tutto il mazzo di carte: il Fante stava davanti, incatenato, con un

soldato a destra e un altro a sinistra: presso al Re stava il Coniglio

bianco con la tromba in una mano, e un ruotolo di pergamene nell'altra.

Nel mezzo della corte c'era una tavola, con un gran piatto di torte le

quali sembravano tanto buone che risvegliarono l'appetito ad

Alice--"Vorrei che finissero presto il processo," pensò Alice, "e che ci

servissero quelle buone torte!" Ma siccome non ce n'era neppure la

speranza allora, ella cominciò a guardare tutt'intorno per uccidere il

tempo.

Alice non era stata mai in un tribunale, ma ne avea letto alcunchè ne'

libri, e fu lieta di poter chiamare per nome tutti coloro che vedea.

"Quegli è il giudice," disse fra sè, "perchè porta quel gran

parruccone."

E il giudice non era altro che il Re, e siccome portava la corona sopra

la parrucca (guardate il frontespizio per averne un'idea), era un poco

imbarazzato; certo non gli andava bene.

"E quello è il seggio de' giurati," osservò Alice, "e quelle dodici

creature," (disse "creature," capite, perchè alcune erano bestie, ed

altre uccelli), "credo che sieno i giurati." E ripetè queste parole un

pajo di volte, fiera del suo sapere, poichè pensò, e ne avea ben d'onde,

che pochissime ragazze dell'età sua sapessero ciò.

I dodici giurati erano occupatissimi a scrivere sulle lavagne. "Che cosa

fanno?" bisbigliò Alice all'orecchio del Grifone. "Non possono aver

nulla da scrivere, perchè il processo non è ancora cominciato."

"Scrivono i loro nomi," bisbigliò in risposta il Grifone: "temono di

scordarsene pria che il processo sarà finito."

"Sciocchi!" gridò Alice con voce disdegnosa, ma si fermò subito perchè

il Coniglio bianco, sclamò, "Silenzio nel Tribunale!" e il Re inforcò

gli occhiali e si mise a riguardare ansiosamente in ogni parte per

vedere chi parlasse.

Alice vedeva così bene come se fosse stata dietro le loro spalle, che

scrivevano "sciocchi," sulle loro lavagne: osservò altresì che uno di

loro non sapeva sillabare "sciocchi," e domandava al suo vicino come

dovea compitarlo. "Che ammasso di scarabocchi faranno sulle lavagne pria

che il processo sia terminato!" pensò Alice.

Uno de' giurati aveva una matita che scricchiolava. Alice _non_ la

poteva soffrire, e perciò girò intorno al Tribunale, giunse alle spalle

di lui e colse tosto il destro per strappargliela. Ciò fece con tale

lestezza che il piccolo giurato (era Tonio, la Lucertola) non seppe che

fosse della sua matita; girò quà e là per ritrovarla, ma invano, perciò

dovette rassegnarsi a scrivere col dito in tutto il resto della

giornata. Ciò valse poco, perchè il dito non lasciava traccia alcuna

sulla lavagna.

"Usciere, leggete l'atto d'accusa!" disse il Re.

Allora il Coniglio diè tre squilli di tromba, poi aprì il ruotolo delle

pergamene, e lesse così:--

_"La Regina di Cuori

Fè delle torte in un bel dì d'està:

L'empio Fante di Cuori

Rubò le torte; e certo, a morte andrà!"_

"Ponderate il vostro verdetto," disse il Re a' giurati.

"Non tanta fretta!" interruppe vivamente il Coniglio. "Vi son molte cose

da fare prima!"

[Illustrazione]

"Chiamate il primo testimonio," disse il Re; e il Coniglio bianco diè

tre squilli di tromba, e gridò: "Il primo testimonio!"

Ora il primo testimonio era il Cappellaio. Venne con una tazza di tè in

una mano, una fetta di pane col burro nell'altra. "Domando perdono alla

Maestà Vostra," disse, "se vengo così impacciato; ma il fatto sta ch'io

non avea finito ancora di prendere il tè quando fui chiamato."

"Avreste dovuto finirlo," rispose il Re. "Quando avete cominciato a

prenderlo?"

Il Cappellaio guardò la Lepre-marzolina che l'avea seguito al Tribunale

andando a braccetto col Ghiro. "_Credo_, al quattordici di Marzo," disse

il Cappellaio.

"Al quindici," sclamò la Lepre-marzolina.

"Al sedici," soggiunse il Ghiro.

"Notate queste cose," disse il Re ai giurati, e questi si misero a

scrivere con molta premura le tre date, sopra le lavagne, e poi le

sommarono riducendole a lire e centesimi.

"Cavatevi il cappello," disse il Re al Cappellaio.

"Non è mio," rispose il Cappellaio.

"_È rubato!_" sclamò il Re, rivolto a' giurati, i quali subito presero

nota del delitto.

"Ne tengo per venderli," soggiunse il Cappellaio per spiegare il fatto:

"Non ne ho di mio. Sono un cappellaio."

Quì la Regina inforcò gli occhiali, guardò fieramente il Cappellaio che

allibbì di paura.

"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re; "e non siate spaventato,

altrimenti vi farò subito mozzare il capo."

Queste parole non incoraggirono punto il testimone: ei non si reggeva

più in gambe; guardava ansiosamente la Regina, e confuso, morsicò un bel

pezzo del labbro della tazza, invece del pane col burro.

Giusto allora Alice provò una sensazione curiosissima, che la riempì di

sorpresa, sino a che potette rendersene ragione: ella cresceva di nuovo;

pensò che sarebbe stato bene per lei di lasciare il Tribunale, ma poi

riflettendoci su, volle restare, almeno sino a che vi fosse spazio per

lei.

"Vorrei che non pigiaste tanto," disse il Ghiro che le sedeva vicino.

"Posso appena respirare."

"Non posso fare a meno," rispose soavemente Alice: "Vedete, stò

crescendo."

"Voi non avete nessun dritto di crescere _quì_," urlò il Ghiro.

"Non dite delle sciocchezze," gridò Alice, "sapete che anche voi

crescete."

"Sì, ma non tanto," soggiunse il Ghiro: "_io_ non cresco a quel modo

ridicolo." E borbottando fra sè, si alzò, e andò a mettersi all'altro

lato del Tribunale.

Intanto la Regina non avea mai sviato il suo sguardo feroce dal

Cappellaio, e mentre il Ghiro traversava la sala del tribunale, disse ad

un usciere, "Recatemi la lista de' cantanti nell'ultimo concerto!" A

queste parole il Cappellaio tremò a verghe, così che le scarpe gli

scappavano da' piedi.

"Rendete la vostra testimonianza," ripetè fieramente il Re, "o vi farò

mozzare il capo, poco importa che tremiate o no."

"Maestà, sono un povero sventurato," cominciò il Cappellaio con voce

tremante, "ed ho appena cominciato a prendere il tè--non è ancora una

settimana--e in quanto al pane col burro che si assottiglia--e alla

testa soppressata."

"Che soppressata?" sclamò il Re.

[Illustrazione]

"La testa soppressata _cominciò_ col tè," rispose il Cappellaio.

"Sicuro che 'testa' comincia con un T!" disse vivamente il Re. "M'avete

voi preso per un gonzo? Andate via!"

"Sono un povero sventurato," continuò il Cappellaio, "e dopo il tè,

tentennavano tutti,--solo la Lepre-marzolina disse----"

"Non dissi niente!" interruppe con impeto la Lepre-marzolina.

"Lo diceste!" disse il Cappellaio.

"Lo nego!" replicò la Lepre-marzolina.

"Lo nega," disse il Re: "ebbene lasciate andare."

"Bene, ad ogni modo il Ghiro disse----" e il Cappellaio lo guardò per

vedere s'egli pure volesse dargli una mentita: ma il Ghiro non negava,

dormiva profondamente.

"Dopo ciò," continuò il Cappellaio, "mi preparai un'altra fetta di pane

col burro----"

"Ma che cosa disse il Ghiro?" domandò un giurato.

"Non me lo posso ricordare," disse il Cappellaio.

"Voi _dovreste_ ricordarlo," osservò il Re, "se no vi farò mozzare il

capo."

Il misero Cappellaio si lasciò cadere la tazza, il pane col burro, e le

ginocchia a terra, e sclamò: "Maestà, sono un povero mortale!"

"Siete un _povero oratore_," disse il Re.

Qui un porcellino d'India diè un applauso, ma subito fu soppresso dagli

uscieri del Tribunale. (Ed ecco come fecero: presero un sacco di

canavaccio con de' legacci all'orlo; vi gittaron giù capovolto il

porcellino d'India, e poi vi si sedettero sopra.)

"Son contenta d'aver veduto ciò," pensò Alice. "Ho letto tante volte ne'

giornali, alla fine de' processi, 'Vi fu un tentativo d'approvazione che

fu subito soppresso dagli uscieri del Tribunale,' ma sino ad ora non

potetti mai comprendere che volesse dire."

"Se è questo tutto quel che sapete, voi potete ritirarvi," continuò il

Re.

Quì un altro porcellino d'India diè un applauso, ma fu soppresso.

"Addio, porcellini d'India! non vi vedrò più!" disse Alice. "Ora le cose

andranno meglio."

"Vorrei piuttosto finire il mio tè," disse il Cappellaio, riguardando

con ansietà la Regina, la quale leggeva la lista de' cantanti.

"Potete andare," disse il Re, e il Cappellaio fuggì dal Tribunale, senza

nemmeno rimettersi le scarpe.

"---- e mozzategli il capo fuori," soggiunse la Regina indirizzandosi ad

un ufficiale; ma il Cappellaio era sparito dalla vista, pria che

l'ufficiale giungesse alla porta.

[Illustrazione]

"Chiamate l'altro testimonio!" gridò il Re.

Era la cuoca della Duchessa. Aveva la pepaiola in mano, e Alice indovinò

chi fosse, anche prima che entrasse nel Tribunale, perchè tutti coloro

ch'erano vicini all'uscio cominciarono a starnutire.

"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re.

"No," rispose la cuoca.

Il Re guardò con ansietà il Coniglio bianco che mormorò a voce bassa,

"Maestà, esaminate da voi stesso _questo_ testimone."

"Bene, se debbo farlo, mi converrà farlo," disse il Re con una ciera

malinconica, e dopo aver poste le braccia conserte al petto, e fatto gli

occhiacci alla cuoca, disse con voce profonda, "Di che sono composte le

torte?"

"Di pepe, per la maggior parte," rispose la cuoca.

"Di melazzo," soggiunse una voce sonnolenta dietro ad essa.

"Afferrate quel Ghiro!" gridò la Regina. "Tagliategli il capo! Fuori

quel Ghiro! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!"

Durante qualche istante il Tribunale fu una vera confusione, mentre il

Ghiro era preso; e quando si ristabiliva l'ordine, la cuoca era sparita.

"Non importa!" disse il Re con un'aria di sollievo. "Chiamate l'altro

testimone." E bisbigliò all'orecchio della Regina: "Cara mia dovreste

esaminar _voi_ l'altro testimone."

Alice stava osservando il Coniglio che ripassava la lista, curiosa di

vedere chi mai sarebbe l'altro testimone--"perchè _sin' ad ora_ non

hanno affatto prove," diceva fra sè. Figuratevi la sua sorpresa, quando

il Coniglio bianco chiamò con la sua voce stridula "Alice!"

CAPITOLO XII.

TESTIMONIANZA D'ALICE.

"Eccomi!" rispose Alice, e dimenticando che in quegli ultimi momenti era

cresciuta smisuratamente, saltò su molto lesta, rovesciando col suo

gonnellino il palchetto de' giurati, di tal che questi capitombolarono

con la testa in giù sulla folla ch'era di sotto, e restarono con le

gambe all'aria. Ciò le rammentò il rovescione che la settimana avanti

aveva casualmente dato a un globo di cristallo che conteneva de'

pesciolini dorati.

"Oh, vi _prego_ d'avermi per iscusata!" sclamò con voce d'angoscia, e

cominciò a raccattarli con molta sollecitudine, perchè piena dell'idea

de' pesciolini dorati caduti dal globo, pensava che dovea prontamente

raccoglierli e rimetterli nel palchetto de' giurati, se no sarebbero

morti.

[Illustrazione]

"Il processo," disse il Re con voce autorevole e grave, "non potrà

andare innanzi, se non quando tutt'i giurati saranno rimessi ne' loro

proprii posti,--dico _tutti_" soggiunse con molta enfasi, riguardando

fieramente Alice.

Alice guardò il palchetto de' giurati, e vide che nella fretta, avea

rimessa la Lucertola col capo in giù, per cui la povera bestiolina

agitava la coda al di sopra ma in modo da eccitare la compassione,

perchè non poteva muoversi. Subito la estrasse, e la rimise

convenientemente; "non già perchè importi assai," disse fra sè, "poichè

nè la sua coda nè la sua testa recheranno vantaggio al processo."

Appena che i giurati si rimisero dal colpo che li avea rovesciati, e che

furono ritrovate le lavagne e le matite, e consegnate loro, si misero a

scarabocchiare con molta premura la storia del loro ruzzolone, salvo la

Lucertola che non s'era riavuta e sedeva con la bocca spalancata, e

guardando la volta.

"Che cosa sapete di quest'affare?" domandò il Re ad Alice.

"Niente," rispose Alice.

"Niente _affatto_?" replicò il Re.

"Niente affatto," soggiunse Alice.

"Ciò è molto importante," disse il Re, rivolgendosi a' giurati. Essi si

accingevano a scriverlo sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li

interruppe: "_Non_-importante, è questo il senso delle parole di Vostra

Maestà," disse con voce rispettosa, ma saettandolo col guardo e

facendogli il visaccio mentre parlava.

"_Non_-importante, già è quel che volea dire," soggiunse in fretta il

Re; e poi si mise a recitar fra' denti "importante--non-importante--

non-importante--importante," come che volesse provare quale delle

due parole suonasse meglio all'orecchio.

Alcuni de' giurati scrissero "importante," altri "non-importante." Alice

potette osservarlo, poichè era vicina a loro e potea sbirciare sulle

lavagne; "ma non importa niente," pensò fra sè.

Allora il Re, che era stato occupatissimo a scrivere sul suo taccuino,

gridò "Silenzio!" e lesse dal suo libriccino "Regola quarantaduesima.

_Ogni persona, la cui altezza supera il miglio, deve uscire dal

Tribunale._"

Ognuno riguardò Alice.

"Io _non sono_ alta un miglio," disse Alice,

"Sì che lo siete," rispose il Re.

"Quasi due miglia d'altezza," soggiunse la Regina.

"Ebbene, poco mi cale, ma non andrò via," disse Alice, "oltre a ciò

quella non è una regola regolare; l'avete inventata ora."

"Che! è la più vecchia regola nel libro," rispose il Re.

"Allora dovrebbe essere la regola prima," disse Alice.

Il Re impallidì, e chiuse il taccuino in fretta. "Ponderate il vostro

verdetto," disse, rivolgendosi a' giurati, ma con voce sommessa e

tremolante.

"Maestà vi sono altre testimonianze," disse il Coniglio bianco,

sbalzando in piedi. "Giusto adesso abbiam trovato questo foglio."

"Che c'è dentro?" domandò la Regina.

"Non l'ho aperto ancora," disse il Coniglio bianco, "ma sembra una

lettera, scritta dal prigioniere a--a qualcheduno."

"Dev'essere così," disse il Re, "salvo che sia stata scritta a nessuno,

ciò che non si fa generalmente."

"A chi è indirizzata?" domandò uno de' giurati.

"Non ha indirizzo di sorta," disse il Coniglio bianco: "di fatti non c'è

scritto nulla _al di fuori_." E spiegò il foglio mentre parlava, e

soggiunse, "Somma tutto non è punto una lettera; è un accozzaglia di

versi."

"Son dessi scritti dalla mano del prigioniere?" domandò un giurato.

"Nò, non lo sono," rispose il Coniglio bianco, "ed è questa la più

strana di tutte le cose." (I giurati si riguardarono confusi).

"Forse egli ha imitata la scrittura di qualcheduno," disse il Re. (Quì i

giurati si rasserenarono).

"Maestà," disse il Fante, "non li ho scritti, e niuno potrebbe provarmi

l'opposto. E poi non c'è nessuna firma alla fine."

"Il non averlo firmato," rispose il Re, "prova doppiamente il vostro

delitto. Voi _dovevate_ avere l'intenzione d'offendere, se no, da

galantuomo avreste firmato il foglio."

Tutti applaudirono, e con ragione, perchè era quello il primo detto

spiritoso che il Re avesse detto in quel giorno.

"Ciò _prova_ il suo delitto," sclamò la Regina.

"Ciò non prova niente affatto!" disse Alice. "Ma se non sapete neppure

ciò che contiene il foglio!"

"Leggetelo," disse il Re.

Il Coniglio bianco inforcò gli occhiali, e domandò: "Maestà, dove debbo

incominciare?"

"Cominciate dal principio," disse il Re con tuono solenne, "e continuate

sino alla fine: poi fermatevi."

Or questi erano i versi letti dal Coniglio bianco:--

_"Ella vi fece un grazïoso invito,

Ed a lui mi voleste rammentar,

E quindi ella mi dètte il ben servito,

Ma mi disse: Non sai mica nuotar._

_Ch'io non la visitai, disse pur dianzi,

(E questo è il vero, e ognun di noi lo sa),

Ma se lei spingerà la cosa innanzi,

Oh dite, allor di voi che ne avverrà?_

_Una a lei dètti, ed essi due le diêro,

E voi men deste tre col sopra più;

Tutte a voi ritornarono--oh mistero!

Eppure erano mie, or nol son più._

_Se dessa od io per caso inopinato

Involti in quest'affare ci vedrem,

Confido in voi che ognun fia liberato;

Come prima fra noi li rivedrem._

_Spiegarmi alfine mi sarà concesso;

(Già, sapete, un attacco ella, sentì),

Ma voi foste per lui, per noi, per esso

L'ostacolo fatal che la colpì._

_Non gli dite giammai che preferisca

Costoro,--ciò debb'essere un mister,

Un secreto che altrui non apparisca,

Un secreto nascosto nel pensier."_

"È questo il più importante documento contro l'accusato," disse il Re,

stropicciandosi le mani; "or dunque i giurati----"

"Se uno di loro potesse spiegarmelo," disse Alice (la quale era talmente

cresciuta in quegli ultimi istanti che non avea più paura d'interrompere

il Re), "gli darei cinquanta centesimi. _Io_ non credo che vi sia in

esso neppure un briciolo di senso comune."

I giurati scrissero tutti sulle lavagne, "_Ella_ non crede che vi sia

in esso neppure un briciolo di senso comune," ma niuno cercò di spiegare

il senso di quel foglio.

"Se non c'è senso comune," disse il Re, "ciò ci toglie da un mondo

d'imbarazzi, e noi certo non ci affanneremo per trovarvene uno. Eppure

non saprei," continuò spiegando il foglio sul ginocchio, e sbirciando la

poesia; "ma mi pare di vedere un senso occulto in essi--_'disse--Non sai

mica nuotar'_--voi non potete nuotare, non è vero?" continuò,

rivolgendosi al Fante.

Il Fante scosse mestamente il capo, e disse, "Ne ho io l'apparenza?" (E

certamente, no, perchè era fatto tutto di cartone).

"Bene per ora," disse il Re, e continuò fra sè stesso a borbottare su'

versi: "_'E questo è il vero, e ognun di noi lo sa'_--ciò si riferisce

a' giurati, non c'è dubbio--_'Una a lei dètti, ed essi due gli

diêro'_--ciò spiega l'uso ch'egli fece delle torte, intendete--"

"Ma," disse Alice, "continua con le parole _'Tutte a voi

ritornarono.'_"

[Illustrazione]

"Già, esse sono là," disse il Re con un'aria di trionfo, indicando le

torte ch'erano sulla tavola. "Niente di più chiaro di _ciò_.

Continua--_'Già, sapete, un attacco ella sentì'_--voi non aveste mai

degli attacchi nervosi, cara mia, non è vero?" soggiunse, rivolgendosi

alla Regina.

"Non mai!" tuonò furiosamente la Regina, e in quell'istante scagliò un

calamajo al capo della Lucertola. (Il povero Tonietto avea abbandonato

l'uso di scrivere col dito sulla lavagna, perchè s'era accorto che non

vi lasciava traccia alcuna; ma ora si rimise sollecitamente all'opera,

usando l'inchiostro che gli gocciolava sulla faccia, e l'usò sinchè

n'ebbe).

"Dunque queste parole non si _attaccano_, a voi," disse il Re, guardando

con la bocca sorridente tutt'intorno al Tribunale. E vi fu gran

silenzio.

"È un bisticcio!" soggiunse il Re, con voce irata, e tutti allora

risero. "Che i giurati ponderino il loro verdetto," ripetè il Re, forse

per la ventesima volta in quel giorno.

"No, no!" disse la Regina. "Prima la sentenza--poi il verdetto."

"Ma che sciocchezze!" sclamò Alice ad alta voce. "Che idea d'aver prima

la sentenza!"

"Tacete!" gridò la Regina, tutta infiammata in viso.

"No certo!" disse Alice.

"Decapitatela!" urlò la Regina con tutta la voce che aveva in gola. Ma

niuno si mosse.

[Illustrazione]

"Chi vi stima? chi vi teme?" disse Alice, (allora era cresciuta di tanto

che giungeva alla sua statura naturale). "Voi non siete altro che un

mazzo di carte!"

Appena disse queste parole tutto il mazzo si sollevò in aria

furiosamente, e poi si rovesciò sopra la fanciulla: essa dette un

piccolo strillo, un po' commossa dalla paura, un po' dall'ira, e cercò

di respingerle da sè, ma si ritrovò sul poggio, col capo appoggiato

sulle ginocchia di sua sorella la quale le toglieva con molta

delicatezza alcune foglie appassite ch'erano cadute sulla sua faccia.

"Risvegliati, Alice cara!" le disse la sorella; "che buona dormitona hai

fatto, eh!"

"Oh! ho avuto un sogno tanto curioso!" disse Alice, e raccontò alla

sorella, il meglio che per lei si potesse tutte le strane Avventure che

avete lette sino ad ora; e quando finì, sua sorella la baciò, e le

disse, "È _stato_ davvero un sogno curioso, cara mia: ma ora, va' subito

a prendere il tè; è già tardi." E così Alice si levò, e, andò via,

pensando mentre correva, al sogno straordinario che aveva avuto.

* * * * *

Le avventure d'Alice nel paese delle meraviglie · 第 5 / 6 段